Perchè Ordine e Progresso?

Il Blog prende il nome dal motto inscritto sulla bandiera del Brasile e mutuato da un'aforisma di Auguste Comte.
Questi, uno dei padri della Sociologia, era una convinto positivista, il che nel 1896 lo rendeva anche un progressista.
L'importante è , come infatti Comte mette al primo punto, che l'Amore sia sempre il principio cardine dell'Agire.


L'Amore per principio e l'Ordine per fondamento;il Progresso per fine

Auguste Comte ,1896
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lunedì 14 giugno 2021

NATO contro Godzilla.



Durante il vertice NATO in Cornovaglia del 13 e 14 Giugno, Joe Biden ha affermato che “ la democrazia è in gara con le autocrazie del mondo”. Gli ha fatto eco un po' tutta la nomenclatura europea a partire da Draghi che non solo ha ribadito la collocazione euroatlantica dell'Italia, ponendo così un freno alle sirene di Pechino, ma ha affermato che bisogna «essere pronti ad affrontare tutti coloro che non condividono i nostri stessi valori e il nostro attaccamento all'ordine internazionale basato sulle regole e sono una minaccia per le nostre democrazie».


Nel novero ricadono Russia, Cina, forse la Turchia e sullo sfondo, l'Iran.  Il 16 Giugno Biden vedrà Putin, al quale ha chiesto un incontro, dopo averlo peraltro definito un "killer" in un'intervista tv. L'affermazione iniziale del Presidente americano sembra quindi apparire come un' agitare la propria bandiera per galvanizzare le proprie truppe, prima di andare a discutere con il Nemico. Da parte sua, il Presidente russo ha rilasciato una pacata intervista alla televisione americana, cercando di controbilanciare la presenza mediatica di Biden.


Si arriva a questo summit in un clima da Redde Rationem, aizzato da accuse di cyber spionaggio, estorsione, hackeraggio e molti altri crimini informatici, oltre a quelle relative ai diritti degli oppositori politici in Russia, passando dal supporto all'Ucraina nella contesa sulla Crimea. Con i cinesi è guerra commerciale aperta, dal veto sui contratti a Huawei, ZTC e altri produttori tecnologici cinesi, alla contesa sugli stretti e le isole dei mari a sud della Cina continentale. Potremmo continuare oltre , ma il


quadro che va delineandosi sembra quello di una nuova separazione Est-Ovest, con il blocco Russo-Cinese a sostituire l'URSS. Se è così, il presidente americano va in Europa a ribadire che l'area è nella sua sfera di influenza e che il legame militare della NATO impedire più stretti rapporti economici tra l'Europa e il nuovo blocco.


Non è una tesi nuova: già Charles Kupchan in un libro del 2014, The geopolitical implications of TTIP, affermava che i rapporti economici, seppur più stretti, tra USA ed EU, non possono rappresentare l’unico legame tra le due sponde dell’atlantico. L’occidente deve mantenere intatta la sua deterrenza militare e gestire unitariamente le sfide geopolitiche e strategiche della nuova era1. Kupchan afferma che “la lunga corsa dell’egemonia materiale ed ideologica dell’occidente è arrivata alla fine”2 e che perfino due democrazie liberali come India e Brasile non hanno ancora scelto se allinearsi con l’Occidente o meno3. Ciò è sicuramente dovuto alla crescente quota di potere che, a livello internazionale, la globalizzazione ha trasferito dai paesi occidentali a quelli in via di sviluppo. Inoltre, sempre nell’interpretazione di Kupchan, l’occidente sta subendo le conseguenze della crisi economica (si parla di quella del 2008) anche a livello interno con la conseguente perdita di prestigio del modello occidentale nei confronti di altri modelli dirigisti o statalisti come nei casi russo o cinese. Kupchan ricorda come la fine della guerra fredda e la previsione di Fukuyama circa “la fine della Storia” abbia illuso molti sul fatto che progressivamente tutte le altre nazioni avrebbero abbracciato il modello liberale occidentale, integrandovisi4. La crisi politica negli USA, quella economica in EU e i successi del modello di capitalismo di stato cinese stanno sempre più creando un panorama nuovo. Kupchan rileva perciò la nascita di “versioni multiple della modernità in competizione tra loro nel mercato delle idee”5.


In occidente, la crisi economica ha anche portato con sé una diminuzione di attivismo verso l’estero ( in particolar modo in campo militare) e una richiesta da parte dell’opinione pubblica americana, di prestare più attenzioni alle questioni interne (come disoccupazione, servizi pubblici e infrastrutture) più che abbandonarsi a un continuo avventurismo in paesi lontani. Potrebbero essere segnali di una tendenza all'isolazionismo dell'opinione pubblica americana, già confusa sul ruolo della NATO dopo la fine dell'URSS. Sino ad oggi la pax americana si è potuta mantenere grazie alla capacità di Stati Uniti (e in maniera ridotta, dell’Europa) di fornire beni pubblici come l’equilibrio internazionale, la garanzia sull’apertura del commercio internazionale e della sua sicurezza, l'esistenza di mercati finanziari accessibili e mercati di consumatori benestanti.


Kupchan rileva come questi presupposti, nati con la fine della seconda guerra mondiale, non siano più validi. Per rivitalizzare l’occidente è necessario primariamente risollevarsi dalla crisi economica in atto dal 2008, (e a maggior ragione da quella creata dalla Pandemia, aggiungo io).In Usa ed Europa la classe media, fondamento delle democrazie liberali, si sta restringendo mentre aumentano le diseguaglianze di reddito tra i pochi miliardari e gli altri (il cosiddetto 99%). La disoccupazione giovanile, che cresce in tutta Europa, e la contemporanea crisi demografica, che rende la popolazione delle nazioni occidentali sempre più anziane, sono un problema di cui occuparsi subito. Europa e Stati Uniti, quindi, devono porsi l’obiettivo di riuscire a riportare lavoro e crescita in anche e soprattutto per rivitalizzare il modello politico liberale su cui esse si fondano insidiato da nuove forme di populismo e massimalismo6.


Gli ultimi 25 anni hanno visto la realizzazione di un sistema finanziario-industriale altamente integrato che permette ai grandi capitali finanziari di fluttuare da un circuito economico ad un altro, dalle obbligazioni statali alle borse valori, dai futures sulle merci a quelli sul petrolio in maniera pressoché immediata. Tutto ciò crea un ambiente nuovo su cui agire e permette a quei capitali di divenire una leva per influenzare nelle loro decisioni le nazioni in cui quei capitali si riversano. Quei capitali finanziano, ad esempio, la costruzione di condutture per il petrolio o per il gas che corrono attraverso diverse nazioni dal luogo di estrazione al mercato di utilizzo finale.


Pensiamo in primis al gasdotto North Stream 2, tra Russia e Germania, oggetto di tensioni diplomatiche tra quest'ultima e gli Stati Uniti. Inutile dire che queste infrastrutture creano legami geopolitici e sono oggetto di geopolitica dalla fase della loro ideazione fino alla loro realizzazione e messa in opera. Consideriamo poi i traffici commerciali su terra e via mare, che sono sviluppati come mai lo erano stati in precedenza. Le rotte commerciali che si dispiegano su tutti i mari hanno bisogno di una rete di sicurezza che impedisca loro di essere interrotte da guerre o pirateria. Questo viene garantito da un controllo internazionale sui punti nodali dei traffici come Suez, Malacca, Aden e il Mar Rosso o le coste sud dello Sri Lanka, controllo che è esercitato dalla marina americana e che vede la Cina solo parzialmente coinvolta, da cui la disputa sul Mare Cinese Meridionale. Anche qui il controllo delle linee commerciali è oggetto di geopolitica prova ne è, ad esempio, la fitta attività cinese per dotarsi di punti attracco e attraversamento alternativi al controllo americano come il porto di Gwadar in Pakistan o le trattative con la Thailandia per la realizzazione di un canale artificiale presso Kra che permetta di aggirare completamente Singapore e Malacca.


Che dire poi del sistema di produzione globalizzato che permette ad un prodotto ideato negli Stati Uniti di essere realizzato in Cina o in Vietnam per essere poi recapitato via mare ad un acquirente europeo? Quanto la geopolitica entra nelle considerazioni degli investitori internazionali per determinare la locazione di uno stabilimento o l'apertura di un nuovo mercato per loro prodotti? Non è certo materia di questo breve saggio, sviscerare completamente i rapporti che attraversano il sistema economico internazionale, ma è necessario chiarire che l'ambito geografico del termine geopolitica è attualmente solo in parte connotato da caratteristiche fisiche e lo è sempre più per via di elementi immateriali come gli scambi finanziari o il commercio elettronico. Si moltiplicano perciò gli ambiti in cui possono avvenire fatti geopolitici per cui si amplia la base sulla quale le teorie geopolitiche possono svilupparsi e mutare nei loro mezzi, se non nei loro fini.


Sebbene la conflittualità internazionale sia stata fino a 25 anni fa governata da considerazioni politiche e ideologiche, le guerre attuali sono prevalentemente combattute per il possesso e il controllo di beni economici vitali, di risorse necessarie per il funzionamento delle moderne società industriali e per la conquista di mercati di sbocco stabili e regolamentati. Non necessariamente il conflitto si espliciterà in forma armata ma sarà implicito nella stipula di trattati commerciali internazionali che vincoleranno le nazioni all'appartenenza a sistemi economici esclusivi, anche se potrebbero altresì essere oggetto di scontro i territori soggetti al transito delle linee energetiche e logistiche con conseguenti ripercussioni in termini politici, sociali ed economici.


Negli ultimi anni la proliferazione di accordi economici multi e bilaterali e la perdita di efficacia, forse temporanea, di WTO e ONU, sono stati causa ed effetto di un processo di progressiva regionalizzazione del sistema internazionale. NAFTA, EEU, APEC, MERCOSUR, CSTO, SCO o ASEAN sono solo alcuni esempi di raggruppamenti regionali i cui partecipanti si associano per perseguire un fine specifico, sia esso economico o di difesa, e secondo presupposti che possono o meno essere fondati su un'identità condivisa. Ciò avviene senza che però venga messo in discussione il principio di sovranità di ogni singolo partecipante. Gli accordi vengono stipulati dagli Stati, che pertanto mantengono un ruolo centrale nel sistema internazionale. L'Europa ha invece scelto una via di consolidamento delle nazioni partecipanti di tipo economico e, attraverso la NATO, anche militare. Il NAFTA, stipulato tra USA, Canada e Messico è rimasto al contrario un accordo di libero scambio di natura commerciale.


Barry Buzan fa notare come gli Stati Uniti abbiano adottato una strategia di tipo “swing power”, rendendosi contemporaneamente membri di tre macroregioni, Asia-Pacifico, Nord-Atlantico, Emisfero Occidentale 7. Attraverso accordi sovranazionali o la partecipazione a progetti regionali, gli USA impediscono il consolidamento delle regioni Asiatiche, europee e latino-americane e la crescita di potenze rivali 8. Russia e Cina sono già partner nell'alleanza militare denominata SCO in cui partecipano tutte le repubbliche centro asiatiche, e alla quale anche India e Pakistan aderiranno dal 2016. Inoltre Cina e Russia hanno stipulato diversi trattati economici bilaterali in campo energetico e logistico, partecipano sia alla banca dei BRICS che alla neonata AIIB e il loro interscambio commerciale è in forte crescita.


La Belt and Road Initiative (BRI) o “Nuova Via della Seta, vede nella Russia e nelle repubbliche centro-asiatiche, un corridoio ideale per recapitare le proprie merci direttamente in Europa, aggirando il più possibile il controllo americano sui mari. Considerando che il Brasile, India e Sudafrica partecipano anch'esse alle due banche di sviluppo, e hanno intensi rapporti commerciali denominati in yuan o rubli con Cina e Russia, ci sono gli elementi per ipotizzare un nuovo assetto bipolare? Oppure si tratta dell'inizio di un assetto multipolare, regionalizzato al quale prima o poi anche gli Stati Uniti dovranno partecipare? Oggi gli USA stanno cercando un nuovo posizionamento sulla scena globale, per mantenersi indispensabili in un ambiente in cui operano grandi potenze in forte crescita.


Sempre secondo Buzan, la persistenza degli Stati Uniti come superpotenza e la contemporanea crescita di nazioni come Russia, Cina, Brasile e India crea una configurazione delle relazioni internazionali di tipo 1+n Grandi Potenze9. Un nuovo “Patto delle Democrazie Liberali”, tutto interno alla NATO, ma pronto a inglobare un giorno chissà quali altre Nazioni, sulla scorta di chissà quale nuova minaccia o pericolo, possiede gli elementi per consolidare il ruolo di superpotenza nella formula di Buzan permettendo a Stati Uniti ed Europa di mantenere riservato a sé stesse l'area del mondo più ricca, difendendola dall'attacco delle merci, dei capitali e dalla geopolitica cinese e russa.



NOTE:


Charles Kupchan The geopolitical implications of TTIP, Transatlantic Academy Paper Series, Giugno 2014, p.2


 Ibidem


 Ibidem


 Ivi p.3


 Ibidem.


 Ivi p.4


 B.Buzan, Il Gioco delle Potenze, EGEA Università Bocconi, Milano,2008 p.156


 Ibidem.


 B.Buzan, Il Gioco delle Potenze, EGEA Università Bocconi, Milano, 2008 p.155


domenica 6 dicembre 2020

Onda su Onda,

 



In tutto il mondo è ormai in corso da mesi la cosiddetta seconda ondata della pandemia, con il suo corollario di misure di emergenza, divieti e chiusure. Sebbene l'economia finanziaria non ne sembri toccata, quella reale, fatta di negozi ed attività produttive, sta soffrendo enormemente. I tanto agognati vaccini sembrerebbero ormai pronti a tempo di record e, se saranno realmente efficaci, questo triste periodo potrebbe vedere la fine entro la metà del prossimo anno. O almeno così si spera. Nascosto dietro l'angolo, pronto a colpire non appena avremo finito di festeggiare il ritorno alla normalità sanitaria, c'è però un pericolo che possiamo solo intravvedere: l'assenza di ripresa economica se non una decisa recessione. Tutte le nazioni hanno intrapreso programmi di stimolo monetario fondato su un forte aumento del debito pubblico, per dare sostegno alle tante attività in crisi, ma è certo che dopo un anno in cui gli introiti saranno stati appena il 30% rispetto all'anno precedente, molte imprese saranno costrette a chiudere. Quelle che riusciranno a mantenersi attive, subiranno forti perdite, eventualmente incrementando la quota di crediti inesigibili, o incagliati, in mano a molte banche. Queste ultime sono già alle prese con i postumi mai smaltiti della crisi del 2008 e con tassi reali negativi, che vanno ad erodere i loro margini di profitto. Meno margini significa poter disporre di meno capitale da poter impiegare nel credito ( le regole dettate dalla normativa Basilea 3, impongono di mantenere un'elevata quota di capitale a riserva per cautelarsi contro rischi di insolvenza), portando la situazione ad avvitarsi su sè stessa. Per quanto tempo, poi, gli Stati potranno continuare a mantenere debiti pubblici ben oltre il 100% (L'italia, entrata nella pandemia con il 143% di debito si stima ne uscirà con il 170%) senza far ricorso a tagli del welfare o all'aumento delle tasse? Se la base imponibile di ogni nazione si restringe a causa dell'assenza di reddito di larghe fasce di popolazione, queste tasse si riverserebbero su quella fascia, sempre più esigua, che ancora percepisce un reddito, portandola verosimilmente ad una contrazione delle spese. Nel frattempo, i miliardari globali continuano ad aumentare la propria ricchezza e nulla pare in grado di portare il dibattito pubblico ad orientarsi verso un aumento di tassazione a loro carico e ad un riequilibrio fiscale. Le società vedono aprirsi sempre più il divario tra il ceto più ricco e quello più povero, con un brusco assottigliarsi della classe media, il blocco sociale su cui storicamente si fondano le democrazie occidentali. Finita la pandemia, saremo in grado di trovare un vaccino alla deriva oligarchica intrapresa da molte società nel mondo? E' ora di iniziare a pensarci.

lunedì 19 ottobre 2020

30anni e non sentirli.

 


Il Nagorno-Karabakh (NK) è una sperduta regione del caucaso meridionale, ad ovest del mar Caspio, ed è contesa da 30 anni tra Armenia, paese senza accesso al mare e Cristiana e Azerbaijan affacciato sul Mar Caspio e Sciita. E' un caso curioso anche in politica internazionale in quanto emette francobolli e monete come un qualsiasi stato ma non è riconosciuto se non dall'Armenia, della quale è un'enclave nel territorio azero. La storia della rivalità è secolare, ma riemerge oggi, come altre sulla rotta dei gasdotti e petrodotti che dal caucaso, dalla Turchia,dall'Iran, dal'Azerbaijan partono e passano. Anche qui, come in Siria, si scontrano Russia, Turchia, Israele, emirati e Iran, con lealtà e accordi che altrove non funzionerebbero. L'Azerbaijian ha dalla sua Erdogan, Tel Aviv, e in maniera defilata e accorta, l'Iran, l'Armenia conta sulla sua ampia ed influente diaspora e sulla Russia, dalla quale acquista la magior parte del proprio armamento, così come l'Azerbaijian. Israele è interessata ai gasdotti che le arrivano dall'Azerbaijan e che non sono molto distanti dal NK. Siamo di nuovo di fronte a un puzzle geopolitico, dove gli interessi delle Nazioni sono posti al massimo interesse, travalicando anche la coerenza religiosa o politica. Se pare corretto che gli ortodossi russi parteggino per i cristiani armeni, che dei sunniti turchi e degli ebrei isrealiani spalleggino degli sciiti turcofoni confonde. Il punto è che quando si parla di rotte energetiche, si sta trattando della più pura lotta per la sopravvivenza delle Nazioni e nell'aree caucasica e mediterraneo-orientale, la quantità di giacimenti e gasdotti esistente e in realizzazione, è tale da scatenare lotte violente. Un'altra guerra in quell'area è inoltre è un buon modo per coinvolgere Mosca su un altro fronte e porla nelle condizioni di dover tornare a mediare tra Erevan e Baku, delle quali vorrebbe continuare ad essere buona amica. Potrebbe uscirne proponendo un referendum per l'autodeterminazione del NK, che probabilmente sceglierebbe l'Armenia (se non sè stesso), ponendo fine ad un secolo di lotte in un territorio in cui il 98% degli abitanti è di etnia armena, formalmente parte dell'Azeirbaijan ma autoproclamatosi indipendente dal 1988 con l'aiuto dell'Armenia, paese di cui usa moneta e lingua. I russi hanno fatto così per la Crimea e possono ripetersi. Erdogan non è d'accordo e lo ha già detto. Non c'è niente da fare, quello con Putin è proprio un rapporto tormentato.

 

Immagine:https://it.wikipedia.org/wiki/Nagorno_Karabakh#/media/File:Location_Nagorno-Karabakh2.png

domenica 4 ottobre 2020

Cara, mi si è ristretta la crescita.


Arriva l'autunno e puntualmente, come prevista mesi fa, anche la “seconda ondata”. Francia, Inghilterra, Stati Uniti e Italia, segnalano un aumento dei contagi, sebbene con meno morti che a marzo. L'economia, già in debole ripresa, sta nuovamente scemando temendo la chiusura. Borse e materie prime crescono in USA e Cina, ma stentano in Europa. L'ultimo rapporto del Fondo Monetario Internazionale segnala che nessun paese occidentale avrà un PIL positivo nel 2020, salvo rimbalzare del 50% nel 2021. L'unica nazione a non entrare in recessione è la Cina, che manterrà un saldo positivo in entrambi gli anni e tornerà a crescere dell'8% nel 21. Come è possibile? I cinesi si sono rivolti al proprio mercato interno, riversandovi le merci invendute all'estero. Il Partito Comunista Cinese, nel suo piano quinquennale, ha previsto un forte impulso al mercato interno e al raggiungimento della sicurezza alimentare. Negli ultimi mesi gli acquisti di soia e grano hanno fatto crescere il mercato, avvantaggiando anche USA e Brasile. Il PCC ha posto al 6% la soglia per evitare problemi sociali dovuti alla disoccupazione e sta cercando di distribuire in maniera più omogene a tanto la produzione interna che la popolazione, incentivata a restare nelle campagne e nelle provincie. I dazi USA ridurranno lo scambio di tecnologie avanzate e i cinesi stanno aumentando la propria capacità nella produzione di semiconduttori e software. I primi anni 20 vedranno una decisa regionalizzazione degli scambi, con sfere di influenza e forse anche aree monetarie chiuse. In Europa e USA potrebbero tornare produzioni ora in Asia puntando anche a un aumento degli scambi atlantici. Il commercio internazionale è stato trasformato dalla pandemia, bloccando tanto le linee dell'export est-ovest che quelle atlantiche. Le catene di fornitura mondiali si sono trovate di colpo troncate e ora corrono ai ripari “accorciandosi”, con le aziende cinesi a farne le spese e quelle dell'est europa a guadagnarci. Gli USA hanno ridotto le leloro importazioni dalla Cina del 20% e in generale stanno sostituendo i prodotti cinesi con quelli nazionali, dove possibile. Tra qualche anno quel che oggi compriamo “Made in China” sarà “Made in USA”. Chissà.

Mediterraneo, Mare Nostrum ma di chi?

 


Le acque del Mediterraneo orientale, tra Grecia, Turchia e Cipro, si stanno affollando di navi da guerra di diversi paesi. Anche gli aeroporti militari dei tre paesi si stanno riempiendo di aerei da caccia provenienti da diverse nazioni. A sostegno della Grecia sono Francia, Egitto, Israele ,Emirati Arabi Uniti (EAU) e Cipro, e negli ultimi giorni sono giunte anche navi russe. Il motivo è noto: in una zona di mare contesa da Ankara e Atene, i turchi hanno cominciato esplorazioni per verificare la presenza di giacimenti di gas, già peraltro scoperti al largo delle coste turche, sia sul Mediterraneo che sul Mar Nero. La Turchia punta a divenire un esportatore autonomo di gas e punto di snodo di molti dei traffici dell'area, in arrivo da Iran, Russia e Azerbaijian.Il problema è che i giacimenti sottomarini non rispettano le linee di demarcazione tra le nazioni disegnate sulle mappe e alcuni di queste tagliano immensi depositi che interessano tutta l'area. I russi non vogliono perdere il loro predominio sulla fornitura di gas all' Europa e alla stessa Turchia, specialmente in un momento in cui le sorti del gasdotto NorthStream2 sono in stallo, l'Iran, così come gli EAU, vogliono tenere aperti i corridoi per poter, un giorno, dirottare i propri immensi possedimenti verso la ricca Europa (attraverso il Libano e la Siria), impedendo la concorrenza turca. Israele, che ha scoperto anni fa un enorme giacimento al largo delle sue coste (e di quelle di Gaza), spera di poterlo sfruttare con l'aiuto americano e francese, passando per la Grecia. Il presidente Macron è arrivato a dire che "la Turchia non è più un partner", mettendo ancora più in crisi una NATO che non riesce a prendere posizione sulla vicenda. La guerra del gas interessa anche Italia e Germania: la prima è già punto di approdo di gasdotti in partenza da Algeria e Libia ed è al centro del progetto TAP, che parte dall'Azerbaijian e attraversa Turchia e Albania, la seconda è interessata al corridoio che parte dalla Turchia, attraversa i Balcani e arriva in Baviera attraverso l'Austria. Entrambe quindi sono interessate a mantenere buoni rapporti con Erdogan, ma sono anche impegnate, specie l'Italia, nell'intricata vicenda libica, nella quale i turchi stanno giocando un ruolo a noi non favorevole.Nel suo libro "Lo scontro di Civiltà", Samuel Huntington immaginava una NATO senza Grecia nè Turchia, per motivi di "disunità culturale" in quanto di religione ortodossa la prima e musulmana la seconda, in antitesi ad una preminenza culturale cristiana delle altre Nazioni componenti l'alleanza.Se fosse ancora vivo, la sua opinione su quanto sta accadendo sarebbe molto interessante.

La calma durante la tempesta.

 


 L'economia mondiale sta cercando di ritrovare spunti di normalità in questo periodo di emergenza sanitaria ma i segnali sono contrastanti. Se da un lato i dati sui contagi nel mondo trattengono l'economia reale dal ritornare a crescere come nei mesi antecedenti i lockdown, dall'altro le borse sono tornate al livello di marzo, con una ascesa di quasi il 40%. Il cielo non è però del tutto sereno nel mondo della finanza e a testimoniarlo è il prezzo dell'oro che ha raggiunto il massimo storico, avvicinandosi ai 2000 $ per oncia. Sembra quindi che gli operatori finanziari stiano affrontando simultaneamente due scommesse tra loro opposte: acquistare azioni per prepararsi ad un ritorno alla normalità e puntare sull'oro come copertura in caso lo scenario peggiori decisamente sino alla recessione globale. L'oro è da sempre un bene rifugio in contesti di incertezza economica o geopolitica ed in questo periodo, in cui entrambe sono ben presenti, ne risente positivamente. L'enorme massa di denaro creata dalle banche centrali crea infatti le condizioni per bassi tassi d'interesse che spingono ad indebitarsi per acquistare azioni ma, al contempo, genera timori di iper-inflazione che portano ad acquistare oro per proteggersi. Dal punto di vista geopolitico, i toni accesi tra Cina ed USA aprono scenari da guerra fredda e chiusura del mercato globale. Sembra quindi di trovarsi nel centro di un tornado dove, notoriamente, regna la calma mentre tutt'attorno è pioggia, vento e devastazione. In attesa quindi dell'autunno, che si annuncia difficile a causa della crisi dell'economia reale, che lascia presagire fallimenti, chiusure, riduzione di budget e licenziamenti, chi può specula mentre altri crecano di recuperare le perdite subite durante il picco di febbraio-marzo. Nel frattempo si attende di capire se i fondi stanziati da Bruxelles arriveranno in tempo, e in misura sufficiente, a frenare il crollo del PIL in tutta l'area europea ma il Presidente cinese Xi Jin Ping ha già detto chiaramente che per i prossimi anni sarà il mercato interno cinese al centro degli interessi di Pechino, ponendo dubbi sulla continuazione della globalizzazione e questo non giova alle economie del vecchio continente, molto, forse troppo, orientate all'export. L'inizio del terzo decennio del nuovo secolo si preannuncia tormentato come quello del secolo scorso.

domenica 10 maggio 2020

Cosa resterà di questi 80 giorni.


Il 18 Maggio,saranno passati 80 giorni dall'inizio del lockdown italiano,anche se nazioni europee hanno chiuso tutto per qualche giorno in meno. Senza dubbio,oltre alle conseguenze sanitarie,sono state quelle economiche a creare il maggior danno. Se non si verificherà una seconda chiusura,le prime svaniranno col tempo ma le seconde resteranno con noi,portando con sè cambiamenti rilevanti alle nostre vite. Negli anni abbiamo vissuto altre situazioni critiche come la crisi del 2008 o l'ondata di terrorismo dal 2011 in poi,ma mentre la seconda è svanita senza quasi lasciar tracce visibili nelle nostre società (fatta eccezione per i controlli aeroportuali),la prima ha influito fortemente sul tessuto sociale di molte nazioni. Nei discorsi quotidiani non si ha più traccia delle paure suscitate dagli attentati,ma la caduta dell'economia dovuta alla crisi dei subprime ha indotto migliaia di aziende alla chiusura e ridotto di decine di punti l'occupazione in tutta Europa,creando situazioni di precarietà e nuove povertà. Allo stesso modo,quando tra qualche mese lo sgomento portato dai numeri del contagio e dei morti dovuti al virus si sarà affievolito,le difficoltà economiche da esso create saranno ancora lì. Le analisi economiche prevedono ristrutturazioni e chiusure in comparti come l'automotive,l'industria aeronautica,la ristorazione e il turismo. Si prevede una forte spinta all'automazione nelle fabbriche e la digitalizzazione di interi settori economici. Ciò porterà con sè la richiesta di nuove figure professionali specializzate e l'espulsione dal mondo del lavoro di persone con poca formazione. E' anche vero che l'allerta per la rottura delle catene di fornitura globali,riporterà in Europa e America diverse aziende ora localizzate in Asia,con un possibile aumento di posti di lavoro,ma ci vorrà tempo. Intanto,ovunque, tutti i bilanci pubblici sono stati stravolti dalle risorse richieste per contrastare gli effetti della pandemia e,ovunque,il rapporto tra debito e PIL è aumentato di decine di punti,essendo aumentato il primo e diminuito il secondo. Ci aspetta una decrescita che,forse,non sarà del tutto felice.


L'età dell'oro



L'Ordine Internazionale sta cambiando, di giorno in giorno, inesorabilmente, davanti ai nostri occhi.
Nazioni prima considerate del secondo o terzo mondo, come Russia, Cina o India, competono con Europa e USA per l'egemonia mondiale. La prima delle due, è in preda alle convulsioni generate dalle rivolte interne francesi, dalla secessione inglese, dal “ribellismo” italiano e dal nazionalismo delle Nazioni dell'est. La seconda ha deciso di cambiare tutte le regole, e di stracciare quelle che non possono esserlo in maniera a lei favorevole. America First è il motto del Presidente Trump, e si staglia su ogni azione della sua amministrazione. Tutto questo, però, porta con sé una serie di ricadute che investono la natura delle società. I segni di un passaggio di stato nell'Ordine Internazionale ci sono tutti, come fa notare Richard Haas su Foreign Policy del gennaio 2019 1.

Il sistema internazionale non è così “inevitabile” come una certa narrativa lo dipingeva appena due anni fa. Anzi, è in continuo mutamento ed è per questo che sono necessari aggiustamenti al sistema di regole che governano il mondo dalla fine della II Guerra Mondiale prima, e della Guerra Fredda poi. Anche se alcune tensioni, come quella coreana, sembrano stemperarsi, altre si stagliano già all'orizzonte, come una crisi sino-americana o russo-europea. Senza contare il calderone sempre acceso del medioriente.

Il sistema in cui attualmente viviamo è solo in seconda battuta figlio della seconda guerra mondiale. Dopo quel tragico evento nacquero la CECA, primo embrione dell'attuale UE, la NATO, la Banca Mondiale, Il Fondo Mondiale Internazionale e il GATT, che diverrà in seguito WTO e la trasformazione della Società delle Nazioni in ONU.
Questi organismi sovranazionali hanno rappresentato il quadro giuridico, militare, politico ed economico al quale le Nazioni, e quindi le politiche nazionali, hanno dovuto conformarsi in questi 70 anni.

Il mondo, materiale e immaginario, in cui viviamo è però, in prima istanza, conseguenza di quanto avvenuto nei primi anni 70.
Il 15 Agosto del 1971, l'allora Presidente americano Nixon, annunciò che avrebbe “temporaneamente chiuso la finestra di convertibilità tra oro e dollaro” ponendo fine alla parità aurea di 35 $ per un oncia di oro, che era rimasta valida dagli accordi Bretton Woods in poi. Si dava il via alla fase inflazionaria del dollaro2 e alla sua diffusione planetaria. La cosiddetta “dollarizzazione dell'economia mondiale”

Il 21 Febbraio del 1972, lo stesso Nixon si recò in visita in Cina.
Detta così, oggi, sembra un'affermazione banale ma per il periodo fu un gesto epocale. Nel pieno della Guerra Fredda, il Presidente americano si recava in visita ufficiale nel più popoloso paese comunista, suo acerrimo nemico ideologico e militare. Gli accordi che ne scaturirono permisero alla Cina di uscire dall'abbraccio, troppo stretto, con l'URSS e agli Stati Uniti di dividere un blocco che, unito rappresentava i due terzi della massa terrestre.
I cinesi gradiscono perseguire accordi in cui ognuno degli attori raggiunga un proprio obiettivo, almeno subottimale. E' la strategia detta “win-win”.

Anche dal punto di vista economico, cinesi e americani si accordarono per ottenere un vantaggio reciproco. Il mercato statunitense. ed occidentale, si sarebbe aperto alle merci cinesi, se il Paese di Mezzo avesse poi reinvestito i capitali guadagnati, acquistando debito pubblico americano. A giugno del 2018 il debito acquistato da Pechino ammonta a 1200 miliardi di $3 ed è il maggiore tra i creditori degli USA.

Le ricadute per il mondo hanno iniziato a vedersi a partire dal 1978 e poi con maggior slancio dal 1992, con la nuova politica di Deng Xiao Ping, e il suo slogan: “arricchirsi è glorioso”. Il Socialismo con caratteristiche cinesi, immaginato da Deng, non disdegnava la crescita economica e quella industriale. Da allora, migliaia di aziende da tutto il mondo hanno realizzato propri impianti in Cina, realizzando quello che si chiama “off-shoring”, chiudendo contemporaneamente le fabbriche nei paesi d'origine.
Ciò è avvenuto soprattutto negli USA che, a partire dagli anni 90, hanno ridotto la produzione industriale ed aumentato le importazioni dall'estero, soprattutto dalla Cina. Contemporaneamente si è verificata la forte finanziarizzazione dell'economia americana e il progressivo aumento del deficit commerciale con Pechino.

E' soprattutto accaduto che milioni di aziende cinesi siano entrate nel mercato globale. Il mix tra basso costo del lavoro, trasferimento di tecnologia, popolazione con elevati tassi di educazione universitaria, politiche dirigiste e porti naturali noti da secoli, sia stato letale per molte aziende occidentali.
Per fare un esempio, la quasi totalità della produzione di articoli elettronici quali televisori, radio, videoregistratori, DVD è stata monopolizzata da aziende cinesi, dapprima con marchi europei o giapponesi, e quindi con quelli propriamente cinesi. Ad oggi non esistono più produzioni di rilievo in Europa ed anche molti marchi storici sono stati acquistati da fondi finanziari asiatici.

Molte altre produzioni, in special modo quelle con basso valore aggiunto o con lavorazioni largamente manuali, sono state spostate in Cina prima e nel resto dell'Asia, poi.
L'abbassamento generalizzato dei costi di produzione ha stimolato l'offerta, che si è riversata sui mercati mondiali grazie alla crescita esponenziale della logistica marittima. Le grandi navi portacontainer hanno iniziato a solcare i mari in maniera sempre più copiosa e le grandi catene di distribuzione, con i loro ipermercati, hanno portato il “modello di consumo” americano in tutto il mondo. E' stata quella che abbiamo chiamato per più di dieci anni, “globalizzazione”, ed ha cambiato molti dei paradigmi economici e politici del mondo uscito dalla fine della Guerra Fredda.

Se è vero che in Cina è nata una enorme classe media, e addirittura una vasta platea di miliardari, in quest'ultimo quarto di secolo, in tutto l'occidente, si è verificato un abbassamento dei salari ed un aumento della disoccupazione. Il vasto credito concesso nei primi anni 2000, ha finanziato molti acquisti altrimenti impossibili, come l'auto o la casa e l'impoverimento è stato solo in parte compensato dall'abbondanza di merci a basso costo provenienti da tutto il mondo, ed in particolare dalla Cina. E' veramente raro, ad oggi, trovare in casa un prodotto che non sia marchiato “made in china”, indipendentemente che sia un costoso televisore 50 pollici o un economico portachiavi.

Tutte le Nazioni occidentali, nessuna esclusa, hanno un disavanzo commerciale con il paese del Dragone, e non tutte hanno esportazioni o partecipazioni in aziende cinesi, sufficienti a contrastare il fenomeno della “cinesizzazione”.
L'apparizione dei BRICS sulla scena mondiale è coinciso con la prepotente crescita della finanza internazionale. Strumenti sempre più sofisticati sono stati il sostegno della globalizzazione in tutti gli anni 90 e lo sono tutt'ora. Sebbene le crisi si siano avvicendate, a cicli quasi regolari, in tutti decenni e con effetti sempre maggiori, la finanza resta il principale collante del sistema internazionale, che piaccia o meno.

Senza i flussi di capitali che quotidianamente si spostano da un continente all'altro, non potrebbero muoversi neanche le merci che con quei capitali vengono prodotte ed acquistate.
A seguito della crisi del 2008, e negli anni seguenti, di fronte al porto di Singapore si ammassarono centinaia di navi portacontainer vuote. Il Baltic Dry Index, l'indicatore che segnala il costo di affitto di tali navi, era sceso a livelli talmente bassi che diverse navi furono demolite, poichè il costo dello stallo in porto non sarebbe stato ripagato dall'eventuale nolo.

Come detto, nel '71 Nixon ha messo fine al “gold standard” americano e ciò ha permesso la creazione quasi infinita di massa monetaria che si è riversata in tutte le attività industriali, commerciali, di ricerca, di comunicazione. Da quel giorno in poi, il mondo ha iniziato a navigare in un mare di credito denominato in dollari.
Con il credito arriva, però, anche il debito.
L'enorme balzo in avanti delle telecomunicazioni mondiali, è avvenuto a scapito di centinaia di migliaia di investitori. Alcuni di loro hanno perso denaro durante la bolla delle aziende di telecomunicazioni, e la corsa alla posa dei cavi di interconnessione transoceanica e internazionale. Altri li hanno persi nella successiva bolla delle “dot com”, le aziende di internet che appena nate si quotavano in borsa, e raggiungevano quotazioni stellari.

Questo processo ha però permesso sovracapacità di connessione, con la conseguente riduzione dei costi, e un'ampia diffusione di internet tra la popolazione mondiale per la successiva, attuale fase, in cui la rete è parte integrante dell'economia reale di molte Nazioni. I magazzini di Amazon impiegano centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo, e l'indotto muove miliardi di dollari ogni anno.
L'alternarsi delle fasi di “boom and bust”, crescita e crollo, dell'economia mondiale è stato una costante degli ultimi decenni, a partire dal “lunedì nero” del 1987 sino al fallimento di Lehman Brothers nel 2008. Ognuna di esse ha portato ad un aumento del credito rilasciato dalle banche centrali mondiali, a nuove regole emesse dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (le famose regole di Basilea) , a nuove bolle e a nuove crisi.
Stiamo per raggiungere il punto di questa digressione, sebbene la premessa sia stata piuttosto elaborata.

Oggi tutte le materie prime vengono scambiate in dollari, così come la maggior parte delle transazioni economiche, monitorate attraverso il consorzio SWIFT, attraverso il quale devono obbligatoriamente passare4.
Il sistema finanziario internazionale è incardinato al dollaro e ne è suo ostaggio. Le sanzioni americane sono temute come le scomuniche della Chiesa del 1200, e si parla apertamente di “dollar weaponization”, un concetto che in italiano si potrebbe tradurre con “usare il dollaro come un'arma”. Le fluttuazioni della valuta americana sono decise dalla FED e dal Ministero del Tesoro, ma influenzano i destini di tutto il mondo. Il suo utilizzo negli scambi internazionali è condizionato alla volontà di un solo paese, gli USA, ed esserne esclusi porta all'isolamento internazionale. Inutile dire che ogni epoca ha avuto la sua moneta preminente, e che l'enorme diffusione del dollaro ha creato le condizioni per la nascita e la crescita del mercato internazionale, ma la fase attuale è ampiamente multipolare e necessita regole nuove.
Ed è un paradosso, se si pensa che questo momento storico è proprio un effetto dell'enorme crescita degli scambi internazionali, grazie a mercati regolamentati e finanziariamente resi stabili dalle transazioni in dollari.

Lo squilibrio attuale è l'effetto di quanto descritto nella premessa; dopo anni di off-shoring, il consumatore americano non ha più un lavoro per alimentare i propri consumi, o il proprio reddito non è sufficiente. L'impegno di Trump a riportare aziende sul suolo americano è legato alla perdita del tessuto industriale americano, che rende difficile riequilibrare le esportazioni e con esse la bilancia commerciale. Accordi in tal senso sono già stati imposti a Messico e Canada. Se poi si considera che nell'acquistare prodotti cinesi gli americani finanziano il proprio principale sfidante per l'egemonia mondiale, si comprende l'enfasi che il presidente americano mette nelle trattative sul commercio internazionale. Dall'altro lato dell'Atlantico, i consumatori europei lottano da anni con la disoccupazione, che è in media il doppio di quella americana, e vivono in Nazioni con tassi di crescita molto bassi, se comparati a quelli di molti grandi competitori esteri.

Le sollecitazioni all'Europa a “prendersi maggiori responsabilità” nel campo della difesa, che tradotto significa aumentare la propria contribuzione nella NATO, sono anch'esse una scelta legata alla riduzione del budget americano e a una ridefinizione delle priorità strategiche.
Le scelte politiche di Trump, tese a ridurre le spese americane ed aumentare le entrate, non sempre si conciliano con le decisioni della FED, che è propensa ad imboccare la strada del lento, ma costante, rialzo dei tassi di interesse. Ciò porta ad un apprezzamento del dollaro, che rende più difficili le esportazioni e convenienti le importazioni, un effetto che vanifica le scelte delle politiche presidenziali.

Come ben si comprende “l'esorbitante privilegio”, come lo definì De Gaulle, di poter essere al contempo utilizzatore ed emittente dell'unica valuta di riserva, porta con sé oneri e onori.
Anche gli USA si stanno rendendo conto che i primi stanno superando i secondi.
Molte Nazioni scambiano ogni giorno miliardi di dollari per acquistare prodotti energetici. Alcune di loro hanno creato programmi di “swap”, di scambio, di rispettive valute per acquistare i prodotti reciproci e aggirare l'egemonia del dollaro5. Per Nazioni come l'Iran, sotto sanzioni da più di 40 anni, vendere petrolio e gas in dollari è divenuto, nei fatti, impossibile. La Repubblica Islamica ha però in essere contratti miliardari con Russia e Cina in Rubli e Yuan e con altri paesi addirittura in oro.

La stessa Unione Europea, il più grande consumatore di energia del pianeta6, vuole mantenere i contratti nel settore energetico con l'Iran e sta predisponendo un veicolo finanziario in euro per aggirare le sanzioni americane. Il fondo sarebbe aperto ad altre Nazioni, e se si concretizzasse rappresenterebbe una modalità alternativa al pagamento in dollari.
L'Euro, per quanto contestato, è ormai la seconda valuta mondiale ed è pronto a sfidare il dollaro come moneta di riserva 7.

Anche i cinesi aspirano a rendere convertibile la loro valuta e così i russi. Questi ultimi hanno iniziato a vendere petrolio e gas in rubli attraverso contratti swap ed hanno ridotto a soli 15 miliardi di $ il loro portafoglio di titoli americani8. Ciò è in linea con le attese russe di potersi attendere di essere espulsi dal sistema di pagamenti internazionali SWIFT, che non solo impedirebbe di recuperare quei crediti, ma escluderebbe la Russia dal commercio internazionale9.
Russia, Cina, Europa, India e molti altri paesi stanno da tempo pensando ad un sistema di pagamenti internazionale fondato su un paniere di valute, con un sistema valutario regolato, indipendente dalle volontà politica di una singola Nazione.
Si avverte l'esigenza di uno strumento politicamente neutro per gestire le transazioni economiche.

Quello strumento esiste già ed è sempre stato presente negli ultimi 5000 anni circa.
Si chiama oro.
Nel 2021 saranno passati 50 anni dall'annuncio di Nixon, e l'idea che possa riaprirsi quella finestra che “temporaneamente” chiuse svelerebbe scenari totalmente nuovi.
E' da ritenersi impossibile l'ipotesi di un ritorno ad un Gold Standard, almeno negli scambi internazionali?

Negli ultimi 15 anni la crescita del prezzo dell'oro è stata esponenziale, arrivando a toccare i 1800 $ nel 2012. E' ancora considerato moneta sonante in tutto il medioriente, in cui la finanza islamica lo usa attivamente nelle proprie transazioni, in Asia ed anche la Russia lo valuta un ottimo investimento10.

Il più grande produttore mondiale è la Cina, che però non lo commercia. Le stime sui lingotti di Pechino ufficiali si attestano sulle 1850 tonnellate, ma molti analisti stimano possano essere più del doppio. In questa particolare classifica sono primi gli Stati Uniti con 8130 tonnellate, seconda la Germania con 3370, terza l'Italia con 2450 poi la Francia con 243011.

Tutte le banche centrali hanno aumentato i propri possedimenti di oro fisico e il metallo giallo fa parte di panieri di investimento di grandi fondi ed è il collaterale di ETF e derivati. Una parte dell'oro di alcune Nazioni europee, è custodito a New York, presso la FED, e a Londra. In parte è la conseguenza della Guerra Fredda, per custodire l'oro europeo il più lontano possibile da Mosca, ma in qualche caso è servito da “garanzia” per prestiti particolarmente corposi. Negli ultimi anni è cominciato un movimento inverso, che ha riportato parte di quell'oro nei forzieri dei legittimi proprietari, e questo ha scatenato diverse illazioni. Nel mese di ottobre del 2018, l'Ungheria ha quasi decuplicato i propri possedimenti (31,5 tonnellate) seguendo quanto fatto negli anni precedenti da Polonia, Russia e Cina. Solo l'Inghilterra ha venduto quasi tutto il suo oro e per giunta ai prezzi più bassi del periodo, nel 2004.

Il problema principale dell'oro è al contempo la sua forza: la scarsità.
L'oro già estratto e raffinato, puro al 99% e vidimato è pari a 190000 tonnellate , se ne stima ne rimangano 54000 tonnellate12. Il valore totale di tutto l'oro estratto è , ai prezzi di dicembre 2018, pari a 7.1 triliardi di $.
Il valore totale dell'economia mondiale è stimato in 80 triliardi13; il rapporto è quindi di 11 volte. Ipoteticamente, quindi, il prezzo dell'oro dovrebbe aumentare di almeno quella cifra per assorbire l'intero valore dell'economia globale . Senza contare il valore attuale dei beni già esistenti.

Inoltre, l'economia mondiale è in larga parte è formata da strumenti finanziari fondati sul debito. Senza contare gli investimenti detti “a leva”, fatti cioè moltiplicando per un certo multiplo l'investimento iniziale (ma anche le perdite, nel caso contrario). L'oro non è moltiplicabile e, vista l'esigua quantità con la quale aumentano le riserve mondiali, è altamente stabile. Non è certamente lo strumento ideale per un mondo in cerca di continua crescita, ma può esserlo se l'obiettivo è la stabilità del sistema internazionale degli scambi, ma con regole nuove.

Sarà forse necessaria una cancellazione, magari un dimezzamento, del debito di tutte le Nazioni mondiali, per permettere all'oro di essere effettivamente un asset nel valutare le finanze nazionali. E' anche probabile che parte della “finanza creativa” che ha dominato il settore economico degli anni 2000, e che ha già portato alla crisi del 2008, dovrà aver fine. Un mondo in cui torni un “nuovo Gold Standard” sarà fondato sulla produzione di valore reale e sul suo scambio per un certo controvalore di metallo (con adeguati strumenti economici). La finitezza dell'oro e la sua tangibilità, lo rendono poco utilizzabile per prodotti altamente speculativi con rendimenti a doppia cifra. Già ora, nell'ambito della finanza islamica, i prestiti in oro non pagano interesse, e prestatore e contraente si impegnano in una partecipazione paritetica nell'investimento.

Questa ovviamente non è che una suggestione, ma quell'annuncio di Nixon e quel suo riferimento alla temporaneità dell'intervento lasciano aperti diversi interrogativi. Gli accordi internazionali hanno spesso durate predefinite, e queste sono di solito multipli di 5 anni sino ad arrivare a 100.
50 anni è un anniversario evocativo, e se si presenta in un periodo di tempeste valutarie, borse in discesa, tassi di interesse in crescita, bilanci nazionali che scricchiolano, tensioni geopolitiche, pensare che abbia una parte in tutto ciò non è irrealistico.

Così come 50 anni fa, cinesi e americani si trovano nella condizione di poter raggiungere un accordo win-win giocando, come allora, una partita di ping pong tra dazi e tariffe, svalutazioni e tassi di interesse.
Gli USA vogliono partecipare al ricco mercato cinese delle importazioni ma non vogliono subire le importazioni spinte dalle svalutazioni artificiali dello yuan. I cinesi vogliono continuare a mantenere aperto il commercio internazionale e , possibilmente, riprendersi parte di quei 1,2 trilioni di dollari che hanno prestato a Washington. Il tutto sull'orlo di un confronto militare diretto nel Mar Cinese Meridionale, o per procura, in Korea.

Anche oggi, come allora, a Pechino siede un “Grande Timoniere”, eletto a vita, e a Washington un Repubblicano, sebbene atipico e forse “antipatico” almeno quanto Nixon.
Anche oggi la Russia ha un ruolo di primo piano su tutti gli scenari mondiali, ed è straordinariamente vicina a Pechino su molti fronti.
L'Europa è in tutt'altre faccende affaccendata.
Le condizioni per un accodo epocale ci sono tutte.


Uno starnuto ci seppellirà


La settimana scorsa l'OMS ha dichiarato ufficialmente lo stato di pandemia per il virus COVID-19 ed ormai tutte le nazioni hanno preso gli stessi provvedimenti attuati da Cina ed Italia, ovvero chiudere le frontiere e obbligare i propri cittadini a non uscire di casa.

L'economia sta soffrendo molto e la settimana scorsa le borse mondiali sono arrivate a perdere più del 20% del proprio valore, ma a Milano si è arrivati al 30%, con una caduta del 17% in una sola seduta. Tutte le classi di investimento, azioni, obbligazioni societarie, petrolio e addirittura l'oro, hanno perso notevolmente valore, portando l'economia mondiale verso la strada della recessione. Le azioni intraprese per limitare l'espansione del contagio stanno fermando sia la produzione quanto i consumi e tutte le nazioni vedranno il proprio PIL ridursi nell'anno in corso. La domanda che tutti si pongono ora è: quando potremo dire che l'epidemia è finita o perlomeno sotto controllo?

Arriverà il momento in cui, nell'impossibilità di poter dire che l'epidemia è finita, si dovrà permettere un ritorno alla normalità e accettare una certa percentuale di rischio. Nel frattempo, quante attività commerciali ed industriali avranno chiuso i battenti per assenza di ricavi, pur in presenza di costi (bollette, personale, ammortamenti, ecc)? Quante persone avranno perso il lavoro o i propri risparmi, nella caduta senza fine dei corsi economici? E' necessario, ora, decidere quale sarà il limite di questa situazione e quando potremo dire di essere tornati, più o meno, alla normalità. Immaginare di chiudere in casa l'intera popolazione mondiale per tutto l'anno non è una scelta razionale e, d'altronde, in un mondo orientato alla produzione e al consumo, vorrebbe dire distruggere le società così come le conosciamo. Sebbene per anni ci sia stato detto che l'economia si stava digitalizzando, ciò è vero solo in parte e beni fisici e alimentari devono essere prodotti e distribuiti; la loro assenza dai nostri scaffali è compatibile solo con una futura, permanente, fase di stagnazione con conseguente riduzione di salari e consumi. “Casa dolce casa” si, ma non per sempre.


domenica 16 febbraio 2020

il canarino è morto.





Spesso ci si riferisce a un avvenimento come al classico canarino che si portava in miniera per capire se vi erano fughe di gas. La sua morte segnava il momento di risalire in fretta. Il caso è il virus “cinese”, il canarino è morto insieme a 1000 persone, e il commercio internazionale scappa in ordine sparso. Come prevedibile, le misure di profilassi messe in atto da tutti i governi, hanno provocato un rallentamento degli scambi e messo in luce almeno tre debolezze cinesi e non. La prima è di ordine igienico, in quanto per la terza volta la Cina è il focolare di un virus potenzialmente pandemico. Ciò a causa del suo vetusto sistema di conservazione e macellazione degli animali che nulla ha a che vedere con il sistema di profilassi europeo. E' ora che i cinesi rivedano i loro protocolli zoosanitari. La seconda debolezza è di ordine infrastrutturale; al netto dei ritardi nell'affrontare il caso, non scordiamoci che parliamo di una provincia che ha lo stesso numero di abitanti dell'Italia. In un'area di 56 milioni di abitanti, si è dovuti ricorrere alla costruzione di un ospedale nuovo per diecimila infetti. Forse la sanità è sottodimensionata per un paese che vuole crescere sano e dominare il mondo. Ed infine la terza debolezza, quella della globalizzazione nel suo insieme, che manda in crash le borse mondiali per “un raffreddore” in un paese di un miliardo e mezzo di persone. Se oggi si ferma la Cina, si ferma il 30% del commercio mondiale, quasi tutto con USA ed UE. Il caso “Corona-virus” è il canarino, l'allarme, che potrebbe portare le aziende europee e americane a ripensare la propria lista di fornitori, e non potendo più fidarsi di catene così “lunghe”, a ri-orientare le proprie scelte verso la periferia europea o Latino Americana. E' un faro acceso su un sistema, quello cinese, ancora molto vasto e non innervato dei mille controlli e disciplinari a cui è sottoposto un produttore alimentare italiano o europeo. E' una sponda a un rinnovamento del legame economico e degli scambi transatlantici e, non a caso, si torna a parlare di TTIP. E' una risposta all'annosa domanda: ma le mollette da bucato le dobbiamo proprio far fare a Shenzen?

Allacciare le cinture, forti turbolenze in vista.




L’epidemia scoppiata in Cina, a causa di un virus che ricorda la famigerata SARS, rischia di essere il detonatore di una nuova crisi economica globale. La preoccupazione per il diffondersi del virus, infatti, ha già provocato un rallentamento delle borse mondiali e le misure di prevenzione messe in atto da alcuni governi potrebbero incidere sull’esportazione di alcune categorie di prodotti cinesi e sulle attività economiche in generale. L’Europa potrebbe subire i maggiori contraccolpi da questa situazione, poiché la Cina rappresenta una grande quota del suo export ma anche a causa dell’impossibilità di commerciare con la Russia e perché sottoposta alla politica dei dazi intrapresa da Trump. Il mancato sviluppo di un forte mercato intraeuropeo rischia di aggravare il rallentamento di tutte le economie continentali, in una fase di deflazione conclamata e di tassi negativi. La pressione posta sull'Europa dalle sanzioni di Trump, impegnato a riequilibrare la bilancia commerciale americana dopo aver raggiunto un accordo con i cinesi, fa parte di una strategia di lungo periodo che mira a rafforzare l'industria americana a scapito di tutte le altre. L'unione europea si sta rivelando sempre più una mera alleanza a geometria variabile, in cui le nazioni cercano di massimizzare i propri benefici , siano essi geopolitici (come in Libia o nei confronti dell'iran) o economici. A parte l’euro, non sembra più esserci alcun collante, considerate anche le recenti spallate francesi alla NATO e la prossima Brexit. Anche i miliardi promessi dalla Von der Leyen per il “Green new Deal” non saranno ripartiti equamente ma si riverseranno maggiormente nel nord e nell'est Europa, delineando un nuovo trasferimento di risorse dai paesi debitori a quelli creditori. Nel frattempo l'oro è al suo massimo storico nei confronti dell'euro, testimoniando una forte fuga di capitali europei, e il petrolio non cresce dai minimi del decennio, segnalando la debolezza della domanda di aziende e consumatori. La situazione rischia di avvitarsi su sé stessa portando a nuove riduzioni di spesa e a disinvestimenti in vista di nuovi scossoni. Nulla pare poter ridurre le turbolenze, è ora di allacciare le cinture e prepararsi per un atterraggio accidentato.


domenica 8 dicembre 2019

Decrescita Made in China


Le esportazioni cinesi nel mondo sono ancora diminuite a novembre, aumentando le preoccupazioni per gli effetti della guerra commerciale tra le due nazioni. Quello di novembre è il quarto calo consecutivo e le esportazioni verso gli Stati Uniti sono diminuite del 23%, il peggior risultato del genere da febbraio e il dodicesimo calo mensile consecutivo.Un altro giro di tariffe statunitensi sulle merci cinesi è previsto domenica prossima, come parte della disputa commerciale in corso.Venerdì, il consigliere economico della Casa Bianca ha dichiarato che la scadenza del 15 dicembre - per imporre un nuovo giro di tariffe su circa $ 156 miliardi di esportazioni cinesi - è ancora in vigore. Cina e USA stanno negoziando un potenziale accordo volto a ridurre la controversia commerciale, ma finora non sono riusciti a concordare i dettagli. Anche l'Europa è vittima di questa situazione, subendo gli effetti dei dazi USA sui propri prodotti e il contemporaneo rallentamento dell'export della Germania. Gli economisti affermano che, anche se le trattative volte ad evitare i nuovi compiti americani avessero successo, molti acquirenti statunitensi avranno già trovato fornitori alternativi. Il presidente Trump ha detto che i colloqui commerciali "stanno andando avanti", ma la Cina afferma che le tariffe esistenti devono essere eliminate come parte di qualsiasi accordo. La guerra commerciale in atto da quasi 2 anni ha aumentato i rischi di una recessione globale. I responsabili politici cinesi potrebbero cercare ulteriori misure di stimolo dopo che la crescita dell'economia si è raffreddata a minimi di quasi 30 anni, con un tasso di crescita inferiore al 7%. Nel frattempo, le importazioni cinesi sono aumentate inaspettatamente dello 0,3% a novembre rispetto all'anno precedente, segnando la prima crescita annuale da aprile. Ciononostante, il surplus commerciale della Cina con il resto del mondo è diminuito, sebbene valga ancora $ 38 miliardi al mese. Saranno Pechino e Washington a decidere se la nostra decrescita sarà felice.

Ultima fermata Teheran


Sabato 14 un attacco portato da droni ha danneggiato due grandi impianti petroliferi sauditi. Il Segretario di Stato USA, Pompeo, ha subito accusato l'Iran, sebbene sia giunta immediata la rivendicazione pa parte delle guerriglie Huthi dello Yemen.
La situazione è complessa e molti attori partecipano agli avvenimenti in corso in quell'area. L'attacco è giunto alla vigilia delle elezioni israeliane e a due giorni dal licenziamento del consigliere Bolton, fieramente anti Iran, da parte del presidente americano.
Aggiungiamo che a giugno erano state colpite due petroliere al largo di Hormuz e una rappresaglia americana è stata fermata da Trump in persona, che al recente vertice del G7 in Francia ha partecpato anche il ministro degli esteri iraniano Zarif e che nei giorni scorsi Trump si è detto pronto ad aprire il dialogo con l'Iran, offrendo una linea di credito di 15 miliardi. Tutti questi fatti sono strettamente connessi tra loro. Bolton era fautore della linea dura con l'Iran con lo scopo di arrivare ad un cambio di regime in quel paese, o addirittura ad una guerra, ma Trump è contrario. Egli sa che sarebbe un evento catastrofico, senza alcuna certezza di vittoria. Vi è una lotta strenua nell'amministrazione tra il Presidente e alcune figure di spicco della burocrazia nominata negli anni precedenti, che spinge per una guerra all'Iran. Bolton rappresentava quest'ultima ed era appoggiato sia dai sauditi che dal Premier israeliano Nethanyau. Senza voler essere complottisti, è da notare come ogni volta che Trump fa un passo verso l'Iran, qualcosa accade per riportare la tensione tra i due Stati. Bisogna aggiungere che l'Iran è il primo fornitore di petrolio alla Cina e che la Russia ha con esso stretti legami economici e militari. Una guerra chiamerebbe in causa direttamente entrambi i paesi e sarebbe una catastrofe. L'Europa cerca di far da paciere ma ogni giorno accade qualcosa che annulla gli sforzi verso un accordo. Oggi è il petrolio a scorrere, preghiamo perchè domani non sia il sangue.

venerdì 29 marzo 2019

Marco Polo riparte per la Cina.

La visita del presidente cinese Xi Jinping si è appena conclusa e ha portato alla firma di accordi di collaborazione su molti temi, principalmente di natura economica. Il memorandum firmato a Roma non è vincolante per le due Nazioni ma rappresenta la cornice entro la quale scrivere i trattati bilaterali che verranno firmati nei prossimi 5 anni. I timori di una colonizzazione cinese dell'Italia sono esagerati ma gli accordi già stipulati da altre Nazioni, nell'ambito dell'iniziativa detta "nuova via della seta", devono essere studiati per non incorrere negli stessi errori. Sri Lanka, Pakistan, Gibuti e Montenegro hanno pagato cara la leggerezza con la quale hanno accettato i finanziamenti cinesi per le loro infrastrutture, e alcune di esse sono divenute legalmente di proprietà cinese. Durante il suo viaggio in Europa, il presidente Xi ha incontrato anche Macron e Merkel, e anche in questo caso gli accordi economici sono stati l'argomento del dialogo, con la differenza che Francia e Germania intrattengono da anni fruttuosi rapporti commerciali con la Cina. L'interscambio commerciale franco-cinese è di 167 Mld, quello tedesco è di 170, quello italiano tocca i 50 Mld. Il nuovo governo considera auspicabile un ampliamento di tale interscambio e la visita in Cina del settembre 2018 ha visto la partecipazione di diversi imprenditori italiani. Gli USA si sono detti preoccupati che gli accordi economici possano divenire di ordine geopolitico, ma è una prospettiva al momento remota. La resa incondizionata dell'Italia firmata a Cassibile nel '43, la lega agli USA in maniera molto stretta e l'ampia presenza militare americana nel Belpaese ne è la prova. Certo è che la perdita di centralità degli USA negli assetti internazionali è ormai un fatto e qualunque vuoto viene riempito dalle potenze mondiali e regionali. La stabilità globale deve essere continuamente costruita; oggi questo onere è in carico alla Cina, ma è ancora l'Europa a restare al centro del mondo. E Pechino lo sa.

domenica 17 marzo 2019

La diplomazia del tubo.



Quello che all'apparenza potrebbe sembrare un titolo ironico, è invece il motivo per cui l'Italia, e non solo, si è spesa molto per la Conferenza di Palermo sulla Libia del 12 e 13 Novembre 2018. Alla sua chiusura, il Presidente Conte l'ha definita una "non vittoria" ma sapeva di dire una mezza bugia. E' stata infatti una mezza vittoria poichè vi hanno partecipato Al Sarraj, presidente del governo provvisorio libico, il suo potente avversario Haftar, l'inviato dell'ONU Salamì, l'egiziano Al Sisi, il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, il primo ministro russo Medvedev, il greco Tzipras e i rappresentanti di Qatar e Turchia. E' stata la prima volta in cui tutti i principali attori della vicenda libica si sono riuniti sotto lo stesso tetto, tutti tranne tre: Macron, la Merkel e la May. Per il primo è stata una sconfitta cocente. La Francia infatti sostiene Haftar e, dopo aver rovesciato Gheddafi, ha provato più volte a fare della Libia un proprio protettorato, non certo per motivi umanitari. Quel paese, si sa, è ricco di petrolio e gas ma è da sempre legato all'Italia, con la quale è appunto connesso da un metanodotto che, grazie ad ENI e SAIPEM, porta milioni di metri cubi di gas alle raffinerie siciliane. La Francia ha un doppio obiettivo: chiudere quel "tubo" per indebolire la posizione dell'Italia quale snodo energetico d'Europa e impadronirsi dei giacimenti libici per farli gestire alla sua partecipata, la Total. Anche i tedeschi sono interessati ad indebolire l'Italia per lo stesso motivo, i Russi cercano di ostacolare la posizione francese e gli USA quella sia tedesca che francese. Il gioco libico è molto complesso ed anche Turchia, Qatar ed Egitto vi partecipano per lo stesso motivo: l'accesso o meno al ricco mercato europeo dei flussi energetici africani e mediorientali. Il gas, a differenza del petrolio, necessita di accordi di lunga durata ed è oggetto di rapporti geopolitici non sempre cristallini e palesi. I tubi, quando si hanno, è meglio tenerseli.

La Cina è vicina (?)


Il dibattito sul TAV in Valsusa è più caldo che mai ma non è il solo che riguardi le vie del commercio internazionale che interessano l'Italia. Il 22 marzo il presidente Xi Jinping, visiterà per la prima volta la penisola per incontri ai massimi livelli, da Mattarella al premier Conte. Centro della visita sarà l'adesione del nostro paese alla nuova "Via della Seta" (BRI), che la Cina sta realizzando dal 2013, per connettere Asia, Europa e Africa e affiancare la globalizzazione a guida americana. Gli USA temono che questa venga in realtà sostituita dall'iniziativa cinese e chiedono al nostro paese di desistere. La Cina si propone di unire con nuove linee ferroviarie e marittime, 60 paesi aggregando il 35% del PIL e il 60% della popolazione mondiale. L'Italia è uno snodo importante e potrebbe divenire il punto di approdo per le merci europee verso la Cina e viceversa. I cinesi sono interessati al porto di Trieste, ma non solo, e alla possibilità di raggiungere i mercati europei, con tre giorni di anticipo rispetto a Rotterdam. Anni fa si interessarono a Gioia Tauro, ma lungaggini burocratiche, e l'ostracismo di parte della politica locale, vanificarono l'accordo. Si rivolsero quindi ai greci acquistando il 67% del porto del Pireo, facendone lo snodo principale per l'import-export con l'Europa. Ora ci riprovano e gli americani sono preoccupati che un'iniziativa commerciale possa trasformarsi in un cavallo di Troia che porti a futuri accordi politici. Il fallito tentativo di accordo transatlantico, il TTIP, era un tentativo di anticipare e scongiurare questa eventualità, in un momento storico in cui l'influenza USA nel mondo è declinante. La "NATO Economica" doveva affiancare quella militare per mantenere l'Europa nell'orbita americana. La BRI potrebbe invece portare un giorno l'Europa nella SCO, l'alleanza militare a guida russo-cinese. Se nel 1492 la scoperta dell'America generò l'eclissi dell'Italia; la riscoperta della Cina porterà invece a un nuovo Rinascimento?

domenica 16 dicembre 2018

L'età dell'oro.



L'Ordine Internazionale sta cambiando, di giorno in giorno, davanti ai nostri occhi.
Nazioni prima considerate del secondo o terzo mondo, come Russia, Cina o India, competono con Europa e USA per l'egemonia mondiale. La prima delle due, è in preda alle convulsioni generate dalle rivolte interne francesi, dalla secessione inglese, dal “ribellismo” italiano e dal nazionalismo delle Nazioni dell'est. La seconda ha deciso di cambiare tutte le regole, e di stracciare quelle che non possono esserlo in maniera a lei favorevole. America First è il motto del Presidente Trump, e si staglia su ogni azione della sua amministrazione. Tutto questo, però, porta con sé una serie di ricadute che investono la natura delle società. I segni di un passaggio di stato nell'Ordine Internazionale ci sono tutti, come fa notare Richard Haas su Foreign Policy del gennaio 2019 1.

Il sistema internazionale non è così “inevitabile” come una certa narrativa lo dipingeva appena due anni fa. Anzi, è in continuo mutamento ed è per questo che sono necessari aggiustamenti al sistema di regole che governano il mondo dalla fine della II Guerra Mondiale prima, e della Guerra Fredda poi. Anche se alcune tensioni, come quella coreana, sembrano stemperarsi, altre si stagliano già all'orizzonte, come una crisi sino-americana o russo-europea. Senza contare il calderone sempre acceso del medioriente.

Il sistema in cui attualmente viviamo è solo in seconda battuta figlio della seconda guerra mondiale. Dopo quel tragico evento nacquero la CECA, primo embrione dell'attuale UE, la NATO, la Banca Mondiale, Il Fondo Mondiale Internazionale e il GATT, che diverrà in seguito WTO e la trasformazione della Società delle Nazioni in ONU.
Questi organismi sovranazionali hanno rappresentato il quadro giuridico, militare, politico ed economico al quale le Nazioni, e quindi le politiche nazionali, hanno dovuto conformarsi in questi 70 anni.

Il mondo, materiale e immaginario, in cui viviamo è però, in prima istanza, conseguenza di quanto avvenuto nei primi anni 70.
Il 15 Agosto del 1971, l'allora Presidente americano Nixon, annunciò che avrebbe “temporaneamente chiuso la finestra di convertibilità tra oro e dollaro” ponendo fine alla parità aurea di 35 $ per un oncia di oro, che era rimasta valida dagli accordi Bretton Woods in poi. Si dava il via alla fase inflazionaria del dollaro2 e alla sua diffusione planetaria. La cosiddetta “dollarizzazione dell'economia mondiale”

Il 21 Febbraio del 1972, lo stesso Nixon si recò in visita in Cina.
Detta così, oggi, sembra un'affermazione banale ma per il periodo fu un gesto epocale. Nel pieno della Guerra Fredda, il Presidente americano si recava in visita ufficiale nel più popoloso paese comunista, suo acerrimo nemico ideologico e militare. Gli accordi che ne scaturirono permisero alla Cina di uscire dall'abbraccio, troppo stretto, con l'URSS e agli Stati Uniti di dividere un blocco che, unito rappresentava i due terzi della massa terrestre.
I cinesi gradiscono perseguire accordi in cui ognuno degli attori raggiunga un proprio obiettivo, almeno subottimale. E' la strategia detta “win-win”.

Anche dal punto di vista economico, cinesi e americani si accordarono per ottenere un vantaggio reciproco. Il mercato statunitense. ed occidentale, si sarebbe aperto alle merci cinesi, se il Paese di Mezzo avesse poi reinvestito i capitali guadagnati, acquistando debito pubblico americano. A giugno del 2018 il debito acquistato da Pechino ammonta a 1200 miliardi di $3 ed è il maggiore tra i creditori degli USA.

Le ricadute per il mondo hanno iniziato a vedersi a partire dal 1978 e poi con maggior slancio dal 1992, con la nuova politica di Deng Xiao Ping, e il suo slogan: “arricchirsi è glorioso”. Il Socialismo con caratteristiche cinesi, immaginato da Deng, non disdegnava la crescita economica e quella industriale. Da allora, migliaia di aziende da tutto il mondo hanno realizzato propri impianti in Cina, realizzando quello che si chiama “off-shoring”, chiudendo contemporaneamente le fabbriche nei paesi d'origine.
Ciò è avvenuto soprattutto negli USA che, a partire dagli anni 90, hanno ridotto la produzione industriale ed aumentato le importazioni dall'estero, soprattutto dalla Cina. Contemporaneamente si è verificata la forte finanziarizzazione dell'economia americana e il progressivo aumento del deficit commerciale con Pechino.

E' soprattutto accaduto che milioni di aziende cinesi siano entrate nel mercato globale. Il mix tra basso costo del lavoro, trasferimento di tecnologia, popolazione con elevati tassi di educazione universitaria, politiche dirigiste e porti naturali noti da secoli, sia stato letale per molte aziende occidentali.
Per fare un esempio, la quasi totalità della produzione di articoli elettronici quali televisori, radio, videoregistratori, DVD è stata monopolizzata da aziende cinesi, dapprima con marchi europei o giapponesi, e quindi con quelli propriamente cinesi. Ad oggi non esistono più produzioni di rilievo in Europa ed anche molti marchi storici sono stati acquistati da fondi finanziari asiatici.

Molte altre produzioni, in special modo quelle con basso valore aggiunto o con lavorazioni largamente manuali, sono state spostate in Cina prima e nel resto dell'Asia, poi.
L'abbassamento generalizzato dei costi di produzione ha stimolato l'offerta, che si è riversata sui mercati mondiali grazie alla crescita esponenziale della logistica marittima. Le grandi navi portacontainer hanno iniziato a solcare i mari in maniera sempre più copiosa e le grandi catene di distribuzione, con i loro ipermercati, hanno portato il “modello di consumo” americano in tutto il mondo. E' stata quella che abbiamo chiamato per più di dieci anni, “globalizzazione”, ed ha cambiato molti dei paradigmi economici e politici del mondo uscito dalla fine della Guerra Fredda.

Se è vero che in Cina è nata una enorme classe media, e addirittura una vasta platea di miliardari, in quest'ultimo quarto di secolo, in tutto l'occidente, si è verificato un abbassamento dei salari ed un aumento della disoccupazione. Il vasto credito concesso nei primi anni 2000, ha finanziato molti acquisti altrimenti impossibili, come l'auto o la casa e l'impoverimento è stato solo in parte compensato dall'abbondanza di merci a basso costo provenienti da tutto il mondo, ed in particolare dalla Cina. E' veramente raro, ad oggi, trovare in casa un prodotto che non sia marchiato “made in china”, indipendentemente che sia un costoso televisore 50 pollici o un economico portachiavi.

Tutte le Nazioni occidentali, nessuna esclusa, hanno un disavanzo commerciale con il paese del Dragone, e non tutte hanno esportazioni o partecipazioni in aziende cinesi, sufficienti a contrastare il fenomeno della “cinesizzazione”.
L'apparizione dei BRICS sulla scena mondiale è coinciso con la prepotente crescita della finanza internazionale. Strumenti sempre più sofisticati sono stati il sostegno della globalizzazione in tutti gli anni 90 e lo sono tutt'ora. Sebbene le crisi si siano avvicendate, a cicli quasi regolari, in tutti decenni e con effetti sempre maggiori, la finanza resta il principale collante del sistema internazionale, che piaccia o meno.

Senza i flussi di capitali che quotidianamente si spostano da un continente all'altro, non potrebbero muoversi neanche le merci che con quei capitali vengono prodotte ed acquistate.
A seguito della crisi del 2008, e negli anni seguenti, di fronte al porto di Singapore si ammassarono centinaia di navi portacontainer vuote. Il Baltic Dry Index, l'indicatore che segnala il costo di affitto di tali navi, era sceso a livelli talmente bassi che diverse navi furono demolite, poichè il costo dello stallo in porto non sarebbe stato ripagato dall'eventuale nolo.

Come detto, nel '71 Nixon ha messo fine al “gold standard” americano e ciò ha permesso la creazione quasi infinita di massa monetaria che si è riversata in tutte le attività industriali, commerciali, di ricerca, di comunicazione. Da quel giorno in poi, il mondo ha iniziato a navigare in un mare di credito denominato in dollari.
Con il credito arriva, però, anche il debito.
L'enorme balzo in avanti delle telecomunicazioni mondiali, è avvenuto a scapito di centinaia di migliaia di investitori. Alcuni di loro hanno perso denaro durante la bolla delle aziende di telecomunicazioni, e la corsa alla posa dei cavi di interconnessione transoceanica e internazionale. Altri li hanno persi nella successiva bolla delle “dot com”, le aziende di internet che appena nate si quotavano in borsa, e raggiungevano quotazioni stellari.

Questo processo ha però permesso sovracapacità di connessione, con la conseguente riduzione dei costi, e un'ampia diffusione di internet tra la popolazione mondiale per la successiva, attuale fase, in cui la rete è parte integrante dell'economia reale di molte Nazioni. I magazzini di Amazon impiegano centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo, e l'indotto muove miliardi di dollari ogni anno.
L'alternarsi delle fasi di “boom and bust”, crescita e crollo, dell'economia mondiale è stato una costante degli ultimi decenni, a partire dal “lunedì nero” del 1987 sino al fallimento di Lehman Brothers nel 2008. Ognuna di esse ha portato ad un aumento del credito rilasciato dalle banche centrali mondiali, a nuove regole emesse dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (le famose regole di Basilea) , a nuove bolle e a nuove crisi.
Stiamo per raggiungere il punto di questa digressione, sebbene la premessa sia stata piuttosto elaborata.

Oggi tutte le materie prime vengono scambiate in dollari, così come la maggior parte delle transazioni economiche, monitorate attraverso il consorzio SWIFT, attraverso il quale devono obbligatoriamente passare4.
Il sistema finanziario internazionale è incardinato al dollaro e ne è suo ostaggio. Si parla apertamente di “dollar weaponization”, un concetto che in italiano si potrebbe tradurre con “usare il dollaro come un'arma”. Le fluttuazioni della valuta americana sono decise dalla FED e dal Ministero del Tesoro, ma influenzano i destini di tutto il mondo. Il suo utilizzo negli scambi internazionali è condizionato alla volontà di un solo paese, gli USA, ed esserne esclusi porta all'isolamento internazionale. Inutile dire che ogni epoca ha avuto la sua moneta preminente, e che l'enorme diffusione del dollaro ha creato le condizioni per la nascita e la crescita del mercato internazionale, ma la fase attuale è ampiamente multipolare e necessita regole nuove.
Ed è un paradosso, se si pensa che questo momento storico è proprio un effetto dell'enorme crescita degli scambi internazionali, grazie a mercati regolamentati e finanziariamente resi stabili dalle transazioni in dollari.

Lo squilibrio attuale è l'effetto di quanto descritto nella premessa; dopo anni di off-shoring, il consumatore americano non ha più un lavoro per alimentare i propri consumi, o il proprio reddito non è sufficiente. L'impegno di Trump a riportare aziende sul suolo americano è legato alla perdita del tessuto industriale americano, che rende difficile riequilibrare le esportazioni e con esse la bilancia commerciale. Accordi in tal senso sono già stati imposti a Messico e Canada. Se poi si considera che nell'acquistare prodotti cinesi gli americani finanziano il proprio principale sfidante per l'egemonia mondiale, si comprende l'enfasi che il presidente americano mette nelle trattative sul commercio internazionale. Dall'altro lato dell'Atlantico, i consumatori europei lottano da anni con la disoccupazione, che è in media il doppio di quella americana, e vivono in Nazioni con tassi di crescita molto bassi, se comparati a quelli di molti grandi competitori esteri.

Le sollecitazioni all'Europa a “prendersi maggiori responsabilità” nel campo della difesa, che tradotto significa aumentare la propria contribuzione nella NATO, sono anch'esse una scelta legata alla riduzione del budget americano e a una ridefinizione delle priorità strategiche.
Le scelte politiche di Trump, tese a ridurre le spese americane ed aumentare le entrate, non sempre si conciliano con le decisioni della FED, che è propensa ad imboccare la strada del lento, ma costante, rialzo dei tassi di interesse. Ciò porta ad un apprezzamento del dollaro, che rende più difficili le esportazioni e convenienti le importazioni, un effetto che vanifica le scelte delle politiche presidenziali.

Come ben si comprende “l'esorbitante privilegio”, come lo definì De Gaulle, di poter essere al contempo utilizzatore ed emittente dell'unica valuta di riserva, porta con sé oneri e onori.
Anche gli USA si stanno rendendo conto che i primi stanno superando i secondi.
Molte Nazioni scambiano ogni giorno miliardi di dollari per acquistare prodotti energetici. Alcune di loro hanno creato programmi di “swap”, di scambio, di rispettive valute per acquistare i prodotti reciproci e aggirare l'egemonia del dollaro5. Per Nazioni come l'Iran, sotto sanzioni da più di 40 anni, vendere petrolio e gas in dollari è divenuto, nei fatti, impossibile. La Repubblica Islamica ha però in essere contratti miliardari con Russia e Cina in Rubli e Yuan e con altri paesi addirittura in oro.

La stessa Unione Europea, il più grande consumatore di energia del pianeta6, vuole mantenere i contratti nel settore energetico con l'Iran e sta predisponendo un veicolo finanziario in euro per aggirare le sanzioni americane. Il fondo sarebbe aperto ad altre Nazioni, e se si concretizzasse rappresenterebbe una modalità alternativa al pagamento in dollari.
L'Euro, per quanto contestato, è ormai la seconda valuta mondiale ed è pronto a sfidare il dollaro come moneta di riserva 7.

Anche i cinesi aspirano a rendere convertibile la loro valuta e così i russi. Questi ultimi hanno iniziato a vendere petrolio e gas in rubli attraverso contratti swap ed hanno ridotto a soli 15 miliardi di $ il loro portafoglio di titoli americani8. Ciò è in linea con le attese russe di potersi attendere di essere espulsi dal sistema di pagamenti internazionali SWIFT, che non solo impedirebbe di recuperare quei crediti, ma escluderebbe la Russia dal commercio internazionale9.
Russia, Cina, Europa, India e molti altri paesi stanno da tempo pensando ad un sistema di pagamenti internazionale fondato su un paniere di valute, con un sistema valutario regolato, indipendente dalle volontà politica di una singola Nazione.
Si avverte l'esigenza di uno strumento politicamente neutro per gestire le transazioni economiche.

Quello strumento esiste già ed è sempre stato presente negli ultimi 5000 anni circa.
Si chiama oro.
Nel 2021 saranno passati 50 anni dall'annuncio di Nixon, e l'idea che possa riaprirsi quella finestra che “temporaneamente” chiuse svelerebbe scenari totalmente nuovi.
E' da ritenersi impossibile l'ipotesi di un ritorno ad un Gold Standard, almeno negli scambi internazionali?


Negli ultimi 15 anni la crescita del prezzo dell'oro è stata esponenziale, arrivando a toccare i 1800 $ nel 2012. E' ancora considerato moneta sonante in tutto il medioriente, in cui la finanza islamica lo usa attivamente nelle proprie transazioni, in Asia ed anche la Russia lo valuta un ottimo investimento10.

Il più grande produttore mondiale è la Cina, che però non lo commercia. Le stime sui lingotti di Pechino ufficiali si attestano sulle 1850 tonnellate, ma molti analisti stimano possano essere più del doppio. In questa particolare classifica sono primi gli Stati Uniti con 8130 tonnellate, seconda la Germania con 3370, terza l'Italia con 2450 poi la Francia con 243011.

Tutte le banche centrali hanno aumentato i propri possedimenti di oro fisico e il metallo giallo fa parte di panieri di investimento di grandi fondi ed è il collaterale di ETF e derivati. Una parte dell'oro di alcune Nazioni europee, è custodito a New York, presso la FED, e a Londra. In parte è la conseguenza della Guerra Fredda, per custodire l'oro europeo il più lontano possibile da Mosca, ma in qualche caso è servito da “garanzia” per prestiti particolarmente corposi. Negli ultimi anni è cominciato un movimento inverso, che ha riportato parte di quell'oro nei forzieri dei legittimi proprietari, e questo ha scatenato diverse illazioni. Nel mese di ottobre del 2018, l'Ungheria ha quasi decuplicato i propri possedimenti (31,5 tonnellate) seguendo quanto fatto negli anni precedenti da Polonia, Russia e Cina. Solo l'Inghilterra ha venduto quasi tutto il suo oro e per giunta ai prezzi più bassi del periodo, nel 2004.

Il problema principale dell'oro è al contempo la sua forza: la scarsità.
L'oro già estratto e raffinato, puro al 99% e vidimato è pari a 190000 tonnellate , se ne stima ne rimangano 54000 tonnellate12. Il valore totale di tutto l'oro estratto è , ai prezzi di dicembre 2018, pari a 7.1 triliardi di $.
Il valore totale dell'economia mondiale è stimato in 80 triliardi13; il rapporto è quindi di 11 volte. Ipoteticamente, quindi, il prezzo dell'oro dovrebbe aumentare di almeno quella cifra per assorbire l'intero valore dell'economia globale . Senza contare il valore attuale dei beni già esistenti.

Inoltre, l'economia mondiale è in larga parte è formata da strumenti finanziari fondati sul debito. Senza contare gli investimenti detti “a leva”, fatti cioè moltiplicando per un certo multiplo l'investimento iniziale (ma anche le perdite, nel caso contrario). L'oro non è moltiplicabile e, vista l'esigua quantità con la quale aumentano le riserve mondiali, è altamente stabile. Non è certamente lo strumento ideale per un mondo in cerca di continua crescita, ma può esserlo se l'obiettivo è la stabilità del sistema internazionale degli scambi, ma con regole nuove.

Sarà forse necessaria una cancellazione, magari un dimezzamento, del debito di tutte le Nazioni mondiali, per permettere all'oro di essere effettivamente un asset nel valutare le finanze nazionali. E' anche probabile che parte della “finanza creativa” che ha dominato il settore economico degli anni 2000, e che ha già portato alla crisi del 2008, dovrà aver fine. Un mondo in cui torni un “nuovo Gold Standard” sarà fondato sulla produzione di valore reale e sul suo scambio per un certo controvalore di metallo (con adeguati strumenti economici). La finitezza dell'oro e la sua tangibilità, lo rendono poco utilizzabile per prodotti altamente speculativi con rendimenti a doppia cifra. Già ora, nell'ambito della finanza islamica, i prestiti in oro non pagano interesse, e prestatore e contraente si impegnano in una partecipazione paritetica nell'investimento.



Questa ovviamente non è che una suggestione, ma quell'annuncio di Nixon e quel suo riferimento alla temporaneità dell'intervento lasciano aperti diversi interrogativi. Gli accordi internazionali hanno spesso durate predefinite, e queste sono di solito multipli di 5 anni sino ad arrivare a 100.
50 anni è un anniversario evocativo, e se si presenta in un periodo di tempeste valutarie, borse in discesa, tassi di interesse in crescita, bilanci nazionali che scricchiolano, tensioni geopolitiche, pensare che abbia una parte in tutto ciò non è irrealistico.

Così come 50 anni fa, cinesi e americani si trovano nella condizione di poter raggiungere un accordo win-win giocando, come allora, una partita di ping pong tra dazi e tariffe, svalutazioni e tassi di interesse.
Gli USA vogliono partecipare al ricco mercato cinese delle importazioni ma non vogliono subire le importazioni spinte dalle svalutazioni artificiali dello yuan. I cinesi vogliono continuare a mantenere aperto il commercio internazionale e , possibilmente, riprendersi parte di quei 1,2 trilioni di dollari che hanno prestato a Washington. Il tutto sull'orlo di un confronto militare diretto nel Mar Cinese Meridionale, o per procura, in Korea.

Anche oggi, come allora, a Pechino siede un “Grande Timoniere”, eletto a vita, e a Washington un Repubblicano, sebbene atipico e forse “antipatico” almeno quanto Nixon.
Anche oggi la Russia ha un ruolo di primo piano su tutti gli scenari mondiali, ed è straordinariamente vicina a Pechino su molti fronti.
L'Europa è in tutt'altre faccende affaccendata.
Le condizioni per un accodo epocale ci sono tutte.







1https://www.foreignaffairs.com/articles/2018-12-11/how-world-order-ends
2https://www.businessinsider.com/what-didnt-change-when-nixon-cut-the-gold-link-2011-7?IR=T
3https://www.bloomberg.com/news/articles/2018-06-15/china-s-holdings-of-u-s-treasuries-fell-5-8-billion-in-april
4https://www.swift.com/
5https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-01-15/la-bundesbank-acquista-yuan-che-sale-massimi-due-anni-115017.shtml?uuid=AEFj4niD
6https://temi.camera.it/leg17/temi/l_unione_dell_energia_e_la_lotta_ai_cambiamenti_climatici_
7https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-12-05/commissione-ue-denominare-euro-contratti-petrolio-e-gas-125721.shtml?uuid=AExMzWtG&fromSearch
8https://www.businessinsider.com/russia-sells-us-treasuries-debt-2018-7?IR=T
9https://www.cnbc.com/2018/05/23/russias-central-bank-governor-touts-moscow-alternative-to-swift-transfer-system-as-protection-from-us-sanctions.html
10https://www.gold.org/goldhub/research/relevance-gold-strategic-asset
11https://www.gold.org/goldhub/data/monthly-central-bank-statistics
12https://www.gold.org/goldhub/data/above-ground-stocks
13https://www.visualcapitalist.com/80-trillion-world-economy-one-chart/