Perchè Ordine e Progresso?

Il Blog prende il nome dal motto inscritto sulla bandiera del Brasile e mutuato da un'aforisma di Auguste Comte.
Questi, uno dei padri della Sociologia, era una convinto positivista, il che nel 1896 lo rendeva anche un progressista.
L'importante è , come infatti Comte mette al primo punto, che l'Amore sia sempre il principio cardine dell'Agire.


L'Amore per principio e l'Ordine per fondamento;il Progresso per fine

Auguste Comte ,1896

mercoledì 9 novembre 2016

Elezioni USA: The show must go on.



E infine ha vinto Donald Trump.

Dopo un anno di campagna pro Clinton su tutti i media americani ed internazionali, molti si sono fatti convincere dalla loro stessa propaganda ed ora si dicono stupiti. In Italia, ad esempio, nella lunga notte elettorale, tutti i canali erano in collegamento satellitare solamente con il comitato elettorale di Hillary Clinton snobbando quello di Trump. Ovvio il "buco" mediatico derivante dall'inattesa vittoria del candidato Repubblicano.

Ma è stata realmente tale o si poteva prevedere con un buon grado di approssimazione?
Credo sia sufficiente osservare la distribuzione del voto popolare e dei delegati conquistati da Trump in questa elezione per comprendere la distanza tra l'elettorato americano reale e la campagna mediatica imbastita dalla candidata democratica.

Ha votato per Trump tutta la "rust belt", la cintura arrugginita , fatta di fabbriche chiuse e attività dismesse. Un tempo patria del "Made in USA" è oggi il cuore degradato di un'America industriale depredata dall'outsourcing verso il sudest asiatico. E' da questa parte d'America che viene il malcontento verso i trattati internazionali TPP e TTIP, visti come una cessione alla grande finanza internazionale ma senza ricadute per le classi medie e proletarie. Inoltre è un'area a maggioranza bianca e tradizionalista, zoccolo duro dell'elettorato repubblicano. Non ultimo, rappresenta il blocco agricolo della nazione, storicamente conservatore ed isolazionista. Per la Clinton hanno invece votato gli stati che si affacciano sulle coste est ed ovest, sede dei più importanti comparti economici americano, finanza e tecnologia, in cui si concentrano la maggior parte dell ricchezza e del potere degli USA.
Clinton ha fatto appello alla popolazione cosmopolita e progressista, lottando con Sanders per raggiungere le fasce più basse della popolazione ma senza riuscirvi. Una volta pubblicati, saranno analizzabili i dati dei flussi elettorali che ci diranno dove sono andati i voti ispanici, afroamericani e quelli religiosi o dei giovani. Ma una vittoria così netta contiene i germi di un cambio di paradigma E' lo stesso fenomeno già osservato nelle elezioni nazionali francesi, nel referendum sulla Brexit, nell'ascesa impetuosa del Movimento 5 Stelle in Italia o nelle affermazioni elettorali di AFD in Germania.

I cittadini stanno interpretando la realtà alla luce della loro esperienza quotidiana, mediandola con la rappresentazione che di questa danno i media ormai onnipresenti. La crescente consapevolezza nei cittadini delle ampie contraddizioni del sistema, di una propaganda spinta al parossismo che, ingenerando la reazione opposta, si tramuta in rifiuto, nella sensazione di manipolazione ed il forte contrasto tra il mondo idealizzato e le necessità reali, hanno portato ovunque nel mondo a risultati elettorali "inattesi". Il realismo delle classi lavoratrici ha vinto sull'idealismo paternalista delle classi dirigenti al governo. Ora quel realismo si sposa a quello di un presidente che ha fatto più di una dichiarazione clamorosa su tutti i temi di politica estera in un mondo che non vede più gli USA come il dominus incontrastabile delle relazioni internazionali. 
Queste sono ormai dominate dal ritorno di un'ottica realista in cui ognuno cerca di garantire i propri interessi.

Questa svolta sta avvenendo sotto i nostri occhi e ne sono un ulteriore indizio l'assertività di Erdogan in Turchia, l'interventismo russo in Siria ed Ucraina, le rivendicazioni cinesi sul Mar Cinese Meridionale e le dichiarazioni antiamericane del Presidente filippino Dutarte. In Europa diversi governi non stanno ratificando le disposizioni in arrivo dalla UE in merito alle direttive in tema di migranti e fiscal compact. L'Inghilterra esce dall'Unione Europea e altri paesi rallentano il loro ingresso. Gli Stati Uniti arrivano buoni ultimi su questa scena ma, visto il peso, determineranno senz'altro nuovi equilibri.

Durante la campagna elettorale una delle accuse ricorrenti a Trump è stata la sua intenzione di riavvicinare Russia e USA verso una cooperazione di sicurezza ed è stato perciò tacciato di "intelligenza con il nemico" e di essere amico di Putin. Dal punto di vista della scuola Realista delle relazioni internazionali è invece un comportamento assolutamente razionale. Trump, d'altronde, è tutto fuorché un idealista kantiano. La scuola di pensiero realista afferma infatti che è molto più probabile che attori internazionali egualmente forti come Russia ed USA scelgano di accordarsi tra loro tanto in virtù del costo che entrambi pagherebbero in caso di guerra sia in quella della stabilità più ampia del sistema che implica meno costi per mantenere l'ordine tra le potenze emergenti.

Un accordo tra Russia ed USA sulla Siria e sullo status della Repubblica del Donbass, in Ucraina, sono risultati che si possono raggiungere per via diplomatica. Gli USA non hanno, al momento, la forza di contrastare la crescita di Cina e Russia se non intaccandone la sfera economica. Una guerra convenzionale con uno di questi due opponenti sarebbe improponibile. Se uno dei pilastri della scuola realista è che i rapporti internazionali devono fondarsi sulle effettive capacità (industriali, militari, economiche) degli Stati e non sulle loro intenzioni (ovvero quelle del governo pro-tempore), il secondo è che non è importante qual'è la forma dei governi che raggiungono un accordo tra loro ma il contenuto di esso e gli interessi dei contraenti. E' stata questa l'ottica con la quale USA e Cina si sono riavvicinate negli anni '70, e dello straordinario successo di entrambi negli ultimi 20 anni. E' questo il motivo della solida alleanza tra la democrazia americana e la teocrazia saudita o il ristabilimento delle relazioni con Cuba. Cosa ci dobbiamo quindi attendere dal nuovo Presidente americano? Trump è un realista e le sue scelte saranno prese, se possibile ancor più, nell'esclusiva ottica di perseguire gli interessi americani. Questi attraversano il versante politico, economico e militare ed hanno impatto su tutte le nazioni, sebbene in maniera differente.

Nel suo programma elettorale ci sono elementi di forte protezionismo e di unilateralismo che avranno un forte impatto sull'economia mondiale, se messi in atto. Il rimpatrio di attività industriali sul suolo americano è già in atto (si chiama in-shoring) ma Trump potrebbe accellerarlo con una politica di sgravi fiscali che favoriscano l'impiego di una vasta manodopera locale la cui paga oraria media è comunque inferiore a quella europea. Anche senza l'approvazione del TTIP i mercati europei potrebbero veder arrivare nuovi concorrenti americani, meno competitivi dei cinesi in termini di prezzo ma più concorrenziali in termini di qualità, tecnologia e certezza del sistema di regole. Un eventuale rialzo, già a dicembre, dei tassi d'interesse da parte della Federal Reserve, potrebbe far partire poi la corsa al titoli di stato americani ed al conseguente calo del Dollaro nei confronti dell'Euro, ma anche dello Yuan. Ciò porterebbe le merci americane in una posizione di vantaggio in termini di export verso l'Europa e di minori importazioni dalla Cina. Quest'ultima vedrebbe crescere il suo vantaggio di cambio nei confronti dell'Euro e se, malauguratamente per l'Europa, lo status della Cina divenisse quello di "Economia di Mercato", il vecchio continente verrebbe invaso da fiumi di export cinese, capace di distruggere qualsiasi sistema industriale europeo. Più lavoro negli Stati Uniti e rendimenti crescenti nelle obbligazioni significano riduzione dei capitali all'estero, con conseguente arretramento dei valori azionari e minori investimenti industriali. 

Oltre a questo, il rialzo dei tassi americani porterebbe con sé anche quelli europei con l'incubo di poter rivivere il quadriennio 2008/2012 che ha sterminato il 25% della produzione industriale italiana e ha intaccato seriamente quella europea. D'altra parte un'apertura di Trump verso la Russia potrebbe portare con sé l'abolizione del regime di sanzioni verso quest'ultima permettendo alle aziende europee di poter tornare a fare affari con Mosca. Trump si è già detto contrario al TTIP, in quanto verrebbe limitato nelle sue scelte politiche da un accordo sovranazionale e potrebbe rimettere in discussione il TPP per quanto detto prima in merito alle importazioni dall'Asia. In termini politici la sua ascesa avrà influenza in seno alla commissione europea sul panorama delle alleanze in Europa in quanto i repubblicani (che hanno vinto anche Senato e Camera dei Rappresentanti), tradizionalmente associati ai partiti di centrodestra , avranno come controparte governi europei ad essi inclini, a parte la Francia di Hollande e l'Italia di Renzi. Con i socialisti francesi che quasi certamente perderanno le presidenziali del 2017 e l'Italia del PD a rischio se al prossimo referendum dovesse vincere il NO, Trump troverà entro l'anno prossimo un Europa a maggioranza di centro-destra e con partiti anti sistema in crescita. Non è un segreto che in entrambi questi schieramenti vi siano simpatizzanti delle politiche messe in atto dal Presidente Putin. 

Questo scenario potrebbe semplificare un riavvicinamento tra Russia ed USA anche sulla questione della ragione d'essere della NATO che è stato un altro tema molto controverso della campagna di Trump, e che ha generato molti timori negli atlantisti dell'establishment americano. La NATO ha continuato ad espandersi dal 1989 ad oggi sino a lambire direttamente i confini della Russia. Il confronto di nervi tra le due entità militari non ha tardato a manifestarsi, con la disposizione di truppe nelle repubbliche baltiche in ottica anti russa o il presidio dei cieli del baltico e delle coste del Mar Nero da parte della marina russa per ribadire la propria presenza alle sempre più frequenti navi americane in quelle aree. In Siria russi ed americani si combattono silenziosamente sebbene i secondi si celino dietro a milizie islamiche finanziate con fondi forniti dai sauditi e dalle petro-monarchie del golfo. Anche queste ultime sono parte del riassetto dell'ordine internazionale. Se Trump rispetterà gli accordi con l'Iran, l'influenza dell'islam sunnita intransigente di matrice wahabita si ridurrà, e con essa la forza di ISIS e al Qaeda in tutto il medioriente. E' pur vero che i sauditi sono comunque intenzionati ad armarsi per contrastare proprio l'Iran sciita ed i loro acquisti sono storicamente rivolti agli Stati Uniti. La Siria è una partita delicatissima che vede al tavolo USA, Russia, Iran, Assad e la Turchia ma di riflesso anche Cina ed EU. Le mosse di Trump in questa vicenda nei prossimi sei mesi saranno molto indicative.


Il nuovo Presidente ha davanti a sé, a partire da gennaio 2017, quattro anni intensi. E' presto per fare ipotesi ma dovrà soddisfare prima di tutto le richieste degli americani perché è da questi che è stato eletto. I primi mesi di governo lo vedranno impegnato su questo fronte e sugli incontri con gli altri capi di Stato e di Governo. Il riflesso di ciò che deciderà per gli USA si riverbererà su tutto il globo dando forse vita ad una nuova era geopolitica. Lo sapremo all'inizio del suo secondo mandato.

lunedì 12 settembre 2016

E' Uscito il libro : "TTIP La NATO Economica?"


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Il libro intende mettere in luce gli scenari geopolitici che l'eventuale stipula del TTIP genererebbe. Storicamente la frontiera della Russia è stata la frontiera dell'Europa, concepita come un'area a maggioranza latina e cristiana opposta ad una slava ed ortodossa . Durante i secoli lo spazio che va dall'Adriatico all'Ucraina, da Tallinn ad Atene passando per la Polonia è stato conteso tra Russia e Germania, ma ora quest'ultima è "ingabbiata" nell'Unione Europea.
Sin dalla nascita della disciplina geopolitica tutti gli autori hanno rilevato come proprio quello spazio Mitteleuropeo o dell'Est Europa, sia stato al contempo l'obiettivo tanto delle due potenze continentali quanto di quelle atlantiche, capitanate dagli Stati Uniti. Il TTIP si propone di creare un'area economica, politica e nel lungo periodo, sociale, dagli esiti imprevedibili. Proprio in Germania l'opposizione è più forte poichè è la Nazione che si pone in diretta competizione con gli Stati Uniti per livello di tecnologia. Il livellamento del terreno che il TTIP propone, avvantaggia le aziende USA contro quelle tedesche e riduce il vantaggio tecnologico di queste ultime. Questo è solo uno dei punti che restano aperti nei negoziati che si susseguono incessanti, disturbati da qualche stop & go sottogovernativo. Anche la Francia ha molto da perdere dai termini del trattato, in special modo per quanto riguarda le sue aziende pubbliche.  L'Italia deve temere la distruzione dei marchi protetti e la futura sparizione di sussidi europei all'agricoltura, oltre all'introduzione di sementi e chimica ora vietati. L'Inghilterra, allo stato attuale, si è sfilata dall'accordo. In quanto membro dimissionario dall'UE, gli accordi non si applicheranno alla sua legislazione, che continuerà a venire regolata bilateralmente.
Se il TTIP si concretizzerà si aprirà il dibattito sull'adesione alla NATO ed all'UE di tutte le Nazioni che ora fanno parte dell'una o dell'altra istituzione ma non di tutte contemporaneamente. Alcune di esse hanno ancora forti legami economici e culturali con Mosca. Dobbiamo forse aspettarci nuovamente una guerra nei Balcani o sul Baltico?
Ed inoltre, conviene realmente alle Nazioni europee legarsi agli USA ora che il Grande Oriente Cinese si è risvegliato e accentra su di sè attenzioni e investimenti?
La Cina esclusa dal TPP e la Russia esclusa dal TTIP potrebbero legarsi tra loro in chiave anti-americana e sfidare lo status quo?
Alcune delle risposte sono possono giungere dalle riflessioni di Huntington, Fukuyama, Dugin, Luttwak o Lacoste e servire come paradigma per comprendere un momento focale della continua trasformazione delle relazioni internazionali e per ipotizzarne i futuri sviluppi.


Un estratto dal libro.

Il Trattato di Partnership Commerciale Transatlantica (TTIP), attualmente in discussione ai più alti livelli tra Stati Uniti ed Unione Europea, ha come obiettivo quello di realizzare un mercato privo di dazi e barriere doganali tra le due sponde dell'Atlantico. Il trattato definisce anche un'armonizzazione degli standard produttivi e legislativi su diverse materie. Ciò potenzialmente può creare uno spazio chiuso o con alte barriere all'ingresso di nuovi paesi ma contemporaneamente un forte disincentivo nel non farne parte. 

Il TTIP ha tutte le caratteristiche per “staccare” l'Europa occidentale dalla massa euroasiatica in termini commerciali ponendosi come nuovo aggregato geoeconomico quasi autosufficiente e potenzialmente autarchico ma alcuni autorevoli commentatori internazionali suggeriscono che la dimensione della sicurezza non debba essere trascurata ed è perciò necessario sostenere l'allargamento ed il rafforzamento della NATO parallelamente all'applicazione del Trattato. Infatti i confini della NATO e dell'UE (quale firmataria del TTIP) non coincidono. 

Quali implicazioni potrebbe avere questo fattore sull'applicazione del trattato sulle nazioni che entreranno a posteriori nell'EU ma sono già oggi membri della NATO? E quali per quelle nazioni che hanno fatto richiesta di ingresso nell'UE ma non sono membri della NATO avendo forti legami economici e culturali con Mosca?

Il TTIP ha perciò un contenuto geopolitico intrinseco che va oltre l'aspetto economico, tanto che questo potrebbe sembrare più un mezzo che un fine. L'obiettivo recondito sarebbe quello di creare un'unica comunità politica occidentale euro-americana fondata sui valori liberali e sulla propria
specifica civiltà come messo in luce da Samuel Huntington ne Lo Scontro di Civiltà. È quindi importante comprendere che l'approvazione del TTIP potrebbe creare un nuovo attore sovranazionale il cui impatto geopolitico sarebbe certamente foriero di nuovi scenari 

La stipula di un trattato che coinvolge le due aree economiche più ricche del pianeta, le cui valute sono il fondamento del sistema internazionale, legate da reti economiche e telematiche fitte e concatenate, in cui si concentrano tanto i capitali più vasti quanto la forza militare più ampia e potente della Storia, la NATO, è di per sé un fatto geopolitico secondo qualsiasi dottrina geopolitica.

Il TTIP è infatti un evento tanto importante quanto le sorti della guerra in Siria, la sfida dell'ISIS o l'evoluzione della crisi in Ucraina. Esso è foriero di un possibile nuovo ordine stabile o forse solo l'ennesimo elemento di un assetto in continuo mutamento nei rapporti internazionali.

A partire dal 1989 ad oggi, l'obiettivo politico degli Stati è di partecipare alla competizione nel commercio globale. La geopolitica diviene geo-economia. Il concetto di frontiera fisica, fondamento dell'autorità dello Stato, è stato rimpiazzato da quello di interconnessione e di integrazione. Le merci e i capitali devono poter fluire dentro e fuori gli stati per permettere al sistema di funzionare.

Il soft power affianca, e in certi casi sostituisce, l'hard power nella gestione della politica estera. In questa fase infatti, il mercato internazionale è più integrato che mai e tutte le nazioni che vi partecipano hanno abbandonato un'ottica ideologica in materia economica. La sopravvivenza delle nazioni è sempre più influenzata dalle variazioni dei mercati finanziari e l'economia è il “driver” principale che decide la sorte anche politica dei cittadini del mondo. 

Le economie asiatiche, la Russia, il Brasile e l'India insidiano il primato occidentale in molti mercati e la loro quota di potere economico influenza politicamente diversi paesi in ogni continente. Le nazioni occidentali mantengono ancora il controllo dei regolamenti internazionali (World Bank, FMI, ONU, Dollar Standard, ecc..) ma devono necessariamente cedere quote di potere al crescente peso dei “nuovi arrivati”. Gli ultimi 5 lustri hanno visto la realizzazione di un sistema finanziario-industriale altamente integrato che permette ai grandi capitali finanziari di fluttuare da un circuito economico ad un altro, dalle obbligazioni statali alle borse valori, dai futures sulle merci a quelli sul petrolio e le materie prime in maniera pressoché immediata. 

Tutto ciò crea un ambiente nuovo su cui agire e permette a quei capitali di divenire una leva per influenzare nelle loro decisioni le nazioni in cui quei capitali si riversano. Quei capitali finanziano, ad esempio, la costruzione di condutture per il petrolio o per il gas che corrono attraverso diverse nazioni dal luogo di estrazione al mercato di utilizzo finale. Inutile dire che queste infrastrutture creano legami geopolitici e sono oggetto di geopolitica dalla fase della loro ideazione fino alla loro realizzazione e messa in opera. 

Consideriamo poi i traffici commerciali su terra e via mare, che sono sviluppati come mai lo erano stati in precedenza. Le rotte commerciali che si dispiegano su tutti i mari hanno bisogno di una rete di sicurezza che impedisca loro di essere interrotte da guerre o pirateria. Questo viene garantito da un controllo internazionale sui punti nodali dei traffici come Suez, Malacca, Aden e il Mar Rosso o le coste a sud dello Sri Lanka che è ovviamente oggetto di analisi geopolitica . Che dire poi del sistema di produzione globalizzato che permette ad un prodotto ideato negli Stati Uniti di essere realizzato in Cina o in Vietnam per essere poi recapitato via mare ad un acquirente europeo? Quanto la geopolitica entra nelle considerazioni degli investitori internazionali per determinare la locazione di uno stabilimento o l'apertura di un nuovo mercato per loro prodotti? 

Sebbene la conflittualità internazionale sia stata fino a 25 anni fa governata da considerazioni politiche e ideologiche, le guerre del futuro saranno prevalentemente combattute per il possesso e il controllo di beni economici vitali, di risorse necessarie per il funzionamento delle moderne società industriali e per la conquista di mercati di sbocco stabili e regolamentati.

Non necessariamente il conflitto si espliciterà in forma armata ma sarà implicito nella stipula di trattati commerciali internazionali, come il TTIP o il TPP , che vincoleranno le nazioni all'appartenenza a sistemi economici esclusivi, anche se potrebbero altresì essere oggetto di scontro
i territori soggetti al transito delle linee energetiche e logistiche con conseguenti ripercussioni in termini politici, sociali ed economici. (Continua a leggere...)

martedì 6 settembre 2016

Le Nazioni esistono ancora.

Si sono concluse da poco le Olimpiadi di Rio de Janeiro ed abbiamo ancora negli occhi le immagini delle cerimonie di premiazione e delle gare. Abbiamo tutti gioito e sofferto con con gli atleti italiani e alcuni di noi hanno seguito le sorti di atleti stranieri anche per un senso di simpatia verso altre Nazioni. Perché, sebbene le gare si svolgano tra atleti in prima persona, le Olimpiadi sono ancora una competizione tra squadre nazionali. Il Comitato Olimpico Internazionale non riconosce ufficialmente il medagliere per Nazioni ma è quello che per tutti conta per capire chi ha “vinto” le Olimpiadi. Durante la Guerra Fredda la competizione serrata tra USA e URSS ha più volte visto i campi di gara olimpici, e il medagliere, quali terreno di scontro e di rivincite. Oggi sembra essere il turno della Cina ma l'obiettivo è lo stesso: guadagnare prestigio e visibilità internazionale.
Ad oltre cinquecento anni dalla nascita dell'era moderna e del concetto di Stato, le Nazioni continuano ad essere il centro delle Relazioni Internazionali, ad ogni livello. Potrebbe sembrare una difesa appassionata del concetto di Nazionalismo ma è in realtà una fredda presa d'atto. Nazioni in competizione alle Olimpiadi, Nazioni che combattono in Siria e Libia, Nazioni che decidono di lasciare un'unione di Nazioni come è l'UE. Sono i confini nazionali ad essere interessati dai fenomeni di pressione migratoria, sono i bilanci nazionali a soffrire delle crisi economiche, sono nazionali le risposte al terrorismo internazionali. Anche l'Unione Europea è infatti un'associazione volontaria, il caso inglese lo dimostra, ed è fondata sul concetto di interesse nazionale. Dopotutto esiste ancora un Campionato Europeo di calcio in cui le squadre nazionali si affrontano senza neppure che la bandiera europea appaia sulle loro magliette. Gli Stati sono dovuti intervenire per arginare gli effetti della crisi americana scoppiata nel 2008 e del tutto attribuibili al settore bancario privato. In Siria si sta combattendo per mantenere unita una Nazione, in Libia una Nazione si sta dividendo in due. In Europa, l'afflusso di un numero enorme di immigrati mette sotto pressione i sistemi di welfare nazionali, e quindi i bilanci, come anche la munifica Germania ha dovuto ammettere. Sebbene molti concetti mondialisti e transnazionali vengano veicolati quotidianamente attraverso tutti i media, è la rappresentazione attraverso riferimenti locali quella a dare maggior senso alle vite di ognuno. Molte ricerche sociologiche in questi anni hanno dimostrato come con l'avanzare della globalizzazione si sia contemporaneamente verificato un ritorno di interesse verso le comunità locali, per i loro prodotti e le loro specificità. Espressioni come “Made in Italy” o “Made in Germany” sono il portato di una storia che è nazionale e non è replicabile, anche se può essere sfidata dal “Made in Korea” o dal “Made in China” senza averne lo stesso fascino. Le Nazioni si sono formate storicamente, per sedimentazione delle tradizioni, per il permanere di una lingua e di una coscienza comune, dando luogo ad una cultura peculiare, e sebbene questi elementi siano stati sfruttati in senso radicale ciò è potuto avvenire perché sono sentimenti radicati e fondano i valori e molto del senso che diamo alla nostra realtà quotidiana. Le pressioni della Commissione Europea su Nazioni est europee, come Ungheria e Polonia in tema di finanze, di immigrazione e di intromissione politica hanno portato al governo partiti di stampo tradizionalista. In quelle Nazioni il senso di appartenenza nazionale è stato soffocato nell'epoca degli Imperi e nel successivo periodo sovietico e la necessità di affermazione della propria esistenza è quindi più forte. Parimenti nell'Europa comunitaria, la crescita dei partiti detti “antisistema” si accompagna ad una rinascita del sentimento nazionale. E' così in Olanda, in Germania, in Inghilterra ed in Francia.
In Italia lo stesso termine “Nazione” è bandito e inutilizzabile, pena la stigmatizzazione e l'attribuzione di una qualche etichetta come “destrorso”, “nazionalista” o addirittura “fascista”.
Al suo posto viene utilizzato il termine “paese”, forse a causa di una superficiale traduzione di “Country” utilizzato in ambito anglosassone ma con un'accezione decisamente diversa.
Ciò però non vuol dire che media e politici non facciano riferimento all'orgoglio nazionale presente ancora, giustamente, a livello popolare ma ciò avviene solamente quando dall'estero qualcuno fa notare qualche nostra mancanza o per giustificare qualche battaglia del governo contro i mulini a vento europei. In tutti gli altri casi l'Italia non è una Nazione, non deve avere coscienza di sé in quanto entità storica e culturale, è solo un “paese”, un “territorio”, “un'espressione geografica” come ebbe a dire secoli fa il cancelliere austriaco Metternich. Ma i suoi confini esistono e sono fisici, come le Alpi e il mare che circonda la penisola, sono psicologici, come quelli che i cittadini si danno per definirsi rispetto agli stranieri (interni ed esterni), sono culturali, come quelli che tutto il mondo ci riconosce quando ci premia per il nostro cinema, la nostra tecnologia e la nostra arte.
I confini della Nazione sono stati conquistati a spese di enormi fatiche e milioni di morti durante questi 150 anni. E' però vero che è stato difficile imporre un concetto di nazionalità ad una popolazione, come quella italiana, che per secoli ha vissuto rinchiusa in piccoli regni, minuscoli principati, ducati e granducati, regni più o meno controllati da potenze straniere. Così come sta accadendo per le Nazioni est europee citate in precedenza, anche in Italia la politica ha fatto leva sul sentimento nazionale nel periodo 1870-1945. Poi, avendo perso malamente la Seconda Guerra Mondiale conclusasi con una resa incondizionata, ha dovuto rinunciare alla propria autonomia politica, militare e a partire dal 1992 anche economica.
Resta il fatto che ogni Stato ha il potere di imporre le proprie norme solo all'interno dei propri confini, che quindi devono essere certi, garantisce i diritti ai propri cittadini-elettori e può farlo solo all'interno dei propri confini (ricordiamo su tutti il caso dei marò), impone le tasse ai singoli e alle aziende sul proprio territorio, tanto che questi possono decidere di espatriare per cercare condizioni economiche più favorevoli in Nazioni straniere. Salvo poi sentirsi indicare come “gli italiani” una volta trasferitisi.
La presenza dell'Unione Europea, unico esempio nel mondo di cessione quasi totale di sovranità statale, a volte può confondere alcuni circa la permanenza di questi concetti. Se però pensiamo al fatto che non esiste alcuna tassa comune europea, che la Commissione Europea è composta da commissari designati dai singoli governi, che le decisioni importanti a livello continentale vengono prese in consessi multilaterali partecipati sempre e solo dalle stesse Nazioni, Francia, Inghilterra e Germania (e a volte Italia), che le astruse leggi italiane cessano di valere non appena lasciata Ventimiglia o attraversato il Brennero e che l'Inghilterra può decidere di lasciare l'Unione Europea generando il panico a Berlino, Parigi e Roma allora ci rendiamo conto chiaramente che le Nazioni esistono ancora.
E' possibile mantenere un sano sentimento di appartenenza nazionale senza che si trasformi in sciovinismo o ottuso nazionalismo? Si, è possibile a patto di saper ammettere i propri difetti, cercando però di porvi rimedio e di essere consci dei propri pregi senza scadere nell'autocelebrazione. In definitiva, se stai leggendo questo post in italiano, su un blog italiano e i pensieri che ti genera in testa ti parlano in italiano, allora devi prendere atto che ciò che è scritto sulla carta d'identità è vero: “Nazionalità : Italiana”. Per quanto tempo ancora questo sarà vero lo deciderai tu, vivendo, creando, parlando e votando su questa inimitabile porzione di mondo e sotto questo splendido cielo. Italiano.




venerdì 24 giugno 2016

TTIP, I tentennamenti dell'Europa

Durante questa prima settimana di Maggio si è svolto l’ennesimo round di negoziati tra Stati Uniti ed EU in merito al famigerato TTIP ovvero l’accordo di libero scambio tra le due sponde dell’Oceano Atlantico. Anche questa volta in Germania sono state organizzate diverse manifestazioni contro il trattato che hanno visto una partecipazione molto elevata di cittadini. La Germania ci ha già abituato a certe dimostrazioni di ostilità nei confronti dei termini del trattato che, stando ai contenuti attuali, danneggiano pesantemente l’industria tedesca e non solo. A sorpresa anche in Francia si sono svolte manifestazioni di piazza molto partecipate ed il movimento anti-TTIP sta facendo nuovi proseliti tra i cittadini di ogni categoria, in particolare tra gli agricoltori, che rappresentano attualmente lo zoccolo duro dell’elettorato del Partito Socialista Francese. La vera novità sta però nelle dichiarazioni del Presidente Hollande che ha affermato che se non cambieranno le normative in merito al settore agricolo, l’accordo non potrà venire approvato né entro la fine della presidenza Obama né tanto meno in futuro. Le pressioni americane perché il TTIP venga firmato il prima possibile sono infatti fortissime e ciò è dovuto alla sensazione che una futura, possibile, amministrazione repubblicana guidata da Donald Trump possa rimettere in discussione il trattato Transatlantico e far deragliare l’approvazione di quello Transpacifico , il TPP. Storicamente, infatti le amministrazioni repubblicane sono meno inclini agli accordi internazionali ed inoltre Trump ha già affermato più volte di voler rivedere la presenza americana nel mondo, tanto a livello militare quanto in ambito commerciale. Ciò non vuol dire che gli USA, con Trump, si rinchiuderanno in uno “splendido isolamento” ma che presumibilmente accelereranno la politica di inshoring delle proprie aziende ora dislocate in molti paesi esteri e per la maggior parte in Cina ed in Asia in generale. Dal punto di vista europeo Francia, Germania e a sorpresa, seppur timidamente, Italia, hanno fatto notare come i termini del trattato siano fortemente sbilanciati a vantaggio del sistema americano e che il settore agricolo europeo potrebbe ricevere un colpo esiziale per mezzo dell’eliminazione del sistema di incentivi detto PAC (Politica Agricola Comune), dall’eliminazione del principio di precauzione e dalla cancellazione dell’etichettatura di Indicazione Geografica Tipica vigente su molti prodotti europei di qualità. Finalmente anche i leader europei dei maggiori paesi si sono convinti a prendere sul serio le legittime e ben motivate preoccupazioni esposte dai vari movimenti anti TTIP attivi sul continente europeo sebbene la Commissaria Europea al Commercio Cecilia Malmstrom, negoziatrice del TTIP per l’EU, abbia minimizzato le proteste etichettandole come “una tempesta in una tazza di Tè”. In un report molto dettagliato sulla situazione tedesca pubblicato nel maggio 2014 del “The German Marshall Fund of the United States” si legge: “In parte l’aumento del criticismo [nei confronti del Trattato] riflette il fatto che gli obiettivi dichiarati del TTIP si propongono di superare il classico approccio di rimuovere tariffe e aprire mercati, servizi e appalti pubblici a investimenti esteri. Il TTIP è ampiamente percepito come il progetto di una nuova generazione di accordi di libero scambio che si propongono di restringere il gap normativo [tra USA ed EU]. Il supporto tedesco al trattato è imprescindibile per la sua approvazione finale ma è anche importante capire quali articoli verranno approvati, quali no e perché. Il documento in esame, citando una ricerca del “Pew Research Center”, afferma che in Germania tra gli aspetti maggiormente contestati vi è ad esempio l’eliminazione di dazi e tariffe sulle merci americane, che verrebbero quindi equiparate a quelle tedesche. Anche una eccessiva deregolamentazione degli investimenti americani in Germania viene reputata negativamente da molti di coloro i quali si oppongono al trattato.
Lo stesso tentativo di uniformare gli standard viene visto come una volontà di rendere i prodotti tedeschi e americani sempre più simili annullando così il vantaggio delle soluzioni tecnologiche tedesche, notoriamente molto avanzate. I tedeschi (73% nell’aprile 2014) temono inoltre che una eccessiva libertà di investimenti e acquisizioni americane in Germania potrebbe nuocere all’economia. Il caso del Presidente francese è stato in parte interpretato come una mossa tattica per recuperare un consenso che è ora scivolato ai minimi di sempre, cavalcando i timori (assolutamente giustificati) espressi dagli agricoltori e dal settore industriale. In Francia la contrarietà viene direttamente dal Governo francese e verte maggiormente su alcuni contenuti specifici dell’accordo come quelli riguardanti il settore culturale e degli audiovisivi, la clausola ISDS e il settore energetico1. Per quanto riguarda il primo aspetto, il governo Hollande è riuscito a escludere qualsiasi norma riguardante il settore culturale (l’accento è posto sulla exception culturelle, il diritto di proteggere la propria industria culturale, molto sentito in Francia). Il secondo aspetto coinvolge direttamente l’inclinazione tradizionalmente dirigista dei governi francesi di qualsiasi colore mentre l’opposizione alla liberalizzazione dei settori energetico e dei trasporti è legata alla forte presenza dello Stato francese in aziende come Total-Erg o Alstom. In Italia il direttore della divisione “politica commerciale internazionale” del Ministero dello sviluppo economico Amedeo Teti, ha rilasciato una dichiarazione piuttosto esplicita sull’assenza di reciprocità nei vantaggi che il TTIP dovrebbe portare alle aziende ed ai cittadini americani ed europei 2 ma il premier Renzi continua a tacere o adirsi d’accordo con l’alleato americano. Detto per inciso, gli americani stanno osteggiando tutte quelle modifiche normative che dovrebbero permettere alle aziende europee di partecipare in condizioni di parità alle gare di assegnazione di appalti nel settore pubblico americano. Parimenti i negoziatori USA stanno spingendo per eliminare tutte quelle Barriere Non Tariffarie (BNT), rappresentate da norme e regolamenti comunitari e nazionali che rendono l’Europa un mercato chiuso ai prodotti americani.
Se le posizioni contrarie europee permarranno anche nel prossimo round di trattative che si svolgeranno il 19 Maggio a Bruxelles, ciò rappresenterà uno spartiacque epocale nei rapporti transatlantici ed un segnale importante avente una doppia valenza. In primo luogo la decisa perdita di Soft Power da parte dell’establishment americano nei confronti dell’Europa, apparentemente bilanciato da un aumento dell’Hard Power USA sotto forma di maggior dispiegamento di mezzi e uomini in ambito NATO specialmente nelle nazioni immediatamente confinanti con la Russia come la Polonia e le repubbliche baltiche. In secondo luogo una presa di coscienza europea sul crescente ed indispensabile legame con Cina e Russia fortemente osteggiato dagli americani ma assolutamente necessario all’UE. I due trattati gemelli TTIP e TPP, infatti, escludono proprio le due Grandi Potenze dal novero dei partecipanti tanto che potrebbe apparire proprio questo il reale obiettivo, ovvero la creazione di un commercio globale bipartito in cui le potenze occidentali, unite, si oppongono a tutte le altre. I BRICS al momento non sembrano in grado di contrastare unitariamente il progetto euroamericano ( a dire il vero più americano che europeo) in quanto si dibattono tra diverse crisi politiche ed economiche. Il Brasile, è in una fortissima fase di instabilità politica a causa della procedura di impeachment chiesta per la presidentessa Dilma Rousseff a seguito di un presunto caso di tangenti. Si aggiunge poi una cospicua contrazione economica dovuta in prima istanza al calo di richiesta e dei prezzi per le materie prime di cui il Brasile è un forte esportatore (in primis prodotti agricoli ma anche legname, minerali e prodotti industriali). Il Sudafrica, come il Brasile, è stato colpito dalla crisi delle materie prime ed inoltre soffre di una fortissima inflazione che ne sta minando la stabilità sociale. La Russia, dopo la forte crisi legata agli attacchi speculativi sulla sua economia, alle sanzioni imposte dall’Europa e dalla guerra in Ucraina, si sta risollevando ma il proprio mercato di esportazione di riferimento, quello europeo, si è ridotto e con esso anche i profitti delle aziende russe. La Cina è alle prese con una corposa e delicata ristrutturazione della propria struttura economica per riconvertirla alle necessità dell’enorme mercato interno anche per riequilibrare il calo di esportazioni in atto da due anni a questa parte. A più riprese si è parlato di “bolle” nel settore finanziario e borsistico cinese ed il governo sta cercando in ogni modo di mantenere stabile il valore della propria moneta, lo Yuan, impedendone il deprezzamento. E invece in atto una politica che porti progressivamente la moneta cinese a diventare gradualmente una delle valute di riferimento e di riserva del sistema mondiale attraverso l’inserimento di questa nel distema degli SDR (Special Drawing Rights, diritti speciali di prelievo) che sostengono il sistema finanziario del Fondo Monetario Internazionale. Oltre a ciò è ormai avviato il sistema di fixing dell’oro in Yuan presso un’autorità specifica con sede a Shanghai, che affiancherà quella storicamente presente a Londra. Attualmente la Cina è il più grande produttore di oro al mondo, avendo superato anche il Sudafrica, e ciò ha portato diversi analisti a concludere che è vicino il momento in cui Pechino deciderà di agganciare parzialmente la propria moneta al metallo giallo, scaricando progressivamente le proprie immense riserve di buoni del tesoro americani che gradualmente giungono a scadenza senza acquistarne di nuovi, visto il bassissimo rendimento che questi pagano sulle scadenze più lunghe. Solo l’India sembra , al momento, immune da crisi economiche o politiche, ma è pur vero che la Nazione guidata da Narendra Modi resta il più solido punto d’appoggio per la politica degli Stati Uniti in Asia, soprattutto nell’ottica di un contenimento militare cinese ed è per questo che la sua stabilità è assolutamente necessaria ai progetti americani nel continente.
Al di là della possibilità che i BRICS decidano di fare squadra per contrastare i disegni occidentali nel mondo e risollevare le proprie economie , resta il fatto che un‘Europa troppo legata agli USA tramite il TTIP impedirebbe all’Unione un rapporto più fluido con ognuno dei BRICS e soprattutto con Russia e Cina, proprio in un momento in cui il grande progetto cinese denominato “On Belt One Road” (OBOR), che mira a ristabilire le antiche vie di comunicazioni da e per l’Europa, si sta concretizzando. Negli scorsi mesi due segnali molto forti in questo senso sono i treni merci giunti a Teheran, in Iran3, e a Lione, in Francia4, provenienti dalla Cina. Per entrambi si è trattato di un viaggio di oltre 10000 Chilometri, senza mai toccare l’acqua del mare, e con un risparmio di circa due settimane sull’equivalente percorso marittimo. Se poi aggiungiamo che tale percorso è controllato e gestito dalla marina americana mentre il percorso via terra è al di fuori di tale controllo e si dispiega prevalentemente nei territori controllati dal SCO (Shanghai Cooperation Organization), l’alleanza militare composta tra gli altri da Cina, Russia e Kazakistan, il quadro che emerge è chiaramente un confronto di obiettivi geopolitici ma i cui mezzi sono economici. Il TTIP può allora veramente essere interpretato come una nuova versione della NATO ma in chiave economica, solo che stavolta l’Europa potrebbe voler scegliere di privilegiare il “Patto di Varsavia” Russo-Cinese. Caro Fukuyama, quindi, la Storia non è ancora finita. Per fortuna di tutti.


1 https://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/le-dure-critiche-francesi-verso-i-negoziati-ttip
2 http://economia.ilmessaggero.it/flashnews/ttip_accenti_critici_del_mise_sull_accordo_commerciale_con_gli_usa-1694981.html
3 http://www.cinaforum.net/sbarcato-in-iran-il-primo-treno-cargo-471-della-nuova-via-della-seta/
4 http://www.lastampa.it/2016/04/21/economia/arriva-il-treno-pechinolione-la-nuova-via-della-seta-su-rotaie-LX9oHVKO5Q6ies18sDm61H/pagina.html

domenica 13 marzo 2016

L'Europa sul lettino dello psicanalista.

In questi giorni assistiamo alle convulsioni della politica europea dovute all'azione congiunta della crisi dei migranti, degli effetti permanenti della crisi economica e dell'indecisione cronica della classe dirigente europea in merito all'eventuale intervento militare nelle varie aree di conflitto dalle quali l'Europa è circondata. Il quadro che emerge somiglia ad uno stato di schizofrenia accompagnato da una dissociazione psichica che rasenta una pericolosa bipolarità. E non manca neanche una situazione inconscia di transfert, per ora latente ma che da già segni evidenti di presenza.

La matassa ha diversi capi e non è possibile cercare di sbrogliarla tirandone uno solo senza ingarbugliarla ancora di più. Proviamo ad elencare e riassumere le questioni sul tavolo e l'atteggiamento dell'Europa verso ognuno di esse.
Cominciamo con la Turchia. Per anni la richiesta di adesione della Turchia all'Unione Europea è stata rimandata a causa della ferma opposizione della Francia, ed a tratti anche dell'Italia e della Germania. I principali ostacoli erano, e sono, la natura solo parzialmente democratica dell'ordinamento turco, il suo mancato rispetto delle minoranze etniche, armene e curde in primis, e la paura di una non integrabile cultura islamica nel tessuto sociale europeo ancora formalmente cristiano. Con la crisi dei migranti sorta a seguito della guerra civile in Siria, molte di queste preoccupazioni sono state messe da parte. Oggi assistiamo ad un rapido mutamento di orientamento che ha portato ad una serie di accordi che sono il preludio ad una maggiore integrazione del paese anatolico nell'Unione.

A ben vedere tali accordi assumono però la forma di un ricatto posto dal Presidente turco Erdogan nei confronti dell'Europa per arginare il flusso senza fine dei migranti, siriani e non, in partenza dal suo territorio verso le nazioni nord europee attraverso la cosiddetta "rotta balcanica". Erdogan non solo ha richiesto un cospicuo aiuto economico (3 miliardi di euro annui per i prossimi tre anni) per gestire transito e rimpatrio dei richiedenti asilo verso l'Europa, ma anche l'abolizione del visto richiesto ai cittadini turchi per raggiungere i paesi dell'UE. Il punto fondamentale è dato dal rifiuto di quasi tutte le nazioni est europee ad accogliere pro quota i migranti e alla chiusura di molte frontiere che potenzialmente può portare alla fine del Trattato di Schengen e della libera circolazione in Europa. Se i migranti restano in Turchia queste tensioni possono stemperarsi e rientrare. Sempre in questi giorni assistiamo però ad una involuzione nelle politiche di libertà di stampa che ha portato alla chiusura di alcuni, anche importanti, giornali turchi, all'incarcerazione di figure dell'opposizione al governo dell'AKP guidato dall'ex ministro degli esteri Davutoglu e in generale ad una restrizione delle libertà di espressione e di critica che possono portare all'instaurazione di un regime non democratico in Turchia.

Ecco il primo dei capi dell'ingarbugliata matassa: l'Europa ha bisogno della Turchia per non disintegrarsi e per farlo è disposta a sorvolare sui suoi presunti valori, la libertà d'espressione e l'ordinamento democratico delle nazioni che ne fanno parte. Contemporaneamente però mette sotto accusa, e minaccia di sanzioni, la Polonia del neoeletto governo nazionalista guidato dal PIS a causa della promulgazione di una nuova legge che concede al governo la facoltà di influenzare pesantemente la televisione di Stato ed anche la direzione di alcuni giornali. Inoltre, il governo di Varsavia si rifiuta di accollarsi una quota dei migranti in arrivo dal medioriente e dall'Africa ed anche per questo è stata paventata l'ipotesi di sanzioni da parte di Bruxelles. La Polonia si avvia a affiancare l'Ungheria nella lista delle nazioni che non si adeguano ai diktat eurocentrici. Un esempio di realismo causato dalla necessità, si dirà. E' infatti necessario tanto riportare Varsavia entro i dettami ed il controllo di Bruxelles quanto garantirsi l'aiuto del gendarme turco per frenare l'ondata migratoria. Sarà, ma la sensazione di ipocrisia generata da tali atteggiamenti è forte.


Il secondo punto è il trattamento economico riservato alla Turchia ed il contemporaneo risicato aiuto (si parla di poco più di 300 milioni di euro) fornito alla Grecia costretta dagli eventi a divenire l'anticamera dei profughi in attesa di entrare in Europa. Se infatti alla prima sono stati forniti ingenti capitali per allestire e gestire campi profughi e procedure di identificazione e rimpatrio, alla seconda è stato imposto di fare da sola, pena l'imposizione di dure sanzioni. Non solo. Alla Grecia pare non verrà accordata alcuna "clausola migranti" che possa alleggerire il peso economico di questa situazione sulle già disastrate finanze elleniche. La Grecia si trova quindi tra l'incudine della pressione migratoria ed il martello dell'austerità tedesca in materia di conti pubblici.
L'ipocrisia prima evidenziata comincia così a prendere la forma di una schizofrenia dettata dall'incapacità di essere solidali con un paese membro che ha già pagato duramente le rigidità dei trattati e i balbettamenti delle varie cancellerie europee. Grecia e Turchia,stesso problema ma due pesi e due misure.

Al momento in Europa le frontiere di Austria, Croazia, Slovenia, Macedonia, Bulgaria, Serbia, Ungheria e Svezia sono chiuse ponendo grossi problemi al transito di persone e merci da e verso gli altri paesi europei. Questa situazione crea i presupposti per una possibile creazione di nuove rotte per i migranti che, complice l'arrivo della bella stagione, potrebbero interessare la Polonia e soprattutto l'Italia. Già si parla dell'arrivo sulle coste siciliane e pugliesi di centinaia di migliaia di nuovi profughi, economici e non, capaci di mettere in crisi le già poco efficienti strutture ricettive italiane. Il governo Renzi ha già messo le mani avanti richiedendo che i sovracosti della gestione emergenziale vengano stornati da quanto dovuto dall'Italia a Bruxelles per riequilibrare deficit e debito pubblico.



Oltre alla questione migranti ce ne sono almeno altre due di non meno rilevante impatto: le sanzioni alla Russia per la questione ucraina e la gestione della guerra in Siria, che peraltro vede nel decisivo apporto della stessa Russia una possibile risoluzione. Le sanzioni economiche alla Russia dovrebbero terminare a giugno ma già alcuni paesi, sotto la forte pressione americana, ne chiedono un rinnovo. E' noto che le limitazioni alo commercio con Mosca stanno danneggiando vistosamente le esportazioni italiane, polacche e tedesche e che più a lungo si protrarranno più daranno modo ad altri concorrenti di sostituirsi ai prodottori europei sul mercato russo. Se vogliamo possiamo interpretare questa come una fase "pre TTIP" ovvero un'approntamento dell'ambiente che si creerà se e quando il trattato di libero scambio tra UE ed USA verrà approvato tagliando fuori la Russia e le nazioni euroasiatiche dal commercio con l'Unione Europea. La Russia non è però spettatore passivo di questa situazione ed è anzi, comprensibilmente, lieta della vittoria dei partiti neonazionalisti in Polonia ed Ungheria, tanto che si sospetta un contributo diretto di Mosca a tali vittorie.
E' notizia di questi giorni che la Serbia ha rinunciato formalmente alla richiesta di adesione all'EU e non farà tantomeno richiesta per entrare nella NATO, optando forse per la SCO (Security and Cooperation Organization) a guida Russo-Cinese. Un tale precedente, misto alla dipendenza energetica di tutte le nazioni europee dalla Russia, potrebbe portare alcune di esse a riconsiderare i rapporti con Bruxelles.

 

La crisi dei migranti e l'intervento russo in Siria sono appunto elementi che stanno portando ad un riavvicinamento alla Russia , almeno da parte delle opinioni pubbliche, di molte nazioni dell'area balcanica ed est europea in virtù di due presupposti: la natura essenzialmente cristiana (sia essa cattolica o ortodossa) della maggioranza di esse e l'assertività con cui Putin è intervenuto in sostegno di Assad per ristabilire l'ordine minacciato dal caos provocato dall'ISIS e dalle altre milizie jihadiste. Ecco quindi un altro elemento di confusione nelle menti dei governanti europei posto dall'atteggiamento da tenere nei confronti dell'intervento russo in Siria. Non c'è dubbio che Putin abbia deciso l'invio, su richiesta dell'attuale legittimo governo siriano, della sua aviazione per obiettivi geopolitici meramente russi ma è pur vero che senza di esso probabilmente oggi il Califfato Islamico si estenderebbe dall'Eufrate al Mediterraneo. La cancelliera Merkel si è recata il mese scorso ad Ankara per assicurare il sostegno della NATO alla Turchia (segnatamente in chiave antirussa) ma contemporaneamente la Francia ha intrapreso azioni militari coordinate con la Russia della propria aviazione e della marina sul territorio siriano. Gli americani hanno stigmatizzato questo rapporto troppo intimo tra Hollande e Putin ma la geopolitica ha le sue regole, che necessariamente ricadono nell'interpretazione realista delle Relazioni Internazionali.
Dopo la schizofrenia europea sul tema dei migranti ecco quindi apparire la bipolarità nel rapporto con la Russia. Sanzioni e voglia di cooperazione convivono senza un'apparente razionalità.

All'inizio di questo articolo abbiamo accennato ad una possibile situazione di "transfert" di questa disturbata Europa che si manifesta nei suoi rapporti con l'Inghilterra. A giugno si terrà infatti il referendum che chiederà agli inglesi se vogliono o meno abbandonare il rapporto, peraltro molto contrastato, con l'Unione Europea. Si fanno sempre più forti i timori che possa verificarsi realmente un'uscita del Regno dall'UE e ciò viene visto con timore da alcuni governi e con soddisfazione da parte di altri. Tra questi ultimi sembrano annoverarsi tanto la Francia quanto la Germania che vedrebbero ridursi l'influenza finanziaria della City londinese sul territorio europeo anche se questo scenario potrebbe venir contrastato dalla possibile fusione tra la Borsa di Francoforte e quella di Londra, che già possiede quella italiana. Sia i tedeschi che i francesi sono certi che la scelta inglese di abbandonare l'Unione si rivelerà un boomerang per Londra e la possibilità di punirla per le troppe intromissioni nella politica europea, che vorrebbero gestire in tandem senza ulteriori soci, sarebbe una grande soddisfazione. Esiste un termine tedesco preciso per questa situazione, Schadenfreude, letteralmente "gioia infame" che ben si attaglia a questo desiderio dei due grandi d'Europa.

Il transfert in questo caso si manifesta nella volontà di molti paesi europei di concludere questa difficile relazione non solo con Londra ma anche con l'istituzione europea nel suo insieme che, in questi 15 anni, ha portato quasi tutte le economie dei 28 alla deflazione, alla disoccupazione e ad una crisi sociale che sembra inarrestabile. La Brexit rappresenterebbe quindi al contempo il timore di un'esplosione della costruzione europea ma anche una sorta di "libera tutti" che potrebbe permettere ad alcune nazioni di sganciarsi finalmente da Bruxelles proprio a causa di questo evento.

In definitiva, se questa è la diagnosi complessa di questo travagliato stato psichico-politico dell'Europa, quale potrebbe essere la terapia per curarlo o almeno attenuarlo? Al momento l'unica cura sembra essere la massiccia somministrazione di "droga monetaria" inoculata dalla BCE di Mario Draghi che, dispensata a piene mani, sta alleviando le pene economiche di quasi tutte le economie continentali. Ad ogni nuova "iniezione di liquidità", però, l'effetto calmante diminuisce, proprio come accade ad un paziente che progressivamente si assuefa a dosi sempre più elevate di antidepressivi. Con la riduzione a zero del tasso di riferimento , il fondo è stato ormai toccato e l'eventuale discesa in territorio negativo (NIRP, ovvero Negative Interest Rate Policy) porterebbe ad una sicura rivolta da parte della Bundesbank e ad un azzeramento dei margini di interesse delle già pericolanti banche europee. Ci vorrebbe forse un intervento più drastico, una sorta di cura "San Patrignano" fatta di tagli estremi al Welfare ed ai bilanci di tutte le nazioni europee ma nessun governo vuole essere il primo a proporla poichè potrebbe generare una rivolta sociale ancor più violenta di quella già vista in Grecia.

Di certo non esiste alcuna cura indolore ma, come ogni terapia psicanalitica prescrive, è necessaria prima di tutto una piena presa di coscienza della situazione del paziente Europa. Per prima cosa l'Unione non ha una guida politica unitaria ed è pertanto preda dei diversi obiettivi economici e geopolitici dei suoi aderenti. Essa è nata per impedire nuove guerre fra le potenze che la compongono e per "arginare" il potere economico della Germania e l'eventualità che quest'ultima potesse scegliere di creare un proprio spazio economico-politico condiviso con la Russia. L'Unione vorrebbe dare di sè un'immagine di "Comunità di Destino" ma non può fondarsi su valori storici condivisi proprio per il fatto che il suo membro più forte ed influente è anche stato la causa delle due guerre mondiali che hanno devastato il continente nel XX secolo. Inoltre in molti casi nega le stesse radici Greco-Cristiane che sono il fondamento della maggior parte degli ordinamenti giuridici, politici e sociali delle nazioni che la compongono. In definitiva l'Europa è tenuta insieme da un collante economico che però ha effetti troppo differenti su paesi tanto diversi e che con il tempo sta creando una frattura sempre più ampia tra i paesi del nord e quelli mediterranei e dell'est con i primi che beneficiano della stabilità dell'Euro ed i secondi che ne subiscono gli effetti di un valore troppo elevato che mina la loro competitività in termini di esportazioni.

Bisogna poi prendere in considerazione l'irrisolto rapporto con la Russia che alcuni paesi vorrebbero coltivare in maniera più stretta ma che è obiettivamente impedito dalla presenza americana in seno alla NATO. In questa fase di post-globalizzazione, inoltre, gli obiettivi economici e geopolitici tra l'UE e l'alleato americano stanno sempre più divergendo e ciò si manifesta non solo nelle tensioni con la Russia, ad esempio nel caso della nascita e risoluzione della questione ucraina, ma anche nelle politiche ondivaghe e apparentemente non ragionate nei confronti della sponda sud del mediterraneo e del Medio Oriente. Anche il rapporto con l'Inghilterra non è mai stato risolto e ad oggi essa risulta un membro influente della NATO ma non adotta l'Euro pur facendo parte dell'Unione. Tutto ciò è insieme causa ed effetto di una politica a volte ricattatoria da parte del Regno Unito, il quale cerca di ottenere più benefici possibili senza pagarne completamente il prezzo evitando di adeguarsi appieno alle rigide normative imposte dalla Commissione Europea.

In definitiva, sembra banale dirlo, non vi è alcuna certezza che nei prossimi anni l'UE mantenga l'attuale configurazione. Essa potrebbe infatti rafforzarsi, trovando in sè stessa le motivazioni per una maggiore integrazione o costretta dagli avvenimenti nell'ambiente che la circonda ma potrebbe parimente esplodere a causa delle troppe contraddizioni interne. Intanto però cresce la forza dei partiti "euroscettici" in tutto il continente, Podemos in Spagna, Front National in Francia, Movimento 5 Stelle in Italia e Alternative fur Deutschland in Germania, segno del fatto che le popolazioni europee non condividono più il progetto predisposto per loro dalle Elite. Se il processo dialettico in Europa funzionerà questi partiti potrebbero prendere il potere nei rispettivi paesi e forzare Bruxelles ad adottare politiche diverse a partire da quelle in campo economico. Se invece l'Europa delle cancellerie deciderà di mettere da parte le pratiche democratiche che a parole dice di difendere e voler diffondere, potremmo assistere alla "turchizzazione" dell'Unione e ad una progressiva criminalizzazione del dissenso che ci riporterà di colpo indietro di settant'anni. Dopo aver vinto la Guerra Fredda contro il totalitarismo di stampo sovietico dell'URSS potremmo accorgerci di averne importato le modalità,finalità e contenuto cambiando solamente il nome del contenitore.