Perchè Ordine e Progresso?

Il Blog prende il nome dal motto inscritto sulla bandiera del Brasile e mutuato da un'aforisma di Auguste Comte.
Questi, uno dei padri della Sociologia, era una convinto positivista, il che nel 1896 lo rendeva anche un progressista.
L'importante è , come infatti Comte mette al primo punto, che l'Amore sia sempre il principio cardine dell'Agire.


L'Amore per principio e l'Ordine per fondamento;il Progresso per fine

Auguste Comte ,1896
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domenica 10 maggio 2020

Cosa resterà di questi 80 giorni.


Il 18 Maggio,saranno passati 80 giorni dall'inizio del lockdown italiano,anche se nazioni europee hanno chiuso tutto per qualche giorno in meno. Senza dubbio,oltre alle conseguenze sanitarie,sono state quelle economiche a creare il maggior danno. Se non si verificherà una seconda chiusura,le prime svaniranno col tempo ma le seconde resteranno con noi,portando con sè cambiamenti rilevanti alle nostre vite. Negli anni abbiamo vissuto altre situazioni critiche come la crisi del 2008 o l'ondata di terrorismo dal 2011 in poi,ma mentre la seconda è svanita senza quasi lasciar tracce visibili nelle nostre società (fatta eccezione per i controlli aeroportuali),la prima ha influito fortemente sul tessuto sociale di molte nazioni. Nei discorsi quotidiani non si ha più traccia delle paure suscitate dagli attentati,ma la caduta dell'economia dovuta alla crisi dei subprime ha indotto migliaia di aziende alla chiusura e ridotto di decine di punti l'occupazione in tutta Europa,creando situazioni di precarietà e nuove povertà. Allo stesso modo,quando tra qualche mese lo sgomento portato dai numeri del contagio e dei morti dovuti al virus si sarà affievolito,le difficoltà economiche da esso create saranno ancora lì. Le analisi economiche prevedono ristrutturazioni e chiusure in comparti come l'automotive,l'industria aeronautica,la ristorazione e il turismo. Si prevede una forte spinta all'automazione nelle fabbriche e la digitalizzazione di interi settori economici. Ciò porterà con sè la richiesta di nuove figure professionali specializzate e l'espulsione dal mondo del lavoro di persone con poca formazione. E' anche vero che l'allerta per la rottura delle catene di fornitura globali,riporterà in Europa e America diverse aziende ora localizzate in Asia,con un possibile aumento di posti di lavoro,ma ci vorrà tempo. Intanto,ovunque, tutti i bilanci pubblici sono stati stravolti dalle risorse richieste per contrastare gli effetti della pandemia e,ovunque,il rapporto tra debito e PIL è aumentato di decine di punti,essendo aumentato il primo e diminuito il secondo. Ci aspetta una decrescita che,forse,non sarà del tutto felice.


L'età dell'oro



L'Ordine Internazionale sta cambiando, di giorno in giorno, inesorabilmente, davanti ai nostri occhi.
Nazioni prima considerate del secondo o terzo mondo, come Russia, Cina o India, competono con Europa e USA per l'egemonia mondiale. La prima delle due, è in preda alle convulsioni generate dalle rivolte interne francesi, dalla secessione inglese, dal “ribellismo” italiano e dal nazionalismo delle Nazioni dell'est. La seconda ha deciso di cambiare tutte le regole, e di stracciare quelle che non possono esserlo in maniera a lei favorevole. America First è il motto del Presidente Trump, e si staglia su ogni azione della sua amministrazione. Tutto questo, però, porta con sé una serie di ricadute che investono la natura delle società. I segni di un passaggio di stato nell'Ordine Internazionale ci sono tutti, come fa notare Richard Haas su Foreign Policy del gennaio 2019 1.

Il sistema internazionale non è così “inevitabile” come una certa narrativa lo dipingeva appena due anni fa. Anzi, è in continuo mutamento ed è per questo che sono necessari aggiustamenti al sistema di regole che governano il mondo dalla fine della II Guerra Mondiale prima, e della Guerra Fredda poi. Anche se alcune tensioni, come quella coreana, sembrano stemperarsi, altre si stagliano già all'orizzonte, come una crisi sino-americana o russo-europea. Senza contare il calderone sempre acceso del medioriente.

Il sistema in cui attualmente viviamo è solo in seconda battuta figlio della seconda guerra mondiale. Dopo quel tragico evento nacquero la CECA, primo embrione dell'attuale UE, la NATO, la Banca Mondiale, Il Fondo Mondiale Internazionale e il GATT, che diverrà in seguito WTO e la trasformazione della Società delle Nazioni in ONU.
Questi organismi sovranazionali hanno rappresentato il quadro giuridico, militare, politico ed economico al quale le Nazioni, e quindi le politiche nazionali, hanno dovuto conformarsi in questi 70 anni.

Il mondo, materiale e immaginario, in cui viviamo è però, in prima istanza, conseguenza di quanto avvenuto nei primi anni 70.
Il 15 Agosto del 1971, l'allora Presidente americano Nixon, annunciò che avrebbe “temporaneamente chiuso la finestra di convertibilità tra oro e dollaro” ponendo fine alla parità aurea di 35 $ per un oncia di oro, che era rimasta valida dagli accordi Bretton Woods in poi. Si dava il via alla fase inflazionaria del dollaro2 e alla sua diffusione planetaria. La cosiddetta “dollarizzazione dell'economia mondiale”

Il 21 Febbraio del 1972, lo stesso Nixon si recò in visita in Cina.
Detta così, oggi, sembra un'affermazione banale ma per il periodo fu un gesto epocale. Nel pieno della Guerra Fredda, il Presidente americano si recava in visita ufficiale nel più popoloso paese comunista, suo acerrimo nemico ideologico e militare. Gli accordi che ne scaturirono permisero alla Cina di uscire dall'abbraccio, troppo stretto, con l'URSS e agli Stati Uniti di dividere un blocco che, unito rappresentava i due terzi della massa terrestre.
I cinesi gradiscono perseguire accordi in cui ognuno degli attori raggiunga un proprio obiettivo, almeno subottimale. E' la strategia detta “win-win”.

Anche dal punto di vista economico, cinesi e americani si accordarono per ottenere un vantaggio reciproco. Il mercato statunitense. ed occidentale, si sarebbe aperto alle merci cinesi, se il Paese di Mezzo avesse poi reinvestito i capitali guadagnati, acquistando debito pubblico americano. A giugno del 2018 il debito acquistato da Pechino ammonta a 1200 miliardi di $3 ed è il maggiore tra i creditori degli USA.

Le ricadute per il mondo hanno iniziato a vedersi a partire dal 1978 e poi con maggior slancio dal 1992, con la nuova politica di Deng Xiao Ping, e il suo slogan: “arricchirsi è glorioso”. Il Socialismo con caratteristiche cinesi, immaginato da Deng, non disdegnava la crescita economica e quella industriale. Da allora, migliaia di aziende da tutto il mondo hanno realizzato propri impianti in Cina, realizzando quello che si chiama “off-shoring”, chiudendo contemporaneamente le fabbriche nei paesi d'origine.
Ciò è avvenuto soprattutto negli USA che, a partire dagli anni 90, hanno ridotto la produzione industriale ed aumentato le importazioni dall'estero, soprattutto dalla Cina. Contemporaneamente si è verificata la forte finanziarizzazione dell'economia americana e il progressivo aumento del deficit commerciale con Pechino.

E' soprattutto accaduto che milioni di aziende cinesi siano entrate nel mercato globale. Il mix tra basso costo del lavoro, trasferimento di tecnologia, popolazione con elevati tassi di educazione universitaria, politiche dirigiste e porti naturali noti da secoli, sia stato letale per molte aziende occidentali.
Per fare un esempio, la quasi totalità della produzione di articoli elettronici quali televisori, radio, videoregistratori, DVD è stata monopolizzata da aziende cinesi, dapprima con marchi europei o giapponesi, e quindi con quelli propriamente cinesi. Ad oggi non esistono più produzioni di rilievo in Europa ed anche molti marchi storici sono stati acquistati da fondi finanziari asiatici.

Molte altre produzioni, in special modo quelle con basso valore aggiunto o con lavorazioni largamente manuali, sono state spostate in Cina prima e nel resto dell'Asia, poi.
L'abbassamento generalizzato dei costi di produzione ha stimolato l'offerta, che si è riversata sui mercati mondiali grazie alla crescita esponenziale della logistica marittima. Le grandi navi portacontainer hanno iniziato a solcare i mari in maniera sempre più copiosa e le grandi catene di distribuzione, con i loro ipermercati, hanno portato il “modello di consumo” americano in tutto il mondo. E' stata quella che abbiamo chiamato per più di dieci anni, “globalizzazione”, ed ha cambiato molti dei paradigmi economici e politici del mondo uscito dalla fine della Guerra Fredda.

Se è vero che in Cina è nata una enorme classe media, e addirittura una vasta platea di miliardari, in quest'ultimo quarto di secolo, in tutto l'occidente, si è verificato un abbassamento dei salari ed un aumento della disoccupazione. Il vasto credito concesso nei primi anni 2000, ha finanziato molti acquisti altrimenti impossibili, come l'auto o la casa e l'impoverimento è stato solo in parte compensato dall'abbondanza di merci a basso costo provenienti da tutto il mondo, ed in particolare dalla Cina. E' veramente raro, ad oggi, trovare in casa un prodotto che non sia marchiato “made in china”, indipendentemente che sia un costoso televisore 50 pollici o un economico portachiavi.

Tutte le Nazioni occidentali, nessuna esclusa, hanno un disavanzo commerciale con il paese del Dragone, e non tutte hanno esportazioni o partecipazioni in aziende cinesi, sufficienti a contrastare il fenomeno della “cinesizzazione”.
L'apparizione dei BRICS sulla scena mondiale è coinciso con la prepotente crescita della finanza internazionale. Strumenti sempre più sofisticati sono stati il sostegno della globalizzazione in tutti gli anni 90 e lo sono tutt'ora. Sebbene le crisi si siano avvicendate, a cicli quasi regolari, in tutti decenni e con effetti sempre maggiori, la finanza resta il principale collante del sistema internazionale, che piaccia o meno.

Senza i flussi di capitali che quotidianamente si spostano da un continente all'altro, non potrebbero muoversi neanche le merci che con quei capitali vengono prodotte ed acquistate.
A seguito della crisi del 2008, e negli anni seguenti, di fronte al porto di Singapore si ammassarono centinaia di navi portacontainer vuote. Il Baltic Dry Index, l'indicatore che segnala il costo di affitto di tali navi, era sceso a livelli talmente bassi che diverse navi furono demolite, poichè il costo dello stallo in porto non sarebbe stato ripagato dall'eventuale nolo.

Come detto, nel '71 Nixon ha messo fine al “gold standard” americano e ciò ha permesso la creazione quasi infinita di massa monetaria che si è riversata in tutte le attività industriali, commerciali, di ricerca, di comunicazione. Da quel giorno in poi, il mondo ha iniziato a navigare in un mare di credito denominato in dollari.
Con il credito arriva, però, anche il debito.
L'enorme balzo in avanti delle telecomunicazioni mondiali, è avvenuto a scapito di centinaia di migliaia di investitori. Alcuni di loro hanno perso denaro durante la bolla delle aziende di telecomunicazioni, e la corsa alla posa dei cavi di interconnessione transoceanica e internazionale. Altri li hanno persi nella successiva bolla delle “dot com”, le aziende di internet che appena nate si quotavano in borsa, e raggiungevano quotazioni stellari.

Questo processo ha però permesso sovracapacità di connessione, con la conseguente riduzione dei costi, e un'ampia diffusione di internet tra la popolazione mondiale per la successiva, attuale fase, in cui la rete è parte integrante dell'economia reale di molte Nazioni. I magazzini di Amazon impiegano centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo, e l'indotto muove miliardi di dollari ogni anno.
L'alternarsi delle fasi di “boom and bust”, crescita e crollo, dell'economia mondiale è stato una costante degli ultimi decenni, a partire dal “lunedì nero” del 1987 sino al fallimento di Lehman Brothers nel 2008. Ognuna di esse ha portato ad un aumento del credito rilasciato dalle banche centrali mondiali, a nuove regole emesse dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (le famose regole di Basilea) , a nuove bolle e a nuove crisi.
Stiamo per raggiungere il punto di questa digressione, sebbene la premessa sia stata piuttosto elaborata.

Oggi tutte le materie prime vengono scambiate in dollari, così come la maggior parte delle transazioni economiche, monitorate attraverso il consorzio SWIFT, attraverso il quale devono obbligatoriamente passare4.
Il sistema finanziario internazionale è incardinato al dollaro e ne è suo ostaggio. Le sanzioni americane sono temute come le scomuniche della Chiesa del 1200, e si parla apertamente di “dollar weaponization”, un concetto che in italiano si potrebbe tradurre con “usare il dollaro come un'arma”. Le fluttuazioni della valuta americana sono decise dalla FED e dal Ministero del Tesoro, ma influenzano i destini di tutto il mondo. Il suo utilizzo negli scambi internazionali è condizionato alla volontà di un solo paese, gli USA, ed esserne esclusi porta all'isolamento internazionale. Inutile dire che ogni epoca ha avuto la sua moneta preminente, e che l'enorme diffusione del dollaro ha creato le condizioni per la nascita e la crescita del mercato internazionale, ma la fase attuale è ampiamente multipolare e necessita regole nuove.
Ed è un paradosso, se si pensa che questo momento storico è proprio un effetto dell'enorme crescita degli scambi internazionali, grazie a mercati regolamentati e finanziariamente resi stabili dalle transazioni in dollari.

Lo squilibrio attuale è l'effetto di quanto descritto nella premessa; dopo anni di off-shoring, il consumatore americano non ha più un lavoro per alimentare i propri consumi, o il proprio reddito non è sufficiente. L'impegno di Trump a riportare aziende sul suolo americano è legato alla perdita del tessuto industriale americano, che rende difficile riequilibrare le esportazioni e con esse la bilancia commerciale. Accordi in tal senso sono già stati imposti a Messico e Canada. Se poi si considera che nell'acquistare prodotti cinesi gli americani finanziano il proprio principale sfidante per l'egemonia mondiale, si comprende l'enfasi che il presidente americano mette nelle trattative sul commercio internazionale. Dall'altro lato dell'Atlantico, i consumatori europei lottano da anni con la disoccupazione, che è in media il doppio di quella americana, e vivono in Nazioni con tassi di crescita molto bassi, se comparati a quelli di molti grandi competitori esteri.

Le sollecitazioni all'Europa a “prendersi maggiori responsabilità” nel campo della difesa, che tradotto significa aumentare la propria contribuzione nella NATO, sono anch'esse una scelta legata alla riduzione del budget americano e a una ridefinizione delle priorità strategiche.
Le scelte politiche di Trump, tese a ridurre le spese americane ed aumentare le entrate, non sempre si conciliano con le decisioni della FED, che è propensa ad imboccare la strada del lento, ma costante, rialzo dei tassi di interesse. Ciò porta ad un apprezzamento del dollaro, che rende più difficili le esportazioni e convenienti le importazioni, un effetto che vanifica le scelte delle politiche presidenziali.

Come ben si comprende “l'esorbitante privilegio”, come lo definì De Gaulle, di poter essere al contempo utilizzatore ed emittente dell'unica valuta di riserva, porta con sé oneri e onori.
Anche gli USA si stanno rendendo conto che i primi stanno superando i secondi.
Molte Nazioni scambiano ogni giorno miliardi di dollari per acquistare prodotti energetici. Alcune di loro hanno creato programmi di “swap”, di scambio, di rispettive valute per acquistare i prodotti reciproci e aggirare l'egemonia del dollaro5. Per Nazioni come l'Iran, sotto sanzioni da più di 40 anni, vendere petrolio e gas in dollari è divenuto, nei fatti, impossibile. La Repubblica Islamica ha però in essere contratti miliardari con Russia e Cina in Rubli e Yuan e con altri paesi addirittura in oro.

La stessa Unione Europea, il più grande consumatore di energia del pianeta6, vuole mantenere i contratti nel settore energetico con l'Iran e sta predisponendo un veicolo finanziario in euro per aggirare le sanzioni americane. Il fondo sarebbe aperto ad altre Nazioni, e se si concretizzasse rappresenterebbe una modalità alternativa al pagamento in dollari.
L'Euro, per quanto contestato, è ormai la seconda valuta mondiale ed è pronto a sfidare il dollaro come moneta di riserva 7.

Anche i cinesi aspirano a rendere convertibile la loro valuta e così i russi. Questi ultimi hanno iniziato a vendere petrolio e gas in rubli attraverso contratti swap ed hanno ridotto a soli 15 miliardi di $ il loro portafoglio di titoli americani8. Ciò è in linea con le attese russe di potersi attendere di essere espulsi dal sistema di pagamenti internazionali SWIFT, che non solo impedirebbe di recuperare quei crediti, ma escluderebbe la Russia dal commercio internazionale9.
Russia, Cina, Europa, India e molti altri paesi stanno da tempo pensando ad un sistema di pagamenti internazionale fondato su un paniere di valute, con un sistema valutario regolato, indipendente dalle volontà politica di una singola Nazione.
Si avverte l'esigenza di uno strumento politicamente neutro per gestire le transazioni economiche.

Quello strumento esiste già ed è sempre stato presente negli ultimi 5000 anni circa.
Si chiama oro.
Nel 2021 saranno passati 50 anni dall'annuncio di Nixon, e l'idea che possa riaprirsi quella finestra che “temporaneamente” chiuse svelerebbe scenari totalmente nuovi.
E' da ritenersi impossibile l'ipotesi di un ritorno ad un Gold Standard, almeno negli scambi internazionali?

Negli ultimi 15 anni la crescita del prezzo dell'oro è stata esponenziale, arrivando a toccare i 1800 $ nel 2012. E' ancora considerato moneta sonante in tutto il medioriente, in cui la finanza islamica lo usa attivamente nelle proprie transazioni, in Asia ed anche la Russia lo valuta un ottimo investimento10.

Il più grande produttore mondiale è la Cina, che però non lo commercia. Le stime sui lingotti di Pechino ufficiali si attestano sulle 1850 tonnellate, ma molti analisti stimano possano essere più del doppio. In questa particolare classifica sono primi gli Stati Uniti con 8130 tonnellate, seconda la Germania con 3370, terza l'Italia con 2450 poi la Francia con 243011.

Tutte le banche centrali hanno aumentato i propri possedimenti di oro fisico e il metallo giallo fa parte di panieri di investimento di grandi fondi ed è il collaterale di ETF e derivati. Una parte dell'oro di alcune Nazioni europee, è custodito a New York, presso la FED, e a Londra. In parte è la conseguenza della Guerra Fredda, per custodire l'oro europeo il più lontano possibile da Mosca, ma in qualche caso è servito da “garanzia” per prestiti particolarmente corposi. Negli ultimi anni è cominciato un movimento inverso, che ha riportato parte di quell'oro nei forzieri dei legittimi proprietari, e questo ha scatenato diverse illazioni. Nel mese di ottobre del 2018, l'Ungheria ha quasi decuplicato i propri possedimenti (31,5 tonnellate) seguendo quanto fatto negli anni precedenti da Polonia, Russia e Cina. Solo l'Inghilterra ha venduto quasi tutto il suo oro e per giunta ai prezzi più bassi del periodo, nel 2004.

Il problema principale dell'oro è al contempo la sua forza: la scarsità.
L'oro già estratto e raffinato, puro al 99% e vidimato è pari a 190000 tonnellate , se ne stima ne rimangano 54000 tonnellate12. Il valore totale di tutto l'oro estratto è , ai prezzi di dicembre 2018, pari a 7.1 triliardi di $.
Il valore totale dell'economia mondiale è stimato in 80 triliardi13; il rapporto è quindi di 11 volte. Ipoteticamente, quindi, il prezzo dell'oro dovrebbe aumentare di almeno quella cifra per assorbire l'intero valore dell'economia globale . Senza contare il valore attuale dei beni già esistenti.

Inoltre, l'economia mondiale è in larga parte è formata da strumenti finanziari fondati sul debito. Senza contare gli investimenti detti “a leva”, fatti cioè moltiplicando per un certo multiplo l'investimento iniziale (ma anche le perdite, nel caso contrario). L'oro non è moltiplicabile e, vista l'esigua quantità con la quale aumentano le riserve mondiali, è altamente stabile. Non è certamente lo strumento ideale per un mondo in cerca di continua crescita, ma può esserlo se l'obiettivo è la stabilità del sistema internazionale degli scambi, ma con regole nuove.

Sarà forse necessaria una cancellazione, magari un dimezzamento, del debito di tutte le Nazioni mondiali, per permettere all'oro di essere effettivamente un asset nel valutare le finanze nazionali. E' anche probabile che parte della “finanza creativa” che ha dominato il settore economico degli anni 2000, e che ha già portato alla crisi del 2008, dovrà aver fine. Un mondo in cui torni un “nuovo Gold Standard” sarà fondato sulla produzione di valore reale e sul suo scambio per un certo controvalore di metallo (con adeguati strumenti economici). La finitezza dell'oro e la sua tangibilità, lo rendono poco utilizzabile per prodotti altamente speculativi con rendimenti a doppia cifra. Già ora, nell'ambito della finanza islamica, i prestiti in oro non pagano interesse, e prestatore e contraente si impegnano in una partecipazione paritetica nell'investimento.

Questa ovviamente non è che una suggestione, ma quell'annuncio di Nixon e quel suo riferimento alla temporaneità dell'intervento lasciano aperti diversi interrogativi. Gli accordi internazionali hanno spesso durate predefinite, e queste sono di solito multipli di 5 anni sino ad arrivare a 100.
50 anni è un anniversario evocativo, e se si presenta in un periodo di tempeste valutarie, borse in discesa, tassi di interesse in crescita, bilanci nazionali che scricchiolano, tensioni geopolitiche, pensare che abbia una parte in tutto ciò non è irrealistico.

Così come 50 anni fa, cinesi e americani si trovano nella condizione di poter raggiungere un accordo win-win giocando, come allora, una partita di ping pong tra dazi e tariffe, svalutazioni e tassi di interesse.
Gli USA vogliono partecipare al ricco mercato cinese delle importazioni ma non vogliono subire le importazioni spinte dalle svalutazioni artificiali dello yuan. I cinesi vogliono continuare a mantenere aperto il commercio internazionale e , possibilmente, riprendersi parte di quei 1,2 trilioni di dollari che hanno prestato a Washington. Il tutto sull'orlo di un confronto militare diretto nel Mar Cinese Meridionale, o per procura, in Korea.

Anche oggi, come allora, a Pechino siede un “Grande Timoniere”, eletto a vita, e a Washington un Repubblicano, sebbene atipico e forse “antipatico” almeno quanto Nixon.
Anche oggi la Russia ha un ruolo di primo piano su tutti gli scenari mondiali, ed è straordinariamente vicina a Pechino su molti fronti.
L'Europa è in tutt'altre faccende affaccendata.
Le condizioni per un accodo epocale ci sono tutte.


domenica 8 dicembre 2019

E' morta la Politica,Viva la Politica.


30 anni fa, il 9 Novembre 89, cadeva il muro di Berlino. Oltre 70 anni di rivalità tra due blocchi che erano diversi in tutto ed in tutto contrapposti, terminava e lasciava un solo sistema di valori vincitore: il modello occidentale. Capitalista, progressista, per lo più cristiano e democratico; abbiamo vissuto in questo sistema per molta parte della nostra vita, e le giovani generazioni non hanno conosciuto che questo. In questi trent'anni sono cambiati gli imperativi che guidano le nostre azioni, le nostre chiavi interpretative, le nostre aspettative.Siamo cambiati noi. L'ottica è sempre più di breve periodo, nuove necessità nascono da stimoli sempre più intensi. Le mode si succedono sempre più rapide e influenzano sempre più le abitudini. In questa situazione la Politica si è trovata a dover svolgere esclusivamente un opera di amministrazione e risoluzione delle istanze portate dal Mercato. La Società, in questo processo, si è dovuta adattare. La crisi economica nella misura in cui l'economia si è sostituita alla politica come mezzo per la realizzazione delle nostre aspirazioni è anche crisi esistenziale. Ma l'economia non ha altri fini che la continuazione di se stessa,non può proporre traguardi ideali che possano portare un individuo a crearsi un orizzonte d'azione che non sia meramente lavorativo. La politica invece ha uno spettro più ampio, coinvolge molteplici aspetti dell'intera nostra vita, deve avere un orizzonte stabile per fornire una cornice anch'essa stabile all'esistenza degli individui. Nascere, Crescere, avere dei figli, morire dignitosamente non sono fini ultimi dell'economia, sia essa industriale o finanziaria, ma devono esserlo per la Politica che è fatta dagli uomini per gli uomini e non dai numeri per il profitto. Se lasciamo che la politica sia indotta nelle sue scelte solamente da principi di natura economica senza che siano chiari i fini socialmente espressi ed i valori che supporterano l'azione,allora avremo vinto la battaglia contro i Piani Quinquennali per perdere la guerra contro le Relazioni Trimestrali.

venerdì 29 marzo 2019

Marco Polo riparte per la Cina.

La visita del presidente cinese Xi Jinping si è appena conclusa e ha portato alla firma di accordi di collaborazione su molti temi, principalmente di natura economica. Il memorandum firmato a Roma non è vincolante per le due Nazioni ma rappresenta la cornice entro la quale scrivere i trattati bilaterali che verranno firmati nei prossimi 5 anni. I timori di una colonizzazione cinese dell'Italia sono esagerati ma gli accordi già stipulati da altre Nazioni, nell'ambito dell'iniziativa detta "nuova via della seta", devono essere studiati per non incorrere negli stessi errori. Sri Lanka, Pakistan, Gibuti e Montenegro hanno pagato cara la leggerezza con la quale hanno accettato i finanziamenti cinesi per le loro infrastrutture, e alcune di esse sono divenute legalmente di proprietà cinese. Durante il suo viaggio in Europa, il presidente Xi ha incontrato anche Macron e Merkel, e anche in questo caso gli accordi economici sono stati l'argomento del dialogo, con la differenza che Francia e Germania intrattengono da anni fruttuosi rapporti commerciali con la Cina. L'interscambio commerciale franco-cinese è di 167 Mld, quello tedesco è di 170, quello italiano tocca i 50 Mld. Il nuovo governo considera auspicabile un ampliamento di tale interscambio e la visita in Cina del settembre 2018 ha visto la partecipazione di diversi imprenditori italiani. Gli USA si sono detti preoccupati che gli accordi economici possano divenire di ordine geopolitico, ma è una prospettiva al momento remota. La resa incondizionata dell'Italia firmata a Cassibile nel '43, la lega agli USA in maniera molto stretta e l'ampia presenza militare americana nel Belpaese ne è la prova. Certo è che la perdita di centralità degli USA negli assetti internazionali è ormai un fatto e qualunque vuoto viene riempito dalle potenze mondiali e regionali. La stabilità globale deve essere continuamente costruita; oggi questo onere è in carico alla Cina, ma è ancora l'Europa a restare al centro del mondo. E Pechino lo sa.

domenica 17 marzo 2019

La diplomazia del tubo.



Quello che all'apparenza potrebbe sembrare un titolo ironico, è invece il motivo per cui l'Italia, e non solo, si è spesa molto per la Conferenza di Palermo sulla Libia del 12 e 13 Novembre 2018. Alla sua chiusura, il Presidente Conte l'ha definita una "non vittoria" ma sapeva di dire una mezza bugia. E' stata infatti una mezza vittoria poichè vi hanno partecipato Al Sarraj, presidente del governo provvisorio libico, il suo potente avversario Haftar, l'inviato dell'ONU Salamì, l'egiziano Al Sisi, il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, il primo ministro russo Medvedev, il greco Tzipras e i rappresentanti di Qatar e Turchia. E' stata la prima volta in cui tutti i principali attori della vicenda libica si sono riuniti sotto lo stesso tetto, tutti tranne tre: Macron, la Merkel e la May. Per il primo è stata una sconfitta cocente. La Francia infatti sostiene Haftar e, dopo aver rovesciato Gheddafi, ha provato più volte a fare della Libia un proprio protettorato, non certo per motivi umanitari. Quel paese, si sa, è ricco di petrolio e gas ma è da sempre legato all'Italia, con la quale è appunto connesso da un metanodotto che, grazie ad ENI e SAIPEM, porta milioni di metri cubi di gas alle raffinerie siciliane. La Francia ha un doppio obiettivo: chiudere quel "tubo" per indebolire la posizione dell'Italia quale snodo energetico d'Europa e impadronirsi dei giacimenti libici per farli gestire alla sua partecipata, la Total. Anche i tedeschi sono interessati ad indebolire l'Italia per lo stesso motivo, i Russi cercano di ostacolare la posizione francese e gli USA quella sia tedesca che francese. Il gioco libico è molto complesso ed anche Turchia, Qatar ed Egitto vi partecipano per lo stesso motivo: l'accesso o meno al ricco mercato europeo dei flussi energetici africani e mediorientali. Il gas, a differenza del petrolio, necessita di accordi di lunga durata ed è oggetto di rapporti geopolitici non sempre cristallini e palesi. I tubi, quando si hanno, è meglio tenerseli.

giovedì 25 ottobre 2018

La Storia non è ancora finita, Francis!



30 anni fa , anno più anno meno ,in una calda giornata d'estate si dissolveva l'Unione Sovietica.

Oltre Settant'anni di rivalità tra due blocchi che erano diversi in tutto ed in tutto contrapposti terminava e lasciava un solo sistema di valori vincitore sul campo:il modello occidentale.

Capitalista,progressista,per lo più cristiano e democratico; abbiamo vissuto in questo sistema per molta parte della nostra vita ormai, e le generazioni che definiamo "giovani" non hanno conosciuto che questo.

In questi trent'anni quasi ogni indicatore è cresciuto,perché indipendentemente dai crolli di borsa o dalle crisi economiche , oggi stiamo meglio in tutti gli ambiti della nostra vita.L'aspettativa di vita si sta alzando a livello globale, mangiamo di più, anzi troppo, vi sono più automobili e le nostre case sono piene di apparecchi elettronici che trent'anni fa ,ma anche solo dieci, non esistevano o erano agli albori.

Va tutto bene allora? No di certo.

Quella che stiamo vivendo e che definiamo "crisi" nei discorsi quotidiani è in realtà l'ultima fase di un processo cominciato quasi trent'anni fa, con la firma del trattato di Maastricht (1992).In quel momento non nasceva solo l'Euro ed attraverso esso l'Europa ,ma prendeva forma un assetto del potere globale diverso da tutti quelli precedenti.Ora tre dei componenti del G7, il club dei grandi paesi, organo non ufficiale ma diventato nel tempo sempre più abituale quale consesso internazionale, hanno la stessa moneta e la stessa bandiera, quella europea.

E' quasi un G6.

Quella moneta è oggi la moneta più forte, e compete ogni giorno con il dollaro per divenire moneta di riserva.Quello che abbiamo di fronte, in televisione, ogni giorno, è il resoconto dettagliato, quasi una telecronaca sportiva, di un'altra svolta della Storia come quella avvenuta trent'anni fa.

L'era del Dollaro,la moneta più moneta delle altre,sta giungendo a conclusione e gli americani dovranno saper fare di necessità virtù per poter mantenere in piedi un sistema per nulla attento alle differenze sociali,alle ineguaglianze,alla compassione.

Se l'Europa invece riuscirà a salvarsi dagli attacchi internazionali e dalle spinte centrifughe, che sembrano ogni giorno di più effetti delle forze di reazione a questo cambiamento, guadagnerà probabilmente il suo diritto al monetarismo espansivo, se lo vorrà usare.

Oppure potrà essere l'azionista di maggioranza di un paniere di valute mondiali affidabili finanziariamente e contagiare con il suo sistema di regole anche gli altri sistemi economici.

Perché questa digressione economica? Perché ridurre più di quattro lustri di Storia ad una mera operazione finanziaria?

La fine dell'URSS ha messo fine ad una alternativa che era Sociale,Politica ed Economica insieme.

Gli ideali che si stavano spegnendo,quelli del Socialismo e del Comunismo, avevano orientato l'azione degli Uomini per centocinquant'anni. Valori,abitudini, comportamenti e logiche che avevano dettato gli orientamenti di tante persone, ad un tratto non servivano più, anzi divenivano disfunzionali.

Quelle dottrine avevano impedito al capitalismo ultra liberale degli anni venti di divenire un Moloch planetario imponendo però al mondo un freno alle possibilità espressive dell'umanità;in un piano quinquennale c'è davvero pochissimo spazio per i colpi di genio e le virate gestionali a cui ci hanno abituato persone come Elon Musk o lo scomparso Steve Jobs.

In Europa, Italia a parte,i principali partiti comunisti sono svaniti entro pochi anni dalla fine dell'URSS e ciò ha lasciato spazio ad un'unica ottica, un'unica, possibile, ottica per tutti i sistemi politici. La presa dei concetti propri della sinistra in tutti i paesi si è affievolita ed il mercatismo è divenuto padrone della scena politica.

Tutto per il mercato, tutto attraverso il mercato.

Il liberismo di stampo anglosassone fatto di Stato ridotto al minimo e mercati liberalizzati è diventato presto l'unico fine di tutti i sistemi politici occidentali ormai liberi dalle dicotomie Mercato/Comunità, Capitalismo/Economia Pianificata imposte dall'ingombrante presenza ideologica di Mosca.

In questa situazione la Politica si è trovata a dover svolgere esclusivamente un opera di amministrazione e risoluzione delle istanze portate dal Mercato.

La Società, in questo processo, si è dovuta adattare.

Le privatizzazioni, le liberalizzazioni di interi comparti economici,la spinta decisa sulla competizione e sull'export,determinano infatti un clima nuovo e nuovi rapporti sociali.

L'ottica cliente-fornitore diviene abituale ,una forma mentis necessaria ad interpretare i nuovi fenomeni sociali.

Facciamo un esempio:

Se una grande azienda ,prima di proprietà dello Stato viene venduta in una fase di privatizzazioni,a grandi fondi transnazionali che mirano al massimo profitto ,potremo immaginare che questi spezzetteranno la società,chiuderanno i reparti improduttivi,estrometteranno personale delocalizzando alcune linee e terziarizzando lavorazioni interne tramite lo spin-off di rami d'azienda che andranno a formare nuove, piccole e medie imprese.

Nel giro di pochissimi anni,la realtà sociale dei cittadini lavoratori di quell'azienda cambia radicalmente;ora sono parte di un processo economico, prima tutto interno all'azienda , che è anche in parte esterno e coinvolge altri operatori economici.Il rapporto con il lavoro si modifica e con esso lo stile di vita.

E' l'intera società che ormai vive in un'ottica di interdipendenza funzionale sempre più stretta e complessa.

In questi trent'anni sono cambiati gli imperativi che guidano le nostre azioni,le nostre chiavi interpretative,le nostre aspettative.Siamo cambiati noi.

L'ottica è sempre più di breve periodo ,nuove necessità nascono da stimoli sempre più intensi.

Le mode si succedono sempre più rapide e influenzano sempre più le abitudini.L'esistenza è divenuta quotidianità.

Manca un fine.

La crisi economica nella misura in cui l'economia si è sostituita alla politica come mezzo per la realizzazione delle nostre aspirazioni è anche crisi esistenziale.

Ma l'economia non ha altri fini che la continuazione di se stessa,non può proporre traguardi ideali che possano portare un individuo a crearsi un orizzonte d'azione che non sia meramente lavorativo.

Più lavori più guadagni.

Più lavori,meno tempo hai per tutto il resto.

La politica invece ha uno spettro più ampio,coinvolge molteplici aspetti dell'intera nostra vita,deve avere un orizzonte stabile per fornire una cornice anch'essa stabile all'esistenza degli individui.

Nascere,Crescere,avere dei figli,morire dignitosamente non sono fini ultimi dell'economia, sia essa industriale o finanziaria, ma devono esserlo per la Politica che è fatta dagli uomini per gli uomini e non dai numeri per il profitto.

Se lasciamo che la politica sia indotta nelle sue scelte solamente da principi di natura economica senza che siano chiari i fini socialmente espressi ed i valori che supporteranno l'azione,allora avremo vinto la battaglia contro i Piani Quinquennali per perdere la guerra contro le Relazioni Trimestrali.

lunedì 2 aprile 2018

Una proposta che non si può rifiutare...




A distanza di poco più di un anno dal suo insediamento, Donald Trump ha dato il via al programma protezionista in ambito economico che ha caratterizzato la sua campagna elettorale.
Nei primi giorni della sua presidenza era già ricorso ai poteri presidenziali per ritirare gli USA dal TPP, il trattato trans-pacifico, affermando che non era vantaggioso per gli Stati Uniti. Lo stesso argomento è stato invocato in merito al commercio estero, con l'Unione Europea e diverse nazioni asiatiche, per prodotti quali pannelli solari, elettrodomestici, acciaio, alluminio ed altre decine di categorie di prodotti.

Difficile non chiamarla "guerra commerciale" poichè ne ha la forma e la sua sostanza si manifesterà nei contraccolpi che causerà in Europa, se realmente si verificherà. L'obiettivo principale, a detta del presidente americano, è la Cina, accusata di pratiche commerciali scorrette (dumping salariale, aiuti di stato, furto di brevetti, ecc) ma le ricadute sul rapporto con l'Europa sono evidenti. Le eventuali sanzioni decise da Trump non avranno lo stesso impatto su ciascuna delle nazioni che compongono l'Unione Europea. Alcune di esse come l'Italia, la Francia e la Germania, hanno un apparato industriale che per dimensione aggregata e specializzazioni si mette in diretta concorrenza con quello americano. In particolare la Germania è il quinto esportatore a livello mondiale verso gli USA con l'8,1 %, mentre importa a sua volta il 5,5 % dagli Stati Uniti.
L'Italia esporta il 7,8% ed importa il 3,3 dagli USA1.

Trump ha affermato che i dazi nei confronti dell'UE sono "sospesi" sino al 1° maggio, ma la Commissione Europea ha, giustamente, respinto un ultimatum così imperativo invocando il dialogo.
In effetti quello di Trump sembra il bluff di un giocatore di poker poichè, se è vero che i dazi danneggeranno i paesi che più esportano in USA, è anche vero che i consumatori americani, complessivamente, importano quasi 500 miliardi di $ di merci dall'Europa e quasi 1000 miliardi dalla Cina , su un import complessivo di 2,21 trilioni di $2.
Sostituire quei prodotti con gli omologhi americani sarebbe, nel breve e medio periodo, più costoso per i consumatori americani e comunque per alcuni prodotti, potrebbero non esserci alternative praticabili (basti pensare alle automobili).

Ma i dazi non sono il punto principale del contenzioso con l'Europa. Lo sono invece principi come quello di precauzione adottato nella Comunità o le normative europee sulle importazioni di certe categorie di prodotti americani come la carne di manzo e il pollame, i cereali OGM, farmaci ed automobili. Queste norme, a detta degli americani, impedendo l'esportazione dei loro prodotti verso il Vecchio Continente, causano l'attuale squilibrio della bilancia commerciale americana, e sono state oggetto di contenzioso anche in seno al WTO.
All'inizio di questo articolo abbiamo citato il TPP, il trattato commerciale tra 11 nazioni che si affacciano sul Pacifico, voluto da Obama e osteggiato da Trump. Quel trattato ha un gemello, diciamo "dormiente", tra gli USA e l'altra sponda atlantica, l'Unione Europea, e cioè il TTIP.

Il Trattato di Partnership Commerciale Transatlantica, che ha visto Stati Uniti ed Unione Europea confrontarsi per 15 round prima di interrompersi bruscamente, mira a realizzare un mercato privo di dazi e barriere doganali tra le due sponde dell'Atlantico. Il trattato inoltre definisce anche un'armonizzazione degli standard produttivi e legislativi su diverse materie, le cosiddette Barriere Non Tariffarie (BNT). Possiamo definirlo "dormiente" poichè non vi è stato alcun pronunciamento ufficiale sull'interruzione dei negoziati nè da parte dell'UE, nè dagli USA.

Attualment tariffe e dazi doganali nel commercio transatlantico sono già piuttosto ridotte (5,2% per l'UE e 3,5% per gli Stati Uniti, dati 2015). Notevoli sono invece le differenze regolamentari, legislative e normative tra le due sponde dell'Oceano. Si pensi solamente alla differenza tra le unità di misura (gli USA non adottano il sistema metrico decimale), ai diversi formati e tensione delle prese di corrente (220 volt in Europa, 120 volt in USA) o alle norme sull'import-export dei prodotti agricoli. Il trattato punta quindi a ridurre le BNT, ovvero all'eliminazione o armonizzazione di tutte quelle norme che rendono costoso il commercio di una stessa categoria di prodotti tra Europa e USA3.

Il TTIP è stato combattuto aspramente da movimenti e partiti in tutta Europa. Anche governi, come quello francese di Hollande e quello tedesco della Merkel hanno sollevato dubbi su alcuni suoi punti. Quello che Stati Uniti ed Europa stavano contrattando era un accordo tra pari, ma Trump ha svelato l'inganno gettando sul tavolo i numeri dell'export tedesco (116 mld $, dati 20164), italiano (47 mld $) e francese (48 mld $) in America e di quello americano in Europa (307 mld $ ).

Trump ha dichiarato più di una volta di voler ricostruire la base industriale degli Stati Uniti e per farlo ha già messo in atto, oltre ai dazi su diversi prodotti, anche incentivi fiscali al rientro di attività dall'estero e riduzione delle tasse per le imprese. Il mercato americano è ampio e ricco, ma a guadagnare da esso non sono i lavoratori americani ma le sole , grandi , corporations. Paradossalmente, più le grandi corporations macinano profitti, producendo in paesi in via di sviluppo e rivendendo in America, più gli Stati Uniti si indebitano. I numeri dicono che i cittadini americani non hanno però il lavoro sufficiente per pagare i prodotti in vendita. Solo nel 2017 hanno chiuso più di 5000 centri commerciali 5 e con i consumatori se ne sono andati via anche i lavoratori.

E le fabbriche avevano già chiuso anni fa. Dopo aver subito l'offensiva giapponese negli anni '80, specialmente in campo automobilistico e nell'elettronica, oggi è il tempo delle aziende cinesi. Marchi come Huawei, Lenovo, Cosco, Haier, Great Wall e stanno rapidamente sostituendo tanto i giapponesi quanto gli americani sul mercato nordamericano.
Gli USA importano ulteriori 580 mld $ di merci da Canada e Mexico, gli altri due aderenti del NAFTA, anch'esso molto osteggiato da Trump. Anche con questi due paesi la bilancia commerciale è negativa, poichè gli USA vi esportano solo 497 mld $ di beni, ed è sicuramente per questo che il presidente americano vuole ridefinire i termini dell'accordo nordamericano.
Non possiamo dimenticare che Trump si è detto anche molto critico del WTO e che la sua politica estera , in tema di commercio estero, prevede esclusivamente accordi bilaterali 6.

In definitiva i dazi di Trump hanno un duplice scopo: in primo luogo ridurre le importazioni dalla Cina stimolando il ritorno di attività produttive negli Stati Uniti, il cosiddetto "in-shoring"7.
In secondo luogo, riportare l'Unione Europea al tavolo delle trattative sul commercio atlantico in una posizione di forza e contrattare un accordo bilaterale, un TTIP "light", che metta d'accordo la forte vocazione esportatrice delle aziende europee, soprattutto tedesche, e americane senza intaccare i rispettivi campi di eccellenza. Come detto, il rapporto tra Cina e Germania sta crescendo rapidamente in forza e intensità e questo può minacciare lo status economico globale degli USA. La relazioni tra le due nazioni può rafforzarsi attraverso i collegamenti ferroviari attraverso la Russia, tagliando fuori gli Stati Uniti dalle rotte del commercio globale.
Trump, insomma, cerca di indebolire entrambe e contemporaneamente provare a rafforzare il rapporto con quella che Brzezinski definì "la testa di ponte democratica sulla massa continentale", ovvero l'Europa.
Questo è un imperativo geopolitico pressante per evitare di essere tagliati fuori da un commercio globale che vede sempre più la logistica via mare soccombere su quella via terra, rendendo vana la supervisione militare delle vie marittime da parte degli USA, rendendoli così meno "necessari".
Lo scontro immaginato chiaramente da Sir Harford Mackinder, più di cento anni fa, tra le potenze di mare e quelle di terra, non si è ancora concluso. Si è solo spostato nel campo economico. E speriamo ci resti.














1F. Bertolami, TTIP La NATO Economica? Il Partenariato Transatlantico per gli Scambi e gli Investimenti nella geopolitica del XXI secolo. Experiences Edizioni, Messina, 2016 pag 140
2https://atlas.media.mit.edu/en/visualize/tree_map/hs92/import/usa/show/all/2016/
3F. Bertolami, TTIP La NATO Economica? Il Partenariato Transatlantico per gli Scambi e gli Investimenti nella geopolitica del XXI secolo. Experiences Edizioni, Messina, 2016 pag 115
4https://atlas.media.mit.edu/en/visualize/tree_map/hs92/import/usa/show/all/2016/
5https://clark.com/shopping-retail/major-retailers-closing-2017/
6http://www.bbc.com/news/world-us-canada-41529550
7In-shoring è il processo di rimpatrio delle aziende americane, un tempo trasferitesi all'estero per godere di costi del lavoro e più bassi e normative meno restrittive.

martedì 8 dicembre 2015

La lenta agonia della sinistra italiana

Ciò che sta accadendo a Roma, ovvero l'espressione della deriva amorale del PD, forse non è ancora il colpo di grazia ma è sicuramente una ferita mortale. L'erede di quel PCI che è stato per 70 anni forza di "lotta" e per un breve periodo anche "di governo" sta arrivando al capolinea come era prevedibile.
In quanto forza il cui scopo è stato, storicamente, quello di socializzare le masse alla politica e di permettere alle stesse di accedere ad un più alto tenore di vita ha raggiunto il suo scopo già da tempo. L'elettore del PCI, ventenne e rivoluzionario nel '68, è diventato oggi un tranquillo borghese ultrasessantenne, possidente, garantito e forse anche acculturato. I suoi valori restano forse quelli di allora ma i suoi interessi nel frattempo sono cambiati a causa del fatto che oggi ha qualcosa da difendere: il proprio tenore di vita. Chi durante questi anni non ha ottenuto quell'agognato benessere ha lasciato da tempo il PD rifugiandosi nei partiti scissionisti e massimalisti sorti ad ogni tornata elettorale dal 1989 in poi. Oggi, orfano anche di quell'opzione elettorale identitaria, si è spinto fino all'area del non voto. Nel frattempo il PD ha perso l'occasione di mutare la sua forma in un moderno partito socialdemocratico di stampo europeo e si è accontentato di "amministrare" l'esistente senza più alcuna spinta ideale. Persa questa, oggi quel partito è ostaggio di ras locali, quelli che un tempo si chiamavano "cammellieri" o portatori di voti che usano la forma delle idee di sinistra, svuotandole della sostanza. Quei voti sono oggi necessari al PD per rimanere al potere e chi li porta viene accettato dai dirigenti nazionali come un male (o un bene) necessario e imprescindibile, per cui non si va tanto per il sottile di fronte a certe candidature,come il caso De Luca in Campania insegna.
L'idea comunista, fortunatamente, è morta di asfissia in quanto irrealizzabile senza una coercizione dittatoriale capace di imporne i dogmi a individui che tendono per natura alla ricerca di una affermazione personale.
Il rischio è che, morto il PD, possa sparire dall'orizzonte politico anche una concezione socialista della politica e della società. Pur non essendo mai stato comunista in vita mia, nè possa definirmi "di sinistra", non posso che dirmi preoccupato di un simile scenario. Una società senza un fondamento di solidarietà,senza un senso di condivisione dei beni comuni e necessari, senza alcun meccanismo di sostegno per chi momentaneamente si trova in difficoltà, essa diventa un'arena di lotta egoistica e cinica. Questo tipo di società è stato il modello in auge prima della crisi del '29, allorchè in Europa ed in America (il New Deal di Roosevelt è stato un socialismo light in salsa americana) i governi dell'epoca hanno dovuto fronteggiare la minaccia di enormi masse proletarie impoverite, arrabbiate e pronte a seguire le sirene marxiste minando i sistemi aristocratico-liberali dell'epoca.
Personalmente credo che il Movimento 5 stelle possa raccogliere oggi parte di quell'eredità coniugando solidarietà (reddito di cittadinanza) , principi di comunità (il sostegno ai beni necessari come l'acqua), economicismo antiliberista (opposizione alla liberalizzazione selvaggia di alcune attività economiche come elettricità o idrocarburi) con quei principi liberali che permettono alle persone di realizzarsi (sostegno alle PMI e all'autoimpresa) e impediscono allo Stato di dominare le vite dei cittadini (lotta alla Casta e alla burocrazia asfissiante).
E allora, nel gettare via il bambino (Renzi) con l'acqua sporca (il PD e ciò che resta di FI) cerchiamo di non buttare via anche il sapone. Il sapone è in questo caso è la concezione "sociale" della politica, che non va confusa con la difesa dei diritti di gruppi di minoranze. E' l'idea che la società è molto di più che non la mera somma di individui e contemporaneamente che questi non siano "uomini massa" ma il motore stesso di questa società con i loro interessi, i loro valori profondi e le loro conquiste.Solidarietà e Opportunità, Socialismo e Liberalismo. Davvero insieme non si può? Siamo nel 2015, riparliamone.

martedì 10 novembre 2015

Valori ed interessi

Il 9 Novembre di 25 anni fa Berlino Est e Berlino Ovest diventavano un'unica città. Il muro era caduto ed il "socialismo reale" terminato. Il nuovo secolo è iniziato il giorno dopo. Alla fine della guerra fredda un intero sistema di idee, quello comunista, usciva delegittimato dai suoi stessi risultati economici e politici, mentre l'altro, quello liberale, poteva vantare una vittoria totale. Fukuyama la definì la Fine della Storia. Per 70 anni milioni di persone hanno ancorato i propri Valori a quelli dell'una o dell'altra parte. Comunisti o socialisti, atei, materialisti da una parte e liberali, cristiani o laici, tradizionalisti dall'altra. Valori ed interessi coincidevano tra loro ed erano radicalmente opposti a quelli dell'altro campo. Non era possibile, ad esempio, scindere un'etica comunista da un agire conforme e da un atteggiamento coerente: se si stava "a sinistra" si stava con Cuba, con gli omosessuali, con i rivoluzionari del mondo, con la Russia e contro la NATO. D'altra parte neanche nel campo del "mondo libero" era possibile scindere i propri Valori dall'interesse nel continuare a preservarli. L'importante era non cedere spazio all'avversario. Ognuno dei due sistemi rappresentava un orizzonte di senso coerente, in cui non erano possibili commistioni con il pensiero "nemico" nè tantomeno con i suoi Valori. Nel mondo post-ideologico la politica fatica invece a definire chiaramente un orizzonte di senso, la società è diventata, ormai, un "villaggio globale" e gli avvenimenti dall'altra parte del mondo possono sconvolgere la nostra tranquilla vita quotidiana. 25 anni dopo quel 9 Novembre il mondo è cambiato. Ma siamo soprattutto cambiati noi. I Valori, infusi e sostenuti dai due sistemi ideologici hanno lasciato spazio agli interessi, in breve i primi non guidano più i secondi. Siamo spesso sottoposti quotidianamente ad una scelta tra i nostri Valori ed i nostri interessi. E', questa, la società del rischio e dell'incertezza. La massiccia dose di drammatizzazione televisiva trasforma ogni giorno in un test sulla saldezza dei nostri Valori e la forza dei nostri interessi. I migranti, i rom, l'eutanasia, le unioni gay, la politica in tribunale, la crisi economica, la guerra al terrorismo. Non è più semplicemente possibile rifarsi alla dottrina di parte, o di partito, per poter essere certi di aver fatto la scelta giusta. Ogni scelta, in un sistema di mercato che include anche le idee, è solamente una nostra responsabilità. Seguire i propri Valori, in un mondo senza Valori, può essere nocivo anche per i propri interessi. D'altro canto seguire solo questi ultimi ci impedisce di capire il Perchè li stiamo seguendo e porta a chiudersi su di essi in una spirale egoistica. E' inoltre cambiato il fattore tempo. Tutto si sussegue ad un ritmo frenetico, i cambiamenti sono repentini, le notizie continue. Bisogna decidere in fretta, l'orizzonte temporale si è accorciato. Ma è possibile essere coerenti in un sistema più ampio che non ha più riferimenti fissi? Nell'attuale fase politica italiana, ad esempio, dove si posiziona un elettore? Nel farlo pensa alla "Legge Fornero",alla gestione dell'immigrazione, al "Jobs Act", alla legge sulle unioni gay, agli scandali politici o al "Patto del Nazareno"? I Valori che seguiamo oggi in un partito politico sono ancora retaggio di quella divisione manichea di 25 anni fa. Oggi però frequentemente gli interessi che quei partiti perseguono non è coerente con i Valori che essi propugnano. Il panorama che ogni sera, da ogni telegiornale, viene prospettato impone di "sganciarsi" da coloro i quali propugnano Valori per accaparrare consenso e perseguire poi altri interessi. Soprattutto se per vent'anni almeno hanno fatto di quella battaglia di Valori, tra Valori, un mezzo per mantenere in piedi un sistema politico decadente. Oggi tutti possiamo vederlo chiaramente, ma qualcuno ancora stenta a crederci poichè questo viene prospettato come l'unico presente (e futuro) possibile. E' ora di togliersi gli occhiali a lenti rosse e blu per guardare la realtà sotto occhi diversi. E' necessario pensare una società in cui i Valori e gli interessi, tanto dei singoli quanto della collettività, non siano una minaccia gli uni per gli altri. Una società in cui la ricerca della propria felicità non venga raggiunta a scapito della desertificazione dei Valori della società stessa. Una società che parta dal principio di responsabilità, che ridia senso al concetto di credibilità, che applichi concretamente un principio meritocratico. Se riusciremo a ripartire da questi, Responsabilità, Credibilità e Merito, avremo iniziato il percorso che riporta Valori ed interessi sulla stessa strada. Forse non proprio vicini vicini, ma almeno sulla stessa strada.

domenica 10 marzo 2013

Parliamo un po’ delle prossime elezioni ...



No, non quelle che si sono tenute lo scorso 24 febbraio ma quelle che le seguiranno entro un lasso di tempo di due anni ,più o meno .I numeri ,ma soprattutto gli attori in campo ,ci dicono che qualsiasi sarà la configurazione del governo , questo non potrà contare su una maggioranza solida e coesa , a meno di un attacco esterno di natura economica.Non possiamo quindi ragionevolmente attenderci un governo di legislatura ma forse uno di “Salvezza Nazionale” , che opererà scelte dure appoggiandosi ad una maggioranza trasversale. Segni di improvvisa presa di coscienza di questa realtà sono anche le voci di un possibile , prossimo,settennato “breve” di Napolitano per accompagnare questa fase .L’eventualità di elezioni più o meno immediate non è percorribile a causa del cosiddetto “semestre bianco” , che precede l’uscita di scena del Presidente della Repubblica , e che non permette lo scioglimento delle Camere.
Visto il dibattito prima delle elezioni ed il risultato di queste, una nuova legge elettorale dovrebbe essere la priorità di qualsiasi governo prossimo venturo e , se venisse realizzata , impiegherebbe circa un anno e mezzo per nascere, a causa dei nostri regolamenti parlamentari.Ovvio che una volta fosse pronta verrebbe sicuramente la voglia di utilizzarla subito per sfruttarne l’effetto novità .
E’ però vero che il prossimo parlamento dovrà dare vita ad un governo che avrà a che fare con compiti e responsabilità da brivido.Il sistema è gravato di costi ad ogni livello e non riesce più ad accumulare un surplus accettabile.Le famiglie italiane sanno bene che è tempo di ridurre le spese di ogni euro possibile per far quadrare lo stipendio e non ricorrere ai risparmi o , peggio , al credito.Ecco , il “Sistema Italia” deve fare la stessa cosa.
Si andrà avanti a forza di fiducie parlamentari sul filo del rasoio e decreti legge da ratificare per cui potrebbe non esserci il tempo tecnico per discutere una nuova legge elettorale.Se il prossimo parlamento non la voterà entro un anno,un anno e mezzo ,alla prima crisi parlamentare , si andrebbe necessariamente a votare con quella esistente.
Possiamo verosimilmente pensare che alla prossima tornata avremo meno formazioni politiche in lizza? E quindi quante possibilità avremo di avere un governo stabile ed all’altezza delle necessità della Nazione? Io dico poche.
Inoltre , se non verrà emendata la costituzione, per quanto riguarda la forma di governo, non sarà possibile realizzare una legge elettorale di tipo Presidenziale o Semi-Presidenziale alla Francese e perciò la scelta sarà limitata ad un sistema proporzionale o maggioritario o uno simile a quello in atto , il che ci riporterà all’esigenza di creare coalizioni pre o post elettorali.Abbiamo già visto i risultati in quelle che impropriamente chiamiamo la “prima” e la “seconda” Repubblica.
Che tutto ciò sia difficile è chiaro , che sia anche necessario farlo è una certezza anche per i sassi.
Speriamo almeno che anche loro la prossima volta non si presentino alle elezioni.

martedì 25 ottobre 2011

La Politica è' morta ,Viva la Politica.

20 anni fa in una calda giornata d'estate si dissolveva l'Unione Sovietica.
Oltre Settant'anni di rivalità tra due blocchi che erano diversi in tutto ed in tutto contrapposti terminava e lasciava un solo sistema di valori vincitore sul campo:il modello occidentale.
Capitalista,progressista,per lo più cristiano,democratico;abbiamo vissuto in questo sistema per molta parte della nostra vita ormai, e le generazioni che definiamo "giovani" non hanno conosciuto che questo.E' la "nostra" normalità.

In questi vent'anni quasi ogni indicatore è cresciuto,perchè indipendentemente dai crolli di borsa o dalle crisi economiche , oggi stiamo meglio in tutti gli ambiti dela nostra vita.L'aspettativa di vita si sta alzando a livello globale,mangiamo di più,anzi troppo,vi sono più automobili e le nostre case sono piene di apparecchi elettronici che venti anni fa ,ma anche solo dieci, non esistevano o erano agli albori.
Va tutto bene allora? No di certo.

Quella che stiamo vivendo e che definiamo "crisi" nei discorsi quotidiani è in realtà l'ultima fase di un processo cominciato proprio vent'anni fa con la firma del trattato di Maastricht del 1992.In quel momento non nasceva solo l'Euro ed attraverso esso l'Europa ,ma prendeva forma un assetto del potere globale diverso da tutti quelli precedenti.Ora tre dei componenti del G8 il club dei grandi , organo non ufficiale ma diventato nel tempo sempre più abituale quale consesso internazionale, hanno la stessa moneta e la stessa bandiera.Siamo per ironia passati ad un G6.
Quella moneta è oggi la moneta più forte, e compete ogni giorno con il dollaro per divenire moneta di riserva.Quello che abbiamo di fronte , in televisione, ogni giorno , è il resoconto dettagliato, quasi una telecronaca sportiva, di un'altra svolta della Storia come quella avvenuta vent'anni fa. L'era del Dollaro,la moneta più moneta delle altre,sta giungendo a conclusione e gli americani dovranno saper fare di necessità virtù per poter mantenere in piedi un sistema per nulla attento alle differenze sociali,alle ineguaglianze,alla compassione.

Se l'Europa invece riuscirà a salvarsi dagli attacchi internazionali ,che sembrano ogni giorno di più effetti delle forze di reazione a questo cambiamento ,guadagnerà probabilmente il suo diritto al monetarismo espansivo se lo vorrà usare , oppure potrà essere l'azionista di maggioranza di un paniere di valute mondiali affidabili finanziariamente e contagiare con il suo sistema di regole anche gli altri sistemi economici.L'Economia regge ora i destini del Mondo e la Politica le cede nolente il passo.

Perchè questa digressione economica? Perchè ridurre quattro lustri di Storia ad una mera operazione finanziaria?
Perchè la fine dell'URSS ha messo termine ad una alternativa che era Sociale,Politica ed Economica insieme.
Gli ideali che si stavano spegnendo,quelli del Socialismo e del Comunismo, avevano orientato l'azione degli Uomini per centocinquant'anni;valori,abitudini,comportamenti e logiche di azione ed i pensiero consolidate ad un tratto non servivano più,anzi divenivano disfunzionali.
Quelle dottrine avevano impedito al capitalismo ultra liberale degli anni venti di divenire un Moloch planetario imponendo però al mondo un freno alle possibilità espressive dell'umanità;in un piano quinquennale c'è davvero pochissimo spazio per i colpi di genio e le virate gestionali a cui ci hanno abituato persone come lo scomparso Steve Jobs.

In Europa ,Italia a parte,i principali partiti comunisti sono svaniti entro pochi anni dalla fine dell'URSS e ciò ha lasciato spazio ad un'unica ottica, un'unica Weltanschauung per tutti i sistemi politici.La presa dei concetti propri della sinistra in tutti i paesi si è affievolita ed il mercatismo è divenuto padrone della scena poiltica.Tutto per il mercato, tutto attraverso il mercato.Il liberismo di stampo anglosassone fatto di Stato ridotto e Mercati liberalizzati è diventato presto l'unico fine di tutti i sistemi politici occidentali ormai liberi dalle dicotomie Mercato/Comunità , Capitalismo/Economia Pianificata imposte dall'ingombrante presenza ideologica di Mosca.

In questa situazione la Politica si è trovata a dover svolgere esclusivamente un opera di amministrazione e risoluzione delle istanze portate dal Mercato , termine che ormai porta con sè , incastonato, anche quello di Società.
Le privatizzazioni, le liberalizzazioni di interi comparti economici,la spinta decisa sulla competizione e sull'export,determinano infatti un clima nuovo e nuovi rapporti sociali.L'ottica cliente-fornitore diviene abituale ,una forma mentis necessaria ad interpretare i nuovi fenomeni sociali.

Facciamo un esempio:
Se una grande azienda ,prima di proprietà dello Stato viene venduta in una fase di privatizzazioni,a grandi fondi transnazionali che mirano al massimo profitto ,potremo immaginare che questi spezzetteranno la società,chiuderanno i reparti improduttivi,estrometteranno personale delocalizzando alcune linee e terziarizzando lavorazioni interne tramite lo spin-off di rami d'azienda che andranno a formare nuove, piccole e medie imprese.
Nel giro di pochissimi anni,la realtà sociale dei cittadini lavoratori di quell azienda cambia radicalmente;ora sono parte di un processo economico, prima tutto interno all'azienda , che è anche in parte esterno e coinvolge altri operatori economici.Il rapporto con il lavoro si modifica e con esso lo stile di vita.
E' l'intera società che ormai vive in un'ottica di interdipendenza funzionale sempre più stretta e complessa.

In questi vent'anni sono cambiati gli imperativi che guidano le nostre azioni,le nostre chiavi interpretative,le nostre aspettative.Siamo cambiati noi.
L'ottica è sempre più di breve periodo ,nuove necessità nascono da stimoli sempre più intensi.
Le mode si succedono sempre più rapide e influenzano sempre più le abitudini.L'esistenza è divenuta quotidianità.Manca un fine.
La crisi economica nella misura in cui l'economia si è sostituita alla politica come mezzo per la realizzazione delle nostre aspirazioni è anche crisi esistenziale.
Ma l'economia non ha altri fini che la continuazione di se stessa,non può proporre traguardi ideali che possano portare un individuo a crearsi un orizzonte d'azione che non sia meramente lavorativo.Più lavori più guadagni.Più lavori,meno tempo hai per tutto il resto.

La politica invece ha uno spettro più ampio,coinvolge molteplici aspetti dell'intera nostra vita,deve avere un orizzonte stabile per fornire una cornice anch'essa stabile all'esistenza degli individui.Nascere,crescere,avere dei figli,morire dignitosamente non sono fini ultimi dell'economia sia essa industriale o finanziaria ma devono esserlo per la Politica che è fatta dagli uomini per gli uomini e non dai numeri per il profitto.
Se lasciamo che la politica sia indotta nelle sue scelte esclusivamente da principi di natura economica senza che siano chiari i fini socialmente espressi ed i valori che supporterano l'azione,allora avremo vinto la battaglia contro i Piani Quinquennali per perdere la guerra contro le Relazioni Trimestrali.