Perchè Ordine e Progresso?

Il Blog prende il nome dal motto inscritto sulla bandiera del Brasile e mutuato da un'aforisma di Auguste Comte.
Questi, uno dei padri della Sociologia, era una convinto positivista, il che nel 1896 lo rendeva anche un progressista.
L'importante è , come infatti Comte mette al primo punto, che l'Amore sia sempre il principio cardine dell'Agire.


L'Amore per principio e l'Ordine per fondamento;il Progresso per fine

Auguste Comte ,1896
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domenica 7 novembre 2021

Non avrai altra GEOPOLITICA che NON SIA la mia!

 



In un’epoca di comunicazioni di massa come quella nata dai giornali dell’ottocento , proseguita con la radio e la televisione nel ventesimo secolo e giunta fino alla vasta diffusione di internet dei nostri giorni, tanti argomenti sono ormai patrimonio di tutti e non solo di chi ha la possibilità di recarsi fisicamente in luoghi lontani; il prezzo da pagare è però l’accettazione implicita che queste informazioni portino con sé una dose più o meno elevata di distorsione , di polarizzazione , che non può non riflettere i valori di chi le diffonde e , in una certa misura , della Società in cui esse vengono veicolate.

A partire dagli anni '90 si è andato progressivamente affermando un nuovo approccio alla geopolitica che prende le distanze nettamente dalla concezione classica di questa disciplina che vedeva nel Problem-solving la spinta principale alla concezione geografica del potere.La geopolitica critica , nasce negli anni novanta , con i primi lavori di Routledge , Dalby e O’Tuathail , come nuova prospettiva di indagine della geopolitica , nell’ambito del post-strutturalismo.

La Geopolitica CRITICA

La Critical Geopolitics , che può essere distinta nelle sue fondamentali prospettive dette “popular geopolitics” , “formal geopolitics” , “structural geopolitics” , e “practical geopolitics” , rivolge il suo sguardo al “come” vengano prodotti gli eventi geopolitici analizzando appunto le modalità attraverso le quali le forze in campo modificano o cercano di modificare le relazioni internazionali secondo i propri progetti e come questa operazione costituisca una “costruzione di senso” per i cittadini e gli stessi attori geopolitici.

Quanto avvenuto con la Guerra nei Balcani o l’invasione dell’Iraq del 2003 o dell’Afghanistan esemplificano bene quanto detto poc’anzi : le opinioni pubbliche dei paesi che hanno aderito o meno a questi avvenimenti hanno maturato la propria posizione grazie alla massiccia dose di informazioni fornite dai Mass Media messe in atto nelle rispettive Nazioni.

Ciò introduce una definizione particolare di Geopolitica messa in luce ,tra gli altri, da Joanne Sharpe che va sotto il nome di “Popular Geopolitics” ovvero l’effetto che i discorsi prodotti dalle Elite dominanti producono sulle persone comuni attraverso l’uso che le prime fanno dei mezzi di comunicazione di massa , di cui dispongono , per influenzare le seconde.

Sharpe afferma che i discorsi “Formali” o “Pratici” di stampo Geopolitico altro non sono che le ricadute a livello alto o basso delle decisioni prese dalle Elites dominanti ed è perciò importante non tanto l’analisi di questi stessi discorsi ma delle cause e degli effetti che questi discorsi creano nella realtà.

Autori come O Tuathail , Routledge o Dalby , per la scuola di stampo Anglosassone , focalizzano la loro attenzione sulle pratiche messe in atto dai detentori del potere per descrivere la realtà ad una opinione pubblica ormai divenuta anch’essa Globale oltre che agli altri attori sulla scena Mondiale.

Dalby , ad esempio , sostiene che il compito della Geopolitica Critica debba essere non solo l’analisi dei discorsi Geopolitici dominanti ma anche di quelli alternativi e che ad essi si contrappongono poiché entrambi concorrono alla formazione della realtà Sociale notando però che ogni discorso che si afferma sopprime necessariamente altri discorsi non necessariamente in virtù di una maggiore forza esplicativa o inattaccabilità logica ma , spesso , per la maggior forza con la quale vengono reiterati e sostenuti.

L’apporto di O Tuathail alla riflessione post-moderna di stampo Geopolitico è , tra gli altri , che l’analisi dei discorsi di questa natura debba essere fatta tenendo sempre a mente il quadro storico più ampio e le sue contingenze sociali e politiche. Egli inoltre afferma che sia necessario decostruire i discorsi Geopolitici dominanti che tendono surrettiziamente a tralasciare alcuni aspetti delle questioni in esame per metterne in luce altri più funzionali alle esigenze delle Elite dominanti e fare anzi della Critical Geopolitics “il” nuovo discorso Geopolitico dominante.

Centrali sono quindi la nozione di “discorso” già messa in luce dal francese Michel Focault , inteso come quell’insieme di pratiche che permettono la “produzione di senso” che rende “reale”quanto avviene ed in definitiva lo legittima e quella Gramsciana di “senso comune” prodotto dall’Egemonia che i poteri dominanti applicano culturalmente. Il concetto di potere espresso da Foucault è straordinariamente attuale : esso è prima di tutto un discorso , ovvero una proliferazione di discorsi, guidato verso una direzione di senso piuttosto che un altra.

Citando il famoso saggio di Berger e Luckmann , ”La Realtà come costruzione Sociale” possiamo affermare che “(…) nessun pensiero umano è immune dalle influenze ideologizzanti del proprio contesto sociale” e ciò è tanto più vero per quanto riguarda la conoscenza delle questioni inerenti “l’altro” , ciò che è “Straniero” , ciò che è diverso da Noi , argomenti , questi , centrali nei discorsi Geopolitici.

La parzialità o meno della rappresentazione mediatica “mainstream” rispecchia l'atteggiamento della politica del paese , dell'opinione pubblica , delle necessità dettate dalle alleanze , o è frutto di una misurata equidistanza?


LE FONTI INFORMATIVE


Un recente studio dell'ISTAT ha messo in luce come la consistente maggior parte della popolazione italiana si rivolga quasi esclusivamente alla televisione per ottenere le informazioni riguardanti la sfera della Politica Nazionale quella Internazionale. 

Una scarsa percentuale legge i giornali quotidianamente e , di questi , molti fruiscono esclusivamente della “free press” sbocciata negli ultimi anni.

Aggiungiamo inoltre che spesso la fruizione delle notizie è fugace , basata sui titoli più che sul reale contenuto , compressa dai tempi veloci della quotidianità. Nel caso della Free Press , diffusissima nelle grandi città , le notizie di politica estera non appaiono neanche o sono soffocate da servizi di gossip e di cronaca.

La radio ovviamente copre la quasi maggioranza della popolazione per cui possiamo dire che ogni giorno , ogni cittadino italiano è immerso in un “brodo informativo” , somministrato tramite un continuo “info mix” , ovvero l'equivalente del “marketing mix” , tradizionale strumento del Marketing pubblicitario. 

La radio lancia la notizia , la TV la amplifica , la stampa la spiega , il giorno dopo ed internet. La approfondisce. Questa è la sequenza con cui i media gestiscono il flusso informativo. 

Difficilmente , però , quella che gli statistici chiamerebbero “la maggioranza degli italiani” , verifica le fonti , la loro esattezza , il reale alternarsi degli eventi e della catena causa/effetto delle informazioni che riceve , a maggior ragione se vengono dall'estero o ad esso si riferiscono.


IL Gatekeeping INFORMATIVO

Fondamentale , nell'ambito della comunicazione , è l'opera di “gatekeeping” (letteralmente “portieraggio”), rappresentata dalla concentrazione della proprietà dei mezzi di informazione in pochi gruppi che determina quali delle tante notizie lanciate dalle agenzie ogni giorno meritino di essere diffuse e approfondite. Il Gatekeeper decide appunto a quale delle varie notizie aprire le porte dell'informazione verso il pubblico. Chiaramente il processo è guidato dai valori e dagli obiettivi di chi le diffonde e dalla necessità o meno che certe informazioni vengano diffuse.

Al contrario di quanto accade all'estero, dove la politica estera trova sempre un discreto spazio sulle pagine dei quotidiani, in Italia certi argomenti sono meno presenti ; un caso particolare è rappresentato da Limes che è l'unica rivista esclusivamente dedicata alla politica estera diffusa quasi capillarmente nelle edicole italiane . Se si aggiunge poi che , come detto , i media tradizionali hanno proprietari certi , il cui coinvolgimento con il potere è evidente o presumibile , si può immaginare come le opinioni da essi veicolate non possano non essere influenzate dagli scopi del potere stesso. La molteplicità dei siti sull'argomento reperibili in rete , fatti salvi i siti ufficiali dei quotidiani esteri , rende invece difficile l'attribuzione della paternità dell'informazione e gli eventuali interessi che si celano dietro di essa.

Il “collages informativo” composto da porzioni di informazione prelevate da questo e da quel sito o blog e confermate tramite triangolazione (la verifica contemporanea di una informazione dubbia su più fonti:siti ufficiali , agenzie e quotidiani on-line , il sito in questione ed altri siti in rete) delinea una situazione del tutto nuova. Potremmo dire che aumentando e differenziando il numero delle fonti informative e diminuendo in esse la quota di condizionamento patente o latente esercitato dal potere di riferimento si arriva a “scrivere” la propria visione dell'argomento. Non è ovviamente possibile accedere a tutte le fonti disponibili sull'argomento ma la sola ricerca del termine “Iran” , o “guerra all'Iran” su un motore di ricerca rende bene l'idea di quanto sia popolato il dibattito sull'argomento lontano dalle telecamere o dalle prime pagine che invece propongono una sola immagine polarizzata.


L'UNICO REALE POSSIBILE

Per molti versi infatti la diffusione di notizie geopolitiche si inscrive in quelle che la moderna strategia militare chiama “spy-ops” o “psychological warfare” ovvero operazioni di “conquista delle menti”:in assenza di una idea specifica su un argomento si presume che un cittadino sia più incline a sposare le idee ripetute più spesso e su più canali informativi meglio se ritenuti “autorevoli”. La ripetizione di clichè e stereotipi , poi , determina la plausibilità delle continue informazioni sul tema e le inscrive in un panorama cognitivo e simbolico che si rafforza ad ogni successiva nuova notizia.

Ciò che viene “raccontato” diviene , per dirla con O'Thuathail , “l'unico reale possibile” e su questo vengono costruite le motivazioni che legittimano l'agire , se necessario anche con la forza.

Se oltre a questo aggiungiamo che l'informazione “altra” da quella ufficiale viene bollata come “complottista” se non addirittura di appoggio o di matrice filo-terrorista , il quadro si completa con la demonizzazione non solo dell'avversario ma anche dei suoi difensori e alleati.

Infatti , come Ó Tuathail and Dalby (1998, 5) hanno già affermato :”... la Geopolitica satura la vita di ogni giorno di Stati e Nazioni. I luoghi della sua produzione sono multipli e pervasivi,sia in “alto” (come un memorandum di sicurezza nazionale) che in “basso” (come le pagine di un giornaletto popolare) , sia “visuali” (come le immagini che muovono gli stati ad agire) che “discorsivi” (come i discorsi che giustificano le azioni militari)...”

I media sono perciò il veicolo fondamentale,in una società moderna, per trasmettere ed istituzionalizzare idee,immagini e propositi di stampo Geopolitico.

La pubblicistica geopolitica è intrisa del concetto di “Language Engineering” ovvero dell'utilizzo del linguaggio e delle sue sfumature per veicolare concetti a proprio favore facendo leva su elementi già condivisi con l'uditorio o creandone di nuovi utilizzando espressioni accuratamente studiate dagli esperti del settore ,i cosiddetti “spin doctors”.

In questo processo i media trasferiscono ed amplificano di questi concetti preconfezionati verso l'opinione pubblica che li rende propri e familiari ma in una maniera tale per cui , vista la continua produzione di nuovo lessico sui diversi argomenti da parte delle relative fonti, i giornalisti si ritrovano ad essere meri trascrittori di concetti anziché reporter di notizie.

Neologismi quali “guerra umanitaria” , “danni collaterali” o “missione di pace” hanno riempito pagine di giornali e sono diventati comuni nel lessico quotidiano ma attorno ad essi continuano a svolgersi aspri dibattiti non solo di carattere semantico ma anche di stampo politico e filosofico. Battezzati spesso come propaganda , svolgono il loro specifico ruolo nel permettere alle istituzioni che li creano e li propagano di dissimulare concetti complessi e di ardua trattazione in regimi di stampo democratico, con termini , o associazioni non aggressive di termini , che richiamino immagini legate ad una moralità giusta o perlomeno attenta ai valori umani.

Il che sembra quasi ricalcare le affermazioni Dalby e O'thuathail, ma anche di funzione manipolatoria veicolando una realtà mediale che rappresenta per molti cittadini l'unica esperienza attualmente disponibile.

Nuovi argomenti e nuove immagini , reali e mentali , verranno diffuse e create ma sottotraccia resterà sempre chiaro quale sarà la parte dei “buoni” e quella dei “cattivi”.Le due categorie polarizzanti del “Noi” e del “Loro” risiedono in questa opposizione e vi si integrano nella rappresentazione da parte dei media Nazionali , Europei e Mondiali a seconda che ci si schieri tra i sostenitori dell'una o dell'altra parte.

La Geopolitica e la Storia ci hanno insegnato che queste due insopprimibili categorie mentali possono cambiare assetto , in processi in cui alcuni soggetti passano da una parte all'altra dello schieramento o mutamenti politici,sociali ed economici portano Nazioni considerate strette alleate a diventare ostili o nemici recenti a scoprirsi Fratelli.


martedì 8 dicembre 2020

Sparagli ancora, Sam

 



Negli ultimi mesi, l'Iran è stato colpito dall'assassinio di due figure emblematiche: il Generale Soleimaini e lo Scienziato Nucleare Fakhrizadeh-Mahabadi. Sono notizie geopoliticamente rilevanti ma lasciano fredda l'opinione pubblica. In fondo, perchè noi europei dovremmo curarci dell'Iran? La storia è lunga, ma l'Italia vi ha rapporti economici da 70 anni tramite l'ENI e altre grandi imprese, la Francia è la nazione che ha ospitato Khomeini durante il suo esilio fino al '78, la Germania ha rapporti che datano sin dagli anni '20, e tutti sono interessati ai suoi immensi giacimenti di gas, vero motore dei prossimi anni. L'Iran è un osso duro, ha una storia di 5000 anni e un esercito ben equipaggiato. E' spalleggiato dalla Russia e dalla Cina, paese che ne importa la quasi totalità dei prodotti petroliferi. L'Iran è presente, per procura e direttamente, in Siria, Libano e Palestina. Ha accordi militari di vario grado anche con Turchia, India, e Pakistan. Ma non vi sono solo conflitti. L'interscambio commerciale nella sua area è in crescita, sebbene le sanzioni americane restringano parecchio il campo alle sue esportazioni. Da anni è impegnato in un duro confronto sul suo programma nucleare ed è obiettivo militare dichiarato di USA e Israele. E' una guerra dichiarata dai fatti, non sulla carta: non è infatti possibile uno scontro militare diretto tra i rispettivi eserciti, senza causare danni immensi a tutta l'area mediorientale e, di riflesso, a mezzo mondo. Da 40 anni verso l'Iran è stata quindi dichiarata una guerra fatta di sanzioni, attentati, terrorismo interno, rivolte colorate, sabotaggi e omicidi mirati. Ciò a cui ci stiamo abituando è che si possa colpire una Nazione sul suo territorio, o ucciderne un Generale in un attentato, e che ciò possa venir percepito come giusto in senso assoluto. Una qualsiasi rappresaglia scatena invece una vocale riprovazione generale. Siamo a volte ostaggi della nostra stessa propaganda, ma incoerenti rispetto ai nostri Valori tanto che non tentennerremmo, se fossimo noi i destinatari di quegli attacchi mirati, nel dichiarare realmente una guerra. Dovremmo ricordarci che "non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te", è la regola aurea fondamento dell'etica di ogni cultura e che vale per tutti solo se vale con tutti. Sono certo che valga anche con gli iraniani.

domenica 6 dicembre 2020

Onda su Onda,

 



In tutto il mondo è ormai in corso da mesi la cosiddetta seconda ondata della pandemia, con il suo corollario di misure di emergenza, divieti e chiusure. Sebbene l'economia finanziaria non ne sembri toccata, quella reale, fatta di negozi ed attività produttive, sta soffrendo enormemente. I tanto agognati vaccini sembrerebbero ormai pronti a tempo di record e, se saranno realmente efficaci, questo triste periodo potrebbe vedere la fine entro la metà del prossimo anno. O almeno così si spera. Nascosto dietro l'angolo, pronto a colpire non appena avremo finito di festeggiare il ritorno alla normalità sanitaria, c'è però un pericolo che possiamo solo intravvedere: l'assenza di ripresa economica se non una decisa recessione. Tutte le nazioni hanno intrapreso programmi di stimolo monetario fondato su un forte aumento del debito pubblico, per dare sostegno alle tante attività in crisi, ma è certo che dopo un anno in cui gli introiti saranno stati appena il 30% rispetto all'anno precedente, molte imprese saranno costrette a chiudere. Quelle che riusciranno a mantenersi attive, subiranno forti perdite, eventualmente incrementando la quota di crediti inesigibili, o incagliati, in mano a molte banche. Queste ultime sono già alle prese con i postumi mai smaltiti della crisi del 2008 e con tassi reali negativi, che vanno ad erodere i loro margini di profitto. Meno margini significa poter disporre di meno capitale da poter impiegare nel credito ( le regole dettate dalla normativa Basilea 3, impongono di mantenere un'elevata quota di capitale a riserva per cautelarsi contro rischi di insolvenza), portando la situazione ad avvitarsi su sè stessa. Per quanto tempo, poi, gli Stati potranno continuare a mantenere debiti pubblici ben oltre il 100% (L'italia, entrata nella pandemia con il 143% di debito si stima ne uscirà con il 170%) senza far ricorso a tagli del welfare o all'aumento delle tasse? Se la base imponibile di ogni nazione si restringe a causa dell'assenza di reddito di larghe fasce di popolazione, queste tasse si riverserebbero su quella fascia, sempre più esigua, che ancora percepisce un reddito, portandola verosimilmente ad una contrazione delle spese. Nel frattempo, i miliardari globali continuano ad aumentare la propria ricchezza e nulla pare in grado di portare il dibattito pubblico ad orientarsi verso un aumento di tassazione a loro carico e ad un riequilibrio fiscale. Le società vedono aprirsi sempre più il divario tra il ceto più ricco e quello più povero, con un brusco assottigliarsi della classe media, il blocco sociale su cui storicamente si fondano le democrazie occidentali. Finita la pandemia, saremo in grado di trovare un vaccino alla deriva oligarchica intrapresa da molte società nel mondo? E' ora di iniziare a pensarci.

lunedì 19 ottobre 2020

Che fatica esser cristiani.



Che fatica esser cristiani.


La religione Cristiana si fonda sugli insegnamenti di Gesù, il Dio fattosi Uomo.


Detta così sembra un'affermazione banale, forse perché, dopo 2020 anni, diamo per scontata l'esistenza di atteggiamenti quali la compassione, l'amore verso il prossimo, la tolleranza e in generale di tutti quei valori considerati positivi e fondanti dalle società occidentali. Va da sè che questi valori esistano anche nelle altre civiltà, siano esse fondate su principi religiosi o meno, ma in alcune di esse valgono solo per gli aderenti a quelle stesse civiltà. Alcune di esse hanno in comune con il Cristianesimo la stessa radice, il monoteismo, altre sono politeiste, altre ancora sono apertamente atee.


Alla prima categoria appartengono ebraismo e Islam, al secondo l'induismo, al terzo le nazioni materialiste come la Cina. Solo il Cristianesimo, però, definisce sé stesso come Universale. Il messaggio di Cristo è destinato a tutti gli esseri umani, indistintamente, al di sopra di ogni credo specifico o orientamento politico. Non può dirsi lo stesso per tutte le altre religioni o per quelle civiltà che propugnano l'assenza tout-court di un Dio o la presenza di molteplici Dei.


Alcune di esse definiscono "infedeli" coloro i quali non vi appartengono, per altre non è possibile esserne parte se non per discendenza di sangue, alcune prevedono l'appartenenza ad un determinato gruppo etnico. Il cristianesimo professa la fratellanza di tutti, l'Amore incondizionato di Dio e la salvezza per tutti. Le sue regole sono meno stringenti di quelle delle altre religioni, non vi è ad esempio una stretta regola alimentare o un abbigliamento da tenere, e vige il principio ultimo del "libero arbitrio" a cui ognuno è sottoposto in piena coscienza di sé.


Si potrebbe continuare, in una sorta di analisi comparata tra le religioni (o le teorie che prevedono l'assenza di un Ente Supremo), ma in definitiva i principi del cristianesimo sono stati enunciati, tutti, nel famoso "discorso della montagna " di Gesù: misericordia, umiltà, compassione, capacità di perdono, amore verso il prossimo. Il cristianesimo e i suoi fedeli, sono sotto attacco da almeno un decennio, a volte in forme anche molto violente. Non è solo la presenza fisica dei cristiani ad essere osteggiata, ma la stessa dottrina: in alcuni paesi di quella che è stata l'area del mondo che né è stata per secoli il centro propulsivo, l'Europa, essa è ridotta a mera "convinzione personale" e non sembra più essere il fondamento dei Valori di quelle società.


In alcune di esse non è esercitata più dalla maggioranza della popolazione ed è, in alcuni casi, osteggiata tanto dalle entità statali che dai credenti delle religioni "importate". In Europa, ma non nelle aree in cui vige una diversa sensibilità religiosa come Arabia Saudita o Cina, vige oggi la spinta alla multiculturalità, e la sensazione che una religione come quella cristiana sia "scomoda" per chi gestisce il potere è forte.


La sua natura di religione del "Dio che si è fatto uomo" le impone di essere aperta a tutti. Il suo è un messaggio di una Pace disarmante, tra tutti e tutti.Il suo essere religione di mediazione tra l'uomo e Dio, la rende parte terza, con un'interpretazione diversa da quella delle altre religioni del libro che hanno con il Dio di Abramo, un rapporto univoco, più diretto. Il Cristianesimo è una religione che deve stare "tra": tra la gente, tra il Potere e le persone, tra Dio e l'Uomo.


In un mondo multiculturale, "liquido", interconnesso, competitivo, aperto, il Cristianesimo ed i cristiani sono sottoposti ad una forte tensione etica. L'Islam radicale e le sue manifestazioni a volte violente, la forte immigrazione, le teorie di genere, la sessualizzazione della società, la laicizzazione, pongono sfide immense all'applicazione pratica della dottrina cristiana proprio in virtù della sua stessa natura.


Come conciliare la propria pratica religiosa alle limitazioni poste dalla convivenza con altre forme religiose? Come comportarsi di fronte alla riduzione della visibilità e alla diffusione del messaggio cristiano poste dal principio di "laicità"? Come coniugare la tolleranza verso la diversità, specialmente sessuale, con i dettami del "Sacro Libro"?


In definitiva, è possibile per una religione che professa l'Universalità del proprio messaggio, sopravvivere all'applicazione pratica di quegli stessi principi,con la certezza che esso non sia strumentalizzato per portarlo alla sua scomparsa?


C'è il rischio che il Cristianesimo si dissolva nella "Società Liquida" e ne diventi una parte, idea tra le idee, patrimonio di alcuni, colore per molti, ma che ne sarà del suo Messaggio?


Siamo pronti a un Mondo interamente governato da Nazioni non Cristiane, come non è mai avvenuto dal 1492 in poi? Quale Messaggio porteranno con sé al Mondo?


La risposta non è formulabile in maniera semplice, ma forse è possibile partire dall'osservazione che il Mondo in cui viviamo è stato fortemente plasmato dal Messaggio e dalla pratica Cristiana e che quei "Diritti Umani" che oggi la maggior parte delle Nazioni si impegna a difendere derivano in ultima istanza da quelli enunciati da Cristo in quel celebre Sermone della montagna, quasi 2000 anni fa.


Dovremmo chiederci se il mondo in cui viviamo sarebbe lo stesso se quelle parole non fossero mai state pronunciate, se mai nessuno avesse lottato per promuoverle e diffonderle , anche a costo della propria vita, se non fosse mai esistita una comunità pronta a stringersi attorno ad esse per farne il cuore di civiltà fondate sulla quegli insegnamenti.


Il messaggio di Cristo passa necessariamente attraverso i Cristiani: esistere in quanto tali è già garanzia della continuità di quel messaggio, resistere mantiene accesa la fiamma di quel messaggio e della civiltà che esso ha creato, diffonderlo e praticarlo è il miglior mezzo per mantenerlo vivo.


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domenica 4 ottobre 2020

Cara, mi si è ristretta la crescita.


Arriva l'autunno e puntualmente, come prevista mesi fa, anche la “seconda ondata”. Francia, Inghilterra, Stati Uniti e Italia, segnalano un aumento dei contagi, sebbene con meno morti che a marzo. L'economia, già in debole ripresa, sta nuovamente scemando temendo la chiusura. Borse e materie prime crescono in USA e Cina, ma stentano in Europa. L'ultimo rapporto del Fondo Monetario Internazionale segnala che nessun paese occidentale avrà un PIL positivo nel 2020, salvo rimbalzare del 50% nel 2021. L'unica nazione a non entrare in recessione è la Cina, che manterrà un saldo positivo in entrambi gli anni e tornerà a crescere dell'8% nel 21. Come è possibile? I cinesi si sono rivolti al proprio mercato interno, riversandovi le merci invendute all'estero. Il Partito Comunista Cinese, nel suo piano quinquennale, ha previsto un forte impulso al mercato interno e al raggiungimento della sicurezza alimentare. Negli ultimi mesi gli acquisti di soia e grano hanno fatto crescere il mercato, avvantaggiando anche USA e Brasile. Il PCC ha posto al 6% la soglia per evitare problemi sociali dovuti alla disoccupazione e sta cercando di distribuire in maniera più omogene a tanto la produzione interna che la popolazione, incentivata a restare nelle campagne e nelle provincie. I dazi USA ridurranno lo scambio di tecnologie avanzate e i cinesi stanno aumentando la propria capacità nella produzione di semiconduttori e software. I primi anni 20 vedranno una decisa regionalizzazione degli scambi, con sfere di influenza e forse anche aree monetarie chiuse. In Europa e USA potrebbero tornare produzioni ora in Asia puntando anche a un aumento degli scambi atlantici. Il commercio internazionale è stato trasformato dalla pandemia, bloccando tanto le linee dell'export est-ovest che quelle atlantiche. Le catene di fornitura mondiali si sono trovate di colpo troncate e ora corrono ai ripari “accorciandosi”, con le aziende cinesi a farne le spese e quelle dell'est europa a guadagnarci. Gli USA hanno ridotto le leloro importazioni dalla Cina del 20% e in generale stanno sostituendo i prodotti cinesi con quelli nazionali, dove possibile. Tra qualche anno quel che oggi compriamo “Made in China” sarà “Made in USA”. Chissà.

domenica 10 maggio 2020

Cosa resterà di questi 80 giorni.


Il 18 Maggio,saranno passati 80 giorni dall'inizio del lockdown italiano,anche se nazioni europee hanno chiuso tutto per qualche giorno in meno. Senza dubbio,oltre alle conseguenze sanitarie,sono state quelle economiche a creare il maggior danno. Se non si verificherà una seconda chiusura,le prime svaniranno col tempo ma le seconde resteranno con noi,portando con sè cambiamenti rilevanti alle nostre vite. Negli anni abbiamo vissuto altre situazioni critiche come la crisi del 2008 o l'ondata di terrorismo dal 2011 in poi,ma mentre la seconda è svanita senza quasi lasciar tracce visibili nelle nostre società (fatta eccezione per i controlli aeroportuali),la prima ha influito fortemente sul tessuto sociale di molte nazioni. Nei discorsi quotidiani non si ha più traccia delle paure suscitate dagli attentati,ma la caduta dell'economia dovuta alla crisi dei subprime ha indotto migliaia di aziende alla chiusura e ridotto di decine di punti l'occupazione in tutta Europa,creando situazioni di precarietà e nuove povertà. Allo stesso modo,quando tra qualche mese lo sgomento portato dai numeri del contagio e dei morti dovuti al virus si sarà affievolito,le difficoltà economiche da esso create saranno ancora lì. Le analisi economiche prevedono ristrutturazioni e chiusure in comparti come l'automotive,l'industria aeronautica,la ristorazione e il turismo. Si prevede una forte spinta all'automazione nelle fabbriche e la digitalizzazione di interi settori economici. Ciò porterà con sè la richiesta di nuove figure professionali specializzate e l'espulsione dal mondo del lavoro di persone con poca formazione. E' anche vero che l'allerta per la rottura delle catene di fornitura globali,riporterà in Europa e America diverse aziende ora localizzate in Asia,con un possibile aumento di posti di lavoro,ma ci vorrà tempo. Intanto,ovunque, tutti i bilanci pubblici sono stati stravolti dalle risorse richieste per contrastare gli effetti della pandemia e,ovunque,il rapporto tra debito e PIL è aumentato di decine di punti,essendo aumentato il primo e diminuito il secondo. Ci aspetta una decrescita che,forse,non sarà del tutto felice.


L'età dell'oro



L'Ordine Internazionale sta cambiando, di giorno in giorno, inesorabilmente, davanti ai nostri occhi.
Nazioni prima considerate del secondo o terzo mondo, come Russia, Cina o India, competono con Europa e USA per l'egemonia mondiale. La prima delle due, è in preda alle convulsioni generate dalle rivolte interne francesi, dalla secessione inglese, dal “ribellismo” italiano e dal nazionalismo delle Nazioni dell'est. La seconda ha deciso di cambiare tutte le regole, e di stracciare quelle che non possono esserlo in maniera a lei favorevole. America First è il motto del Presidente Trump, e si staglia su ogni azione della sua amministrazione. Tutto questo, però, porta con sé una serie di ricadute che investono la natura delle società. I segni di un passaggio di stato nell'Ordine Internazionale ci sono tutti, come fa notare Richard Haas su Foreign Policy del gennaio 2019 1.

Il sistema internazionale non è così “inevitabile” come una certa narrativa lo dipingeva appena due anni fa. Anzi, è in continuo mutamento ed è per questo che sono necessari aggiustamenti al sistema di regole che governano il mondo dalla fine della II Guerra Mondiale prima, e della Guerra Fredda poi. Anche se alcune tensioni, come quella coreana, sembrano stemperarsi, altre si stagliano già all'orizzonte, come una crisi sino-americana o russo-europea. Senza contare il calderone sempre acceso del medioriente.

Il sistema in cui attualmente viviamo è solo in seconda battuta figlio della seconda guerra mondiale. Dopo quel tragico evento nacquero la CECA, primo embrione dell'attuale UE, la NATO, la Banca Mondiale, Il Fondo Mondiale Internazionale e il GATT, che diverrà in seguito WTO e la trasformazione della Società delle Nazioni in ONU.
Questi organismi sovranazionali hanno rappresentato il quadro giuridico, militare, politico ed economico al quale le Nazioni, e quindi le politiche nazionali, hanno dovuto conformarsi in questi 70 anni.

Il mondo, materiale e immaginario, in cui viviamo è però, in prima istanza, conseguenza di quanto avvenuto nei primi anni 70.
Il 15 Agosto del 1971, l'allora Presidente americano Nixon, annunciò che avrebbe “temporaneamente chiuso la finestra di convertibilità tra oro e dollaro” ponendo fine alla parità aurea di 35 $ per un oncia di oro, che era rimasta valida dagli accordi Bretton Woods in poi. Si dava il via alla fase inflazionaria del dollaro2 e alla sua diffusione planetaria. La cosiddetta “dollarizzazione dell'economia mondiale”

Il 21 Febbraio del 1972, lo stesso Nixon si recò in visita in Cina.
Detta così, oggi, sembra un'affermazione banale ma per il periodo fu un gesto epocale. Nel pieno della Guerra Fredda, il Presidente americano si recava in visita ufficiale nel più popoloso paese comunista, suo acerrimo nemico ideologico e militare. Gli accordi che ne scaturirono permisero alla Cina di uscire dall'abbraccio, troppo stretto, con l'URSS e agli Stati Uniti di dividere un blocco che, unito rappresentava i due terzi della massa terrestre.
I cinesi gradiscono perseguire accordi in cui ognuno degli attori raggiunga un proprio obiettivo, almeno subottimale. E' la strategia detta “win-win”.

Anche dal punto di vista economico, cinesi e americani si accordarono per ottenere un vantaggio reciproco. Il mercato statunitense. ed occidentale, si sarebbe aperto alle merci cinesi, se il Paese di Mezzo avesse poi reinvestito i capitali guadagnati, acquistando debito pubblico americano. A giugno del 2018 il debito acquistato da Pechino ammonta a 1200 miliardi di $3 ed è il maggiore tra i creditori degli USA.

Le ricadute per il mondo hanno iniziato a vedersi a partire dal 1978 e poi con maggior slancio dal 1992, con la nuova politica di Deng Xiao Ping, e il suo slogan: “arricchirsi è glorioso”. Il Socialismo con caratteristiche cinesi, immaginato da Deng, non disdegnava la crescita economica e quella industriale. Da allora, migliaia di aziende da tutto il mondo hanno realizzato propri impianti in Cina, realizzando quello che si chiama “off-shoring”, chiudendo contemporaneamente le fabbriche nei paesi d'origine.
Ciò è avvenuto soprattutto negli USA che, a partire dagli anni 90, hanno ridotto la produzione industriale ed aumentato le importazioni dall'estero, soprattutto dalla Cina. Contemporaneamente si è verificata la forte finanziarizzazione dell'economia americana e il progressivo aumento del deficit commerciale con Pechino.

E' soprattutto accaduto che milioni di aziende cinesi siano entrate nel mercato globale. Il mix tra basso costo del lavoro, trasferimento di tecnologia, popolazione con elevati tassi di educazione universitaria, politiche dirigiste e porti naturali noti da secoli, sia stato letale per molte aziende occidentali.
Per fare un esempio, la quasi totalità della produzione di articoli elettronici quali televisori, radio, videoregistratori, DVD è stata monopolizzata da aziende cinesi, dapprima con marchi europei o giapponesi, e quindi con quelli propriamente cinesi. Ad oggi non esistono più produzioni di rilievo in Europa ed anche molti marchi storici sono stati acquistati da fondi finanziari asiatici.

Molte altre produzioni, in special modo quelle con basso valore aggiunto o con lavorazioni largamente manuali, sono state spostate in Cina prima e nel resto dell'Asia, poi.
L'abbassamento generalizzato dei costi di produzione ha stimolato l'offerta, che si è riversata sui mercati mondiali grazie alla crescita esponenziale della logistica marittima. Le grandi navi portacontainer hanno iniziato a solcare i mari in maniera sempre più copiosa e le grandi catene di distribuzione, con i loro ipermercati, hanno portato il “modello di consumo” americano in tutto il mondo. E' stata quella che abbiamo chiamato per più di dieci anni, “globalizzazione”, ed ha cambiato molti dei paradigmi economici e politici del mondo uscito dalla fine della Guerra Fredda.

Se è vero che in Cina è nata una enorme classe media, e addirittura una vasta platea di miliardari, in quest'ultimo quarto di secolo, in tutto l'occidente, si è verificato un abbassamento dei salari ed un aumento della disoccupazione. Il vasto credito concesso nei primi anni 2000, ha finanziato molti acquisti altrimenti impossibili, come l'auto o la casa e l'impoverimento è stato solo in parte compensato dall'abbondanza di merci a basso costo provenienti da tutto il mondo, ed in particolare dalla Cina. E' veramente raro, ad oggi, trovare in casa un prodotto che non sia marchiato “made in china”, indipendentemente che sia un costoso televisore 50 pollici o un economico portachiavi.

Tutte le Nazioni occidentali, nessuna esclusa, hanno un disavanzo commerciale con il paese del Dragone, e non tutte hanno esportazioni o partecipazioni in aziende cinesi, sufficienti a contrastare il fenomeno della “cinesizzazione”.
L'apparizione dei BRICS sulla scena mondiale è coinciso con la prepotente crescita della finanza internazionale. Strumenti sempre più sofisticati sono stati il sostegno della globalizzazione in tutti gli anni 90 e lo sono tutt'ora. Sebbene le crisi si siano avvicendate, a cicli quasi regolari, in tutti decenni e con effetti sempre maggiori, la finanza resta il principale collante del sistema internazionale, che piaccia o meno.

Senza i flussi di capitali che quotidianamente si spostano da un continente all'altro, non potrebbero muoversi neanche le merci che con quei capitali vengono prodotte ed acquistate.
A seguito della crisi del 2008, e negli anni seguenti, di fronte al porto di Singapore si ammassarono centinaia di navi portacontainer vuote. Il Baltic Dry Index, l'indicatore che segnala il costo di affitto di tali navi, era sceso a livelli talmente bassi che diverse navi furono demolite, poichè il costo dello stallo in porto non sarebbe stato ripagato dall'eventuale nolo.

Come detto, nel '71 Nixon ha messo fine al “gold standard” americano e ciò ha permesso la creazione quasi infinita di massa monetaria che si è riversata in tutte le attività industriali, commerciali, di ricerca, di comunicazione. Da quel giorno in poi, il mondo ha iniziato a navigare in un mare di credito denominato in dollari.
Con il credito arriva, però, anche il debito.
L'enorme balzo in avanti delle telecomunicazioni mondiali, è avvenuto a scapito di centinaia di migliaia di investitori. Alcuni di loro hanno perso denaro durante la bolla delle aziende di telecomunicazioni, e la corsa alla posa dei cavi di interconnessione transoceanica e internazionale. Altri li hanno persi nella successiva bolla delle “dot com”, le aziende di internet che appena nate si quotavano in borsa, e raggiungevano quotazioni stellari.

Questo processo ha però permesso sovracapacità di connessione, con la conseguente riduzione dei costi, e un'ampia diffusione di internet tra la popolazione mondiale per la successiva, attuale fase, in cui la rete è parte integrante dell'economia reale di molte Nazioni. I magazzini di Amazon impiegano centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo, e l'indotto muove miliardi di dollari ogni anno.
L'alternarsi delle fasi di “boom and bust”, crescita e crollo, dell'economia mondiale è stato una costante degli ultimi decenni, a partire dal “lunedì nero” del 1987 sino al fallimento di Lehman Brothers nel 2008. Ognuna di esse ha portato ad un aumento del credito rilasciato dalle banche centrali mondiali, a nuove regole emesse dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (le famose regole di Basilea) , a nuove bolle e a nuove crisi.
Stiamo per raggiungere il punto di questa digressione, sebbene la premessa sia stata piuttosto elaborata.

Oggi tutte le materie prime vengono scambiate in dollari, così come la maggior parte delle transazioni economiche, monitorate attraverso il consorzio SWIFT, attraverso il quale devono obbligatoriamente passare4.
Il sistema finanziario internazionale è incardinato al dollaro e ne è suo ostaggio. Le sanzioni americane sono temute come le scomuniche della Chiesa del 1200, e si parla apertamente di “dollar weaponization”, un concetto che in italiano si potrebbe tradurre con “usare il dollaro come un'arma”. Le fluttuazioni della valuta americana sono decise dalla FED e dal Ministero del Tesoro, ma influenzano i destini di tutto il mondo. Il suo utilizzo negli scambi internazionali è condizionato alla volontà di un solo paese, gli USA, ed esserne esclusi porta all'isolamento internazionale. Inutile dire che ogni epoca ha avuto la sua moneta preminente, e che l'enorme diffusione del dollaro ha creato le condizioni per la nascita e la crescita del mercato internazionale, ma la fase attuale è ampiamente multipolare e necessita regole nuove.
Ed è un paradosso, se si pensa che questo momento storico è proprio un effetto dell'enorme crescita degli scambi internazionali, grazie a mercati regolamentati e finanziariamente resi stabili dalle transazioni in dollari.

Lo squilibrio attuale è l'effetto di quanto descritto nella premessa; dopo anni di off-shoring, il consumatore americano non ha più un lavoro per alimentare i propri consumi, o il proprio reddito non è sufficiente. L'impegno di Trump a riportare aziende sul suolo americano è legato alla perdita del tessuto industriale americano, che rende difficile riequilibrare le esportazioni e con esse la bilancia commerciale. Accordi in tal senso sono già stati imposti a Messico e Canada. Se poi si considera che nell'acquistare prodotti cinesi gli americani finanziano il proprio principale sfidante per l'egemonia mondiale, si comprende l'enfasi che il presidente americano mette nelle trattative sul commercio internazionale. Dall'altro lato dell'Atlantico, i consumatori europei lottano da anni con la disoccupazione, che è in media il doppio di quella americana, e vivono in Nazioni con tassi di crescita molto bassi, se comparati a quelli di molti grandi competitori esteri.

Le sollecitazioni all'Europa a “prendersi maggiori responsabilità” nel campo della difesa, che tradotto significa aumentare la propria contribuzione nella NATO, sono anch'esse una scelta legata alla riduzione del budget americano e a una ridefinizione delle priorità strategiche.
Le scelte politiche di Trump, tese a ridurre le spese americane ed aumentare le entrate, non sempre si conciliano con le decisioni della FED, che è propensa ad imboccare la strada del lento, ma costante, rialzo dei tassi di interesse. Ciò porta ad un apprezzamento del dollaro, che rende più difficili le esportazioni e convenienti le importazioni, un effetto che vanifica le scelte delle politiche presidenziali.

Come ben si comprende “l'esorbitante privilegio”, come lo definì De Gaulle, di poter essere al contempo utilizzatore ed emittente dell'unica valuta di riserva, porta con sé oneri e onori.
Anche gli USA si stanno rendendo conto che i primi stanno superando i secondi.
Molte Nazioni scambiano ogni giorno miliardi di dollari per acquistare prodotti energetici. Alcune di loro hanno creato programmi di “swap”, di scambio, di rispettive valute per acquistare i prodotti reciproci e aggirare l'egemonia del dollaro5. Per Nazioni come l'Iran, sotto sanzioni da più di 40 anni, vendere petrolio e gas in dollari è divenuto, nei fatti, impossibile. La Repubblica Islamica ha però in essere contratti miliardari con Russia e Cina in Rubli e Yuan e con altri paesi addirittura in oro.

La stessa Unione Europea, il più grande consumatore di energia del pianeta6, vuole mantenere i contratti nel settore energetico con l'Iran e sta predisponendo un veicolo finanziario in euro per aggirare le sanzioni americane. Il fondo sarebbe aperto ad altre Nazioni, e se si concretizzasse rappresenterebbe una modalità alternativa al pagamento in dollari.
L'Euro, per quanto contestato, è ormai la seconda valuta mondiale ed è pronto a sfidare il dollaro come moneta di riserva 7.

Anche i cinesi aspirano a rendere convertibile la loro valuta e così i russi. Questi ultimi hanno iniziato a vendere petrolio e gas in rubli attraverso contratti swap ed hanno ridotto a soli 15 miliardi di $ il loro portafoglio di titoli americani8. Ciò è in linea con le attese russe di potersi attendere di essere espulsi dal sistema di pagamenti internazionali SWIFT, che non solo impedirebbe di recuperare quei crediti, ma escluderebbe la Russia dal commercio internazionale9.
Russia, Cina, Europa, India e molti altri paesi stanno da tempo pensando ad un sistema di pagamenti internazionale fondato su un paniere di valute, con un sistema valutario regolato, indipendente dalle volontà politica di una singola Nazione.
Si avverte l'esigenza di uno strumento politicamente neutro per gestire le transazioni economiche.

Quello strumento esiste già ed è sempre stato presente negli ultimi 5000 anni circa.
Si chiama oro.
Nel 2021 saranno passati 50 anni dall'annuncio di Nixon, e l'idea che possa riaprirsi quella finestra che “temporaneamente” chiuse svelerebbe scenari totalmente nuovi.
E' da ritenersi impossibile l'ipotesi di un ritorno ad un Gold Standard, almeno negli scambi internazionali?

Negli ultimi 15 anni la crescita del prezzo dell'oro è stata esponenziale, arrivando a toccare i 1800 $ nel 2012. E' ancora considerato moneta sonante in tutto il medioriente, in cui la finanza islamica lo usa attivamente nelle proprie transazioni, in Asia ed anche la Russia lo valuta un ottimo investimento10.

Il più grande produttore mondiale è la Cina, che però non lo commercia. Le stime sui lingotti di Pechino ufficiali si attestano sulle 1850 tonnellate, ma molti analisti stimano possano essere più del doppio. In questa particolare classifica sono primi gli Stati Uniti con 8130 tonnellate, seconda la Germania con 3370, terza l'Italia con 2450 poi la Francia con 243011.

Tutte le banche centrali hanno aumentato i propri possedimenti di oro fisico e il metallo giallo fa parte di panieri di investimento di grandi fondi ed è il collaterale di ETF e derivati. Una parte dell'oro di alcune Nazioni europee, è custodito a New York, presso la FED, e a Londra. In parte è la conseguenza della Guerra Fredda, per custodire l'oro europeo il più lontano possibile da Mosca, ma in qualche caso è servito da “garanzia” per prestiti particolarmente corposi. Negli ultimi anni è cominciato un movimento inverso, che ha riportato parte di quell'oro nei forzieri dei legittimi proprietari, e questo ha scatenato diverse illazioni. Nel mese di ottobre del 2018, l'Ungheria ha quasi decuplicato i propri possedimenti (31,5 tonnellate) seguendo quanto fatto negli anni precedenti da Polonia, Russia e Cina. Solo l'Inghilterra ha venduto quasi tutto il suo oro e per giunta ai prezzi più bassi del periodo, nel 2004.

Il problema principale dell'oro è al contempo la sua forza: la scarsità.
L'oro già estratto e raffinato, puro al 99% e vidimato è pari a 190000 tonnellate , se ne stima ne rimangano 54000 tonnellate12. Il valore totale di tutto l'oro estratto è , ai prezzi di dicembre 2018, pari a 7.1 triliardi di $.
Il valore totale dell'economia mondiale è stimato in 80 triliardi13; il rapporto è quindi di 11 volte. Ipoteticamente, quindi, il prezzo dell'oro dovrebbe aumentare di almeno quella cifra per assorbire l'intero valore dell'economia globale . Senza contare il valore attuale dei beni già esistenti.

Inoltre, l'economia mondiale è in larga parte è formata da strumenti finanziari fondati sul debito. Senza contare gli investimenti detti “a leva”, fatti cioè moltiplicando per un certo multiplo l'investimento iniziale (ma anche le perdite, nel caso contrario). L'oro non è moltiplicabile e, vista l'esigua quantità con la quale aumentano le riserve mondiali, è altamente stabile. Non è certamente lo strumento ideale per un mondo in cerca di continua crescita, ma può esserlo se l'obiettivo è la stabilità del sistema internazionale degli scambi, ma con regole nuove.

Sarà forse necessaria una cancellazione, magari un dimezzamento, del debito di tutte le Nazioni mondiali, per permettere all'oro di essere effettivamente un asset nel valutare le finanze nazionali. E' anche probabile che parte della “finanza creativa” che ha dominato il settore economico degli anni 2000, e che ha già portato alla crisi del 2008, dovrà aver fine. Un mondo in cui torni un “nuovo Gold Standard” sarà fondato sulla produzione di valore reale e sul suo scambio per un certo controvalore di metallo (con adeguati strumenti economici). La finitezza dell'oro e la sua tangibilità, lo rendono poco utilizzabile per prodotti altamente speculativi con rendimenti a doppia cifra. Già ora, nell'ambito della finanza islamica, i prestiti in oro non pagano interesse, e prestatore e contraente si impegnano in una partecipazione paritetica nell'investimento.

Questa ovviamente non è che una suggestione, ma quell'annuncio di Nixon e quel suo riferimento alla temporaneità dell'intervento lasciano aperti diversi interrogativi. Gli accordi internazionali hanno spesso durate predefinite, e queste sono di solito multipli di 5 anni sino ad arrivare a 100.
50 anni è un anniversario evocativo, e se si presenta in un periodo di tempeste valutarie, borse in discesa, tassi di interesse in crescita, bilanci nazionali che scricchiolano, tensioni geopolitiche, pensare che abbia una parte in tutto ciò non è irrealistico.

Così come 50 anni fa, cinesi e americani si trovano nella condizione di poter raggiungere un accordo win-win giocando, come allora, una partita di ping pong tra dazi e tariffe, svalutazioni e tassi di interesse.
Gli USA vogliono partecipare al ricco mercato cinese delle importazioni ma non vogliono subire le importazioni spinte dalle svalutazioni artificiali dello yuan. I cinesi vogliono continuare a mantenere aperto il commercio internazionale e , possibilmente, riprendersi parte di quei 1,2 trilioni di dollari che hanno prestato a Washington. Il tutto sull'orlo di un confronto militare diretto nel Mar Cinese Meridionale, o per procura, in Korea.

Anche oggi, come allora, a Pechino siede un “Grande Timoniere”, eletto a vita, e a Washington un Repubblicano, sebbene atipico e forse “antipatico” almeno quanto Nixon.
Anche oggi la Russia ha un ruolo di primo piano su tutti gli scenari mondiali, ed è straordinariamente vicina a Pechino su molti fronti.
L'Europa è in tutt'altre faccende affaccendata.
Le condizioni per un accodo epocale ci sono tutte.


Uno starnuto ci seppellirà


La settimana scorsa l'OMS ha dichiarato ufficialmente lo stato di pandemia per il virus COVID-19 ed ormai tutte le nazioni hanno preso gli stessi provvedimenti attuati da Cina ed Italia, ovvero chiudere le frontiere e obbligare i propri cittadini a non uscire di casa.

L'economia sta soffrendo molto e la settimana scorsa le borse mondiali sono arrivate a perdere più del 20% del proprio valore, ma a Milano si è arrivati al 30%, con una caduta del 17% in una sola seduta. Tutte le classi di investimento, azioni, obbligazioni societarie, petrolio e addirittura l'oro, hanno perso notevolmente valore, portando l'economia mondiale verso la strada della recessione. Le azioni intraprese per limitare l'espansione del contagio stanno fermando sia la produzione quanto i consumi e tutte le nazioni vedranno il proprio PIL ridursi nell'anno in corso. La domanda che tutti si pongono ora è: quando potremo dire che l'epidemia è finita o perlomeno sotto controllo?

Arriverà il momento in cui, nell'impossibilità di poter dire che l'epidemia è finita, si dovrà permettere un ritorno alla normalità e accettare una certa percentuale di rischio. Nel frattempo, quante attività commerciali ed industriali avranno chiuso i battenti per assenza di ricavi, pur in presenza di costi (bollette, personale, ammortamenti, ecc)? Quante persone avranno perso il lavoro o i propri risparmi, nella caduta senza fine dei corsi economici? E' necessario, ora, decidere quale sarà il limite di questa situazione e quando potremo dire di essere tornati, più o meno, alla normalità. Immaginare di chiudere in casa l'intera popolazione mondiale per tutto l'anno non è una scelta razionale e, d'altronde, in un mondo orientato alla produzione e al consumo, vorrebbe dire distruggere le società così come le conosciamo. Sebbene per anni ci sia stato detto che l'economia si stava digitalizzando, ciò è vero solo in parte e beni fisici e alimentari devono essere prodotti e distribuiti; la loro assenza dai nostri scaffali è compatibile solo con una futura, permanente, fase di stagnazione con conseguente riduzione di salari e consumi. “Casa dolce casa” si, ma non per sempre.


E' arrivata la bufera

Il Corona virus è arrivato in Italia e si è diffuso rapidamente,
causando situazioni di “coprifuoco” già viste a Wuhan. Così come in
Cina, la socialità verrà ridotta e con essa anche alcune attività
lavorative, causando ulteriori problemi alla situazione economica. Il
resto d'Europa, Francia e Germania a parte, non è ancora stato toccato
dal virus, ma vista la sua alta contagiosità, potrebbe avvenire a breve;
intanto i francesi sono pronti a chiudere le frontiere con l'italia.
Una
cosa è certa: l'impatto del virus si sta rivelando più ampio del
previsto e tutti, dal governo cinese all'oms, hanno sbagliato
approccio.
In Asia, il covid-19, sta mietendo vittime in Korea e Iran, ma
potenzialmente sono a rischio tutti i paesi che hanno stretti rapporti
commerciali con la Cina. La via della seta è la prima vittima del virus
e la Cina ha già chiarito che gli obiettivi economici di quest'anno non
saranno centrati. La reazione Xi Jinping verso i vertici
dell’amministrazione sanitaria è stata durissima. Si diffondono le
teorie, più o meno complottiste, sull'origine del virus e su chi ne
stia
traendo giovamento; a prima vista sembrerebbero gli americani, ma i 200
mld di $ di merci che trump si aspettava che i cinesi acquistassero, non
arriveranno. Anche il commercio elettronico, di cui Amazon è re, né esce
colpito, senza parlare di Apple che ha dovuto spostare la produzione di
iPhone a Taiwan, riducendo i volumi. Chiaramente, in un mondo
interconnesso e in cui un paese sostiene il 30% del commercio mondiale,
una pandemia virale che colpisce l'intero globo, ne evidenzia le
fragilità. Si attende un vaccino, che non arriverà a breve, e si spera
che il caldo primaverile aiuti a debellare il virus ma nel frattempo le
borse scendono, le fabbriche sono ferme e i consumatori rinunciano agli
acquisti. Non che i morti a causa dell'epidemia non siano importanti,
ma
il loro numero è molto inferiore agli effetti causati al sistema
internazionale. Solo le vendite di termometri continuano impetuose


domenica 8 dicembre 2019

Amici ma anche no.


La decisione di Trump di ritirare le proprie truppe dalla Siria, ha aperto la strada all'invasione del nord del paese da parte della Turchia. Questa è una palese violazione della carta dell'ONU, ma d'altronde anche la presenza americana non era stata ratificata da alcuna decisione delle Nazioni Unite. Il presidente americano ha motivato la decisione con la volontà di "finirla con tutte queste inutili guerre"e fa il paio con il tentativo di ridurre anche la presenza in Afghanistan, che però non ha avuto ancora seguito. A seguito dell'intervento russo, il tentativo di rovesciare il governo siriano è sfumato e la presenza americana è ormai ininfluente. L'appoggio dato ai curdi siriani in funzione anti Assad non è più strategico e rischiava di far entrare in collisione gli USA sia con la Turchia che con la Russia. Lo stesso scenario si sta dispiegando anche in Ucraina dove gli USA non appoggiano più il governo nelle sue istanze anti-russe. Se si considera quanto poi sta avvenendo sul fronte del "Russiagate", con le rivelazioni a carico del candidato democratico Biden, quel fronte è ormai utile solamente in vista delle elezioni dell'anno prossimo. Il presidente americano gestisce la politica estera in maniera apparentemente sincopata ma si intuisce il mutare delle priorità a favore di un maggiore contrasto alla Cina, percepita ormai come il maggior pericolo all'egemonia americana. Il non troppo velato appoggio alle sollevazioni in atto ad Hong Kong, coì come le sanzioni varate nell'ultimo anno su oltre 250 mld di $ di merci cinesi, vanno in questo senso. Lo stesso trattamento è stato riservato anche all'Europa, con il duplice scopo di riequilibrare la bilancia commerciale e di riportare Bruxelles su posizioni filo americane, dopo i recenti accordi commerciali con il gigante cinese. Secondo un celebre adagio, "gli USA non hanno amici ma solo alleati" e questi lo sono sino a che sono utili. Probabilmente dovremo abituarci al pragmatismo di Trump anche nel suo secondo mandato.

Greta e Aurelio


Nel 1972 un libro ha scatenato il più grande dibattito sul futuro dell’umanità. Si trattava de "I limiti dello sviluppo", un report sullo stato complessivo del pianeta Terra, che metteva in guardia verso ipotetici scenari futuri. Il libro, diventuto un best seller, era stato commissionato dal Club di Roma, un’associazione di scienziati, umanisti e imprenditori legati dalla comune preoccupazione per la situazione mondiale. Promotore di quella iniziativa fu Aurelio Peccei, dirigente FIAT nato a Torino nel 1908. Lo scenario descritto dal libro, fondato su un modello con cinque variabili: crescita demografica, produzione alimentare, industrializzazione, inquinamento e consumo di risorse non rinnovabili, illustrava la concreta possibilità che l’intero sistema mondo sarebbe collassato nel corso del XXI Secolo. Da allora, il Club di Roma pubblica con regolarità rapporti e studi metodologici sui limiti del pianeta, analisi sulle migliori pratiche di governance e riflessioni sui valori fondamentali per il futuro. Nel 2015, l’ONU ha approvato una "Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile", i cui elementi sono stati riassunti nei “17 punti per lo sviluppo sostenibile”,tra lotta a povertà, fame, disuguaglianze, conservazionismo ambientale e promozione di economie globali sostenibili. Lo stesso anno, quasi 200 nazioni hanno siglato l’Accordo di Parigi per la riduzione delle emissioni di gas serra con il fine di contenere il riscaldamento medio del pianeta entro la soglia di 1,5°C. Il nuovo report pubblicato dal Club di Roma, "La trasformazione è possibile", tratta il come raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile promossi dall’ONU. La vera sfida, oggi, è cambiare il modo con cui gran parte degli esseri umani pensa al pianeta Terra. Come ricordano gli autori del report, viviamo ancora in un mondo dove sembra che “tutti sappiano ma nessuno voglia capire” la magnitudine della trasformazione necessaria. Le conclusioni scritte in quel libro di 50 anni fa sono valide ancora oggi: vale la pena rileggerle.

domenica 17 marzo 2019

Indietro tutta.


In soli due giorni il mondo è cambiato di nuovo; il 22 gennaio Merkel e Macron hanno rinnovato il patto che 55 anni prima De Gaulle e Adenauer firmarono per legare i loro paesi e impedire guerre future. Il 23, in Venezuela, il principale oppositore di Maduro, Guaidò, si è autoproclamato Presidente della nazione, senza però esser stato eletto a questa carica. Entrambi gli avvenimenti sono il segno di un rapido ritorno ai fondamenti del Realismo Politico da parte delle Grandi Potenze. Gli USA tornano alla Dottrina Monroe, secondo la quale il continente americano è una loro area di influenza, mentre Francia e Germania mettono insieme le loro debolezze, economica per la prima e politica per la seconda, per creare il germe di un futuro super-stato imperiale. Se a ciò aggiungiamo che Macron si è detto pronto a cedere alla Germania il proprio seggio all'ONU, e di condividere oneri e onori del possesso dell'arma atomica, si comprende meglio l'accelerazione della Gran Bretagna nel volere uscire dall'UE. Quanto accaduto a Caracas ha scatenato il caos in patria e all'estero, visto che gli USA hanno avallato il gesto di Guaidò, mentre Russia e Cina lo hanno stigmatizzato. Detto chiaramente, l'autoproclamazione è un atto illegale e l'intromissione degli USA è vietata dalle norme dell'ONU: volere un politico amico è comprensibile, spingere un paese alla guerra civile per ottenerlo non lo è. In Europa, molti sono preoccupati della mossa franco-tedesca, in primis l'Italia, che 55 anni fa era parte del progetto e oggi ne è esclusa. Conte ha subito chiarito che il seggio francese all'ONU dovrebbe andare all'UE e non ad una sola nazione. In entrambi i casi, la realtà ha dettato le scelte: la Francia ha ormai un solo punto di forza, l'arma nucleare, il Venezuela le sue riserve petrolifere. Le cause della resa sono la forza economica tedesca e quella militare degli USA. Ad essere sconfitta è la democrazia rappresentativa, ma la Cina dimostra alle Elite che si può farne benissimo a meno.

La Cina è vicina (?)


Il dibattito sul TAV in Valsusa è più caldo che mai ma non è il solo che riguardi le vie del commercio internazionale che interessano l'Italia. Il 22 marzo il presidente Xi Jinping, visiterà per la prima volta la penisola per incontri ai massimi livelli, da Mattarella al premier Conte. Centro della visita sarà l'adesione del nostro paese alla nuova "Via della Seta" (BRI), che la Cina sta realizzando dal 2013, per connettere Asia, Europa e Africa e affiancare la globalizzazione a guida americana. Gli USA temono che questa venga in realtà sostituita dall'iniziativa cinese e chiedono al nostro paese di desistere. La Cina si propone di unire con nuove linee ferroviarie e marittime, 60 paesi aggregando il 35% del PIL e il 60% della popolazione mondiale. L'Italia è uno snodo importante e potrebbe divenire il punto di approdo per le merci europee verso la Cina e viceversa. I cinesi sono interessati al porto di Trieste, ma non solo, e alla possibilità di raggiungere i mercati europei, con tre giorni di anticipo rispetto a Rotterdam. Anni fa si interessarono a Gioia Tauro, ma lungaggini burocratiche, e l'ostracismo di parte della politica locale, vanificarono l'accordo. Si rivolsero quindi ai greci acquistando il 67% del porto del Pireo, facendone lo snodo principale per l'import-export con l'Europa. Ora ci riprovano e gli americani sono preoccupati che un'iniziativa commerciale possa trasformarsi in un cavallo di Troia che porti a futuri accordi politici. Il fallito tentativo di accordo transatlantico, il TTIP, era un tentativo di anticipare e scongiurare questa eventualità, in un momento storico in cui l'influenza USA nel mondo è declinante. La "NATO Economica" doveva affiancare quella militare per mantenere l'Europa nell'orbita americana. La BRI potrebbe invece portare un giorno l'Europa nella SCO, l'alleanza militare a guida russo-cinese. Se nel 1492 la scoperta dell'America generò l'eclissi dell'Italia; la riscoperta della Cina porterà invece a un nuovo Rinascimento?

Radio Londra dice Bye Bye


Il 29 marzo scadrà il termine che EU e Gran Bretagna si sono date per attuare la cosiddetta Brexit.
Al momento si profila un'uscita senza accordo sui futuri rapporti tra le parti, in particolare su dazi e tariffe, status dei rispettivi cittadini espatriati e sul nodo della frontiera tra Eire e Irlanda del nord. Le ultime notizie parlano di un possibile slittamento al 2021 per aver più tempo per un accordo ma i nodi da sciogliere sono intricati. Nissan e Honda hanno espresso la volontà di chiudere gli stabilimenti in GB in caso di No-Deal (nessun accordo), in quanto le barriere tariffarie per esportare in EU le loro auto le renderebbero troppo care; meglio spostare gli impianti sul suolo europeo. Anche alcune istituzioni finanziarie potrebbero lasciare Londra per Francoforte così come qualche azienda di alta tecnologia. Non è secondario, poi, che l'isola importi buona parte di quanto consuma proprio dall'Europa e che senza di essa non sarebbe autosufficiente in campo alimentare e farmaceutico. Il punto più difficile è quello relativo alla frontiera tra Irlanda del Nord ed Irlanda poichè implicherebbe la costruzione di una barriera che nessuna delle due parti vuole. Si prospetta quindi uno status speciale che porterebbe alla nascita di una zona franca in cui varrebbe la doppia circolazione di Euro e Sterlina. Un attentato nell'Ulster, qualche settimana fa, ha ricordato a tutti che il rischio di un ritorno alla guerriglia tra cattolici ed unionisti non è così remoto e che una soluzione di buon senso è interesse di tutti. Anche la Scozia è un problema poichè è nota la sua volontà di indipendenza da Londra e la Brexit potrebbe portare ad un secondo referendum per ottenerla. La premier Theresa May è assediata dal suo partito, dall'opposizione laburista e dai vertici dell'EU. Il suo è un compito improbo ma è risoluta nel far uscire comunque la GB dall'UE. Se gli inglesi non sono soliti fare salti nel buio, questa fretta indica che per loro è proprio una questione vitale.

giovedì 25 ottobre 2018

La Storia non è ancora finita, Francis!



30 anni fa , anno più anno meno ,in una calda giornata d'estate si dissolveva l'Unione Sovietica.

Oltre Settant'anni di rivalità tra due blocchi che erano diversi in tutto ed in tutto contrapposti terminava e lasciava un solo sistema di valori vincitore sul campo:il modello occidentale.

Capitalista,progressista,per lo più cristiano e democratico; abbiamo vissuto in questo sistema per molta parte della nostra vita ormai, e le generazioni che definiamo "giovani" non hanno conosciuto che questo.

In questi trent'anni quasi ogni indicatore è cresciuto,perché indipendentemente dai crolli di borsa o dalle crisi economiche , oggi stiamo meglio in tutti gli ambiti della nostra vita.L'aspettativa di vita si sta alzando a livello globale, mangiamo di più, anzi troppo, vi sono più automobili e le nostre case sono piene di apparecchi elettronici che trent'anni fa ,ma anche solo dieci, non esistevano o erano agli albori.

Va tutto bene allora? No di certo.

Quella che stiamo vivendo e che definiamo "crisi" nei discorsi quotidiani è in realtà l'ultima fase di un processo cominciato quasi trent'anni fa, con la firma del trattato di Maastricht (1992).In quel momento non nasceva solo l'Euro ed attraverso esso l'Europa ,ma prendeva forma un assetto del potere globale diverso da tutti quelli precedenti.Ora tre dei componenti del G7, il club dei grandi paesi, organo non ufficiale ma diventato nel tempo sempre più abituale quale consesso internazionale, hanno la stessa moneta e la stessa bandiera, quella europea.

E' quasi un G6.

Quella moneta è oggi la moneta più forte, e compete ogni giorno con il dollaro per divenire moneta di riserva.Quello che abbiamo di fronte, in televisione, ogni giorno, è il resoconto dettagliato, quasi una telecronaca sportiva, di un'altra svolta della Storia come quella avvenuta trent'anni fa.

L'era del Dollaro,la moneta più moneta delle altre,sta giungendo a conclusione e gli americani dovranno saper fare di necessità virtù per poter mantenere in piedi un sistema per nulla attento alle differenze sociali,alle ineguaglianze,alla compassione.

Se l'Europa invece riuscirà a salvarsi dagli attacchi internazionali e dalle spinte centrifughe, che sembrano ogni giorno di più effetti delle forze di reazione a questo cambiamento, guadagnerà probabilmente il suo diritto al monetarismo espansivo, se lo vorrà usare.

Oppure potrà essere l'azionista di maggioranza di un paniere di valute mondiali affidabili finanziariamente e contagiare con il suo sistema di regole anche gli altri sistemi economici.

Perché questa digressione economica? Perché ridurre più di quattro lustri di Storia ad una mera operazione finanziaria?

La fine dell'URSS ha messo fine ad una alternativa che era Sociale,Politica ed Economica insieme.

Gli ideali che si stavano spegnendo,quelli del Socialismo e del Comunismo, avevano orientato l'azione degli Uomini per centocinquant'anni. Valori,abitudini, comportamenti e logiche che avevano dettato gli orientamenti di tante persone, ad un tratto non servivano più, anzi divenivano disfunzionali.

Quelle dottrine avevano impedito al capitalismo ultra liberale degli anni venti di divenire un Moloch planetario imponendo però al mondo un freno alle possibilità espressive dell'umanità;in un piano quinquennale c'è davvero pochissimo spazio per i colpi di genio e le virate gestionali a cui ci hanno abituato persone come Elon Musk o lo scomparso Steve Jobs.

In Europa, Italia a parte,i principali partiti comunisti sono svaniti entro pochi anni dalla fine dell'URSS e ciò ha lasciato spazio ad un'unica ottica, un'unica, possibile, ottica per tutti i sistemi politici. La presa dei concetti propri della sinistra in tutti i paesi si è affievolita ed il mercatismo è divenuto padrone della scena politica.

Tutto per il mercato, tutto attraverso il mercato.

Il liberismo di stampo anglosassone fatto di Stato ridotto al minimo e mercati liberalizzati è diventato presto l'unico fine di tutti i sistemi politici occidentali ormai liberi dalle dicotomie Mercato/Comunità, Capitalismo/Economia Pianificata imposte dall'ingombrante presenza ideologica di Mosca.

In questa situazione la Politica si è trovata a dover svolgere esclusivamente un opera di amministrazione e risoluzione delle istanze portate dal Mercato.

La Società, in questo processo, si è dovuta adattare.

Le privatizzazioni, le liberalizzazioni di interi comparti economici,la spinta decisa sulla competizione e sull'export,determinano infatti un clima nuovo e nuovi rapporti sociali.

L'ottica cliente-fornitore diviene abituale ,una forma mentis necessaria ad interpretare i nuovi fenomeni sociali.

Facciamo un esempio:

Se una grande azienda ,prima di proprietà dello Stato viene venduta in una fase di privatizzazioni,a grandi fondi transnazionali che mirano al massimo profitto ,potremo immaginare che questi spezzetteranno la società,chiuderanno i reparti improduttivi,estrometteranno personale delocalizzando alcune linee e terziarizzando lavorazioni interne tramite lo spin-off di rami d'azienda che andranno a formare nuove, piccole e medie imprese.

Nel giro di pochissimi anni,la realtà sociale dei cittadini lavoratori di quell'azienda cambia radicalmente;ora sono parte di un processo economico, prima tutto interno all'azienda , che è anche in parte esterno e coinvolge altri operatori economici.Il rapporto con il lavoro si modifica e con esso lo stile di vita.

E' l'intera società che ormai vive in un'ottica di interdipendenza funzionale sempre più stretta e complessa.

In questi trent'anni sono cambiati gli imperativi che guidano le nostre azioni,le nostre chiavi interpretative,le nostre aspettative.Siamo cambiati noi.

L'ottica è sempre più di breve periodo ,nuove necessità nascono da stimoli sempre più intensi.

Le mode si succedono sempre più rapide e influenzano sempre più le abitudini.L'esistenza è divenuta quotidianità.

Manca un fine.

La crisi economica nella misura in cui l'economia si è sostituita alla politica come mezzo per la realizzazione delle nostre aspirazioni è anche crisi esistenziale.

Ma l'economia non ha altri fini che la continuazione di se stessa,non può proporre traguardi ideali che possano portare un individuo a crearsi un orizzonte d'azione che non sia meramente lavorativo.

Più lavori più guadagni.

Più lavori,meno tempo hai per tutto il resto.

La politica invece ha uno spettro più ampio,coinvolge molteplici aspetti dell'intera nostra vita,deve avere un orizzonte stabile per fornire una cornice anch'essa stabile all'esistenza degli individui.

Nascere,Crescere,avere dei figli,morire dignitosamente non sono fini ultimi dell'economia, sia essa industriale o finanziaria, ma devono esserlo per la Politica che è fatta dagli uomini per gli uomini e non dai numeri per il profitto.

Se lasciamo che la politica sia indotta nelle sue scelte solamente da principi di natura economica senza che siano chiari i fini socialmente espressi ed i valori che supporteranno l'azione,allora avremo vinto la battaglia contro i Piani Quinquennali per perdere la guerra contro le Relazioni Trimestrali.