Perchè Ordine e Progresso?

Il Blog prende il nome dal motto inscritto sulla bandiera del Brasile e mutuato da un'aforisma di Auguste Comte.
Questi, uno dei padri della Sociologia, era una convinto positivista, il che nel 1896 lo rendeva anche un progressista.
L'importante è , come infatti Comte mette al primo punto, che l'Amore sia sempre il principio cardine dell'Agire.


L'Amore per principio e l'Ordine per fondamento;il Progresso per fine

Auguste Comte ,1896

domenica 13 marzo 2016

L'Europa sul lettino dello psicanalista.

In questi giorni assistiamo alle convulsioni della politica europea dovute all'azione congiunta della crisi dei migranti, degli effetti permanenti della crisi economica e dell'indecisione cronica della classe dirigente europea in merito all'eventuale intervento militare nelle varie aree di conflitto dalle quali l'Europa è circondata. Il quadro che emerge somiglia ad uno stato di schizofrenia accompagnato da una dissociazione psichica che rasenta una pericolosa bipolarità. E non manca neanche una situazione inconscia di transfert, per ora latente ma che da già segni evidenti di presenza.

La matassa ha diversi capi e non è possibile cercare di sbrogliarla tirandone uno solo senza ingarbugliarla ancora di più. Proviamo ad elencare e riassumere le questioni sul tavolo e l'atteggiamento dell'Europa verso ognuno di esse.
Cominciamo con la Turchia. Per anni la richiesta di adesione della Turchia all'Unione Europea è stata rimandata a causa della ferma opposizione della Francia, ed a tratti anche dell'Italia e della Germania. I principali ostacoli erano, e sono, la natura solo parzialmente democratica dell'ordinamento turco, il suo mancato rispetto delle minoranze etniche, armene e curde in primis, e la paura di una non integrabile cultura islamica nel tessuto sociale europeo ancora formalmente cristiano. Con la crisi dei migranti sorta a seguito della guerra civile in Siria, molte di queste preoccupazioni sono state messe da parte. Oggi assistiamo ad un rapido mutamento di orientamento che ha portato ad una serie di accordi che sono il preludio ad una maggiore integrazione del paese anatolico nell'Unione.

A ben vedere tali accordi assumono però la forma di un ricatto posto dal Presidente turco Erdogan nei confronti dell'Europa per arginare il flusso senza fine dei migranti, siriani e non, in partenza dal suo territorio verso le nazioni nord europee attraverso la cosiddetta "rotta balcanica". Erdogan non solo ha richiesto un cospicuo aiuto economico (3 miliardi di euro annui per i prossimi tre anni) per gestire transito e rimpatrio dei richiedenti asilo verso l'Europa, ma anche l'abolizione del visto richiesto ai cittadini turchi per raggiungere i paesi dell'UE. Il punto fondamentale è dato dal rifiuto di quasi tutte le nazioni est europee ad accogliere pro quota i migranti e alla chiusura di molte frontiere che potenzialmente può portare alla fine del Trattato di Schengen e della libera circolazione in Europa. Se i migranti restano in Turchia queste tensioni possono stemperarsi e rientrare. Sempre in questi giorni assistiamo però ad una involuzione nelle politiche di libertà di stampa che ha portato alla chiusura di alcuni, anche importanti, giornali turchi, all'incarcerazione di figure dell'opposizione al governo dell'AKP guidato dall'ex ministro degli esteri Davutoglu e in generale ad una restrizione delle libertà di espressione e di critica che possono portare all'instaurazione di un regime non democratico in Turchia.

Ecco il primo dei capi dell'ingarbugliata matassa: l'Europa ha bisogno della Turchia per non disintegrarsi e per farlo è disposta a sorvolare sui suoi presunti valori, la libertà d'espressione e l'ordinamento democratico delle nazioni che ne fanno parte. Contemporaneamente però mette sotto accusa, e minaccia di sanzioni, la Polonia del neoeletto governo nazionalista guidato dal PIS a causa della promulgazione di una nuova legge che concede al governo la facoltà di influenzare pesantemente la televisione di Stato ed anche la direzione di alcuni giornali. Inoltre, il governo di Varsavia si rifiuta di accollarsi una quota dei migranti in arrivo dal medioriente e dall'Africa ed anche per questo è stata paventata l'ipotesi di sanzioni da parte di Bruxelles. La Polonia si avvia a affiancare l'Ungheria nella lista delle nazioni che non si adeguano ai diktat eurocentrici. Un esempio di realismo causato dalla necessità, si dirà. E' infatti necessario tanto riportare Varsavia entro i dettami ed il controllo di Bruxelles quanto garantirsi l'aiuto del gendarme turco per frenare l'ondata migratoria. Sarà, ma la sensazione di ipocrisia generata da tali atteggiamenti è forte.


Il secondo punto è il trattamento economico riservato alla Turchia ed il contemporaneo risicato aiuto (si parla di poco più di 300 milioni di euro) fornito alla Grecia costretta dagli eventi a divenire l'anticamera dei profughi in attesa di entrare in Europa. Se infatti alla prima sono stati forniti ingenti capitali per allestire e gestire campi profughi e procedure di identificazione e rimpatrio, alla seconda è stato imposto di fare da sola, pena l'imposizione di dure sanzioni. Non solo. Alla Grecia pare non verrà accordata alcuna "clausola migranti" che possa alleggerire il peso economico di questa situazione sulle già disastrate finanze elleniche. La Grecia si trova quindi tra l'incudine della pressione migratoria ed il martello dell'austerità tedesca in materia di conti pubblici.
L'ipocrisia prima evidenziata comincia così a prendere la forma di una schizofrenia dettata dall'incapacità di essere solidali con un paese membro che ha già pagato duramente le rigidità dei trattati e i balbettamenti delle varie cancellerie europee. Grecia e Turchia,stesso problema ma due pesi e due misure.

Al momento in Europa le frontiere di Austria, Croazia, Slovenia, Macedonia, Bulgaria, Serbia, Ungheria e Svezia sono chiuse ponendo grossi problemi al transito di persone e merci da e verso gli altri paesi europei. Questa situazione crea i presupposti per una possibile creazione di nuove rotte per i migranti che, complice l'arrivo della bella stagione, potrebbero interessare la Polonia e soprattutto l'Italia. Già si parla dell'arrivo sulle coste siciliane e pugliesi di centinaia di migliaia di nuovi profughi, economici e non, capaci di mettere in crisi le già poco efficienti strutture ricettive italiane. Il governo Renzi ha già messo le mani avanti richiedendo che i sovracosti della gestione emergenziale vengano stornati da quanto dovuto dall'Italia a Bruxelles per riequilibrare deficit e debito pubblico.



Oltre alla questione migranti ce ne sono almeno altre due di non meno rilevante impatto: le sanzioni alla Russia per la questione ucraina e la gestione della guerra in Siria, che peraltro vede nel decisivo apporto della stessa Russia una possibile risoluzione. Le sanzioni economiche alla Russia dovrebbero terminare a giugno ma già alcuni paesi, sotto la forte pressione americana, ne chiedono un rinnovo. E' noto che le limitazioni alo commercio con Mosca stanno danneggiando vistosamente le esportazioni italiane, polacche e tedesche e che più a lungo si protrarranno più daranno modo ad altri concorrenti di sostituirsi ai prodottori europei sul mercato russo. Se vogliamo possiamo interpretare questa come una fase "pre TTIP" ovvero un'approntamento dell'ambiente che si creerà se e quando il trattato di libero scambio tra UE ed USA verrà approvato tagliando fuori la Russia e le nazioni euroasiatiche dal commercio con l'Unione Europea. La Russia non è però spettatore passivo di questa situazione ed è anzi, comprensibilmente, lieta della vittoria dei partiti neonazionalisti in Polonia ed Ungheria, tanto che si sospetta un contributo diretto di Mosca a tali vittorie.
E' notizia di questi giorni che la Serbia ha rinunciato formalmente alla richiesta di adesione all'EU e non farà tantomeno richiesta per entrare nella NATO, optando forse per la SCO (Security and Cooperation Organization) a guida Russo-Cinese. Un tale precedente, misto alla dipendenza energetica di tutte le nazioni europee dalla Russia, potrebbe portare alcune di esse a riconsiderare i rapporti con Bruxelles.

 

La crisi dei migranti e l'intervento russo in Siria sono appunto elementi che stanno portando ad un riavvicinamento alla Russia , almeno da parte delle opinioni pubbliche, di molte nazioni dell'area balcanica ed est europea in virtù di due presupposti: la natura essenzialmente cristiana (sia essa cattolica o ortodossa) della maggioranza di esse e l'assertività con cui Putin è intervenuto in sostegno di Assad per ristabilire l'ordine minacciato dal caos provocato dall'ISIS e dalle altre milizie jihadiste. Ecco quindi un altro elemento di confusione nelle menti dei governanti europei posto dall'atteggiamento da tenere nei confronti dell'intervento russo in Siria. Non c'è dubbio che Putin abbia deciso l'invio, su richiesta dell'attuale legittimo governo siriano, della sua aviazione per obiettivi geopolitici meramente russi ma è pur vero che senza di esso probabilmente oggi il Califfato Islamico si estenderebbe dall'Eufrate al Mediterraneo. La cancelliera Merkel si è recata il mese scorso ad Ankara per assicurare il sostegno della NATO alla Turchia (segnatamente in chiave antirussa) ma contemporaneamente la Francia ha intrapreso azioni militari coordinate con la Russia della propria aviazione e della marina sul territorio siriano. Gli americani hanno stigmatizzato questo rapporto troppo intimo tra Hollande e Putin ma la geopolitica ha le sue regole, che necessariamente ricadono nell'interpretazione realista delle Relazioni Internazionali.
Dopo la schizofrenia europea sul tema dei migranti ecco quindi apparire la bipolarità nel rapporto con la Russia. Sanzioni e voglia di cooperazione convivono senza un'apparente razionalità.

All'inizio di questo articolo abbiamo accennato ad una possibile situazione di "transfert" di questa disturbata Europa che si manifesta nei suoi rapporti con l'Inghilterra. A giugno si terrà infatti il referendum che chiederà agli inglesi se vogliono o meno abbandonare il rapporto, peraltro molto contrastato, con l'Unione Europea. Si fanno sempre più forti i timori che possa verificarsi realmente un'uscita del Regno dall'UE e ciò viene visto con timore da alcuni governi e con soddisfazione da parte di altri. Tra questi ultimi sembrano annoverarsi tanto la Francia quanto la Germania che vedrebbero ridursi l'influenza finanziaria della City londinese sul territorio europeo anche se questo scenario potrebbe venir contrastato dalla possibile fusione tra la Borsa di Francoforte e quella di Londra, che già possiede quella italiana. Sia i tedeschi che i francesi sono certi che la scelta inglese di abbandonare l'Unione si rivelerà un boomerang per Londra e la possibilità di punirla per le troppe intromissioni nella politica europea, che vorrebbero gestire in tandem senza ulteriori soci, sarebbe una grande soddisfazione. Esiste un termine tedesco preciso per questa situazione, Schadenfreude, letteralmente "gioia infame" che ben si attaglia a questo desiderio dei due grandi d'Europa.

Il transfert in questo caso si manifesta nella volontà di molti paesi europei di concludere questa difficile relazione non solo con Londra ma anche con l'istituzione europea nel suo insieme che, in questi 15 anni, ha portato quasi tutte le economie dei 28 alla deflazione, alla disoccupazione e ad una crisi sociale che sembra inarrestabile. La Brexit rappresenterebbe quindi al contempo il timore di un'esplosione della costruzione europea ma anche una sorta di "libera tutti" che potrebbe permettere ad alcune nazioni di sganciarsi finalmente da Bruxelles proprio a causa di questo evento.

In definitiva, se questa è la diagnosi complessa di questo travagliato stato psichico-politico dell'Europa, quale potrebbe essere la terapia per curarlo o almeno attenuarlo? Al momento l'unica cura sembra essere la massiccia somministrazione di "droga monetaria" inoculata dalla BCE di Mario Draghi che, dispensata a piene mani, sta alleviando le pene economiche di quasi tutte le economie continentali. Ad ogni nuova "iniezione di liquidità", però, l'effetto calmante diminuisce, proprio come accade ad un paziente che progressivamente si assuefa a dosi sempre più elevate di antidepressivi. Con la riduzione a zero del tasso di riferimento , il fondo è stato ormai toccato e l'eventuale discesa in territorio negativo (NIRP, ovvero Negative Interest Rate Policy) porterebbe ad una sicura rivolta da parte della Bundesbank e ad un azzeramento dei margini di interesse delle già pericolanti banche europee. Ci vorrebbe forse un intervento più drastico, una sorta di cura "San Patrignano" fatta di tagli estremi al Welfare ed ai bilanci di tutte le nazioni europee ma nessun governo vuole essere il primo a proporla poichè potrebbe generare una rivolta sociale ancor più violenta di quella già vista in Grecia.

Di certo non esiste alcuna cura indolore ma, come ogni terapia psicanalitica prescrive, è necessaria prima di tutto una piena presa di coscienza della situazione del paziente Europa. Per prima cosa l'Unione non ha una guida politica unitaria ed è pertanto preda dei diversi obiettivi economici e geopolitici dei suoi aderenti. Essa è nata per impedire nuove guerre fra le potenze che la compongono e per "arginare" il potere economico della Germania e l'eventualità che quest'ultima potesse scegliere di creare un proprio spazio economico-politico condiviso con la Russia. L'Unione vorrebbe dare di sè un'immagine di "Comunità di Destino" ma non può fondarsi su valori storici condivisi proprio per il fatto che il suo membro più forte ed influente è anche stato la causa delle due guerre mondiali che hanno devastato il continente nel XX secolo. Inoltre in molti casi nega le stesse radici Greco-Cristiane che sono il fondamento della maggior parte degli ordinamenti giuridici, politici e sociali delle nazioni che la compongono. In definitiva l'Europa è tenuta insieme da un collante economico che però ha effetti troppo differenti su paesi tanto diversi e che con il tempo sta creando una frattura sempre più ampia tra i paesi del nord e quelli mediterranei e dell'est con i primi che beneficiano della stabilità dell'Euro ed i secondi che ne subiscono gli effetti di un valore troppo elevato che mina la loro competitività in termini di esportazioni.

Bisogna poi prendere in considerazione l'irrisolto rapporto con la Russia che alcuni paesi vorrebbero coltivare in maniera più stretta ma che è obiettivamente impedito dalla presenza americana in seno alla NATO. In questa fase di post-globalizzazione, inoltre, gli obiettivi economici e geopolitici tra l'UE e l'alleato americano stanno sempre più divergendo e ciò si manifesta non solo nelle tensioni con la Russia, ad esempio nel caso della nascita e risoluzione della questione ucraina, ma anche nelle politiche ondivaghe e apparentemente non ragionate nei confronti della sponda sud del mediterraneo e del Medio Oriente. Anche il rapporto con l'Inghilterra non è mai stato risolto e ad oggi essa risulta un membro influente della NATO ma non adotta l'Euro pur facendo parte dell'Unione. Tutto ciò è insieme causa ed effetto di una politica a volte ricattatoria da parte del Regno Unito, il quale cerca di ottenere più benefici possibili senza pagarne completamente il prezzo evitando di adeguarsi appieno alle rigide normative imposte dalla Commissione Europea.

In definitiva, sembra banale dirlo, non vi è alcuna certezza che nei prossimi anni l'UE mantenga l'attuale configurazione. Essa potrebbe infatti rafforzarsi, trovando in sè stessa le motivazioni per una maggiore integrazione o costretta dagli avvenimenti nell'ambiente che la circonda ma potrebbe parimente esplodere a causa delle troppe contraddizioni interne. Intanto però cresce la forza dei partiti "euroscettici" in tutto il continente, Podemos in Spagna, Front National in Francia, Movimento 5 Stelle in Italia e Alternative fur Deutschland in Germania, segno del fatto che le popolazioni europee non condividono più il progetto predisposto per loro dalle Elite. Se il processo dialettico in Europa funzionerà questi partiti potrebbero prendere il potere nei rispettivi paesi e forzare Bruxelles ad adottare politiche diverse a partire da quelle in campo economico. Se invece l'Europa delle cancellerie deciderà di mettere da parte le pratiche democratiche che a parole dice di difendere e voler diffondere, potremmo assistere alla "turchizzazione" dell'Unione e ad una progressiva criminalizzazione del dissenso che ci riporterà di colpo indietro di settant'anni. Dopo aver vinto la Guerra Fredda contro il totalitarismo di stampo sovietico dell'URSS potremmo accorgerci di averne importato le modalità,finalità e contenuto cambiando solamente il nome del contenitore.


giovedì 11 febbraio 2016

La Geopolitica di Papa Francesco.

Premesso che se anche si fosse degli accesi anticlericali o dei materialisti assoluti, non è possibile non riconoscere il peso del Vaticano nella politica internazionale negli ultimi 40 anni, l'inizio del nuovo anno ha visto impegnato Papa Francesco in una serie di incontri particolarmente importanti per la “Geopolitica Vaticana”. Sebbene infatti il piccolo Stato non possieda un esercito o un'economia di scambio, non vuol dire che non abbia i propri obiettivi geopolitici che coincidono, spesso, con la sua missione terrena: l'annuncio del messaggio di Dio. La sua arma principale è ovviamente l'influenza sui governi e sui fedeli, ed è risultata vincente in molti casi, tra i quali la fine delle sanzioni USA a Cuba è solo l'ultimo esempio. Teologia e Geopolitica si ritrovano, l'una e l'altra intrecciate, in questo inizio di nuovo millennio sebbene entrambe fossero state date per morte nella seconda metà del secolo scorso. Stalin, per nulla a digiuno di Geopolitica, ma forse dimenticando di aver studiato Teologia, una volta chiese ironico “Quante divisioni può schierare il Papa?”. Nel 2016 il comunismo e le sue armate non esistono più ed il nazionalismo e la religione cristiana sono gli unici elementi condivisi in tutte le nazioni che fecero parte dell'URSS, nessuna esclusa. Oggi il Vaticano ha di fronte nuove sfide impegnative , portate avanti tanto dall'aggressività del radicalismo religioso quanto da quello dei gruppi di pressione sui temi etici e della famiglia. Pertanto la visita del Presidente iraniano Rouhani a Roma del 26 gennaio non è servita solamente a presentare le notevoli opportunità economiche della Repubblica Islamica per gli investitori italiani a seguito dell’eliminazione delle sanzioni imposte da UE ed USA. L’incontro più importante è stato senza dubbio quello con Papa Francesco durante il quale si è discusso di temi geopolitici inerenti l’area mediorientale e degli scenari possibili nei prossimi anni. Era dal 1999 che un Presidente Iraniano non faceva una visita ufficiale in Vaticano e, sebbene Rohuani non sia formalmente un Ayatollah (è comunque parte della comunità clericale sciita iraniana), è stato sicuramente autorizzato dalla Guida Suprema Khamenei a trattare, almeno in parte, alcuni temi di natura tanto geopolitici quanto teologici1. Infatti, a differenza di quanto accade nel mondo islamico di confessione sunnita, quella sciita prevede una organizzazione clericale stabile che oltre alla figura dell’Imam (il Grande Ayatollah, una sorta di Papa), si compone di Ayatollah (l'equivalente dei Vescovi della Chiesa) , Hoyatoleslam (giuristi teologi) e mullah (i sacerdoti al livello più basso). Ciò senza dubbio facilita il dialogo con la Chiesa Cattolica in quanto è possibile stabilire rapporti di dialogo a più livelli che prevedono, alla base, una certezza nell’interpretazione teologica delle rispettive scritture, la Bibbia ed il Corano. Durante la settimana precedente, inoltre, Papa Francesco si era recato in visita alla sinagoga di Roma, sede della comunità ebraica più antica d’Europa, nell’ambito degli incontri che ha intenzione di svolgere durante questo anno giubilare. In quell’occasione ha fatto alcune affermazioni particolarmente importanti in ambito teologico2 e geopolitico ma che sono sfuggite (diciamo così) a molti commentatori italiani e che comunque non hanno avuto l’eco mediatico che meritavano sulla stampa italiana. Il 12 febbraio prossimo, inoltre, si compirà uno storico incontro tra Papa Francesco e il Patriarca di Tutte le Russie Kiril a l'Avana, Cuba. E' un incontro atteso da anni, che Papa Benedetto ha incoraggiato (ad esempio con il ritorno della possibilità di celebrare la messa tridentina , come nel rito ortodosso), e Francesco ha fortemente voluto. Sicuramente gli incontri avuti con il Presidente russo Putin hanno avuto una certa influenza nella riuscita dell'evento. Infine il 31 ottobre il Papa sarà in Svezia per le celebrazioni dei 500 anni della Riforma Protestante che cadono nel 2017. Questi tre avvenimenti sono legati da un sottile filo rosso che può sfuggire se essi vengono interpretati solamente alla luce dell’interpretazione ecumenica della figura del Papa inaugurata con il pontificato di Papa Giovanni Paolo II e continuata con quello di Benedetto XVI. Il trait d’union teologico è infatti la radice comune di Cristiani, Musulmani ed Ebrei ovvero il monoteismo che ha in Abramo (o se vogliamo, Adamo) la sua figura unificante. L'obiettivo comune potrebbe essere quello di mantenere in vita la credenza monoteista e difendere il senso della Vita che da essa trascende minacciato da un “progressismo senza progresso” che sembra non avere limiti nel voler ridisegnare il concetto stesso di “essere umano” e dalle altre religioni in forte crescita numerica. Tornando all'opera del Papa, possiamo intravvedere un disegno geopolitico. In Medioriente la presenza cristiana si è ridotta notevolmente a causa della guerra in Iraq prima ed in Siria poi. In quest'ultima, la famiglia Assad ha garantito tanto gli sciiti quanto i cristiani, minoranze in un paese ampiamente sunnita. In Libano tale presenza è garantita di fatto dalla presenza di Hezbollah e quindi, indirettamente dall'Iran. In Israele e Palestina i luoghi santi cristiani sono in maggior misura in Palestina e sono quindi garantiti da un accordo bilaterale con ANP3. L'Iran è comunque presente in virtù dei fondi che concede tanto all'ANP quanto ad Hamas ed ai sistemi d'arma che vi fa arrivare in caso di attacco da parte dell'occupante. In Iran la comunità cristiana non è minacciata mentre in Egitto vive fasi alterne pur essendo il 10% della popolazione4. Al Qaeda prima e l'ISIS ora stanno falcidiando le comunità cristiane in tutti i territori in cui sono presenti e ne stanno riducendo il numero e soprattutto l'influenza. Ovviamente il Vaticano ha individuato l'Iran quale elemento di stabilità nella regione (la cosiddetta mezzaluna sciita, Iran, Iraq, Siria, Libano) che lo rende un interlocutore credibile. Il Vaticano, ha appoggiato, e l'Iran ha gradito, il veto posto dalla Russia al bombardamento minacciato da Americani ed Inglesi alla Siria nel 2013, minaccia che è poi rientrata. Infatti il secondo pilastro in Medioriente appare sempre più la Russia che, oltre ad essere garante per l'Iran verso la comunità internazionale per quanto riguarda la questione nucleare, è militarmente impegnata in Siria a ristabilire Assad alla guida di uno stato unitario. Se pensiamo alla Russia pensiamo all'Ucraina. In quel paese oltre ad una guerra di natura militare , se ne combatte una di natura religiosa non meno cruenta. Se gli abitanti del Donbass e dell'Ucraina secessionista sono a maggioranza ortodossi del Patriarcato di Mosca, il resto dell'Ucraina è diviso fra ortodossi fedeli a Kiev, quelli fedeli a Mosca, Cattolici di rito greco, (pochi) ebrei e protestanti. La pulizia etnica è un fatto ampiamente sottaciuto dai media occidentali. La Russia si è riscoperta cristiana negli anni '90 e con Putin questa tendenza è aumentata. In Europa il Vaticano può contare stabilmente sull'appoggio di, e a sua volta può influenzare, Irlanda, Polonia, paesi latini ed in parte l'area di lingua tedesca. Nel Nord Europa la presenza Cattolica è, invece, da 500 anni in declino. Ma l'interesse ad un riavvicinamento su basi teologiche risale al Concilio Vaticano II. Infatti, secondo il Cardinale Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, l'incontro di ottobre avverrà “Concentrandosi insieme su centralità della questione di Dio e su un approccio cristocentrico, e le due comunità avranno la possibilità di celebrare la commemorazione ecumenica della Riforma non semplicemente in modo pragmatico, ma con un senso profondo della fede in Cristo crocifisso e risorto5. Il tema del riavvicinamento tra le tre religioni monoteiste è uno di quelli con i quali avremo più a che fare nei prossimi decenni poiché alla base vi è un fondamento demografico6. Se sommiamo il numero dei credenti delle tre religioni monoteiste sparsi in tutto il mondo otteniamo la cifra di quasi 4 miliardi di persone (2 miliardi e 200 milioni di cristiani di tutte le confessioni, 1 miliardo e 600 milioni di musulmani e circa 14 milioni di ebrei). I seguaci della “religione di Abramo” sono quindi ancora maggioranza nel mondo e sebbene la loro influenza sia ancora molto elevata, nazioni come Cina ed India stanno rapidamente crescendo sia demograficamente che economicamente. Considerando la tendenza verso una popolazione globale di circa 9 miliardi di persone nel 2100, dobbiamo chiederci a quale religione esse apparterranno, o se eventualmente non saranno in maggioranza gli a-religiosi e prevedere la quota di influenza e di potere degli attori nello scenario politico ed economico mondiale. I cinesi , ad esempio, dopo 70 anni di comunismo maoista sono formalmente atei ma il governo di Pechino sta velatamente favorendo un ritorno alle forme di religiosità proprie della tradizione cinese ed asiatica in generale, in particolar modo verso il confucianesimo mentre combatte i musulmani nello Xinjang e mette al bando il Cattolicesimo Romano. L’india, poi, è una Nazione formalmente laica ma con forti venature di religiosità induista (il cui culto è politeista) e fondata su un sistema di caste che fa fatica a scomparire. In tutta l’Asia meridionale è ancora forte la presenza del Buddismo come in Thailandia, Vietnam, Myanmar ed in parte Giappone (in cui però la componente religiosa principale è lo scintoismo). Sebbene non siamo portati a pensare alle religioni orientali quali portatrici di valori razzisti, è in realtà vero il contrario ed in alcuni paesi, come l'India o i paesi buddisti, tale peso si esprime nelle maggioranze politiche nazionaliste al governo. Il grande “serbatoio di fedeli” per la Chiesa Cattolica resta ancora l'America Latina, meta di numerosi viaggi di tutti i papi negli ultimi 30 anni. L'Africa è invece ancora terra di scontro fra religioni, sebbene a guardar bene si scorgano le lotte per le materie prime ed antiche rivalità tribali. Perché un fattore come la Religione, o la religiosità, che molti in Europa ed in Italia ritengono una “barbarie del passato” dovrebbe far parte degli strumenti o dei fini della geopolitica? Il fenomeno del “ritorno del sacro” è stato largamente indagato in questi ultimi anni. Alcuni autori come Huntington ne hanno fatto il motivo scatenante delle rivoluzioni nell'est europeo o dell'elezione del “cristiano rinato” George Bush in America. Per non menzionare lo Scontro di Civiltà che da questo ritorno del sacro è alimentato. In ultima istanza, i valori di fondo della società nazionale in cui viviamo determinano le possibilità politiche, sociali ed economiche di quella società e quindi le nostre. Nelle nazioni occidentali, cristiane , politica e religione sono separate ed è libera la stessa scelta religiosa. Fondamentalmente è garantita la libertà individuale e la libera attività economica. Non è così in molti paesi musulmani in cui non vi sono al momento partiti politici che non abbiano una propria connotazione religiosa e nei quali le libertà personali non siano in qualche modo limitate. Se prendiamo l'esempio cinese, poi, la pratica religiosa è sottoposta all'approvazione da parte della politica così come la stessa libertà del cittadino è funzione delle esigenze dello Stato. In india, un sistema politicamente democratico convive con un sistema sociale di caste, e con una forte distinzione di genere, in virtù del fatto che dall'indipendenza in poi ha sempre governato un partito che si rifaceva alla tradizione Indù. In definitiva non esiste uno stato totalmente laico, poiché in Francia sono laiche le istituzioni ma non lo è la società più ampia e anche nei “laicissimi” Stati Uniti il Presidente giura sulla Bibbia durante la cerimonia di insediamento. Un altro motivo è che la geopolitica si avvale di tutte le discipline, sociologia, economia, strategia (e quindi anche teologia, se necessario), per interpretare la distribuzione della politica spazialmente. Essa inoltre indaga i motivi per cui alcuni scenari, attualmente, siano caratterizzati da una predominanza del fattore culturale (insieme a quello economico) quale “driver” delle alleanze internazionali. Al momento deve indagare uno scenario internazionale che è in ultima analisi causato da motivazioni riconducibili a conflitti religiosi che si riverberano nella vita delle società europee. La crisi politica europea e la contemporanea crisi siriana, infatti, si manifestano nelle nazioni europee sotto forma di masse di migranti politici ed economici alle frontiere. Il fenomeno migratorio in atto dalla sponda sud, di natura primariamente musulmana, richiama alla mente le invasioni del XVI secolo e costringe le società europee a ripensare il modello di integrazione e di accoglienza dato per scontato negli anni scorsi ma in forte crisi negli ultimi due anni7. Quando la polvere sulle macerie del nuovo medioriente si sarà posata, molti di quei “migranti” torneranno nelle loro rispettive nazioni mentre altri, se vorranno e potranno, resteranno in Europa. Da quel momento in poi si creerà un ricordo di quanto avvenuto, ed un giudizio verrà dato da tutti coloro i quali stanno vivendo questa tragedia. In quel momento persone e governi si ricorderanno con gratitudine delle parole e delle azioni di misericordia del Papa cristiano, successore del Profeta Gesù , venerato dall'Islam? In quel momento dovranno rivalutare le parole e le azioni dei sedicenti califfi e degli autoproclamati Imam che, interpretando in maniera errata il Corano hanno provocato la distruzione di intere Nazioni? In quel momento, persone e governi, faranno la loro scelta su quale modello di religiosità sia più consona allo stile di vita che hanno scelto di seguire. In quel momento le parole e le immagini di questi primi mesi del 2016 ci sembreranno più chiare e chiarificatrici. La Chiesa, lo sanno tutti, ha tempi lunghi.






1Rouhani ,al termine dell'incontro con il Papa, ha affermato: "La chiesa, la sinagoga e la moschea devono stare una accanto all'altra. Anzi, dobbiamo preservare prima la chiesa, poi la sinagoga, poi la moschea. Questa è la cultura della tolleranza che ci insegna il Corano". In http://www.repubblica.it/vaticano/2016/01/26/news/iran_rouhani_in_vaticano_corano_invita_a_difendere_chiese_e_sinagoghe-132065835/?refresh_ce
2“E nel dialogo ebraico-cristiano - ha sottolineato il Pontefice - c'è un legame unico e peculiare, in virtù delle radici ebraiche del cristianesimo: ebrei e cristiani devono dunque sentirsi fratelli, uniti dallo stesso Dio e da un ricco patrimonio spirituale comune” in http://www.huffingtonpost.it/2016/01/17/papa-francesco-sinagoga-roma_n_9003064.html
3http://formiche.net/2016/01/03/che-cosa-prevede-laccordo-tra-santa-sede-e-stato-di-palestina/
4I copti in Egitto costituiscono la più grande comunità cristiana del Medioriente, nonché la più grande minoranza religiosa della regione, Essendo una minoranza, i copti sono vittime di una significativa discriminazione nell'Egitto moderno e degli attacchi di gruppi islamici estremisti. In https://it.wikipedia.org/wiki/Copti
5http://it.radiovaticana.va/news/2016/01/25/a_lund_la_commemorazione_ecumenica/1203516
6http://www.economist.com/blogs/erasmus/2016/01/shias-catholics-and-protestants
7I movimenti nazionalisti al governo o in crescita in tutte le nazioni est europee sono fortemente anti-migranti e in alcuni casi anche fortemente cristiani (come in Polonia ed Ungheria)

sabato 16 gennaio 2016

Cosa sappiamo realmente dell'Iran?


La cosiddetta questione del “Nucleare Iraniano” è sicuramente una delle vicende Geopolitiche più interessanti degli ultimi decenni; essa è infatti legata contemporaneamente a diverse istanze economiche, politiche, militari e strategiche. Parimenti all’altra questione nucleare, quella Nord Coreana, porta con sé vaste implicazioni per molte delle nazioni del mondo, ognuna delle quali per motivi differenti, con esiti possibili differenti e su diversi piani di lettura esclusivi o contemporanei.
Il caso rappresentato dalla guerra scatenata all'Iraq sulla base di un suo presunto possesso di armi di distruzione di massa, rivelatesi poi inesistenti, rende più difficile un'azione unilaterale da parte delle potenze occidentali non appoggiate oggi come all'ora dalle proprie opinioni pubbliche interne.
E' necessario un più lungo lavoro di convincimento e la fornitura di prove, o pretesti, più forti per muoversi ad una guerra che potrebbe rivelarsi ben più impegnativa di quella dichiarata a Saddam Hussein.
La pressione sull’opinione pubblica nazionale ed europea viene mantenuta costante tramite una copertura mediatica sull’argomento che presenta dei picchi in occasione di eventi particolari come riunioni dell’AIEA, test missilistici iraniani, discorsi del presidente Rohuani o del Leader supremo Khamenei ma vengono riportate anche questioni prettamente interne come esecuzioni di condannati a morte, incidenti aerei e ferroviari, contestazioni studentesche o fatti di costume; difficilmente l’Iran ne viene fuori con un immagine positiva.
Il modo in cui viene trattato questo argomento presenta i tratti di quella che il lessico della “Geopolitica Critica” definirebbe un “discorso” : una sequenza di immagini mentali, sillogismi, affermazioni perentorie e metafore per descrivere l'Iran.
Come sostiene Claudio Minca nella sua analisi in merito ai cosiddetti “Rogues States”, esiste un “oggetto geopolitico chiamato Iran” o meglio, ne esiste uno per ogni paese che abbia rapporti con esso.
La fine della Guerra Fredda, infatti, sgretolando rapporti consolidati da 60 anni almeno, ha messo ogni nazione di fronte all'esigenza di costruire nuovi rapporti in politica estera per poter far fronte al futuro.
Ecco allora che luoghi i cui nomi sono rimasti sepolti per decine di anni sotto la polvere calata sulla Storia, e quindi sulla geografia, ritornano di attualità : Baku, Teheran, la Crimea, Aden, Malacca. L'attenzione sull'Iran si situa in questo quadro.
Nonostante quanto sostenga Thomas Friedman, il mondo infatti “non è piatto” e l'Iran è proprio una di quelle espressioni geografiche e culturali che non lo rendono tale.
Ruotando una cartina del mondo dalla sua posizione canonica, con l'Europa al centro, ad una, diciamo così, “Persianocentrica”, il mondo appare totalmente diverso e forse più comprensibile anche agli occhi di un osservatore occidentale.








Molti sono i paesi interessati alle sorti della Repubblica Islamica, anche perché dalla possibilità di ottenere una parte dei suoi vasti giacimenti di gas e petrolio dipende il loro sviluppo e la propria sopravvivenza.
I motivi per cui l'Iran vuole dotarsi della tecnologia nucleare sono molteplici, complessi e a volte intrecciati tra loro:quello che emerge è che, a differenza di quanto accaduto con l'Iraq, la presenza di un programma nucleare conclamato non ha portato ad una guerra ma bensì ad una lunga ed estenuante trattativa.
La Geopolitica Critica rivolge il suo sguardo al “come” vengano prodotti gli eventi geopolitici analizzando appunto le modalità attraverso le quali le forze in campo modificano o cercano di modificare le relazioni internazionali secondo i propri progetti e come questa operazione costituisca una “costruzione di senso” per i cittadini e per gli stessi attori geopolitici.
Autori come O Tuathail, Routledge o Dalby, per la scuola di stampo anglosassone, focalizzano la loro attenzione sulle pratiche messe in atto dai detentori del potere per descrivere la realtà ad una opinione pubblica ormai divenuta globale oltre che agli altri attori sulla scena mondiale.
Dalby, ad esempio, sostiene che il compito della Geopolitica Critica debba essere non solo l’analisi dei discorsi geopolitici dominanti ma anche di quelli alternativi che ad essi si contrappongono poiché entrambi concorrono alla formazione della realtà sociale. Egli nota però che ogni discorso che si afferma sopprime necessariamente altri discorsi non necessariamente in virtù di una maggiore forza esplicativa o inattaccabilità logica ma, spesso, per la maggior forza con la quale esso viene reiterato e sostenuto.
L’apporto di O Tuathail alla riflessione post-moderna di stampo geopolitico è, tra gli altri, che l’analisi dei discorsi di questa natura debba essere fatta tenendo sempre a mente il quadro storico più ampio e le sue contingenze sociali e politiche. Egli inoltre afferma che sia necessario decostruire i discorsi Geopolitici dominanti che tendono surrettiziamente a tralasciare alcuni aspetti delle questioni in esame per metterne in luce altri più funzionali alle esigenze delle Elite dominanti e fare anzi della Critical Geopolitics “il” nuovo discorso geopolitico dominante.
Centrali sono quindi la nozione di “discorso” già messa in luce dal francese Michel Focault, inteso come quell’insieme di pratiche che permettono la “produzione di senso” che rende “reale”quanto avviene ed in definitiva lo legittima e quella Gramsciana di “senso comune” prodotto dall’egemonia che i poteri dominanti applicano culturalmente. Il concetto di potere espresso da Foucault è straordinariamente attuale: esso è prima di tutto un discorso, ovvero una proliferazione di discorsi, guidato verso una direzione di senso piuttosto che un altra.
Citando il famoso saggio di Berger e Luckmann, ”La Realtà come costruzione Sociale” possiamo affermare che “nessun pensiero umano è immune dalle influenze ideologizzanti del proprio contesto sociale” e ciò è tanto più vero per quanto riguarda la conoscenza delle questioni inerenti “l’altro”, ciò che è “Straniero”, ciò che è diverso da Noi, argomenti, questi, centrali nei discorsi geopolitici.
In un’epoca di comunicazioni di massa come quella nata dai giornali dell’ottocento, proseguita con la radio e la televisione nel ventesimo secolo e giunta fino alla vasta diffusione di internet dei nostri giorni, molti argomenti sono ormai patrimonio di tutti e non solo di chi ha la possibilità di recarsi fisicamente in luoghi lontani; il prezzo da pagare è però l’accettazione implicita che queste informazioni portino con sé una dose più o meno elevata di distorsione, di polarizzazione, che non può non riflettere i valori di chi le diffonde e, in una certa misura, della società in cui esse vengono veicolate.
Quanto avvenuto con la Guerra nei Balcani o l’invasione dell’Iraq del 2003 o dell’Afghanistan esemplificano bene quanto detto poc’anzi : le opinioni pubbliche dei paesi che hanno aderito o meno a questi avvenimenti hanno maturato la propria posizione grazie alla massiccia dose di informazioni fornite dai Mass Media messe in atto nelle rispettive Nazioni.
Ciò introduce una definizione particolare di Geopolitica messa in luce,tra gli altri, da Joanne Sharpe che va sotto il nome di “Popular Geopolitics” ovvero l’effetto che i discorsi prodotti dalle Elite dominanti producono sulle persone comuni attraverso l’uso che le prime fanno dei mezzi di comunicazione di massa, di cui dispongono, per influenzare le seconde.
Sharpe afferma che i discorsi “Formali” o “Pratici” di stampo Geopolitico altro non sono che le ricadute a livello alto o basso delle decisioni prese dalle Elite dominanti ed è perciò importante non tanto l’analisi di questi stessi discorsi ma delle cause e degli effetti che questi discorsi creano nella realtà.
In Italia, la parzialità o meno della rappresentazione mediatica “mainstream” rispecchia l'atteggiamento della politica del paese, dell'opinione pubblica, delle necessità dettate dalle alleanze, o è frutto di una misurata equidistanza?
Un recente studio dell'ISTAT ha messo in luce come la consistente maggior parte della popolazione italiana si rivolga quasi esclusivamente alla televisione per ottenere le informazioni riguardanti la sfera della politica nazionale quella internazionale.
Una scarsa percentuale legge i giornali quotidianamente e, di questi, molti fruiscono esclusivamente della “free press” (Leggo,City, ecc..) sbocciata negli ultimi anni.
Aggiungiamo inoltre che spesso la fruizione delle notizie è fugace, basata sui titoli più che sul reale contenuto, compressa dai tempi veloci della quotidianità. Nel caso della free press, diffusissima nelle grandi città, le notizie di politica estera non appaiono neanche o sono soffocate da servizi di gossip e di cronaca.
La radio ovviamente copre la quasi maggioranza della popolazione per cui possiamo dire che ogni giorno, ogni cittadino italiano è immerso in un “brodo informativo”, somministrato tramite un continuo “info mix”, ovvero l'equivalente del “marketing mix”, tradizionale strumento del Marketing pubblicitario.
La radio lancia la notizia, la TV la amplifica, la stampa la spiega, il giorno dopo ed internet. La approfondisce. Questa è la sequenza con cui i media gestiscono il flusso informativo.
Difficilmente, però, quella che gli statistici chiamerebbero “la maggioranza degli italiani”, verifica le fonti, la loro esattezza, il reale alternarsi degli eventi e della catena causa/effetto delle informazioni che riceve, a maggior ragione se vengono dall'estero o ad esso si riferiscono.
Dipingere l'Iran come “oggetto geopolitico” è quindi piuttosto semplice.
Ciò può avvenire quindi attraverso l'uso di metafore, ovvero “mezzi che trasformano il non familiare in qualcosa di consueto” (Dell'Agnese); vere e proprie “immagini mentali” vengono costruite tramite l'uso di semplici sillogismi (Ahmadinejad è un “nuovo Hitler” quindi il Nucleare Iraniano porta ad un nuovo Olocausto) o traduzioni distorte dal Farsi (“spazzare via Israele dalle mappe geografiche”) portano a costruire una immagine definita ed una sola dell'Oggetto Iran.
Volenti, o nolenti, quello che accade è che “una certa idea di Iran” viene veicolata attraverso i media e non altre.
Per dirla ancora con le parole di Dell'Agnese “Il centro della questione non è cercare di capire cosa sia vero e cosa sia falso, ma quello di comprendere il processo di costruzione” ed evitare di aderire a certi costrutti logici in maniera acritica.
La decostruzione dell'informazione tradizionale e la contemporanea ri-costruzione di un senso più ampio, tramite le molto più ricche fonti informative reperibili in rete, è un processo per cui può però accadere di comprendere la situazione come antitetica a quella diffusa dalla informazione mainstream o almeno ben più complessa e dall'esito ottimale non ben definito.
Come detto Internet permette l'approfondimento di qualsiasi argomento o quasi e basta infatti digitare “nuclear Iran” per ottenere 29.100.000 risultati: 29.100.000 modi di “farsi un'idea” di questo argomento.
L'ottenimento delle informazioni aggiuntive tramite la rete può avvenire però a patto di conoscere almeno un'altra lingua (preferibilmente l'inglese). Tutti o quasi i maggiori quotidiani mondiali hanno in rete una versione in lingua inglese del quotidiano stampato, con aggiornamenti frequenti e buona parte dei blog di giornalisti e ricercatori internazionali è in quella lingua. Inglese e internet sono ormai patrimonio di buona parte di giovani italiani nella fascia 13-30 ed in maniera minore anche in quella più ristretta 30-50 che però fruisce in modo più assiduo delle informazioni diffuse dalla carta stampata.
Fondamentale, nell'ambito della comunicazione, è l'opera di “gatekeeping” (letteralmente “portieraggio”), rappresentata dalla concentrazione della proprietà dei mezzi di informazione in pochi gruppi che determina quali delle tante notizie lanciate dalle agenzie ogni giorno meritino di essere diffuse e approfondite. Il Gatekeeper decide appunto a quale delle varie notizie aprire le porte dell'informazione verso il pubblico. Chiaramente il processo è guidato dai valori e dagli obiettivi di chi le diffonde e dalla necessità o meno che certe informazioni vengano diffuse.
Al contrario di quanto accade all'estero, dove la politica estera trova sempre un discreto spazio sulle pagine dei quotidiani, in Italia certi argomenti sono meno presenti ; un caso particolare è rappresentato da Limes che è l'unica rivista italiana esclusivamente dedicata alla geopolitica diffusa quasi capillarmente nelle edicole. Se si aggiunge poi che, come detto, i media tradizionali hanno proprietari certi, il cui coinvolgimento con il potere è evidente o presumibile, si può immaginare come le opinioni da essi veicolate non possano non essere influenzate dagli scopi del potere stesso. La molteplicità dei siti sull'argomento reperibili in rete, fatti salvi i siti ufficiali dei quotidiani esteri, rende invece difficile l'attribuzione della paternità dell'informazione e gli eventuali interessi che si celano dietro di essa.
Il “collages informativo” composto da porzioni di informazione prelevate da questo e da quel sito o blog e confermate tramite triangolazione (la verifica contemporanea di una informazione dubbia su più fonti:siti ufficiali, agenzie e quotidiani on-line, il sito in questione ed altri siti in rete) delinea una situazione del tutto nuova. Potremmo dire che aumentando e differenziando il numero delle fonti informative e diminuendo in esse la quota di condizionamento patente o latente esercitato dal potere di riferimento si arriva a “scrivere” la propria visione dell'argomento. Non è ovviamente possibile accedere a tutte le fonti disponibili sull'argomento ma la sola ricerca del termine “Iran”, o “guerra all'Iran” su un motore di ricerca rende bene l'idea di quanto sia popolato il dibattito sull'argomento lontano dalle telecamere o dalle prime pagine che invece propongono una sola immagine polarizzata.
Per molti versi infatti la diffusione di notizie riguardanti l'Iran si inscrive in quelle che la moderna strategia militare chiama “spy-ops” o “psychological warfare” ovvero operazioni di “conquista delle menti”. In assenza di una idea specifica su un argomento si presume che un cittadino sia più incline a sposare le idee ripetute più spesso e su più canali informativi meglio se ritenuti “autorevoli”. La ripetizione di clichè e stereotipi, poi, determina la plausibilità delle continue informazioni sul tema e le inscrive in un panorama cognitivo e simbolico che si rafforza ad ogni successiva nuova notizia. Questo processo viene definito “framing”
Ciò che viene “raccontato” diviene , per dirla con O'Thuathail, “l'unico reale possibile” e su questo vengono costruite le motivazioni che legittimano l'agire, se necessario anche con la forza. Se oltre a questo aggiungiamo che l'informazione “altra” da quella ufficiale viene bollata come “complottista” se non addirittura di appoggio o di matrice filo-terrorista, il quadro si completa con la demonizzazione non solo dell'avversario ma anche dei suoi difensori e alleati.
L'Oggetto geopolitico Iran è tornato sui giornali, tra le notizie di politica estera, dopo una lunga assenza. Negli anni '80 era genericamente, per gli italiani, il primo termine della guerra Iran-Iraq sebbene la sua visibilità fosse amplificata dalle notizie sullo Shah, la sua consorte Fara Dibah e le loro frequentazioni italiane.
I rapporti tra l'Italia e la Repubblica Islamica si mantennero buoni nonostante la presa del potere da parte di Khomeini nel '79 e d'altronde l'Eni ha sempre avuto, dal dopoguerra in poi, rapporti commerciali e di estrazione nel golfo persico, sia con l'Iraq che con l'Iran e la FIAT vi possedeva uno stabilimento fino agli anni 50.
Dal 2003 prima e, con più vigore, dal 2005 l'Iran è stato scelto come uno dei punti caldi (hot spot) della politica internazionale grazie anche al suo inserimento tra i paesi facenti parte dell'asse del male e presunto “stato canaglia” da parte dell'amministrazione Bush le cui tecniche sono state ben descritte nel saggio “Rogue State” di Claudio Minca (vedi Bibliografia).
La stampa italiana ha da allora in poi seguito frequentemente tutte le vicende legate a questo paese.
E' un tema che appare e scompare dalle prime pagine, passando per le pagine interne, proposto con un certo timing, nell'ambito della campagna di sensibilizzazione dell'opinione pubblica, ormai, mondiale, circa la presunta volontà di dotarsi di armi nucleari da parte di Teheran.
I commenti da parte degli attori della politica nazionale si inscrivono nell'ambito della fedeltà al Patto Atlantico (NATO) e sono pertanto concordi con quelle diffuse dai quotidiani occidentali. Secondariamente, per mantenere sottotraccia l'attenzione sull’argomento, vengono diffuse e commentate notizie di costume sulla società iraniana. Il tratto comune è la caratterizzazione negativa che si deduce da esse: l'Iran è l'ennesimo paese brutale e oscurantista che viola le libertà dei suoi cittadini e vuole imporre il suo potere su tutto il mondo.
Nelle immagini e nei racconti sull'Iran sono ben rappresentati tutti gli stereotipi ben descritti e tipizzati da Edward Said nel suo celebre saggio,”Orientalismo” quindi, generalmente, le donne vi vengono rappresentate velate ma orgogliosamente “contro” (ricordiamo anche il film a fumetti, ”Persepolis”), vengono enfatizzate le immagini di masse urlanti durante i discorsi dei leader politici e religiosi, le parate militari, servizi sul come i giovani iraniani non possano vivere le normali abitudini dei loro corrispettivi occidentali.
I quotidiani on-line nazionali riportano generalmente più notizie sull'argomento e su più giorni ma non esistono, come su alcuni quotidiani esteri, link a sezioni monotematiche sull'intera vicenda, segno questo già di per sé evidente sulla reale volontà di delineare un quadro chiaro in cui inscrivere una politica nazionale sull'argomento. Capita spesso, infatti, che informazioni errate vengano diffuse con enfasi ed in maniera capillare e pervasiva dai titoli dei giornali e dei TG salvo poi essere smentite o “precisate” giorni dopo nelle pagine interne o in trafiletti affogati in articoli di altro genere. E' questo un metodo che permette ai mezzi di informazione di poter mantenere la loro aurea di “correttezza” diffondendo però al contempo un'informazione distorta nel messaggio e nella modalità. In conclusione nella definizione dell'Oggetto Iran, quindi, entra in gioco sia ciò che viene menzionato esplicitamente sia quanto viene taciuto, concordemente con quella che viene definita “l'agenda” della politica estera delle principali potenze mondiali che formano la cosiddetta “Comunità internazionale”.
La retorica americana ha fatto largo uso dei media nei paesi arabi per ottenere l'appoggio delle opinioni pubbliche di quei paesi prima della guerra in Iraq,così come anche questo paese ed i suoi sostenitori hanno fatto per dipingere l'intervento americano come ingiusto ed immorale. Infatti, come Ó Tuathail and Dalby hanno già affermato :”... la Geopolitica satura la vita di ogni giorno di Stati e Nazioni. I luoghi della sua produzione sono multipli e pervasivi,sia in “alto” (come un memorandum di sicurezza nazionale) che in “basso” (come le pagine di un giornaletto popolare), sia “visuali” (come le immagini che muovono gli stati ad agire) che “discorsivi” (come i discorsi che giustificano le azioni militari)...”
I media sono perciò il veicolo fondamentale,in una società moderna, per trasmettere ed istituzionalizzare idee,immagini e propositi di stampo geopolitico. Il punto focale del testo citato è rappresentato dal concetto di “Language Engineering” ovvero dell'utilizzo del linguaggio e delle sue sfumature per veicolare concetti a proprio favore facendo leva su elementi già condivisi con l'uditorio o creandone di nuovi utilizzando espressioni accuratamente studiate dagli esperti del settore,i cosiddetti “spin doctors”.
In questo processo i media trasferiscono ed amplificano di questi concetti preconfezionati verso l'opinione pubblica che li rende propri e familiari ma in una maniera tale per cui, vista la continua produzione di nuovo lessico sui diversi argomenti da parte delle relative fonti, i giornalisti si ritrovano ad essere meri trascrittori di concetti anziché reporter di notizie.
Neologismi quali “guerra umanitaria”, “danni collaterali” o “missione di pace” hanno riempito pagine di giornali e sono diventati comuni nel lessico quotidiano ma attorno ad essi continuano a svolgersi aspri dibattiti non solo di carattere semantico ma anche di stampo politico e filosofico. Battezzati spesso come propaganda, svolgono il loro specifico ruolo nel permettere alle istituzioni che li creano e li propagano di dissimulare concetti complessi e di ardua trattazione in regimi di stampo democratico, con termini, o associazioni non aggressive di termini, che richiamino immagini legate ad una moralità giusta o perlomeno attenta ai valori umani.

In conclusione, prima di poter quindi valutare “la questione nucleare iraniana”, e tutte le sue ricadute, è necessario comprendere quanto di quel che conosciamo sull'argomento ci è stato “infuso” senza che se ne sia consapevoli.
L'accettazione acritica di certi giudizi può infatti portare ad una comprensione distorta da principi di ordine morale che sono in realtà l'ultima preoccupazione di chi decide realmente le sorti della politica internazionale.

Bibliografia:

  • Antonsich Marco , Critical Geopolitics:La Geopolitica Nel Discorso PostModerno 2000
  • Berger Peter & Luckmann Thomas, La realtà come costruzione sociale 1966
  • Autori Vari , Limes L’Iran tra maschera e volto 5/2005
  • Dell’Agnese Elena, Geografia Politica Critica 2006
  • O’ Tuathail Gearoid, Critical Geopolitics 1994
  • Minca Claudio , rogue State in Rivista Geografica Italiana 110 2003
  • Said Edward, Orientalismo 1978