Perchè Ordine e Progresso?

Il Blog prende il nome dal motto inscritto sulla bandiera del Brasile e mutuato da un'aforisma di Auguste Comte.
Questi, uno dei padri della Sociologia, era una convinto positivista, il che nel 1896 lo rendeva anche un progressista.
L'importante è , come infatti Comte mette al primo punto, che l'Amore sia sempre il principio cardine dell'Agire.


L'Amore per principio e l'Ordine per fondamento;il Progresso per fine

Auguste Comte ,1896

giovedì 11 febbraio 2016

La Geopolitica di Papa Francesco.

Premesso che se anche si fosse degli accesi anticlericali o dei materialisti assoluti, non è possibile non riconoscere il peso del Vaticano nella politica internazionale negli ultimi 40 anni, l'inizio del nuovo anno ha visto impegnato Papa Francesco in una serie di incontri particolarmente importanti per la “Geopolitica Vaticana”. Sebbene infatti il piccolo Stato non possieda un esercito o un'economia di scambio, non vuol dire che non abbia i propri obiettivi geopolitici che coincidono, spesso, con la sua missione terrena: l'annuncio del messaggio di Dio. La sua arma principale è ovviamente l'influenza sui governi e sui fedeli, ed è risultata vincente in molti casi, tra i quali la fine delle sanzioni USA a Cuba è solo l'ultimo esempio. Teologia e Geopolitica si ritrovano, l'una e l'altra intrecciate, in questo inizio di nuovo millennio sebbene entrambe fossero state date per morte nella seconda metà del secolo scorso. Stalin, per nulla a digiuno di Geopolitica, ma forse dimenticando di aver studiato Teologia, una volta chiese ironico “Quante divisioni può schierare il Papa?”. Nel 2016 il comunismo e le sue armate non esistono più ed il nazionalismo e la religione cristiana sono gli unici elementi condivisi in tutte le nazioni che fecero parte dell'URSS, nessuna esclusa. Oggi il Vaticano ha di fronte nuove sfide impegnative , portate avanti tanto dall'aggressività del radicalismo religioso quanto da quello dei gruppi di pressione sui temi etici e della famiglia. Pertanto la visita del Presidente iraniano Rouhani a Roma del 26 gennaio non è servita solamente a presentare le notevoli opportunità economiche della Repubblica Islamica per gli investitori italiani a seguito dell’eliminazione delle sanzioni imposte da UE ed USA. L’incontro più importante è stato senza dubbio quello con Papa Francesco durante il quale si è discusso di temi geopolitici inerenti l’area mediorientale e degli scenari possibili nei prossimi anni. Era dal 1999 che un Presidente Iraniano non faceva una visita ufficiale in Vaticano e, sebbene Rohuani non sia formalmente un Ayatollah (è comunque parte della comunità clericale sciita iraniana), è stato sicuramente autorizzato dalla Guida Suprema Khamenei a trattare, almeno in parte, alcuni temi di natura tanto geopolitici quanto teologici1. Infatti, a differenza di quanto accade nel mondo islamico di confessione sunnita, quella sciita prevede una organizzazione clericale stabile che oltre alla figura dell’Imam (il Grande Ayatollah, una sorta di Papa), si compone di Ayatollah (l'equivalente dei Vescovi della Chiesa) , Hoyatoleslam (giuristi teologi) e mullah (i sacerdoti al livello più basso). Ciò senza dubbio facilita il dialogo con la Chiesa Cattolica in quanto è possibile stabilire rapporti di dialogo a più livelli che prevedono, alla base, una certezza nell’interpretazione teologica delle rispettive scritture, la Bibbia ed il Corano. Durante la settimana precedente, inoltre, Papa Francesco si era recato in visita alla sinagoga di Roma, sede della comunità ebraica più antica d’Europa, nell’ambito degli incontri che ha intenzione di svolgere durante questo anno giubilare. In quell’occasione ha fatto alcune affermazioni particolarmente importanti in ambito teologico2 e geopolitico ma che sono sfuggite (diciamo così) a molti commentatori italiani e che comunque non hanno avuto l’eco mediatico che meritavano sulla stampa italiana. Il 12 febbraio prossimo, inoltre, si compirà uno storico incontro tra Papa Francesco e il Patriarca di Tutte le Russie Kiril a l'Avana, Cuba. E' un incontro atteso da anni, che Papa Benedetto ha incoraggiato (ad esempio con il ritorno della possibilità di celebrare la messa tridentina , come nel rito ortodosso), e Francesco ha fortemente voluto. Sicuramente gli incontri avuti con il Presidente russo Putin hanno avuto una certa influenza nella riuscita dell'evento. Infine il 31 ottobre il Papa sarà in Svezia per le celebrazioni dei 500 anni della Riforma Protestante che cadono nel 2017. Questi tre avvenimenti sono legati da un sottile filo rosso che può sfuggire se essi vengono interpretati solamente alla luce dell’interpretazione ecumenica della figura del Papa inaugurata con il pontificato di Papa Giovanni Paolo II e continuata con quello di Benedetto XVI. Il trait d’union teologico è infatti la radice comune di Cristiani, Musulmani ed Ebrei ovvero il monoteismo che ha in Abramo (o se vogliamo, Adamo) la sua figura unificante. L'obiettivo comune potrebbe essere quello di mantenere in vita la credenza monoteista e difendere il senso della Vita che da essa trascende minacciato da un “progressismo senza progresso” che sembra non avere limiti nel voler ridisegnare il concetto stesso di “essere umano” e dalle altre religioni in forte crescita numerica. Tornando all'opera del Papa, possiamo intravvedere un disegno geopolitico. In Medioriente la presenza cristiana si è ridotta notevolmente a causa della guerra in Iraq prima ed in Siria poi. In quest'ultima, la famiglia Assad ha garantito tanto gli sciiti quanto i cristiani, minoranze in un paese ampiamente sunnita. In Libano tale presenza è garantita di fatto dalla presenza di Hezbollah e quindi, indirettamente dall'Iran. In Israele e Palestina i luoghi santi cristiani sono in maggior misura in Palestina e sono quindi garantiti da un accordo bilaterale con ANP3. L'Iran è comunque presente in virtù dei fondi che concede tanto all'ANP quanto ad Hamas ed ai sistemi d'arma che vi fa arrivare in caso di attacco da parte dell'occupante. In Iran la comunità cristiana non è minacciata mentre in Egitto vive fasi alterne pur essendo il 10% della popolazione4. Al Qaeda prima e l'ISIS ora stanno falcidiando le comunità cristiane in tutti i territori in cui sono presenti e ne stanno riducendo il numero e soprattutto l'influenza. Ovviamente il Vaticano ha individuato l'Iran quale elemento di stabilità nella regione (la cosiddetta mezzaluna sciita, Iran, Iraq, Siria, Libano) che lo rende un interlocutore credibile. Il Vaticano, ha appoggiato, e l'Iran ha gradito, il veto posto dalla Russia al bombardamento minacciato da Americani ed Inglesi alla Siria nel 2013, minaccia che è poi rientrata. Infatti il secondo pilastro in Medioriente appare sempre più la Russia che, oltre ad essere garante per l'Iran verso la comunità internazionale per quanto riguarda la questione nucleare, è militarmente impegnata in Siria a ristabilire Assad alla guida di uno stato unitario. Se pensiamo alla Russia pensiamo all'Ucraina. In quel paese oltre ad una guerra di natura militare , se ne combatte una di natura religiosa non meno cruenta. Se gli abitanti del Donbass e dell'Ucraina secessionista sono a maggioranza ortodossi del Patriarcato di Mosca, il resto dell'Ucraina è diviso fra ortodossi fedeli a Kiev, quelli fedeli a Mosca, Cattolici di rito greco, (pochi) ebrei e protestanti. La pulizia etnica è un fatto ampiamente sottaciuto dai media occidentali. La Russia si è riscoperta cristiana negli anni '90 e con Putin questa tendenza è aumentata. In Europa il Vaticano può contare stabilmente sull'appoggio di, e a sua volta può influenzare, Irlanda, Polonia, paesi latini ed in parte l'area di lingua tedesca. Nel Nord Europa la presenza Cattolica è, invece, da 500 anni in declino. Ma l'interesse ad un riavvicinamento su basi teologiche risale al Concilio Vaticano II. Infatti, secondo il Cardinale Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, l'incontro di ottobre avverrà “Concentrandosi insieme su centralità della questione di Dio e su un approccio cristocentrico, e le due comunità avranno la possibilità di celebrare la commemorazione ecumenica della Riforma non semplicemente in modo pragmatico, ma con un senso profondo della fede in Cristo crocifisso e risorto5. Il tema del riavvicinamento tra le tre religioni monoteiste è uno di quelli con i quali avremo più a che fare nei prossimi decenni poiché alla base vi è un fondamento demografico6. Se sommiamo il numero dei credenti delle tre religioni monoteiste sparsi in tutto il mondo otteniamo la cifra di quasi 4 miliardi di persone (2 miliardi e 200 milioni di cristiani di tutte le confessioni, 1 miliardo e 600 milioni di musulmani e circa 14 milioni di ebrei). I seguaci della “religione di Abramo” sono quindi ancora maggioranza nel mondo e sebbene la loro influenza sia ancora molto elevata, nazioni come Cina ed India stanno rapidamente crescendo sia demograficamente che economicamente. Considerando la tendenza verso una popolazione globale di circa 9 miliardi di persone nel 2100, dobbiamo chiederci a quale religione esse apparterranno, o se eventualmente non saranno in maggioranza gli a-religiosi e prevedere la quota di influenza e di potere degli attori nello scenario politico ed economico mondiale. I cinesi , ad esempio, dopo 70 anni di comunismo maoista sono formalmente atei ma il governo di Pechino sta velatamente favorendo un ritorno alle forme di religiosità proprie della tradizione cinese ed asiatica in generale, in particolar modo verso il confucianesimo mentre combatte i musulmani nello Xinjang e mette al bando il Cattolicesimo Romano. L’india, poi, è una Nazione formalmente laica ma con forti venature di religiosità induista (il cui culto è politeista) e fondata su un sistema di caste che fa fatica a scomparire. In tutta l’Asia meridionale è ancora forte la presenza del Buddismo come in Thailandia, Vietnam, Myanmar ed in parte Giappone (in cui però la componente religiosa principale è lo scintoismo). Sebbene non siamo portati a pensare alle religioni orientali quali portatrici di valori razzisti, è in realtà vero il contrario ed in alcuni paesi, come l'India o i paesi buddisti, tale peso si esprime nelle maggioranze politiche nazionaliste al governo. Il grande “serbatoio di fedeli” per la Chiesa Cattolica resta ancora l'America Latina, meta di numerosi viaggi di tutti i papi negli ultimi 30 anni. L'Africa è invece ancora terra di scontro fra religioni, sebbene a guardar bene si scorgano le lotte per le materie prime ed antiche rivalità tribali. Perché un fattore come la Religione, o la religiosità, che molti in Europa ed in Italia ritengono una “barbarie del passato” dovrebbe far parte degli strumenti o dei fini della geopolitica? Il fenomeno del “ritorno del sacro” è stato largamente indagato in questi ultimi anni. Alcuni autori come Huntington ne hanno fatto il motivo scatenante delle rivoluzioni nell'est europeo o dell'elezione del “cristiano rinato” George Bush in America. Per non menzionare lo Scontro di Civiltà che da questo ritorno del sacro è alimentato. In ultima istanza, i valori di fondo della società nazionale in cui viviamo determinano le possibilità politiche, sociali ed economiche di quella società e quindi le nostre. Nelle nazioni occidentali, cristiane , politica e religione sono separate ed è libera la stessa scelta religiosa. Fondamentalmente è garantita la libertà individuale e la libera attività economica. Non è così in molti paesi musulmani in cui non vi sono al momento partiti politici che non abbiano una propria connotazione religiosa e nei quali le libertà personali non siano in qualche modo limitate. Se prendiamo l'esempio cinese, poi, la pratica religiosa è sottoposta all'approvazione da parte della politica così come la stessa libertà del cittadino è funzione delle esigenze dello Stato. In india, un sistema politicamente democratico convive con un sistema sociale di caste, e con una forte distinzione di genere, in virtù del fatto che dall'indipendenza in poi ha sempre governato un partito che si rifaceva alla tradizione Indù. In definitiva non esiste uno stato totalmente laico, poiché in Francia sono laiche le istituzioni ma non lo è la società più ampia e anche nei “laicissimi” Stati Uniti il Presidente giura sulla Bibbia durante la cerimonia di insediamento. Un altro motivo è che la geopolitica si avvale di tutte le discipline, sociologia, economia, strategia (e quindi anche teologia, se necessario), per interpretare la distribuzione della politica spazialmente. Essa inoltre indaga i motivi per cui alcuni scenari, attualmente, siano caratterizzati da una predominanza del fattore culturale (insieme a quello economico) quale “driver” delle alleanze internazionali. Al momento deve indagare uno scenario internazionale che è in ultima analisi causato da motivazioni riconducibili a conflitti religiosi che si riverberano nella vita delle società europee. La crisi politica europea e la contemporanea crisi siriana, infatti, si manifestano nelle nazioni europee sotto forma di masse di migranti politici ed economici alle frontiere. Il fenomeno migratorio in atto dalla sponda sud, di natura primariamente musulmana, richiama alla mente le invasioni del XVI secolo e costringe le società europee a ripensare il modello di integrazione e di accoglienza dato per scontato negli anni scorsi ma in forte crisi negli ultimi due anni7. Quando la polvere sulle macerie del nuovo medioriente si sarà posata, molti di quei “migranti” torneranno nelle loro rispettive nazioni mentre altri, se vorranno e potranno, resteranno in Europa. Da quel momento in poi si creerà un ricordo di quanto avvenuto, ed un giudizio verrà dato da tutti coloro i quali stanno vivendo questa tragedia. In quel momento persone e governi si ricorderanno con gratitudine delle parole e delle azioni di misericordia del Papa cristiano, successore del Profeta Gesù , venerato dall'Islam? In quel momento dovranno rivalutare le parole e le azioni dei sedicenti califfi e degli autoproclamati Imam che, interpretando in maniera errata il Corano hanno provocato la distruzione di intere Nazioni? In quel momento, persone e governi, faranno la loro scelta su quale modello di religiosità sia più consona allo stile di vita che hanno scelto di seguire. In quel momento le parole e le immagini di questi primi mesi del 2016 ci sembreranno più chiare e chiarificatrici. La Chiesa, lo sanno tutti, ha tempi lunghi.






1Rouhani ,al termine dell'incontro con il Papa, ha affermato: "La chiesa, la sinagoga e la moschea devono stare una accanto all'altra. Anzi, dobbiamo preservare prima la chiesa, poi la sinagoga, poi la moschea. Questa è la cultura della tolleranza che ci insegna il Corano". In http://www.repubblica.it/vaticano/2016/01/26/news/iran_rouhani_in_vaticano_corano_invita_a_difendere_chiese_e_sinagoghe-132065835/?refresh_ce
2“E nel dialogo ebraico-cristiano - ha sottolineato il Pontefice - c'è un legame unico e peculiare, in virtù delle radici ebraiche del cristianesimo: ebrei e cristiani devono dunque sentirsi fratelli, uniti dallo stesso Dio e da un ricco patrimonio spirituale comune” in http://www.huffingtonpost.it/2016/01/17/papa-francesco-sinagoga-roma_n_9003064.html
3http://formiche.net/2016/01/03/che-cosa-prevede-laccordo-tra-santa-sede-e-stato-di-palestina/
4I copti in Egitto costituiscono la più grande comunità cristiana del Medioriente, nonché la più grande minoranza religiosa della regione, Essendo una minoranza, i copti sono vittime di una significativa discriminazione nell'Egitto moderno e degli attacchi di gruppi islamici estremisti. In https://it.wikipedia.org/wiki/Copti
5http://it.radiovaticana.va/news/2016/01/25/a_lund_la_commemorazione_ecumenica/1203516
6http://www.economist.com/blogs/erasmus/2016/01/shias-catholics-and-protestants
7I movimenti nazionalisti al governo o in crescita in tutte le nazioni est europee sono fortemente anti-migranti e in alcuni casi anche fortemente cristiani (come in Polonia ed Ungheria)

sabato 16 gennaio 2016

Cosa sappiamo realmente dell'Iran?


La cosiddetta questione del “Nucleare Iraniano” è sicuramente una delle vicende Geopolitiche più interessanti degli ultimi decenni; essa è infatti legata contemporaneamente a diverse istanze economiche, politiche, militari e strategiche. Parimenti all’altra questione nucleare, quella Nord Coreana, porta con sé vaste implicazioni per molte delle nazioni del mondo, ognuna delle quali per motivi differenti, con esiti possibili differenti e su diversi piani di lettura esclusivi o contemporanei.
Il caso rappresentato dalla guerra scatenata all'Iraq sulla base di un suo presunto possesso di armi di distruzione di massa, rivelatesi poi inesistenti, rende più difficile un'azione unilaterale da parte delle potenze occidentali non appoggiate oggi come all'ora dalle proprie opinioni pubbliche interne.
E' necessario un più lungo lavoro di convincimento e la fornitura di prove, o pretesti, più forti per muoversi ad una guerra che potrebbe rivelarsi ben più impegnativa di quella dichiarata a Saddam Hussein.
La pressione sull’opinione pubblica nazionale ed europea viene mantenuta costante tramite una copertura mediatica sull’argomento che presenta dei picchi in occasione di eventi particolari come riunioni dell’AIEA, test missilistici iraniani, discorsi del presidente Rohuani o del Leader supremo Khamenei ma vengono riportate anche questioni prettamente interne come esecuzioni di condannati a morte, incidenti aerei e ferroviari, contestazioni studentesche o fatti di costume; difficilmente l’Iran ne viene fuori con un immagine positiva.
Il modo in cui viene trattato questo argomento presenta i tratti di quella che il lessico della “Geopolitica Critica” definirebbe un “discorso” : una sequenza di immagini mentali, sillogismi, affermazioni perentorie e metafore per descrivere l'Iran.
Come sostiene Claudio Minca nella sua analisi in merito ai cosiddetti “Rogues States”, esiste un “oggetto geopolitico chiamato Iran” o meglio, ne esiste uno per ogni paese che abbia rapporti con esso.
La fine della Guerra Fredda, infatti, sgretolando rapporti consolidati da 60 anni almeno, ha messo ogni nazione di fronte all'esigenza di costruire nuovi rapporti in politica estera per poter far fronte al futuro.
Ecco allora che luoghi i cui nomi sono rimasti sepolti per decine di anni sotto la polvere calata sulla Storia, e quindi sulla geografia, ritornano di attualità : Baku, Teheran, la Crimea, Aden, Malacca. L'attenzione sull'Iran si situa in questo quadro.
Nonostante quanto sostenga Thomas Friedman, il mondo infatti “non è piatto” e l'Iran è proprio una di quelle espressioni geografiche e culturali che non lo rendono tale.
Ruotando una cartina del mondo dalla sua posizione canonica, con l'Europa al centro, ad una, diciamo così, “Persianocentrica”, il mondo appare totalmente diverso e forse più comprensibile anche agli occhi di un osservatore occidentale.








Molti sono i paesi interessati alle sorti della Repubblica Islamica, anche perché dalla possibilità di ottenere una parte dei suoi vasti giacimenti di gas e petrolio dipende il loro sviluppo e la propria sopravvivenza.
I motivi per cui l'Iran vuole dotarsi della tecnologia nucleare sono molteplici, complessi e a volte intrecciati tra loro:quello che emerge è che, a differenza di quanto accaduto con l'Iraq, la presenza di un programma nucleare conclamato non ha portato ad una guerra ma bensì ad una lunga ed estenuante trattativa.
La Geopolitica Critica rivolge il suo sguardo al “come” vengano prodotti gli eventi geopolitici analizzando appunto le modalità attraverso le quali le forze in campo modificano o cercano di modificare le relazioni internazionali secondo i propri progetti e come questa operazione costituisca una “costruzione di senso” per i cittadini e per gli stessi attori geopolitici.
Autori come O Tuathail, Routledge o Dalby, per la scuola di stampo anglosassone, focalizzano la loro attenzione sulle pratiche messe in atto dai detentori del potere per descrivere la realtà ad una opinione pubblica ormai divenuta globale oltre che agli altri attori sulla scena mondiale.
Dalby, ad esempio, sostiene che il compito della Geopolitica Critica debba essere non solo l’analisi dei discorsi geopolitici dominanti ma anche di quelli alternativi che ad essi si contrappongono poiché entrambi concorrono alla formazione della realtà sociale. Egli nota però che ogni discorso che si afferma sopprime necessariamente altri discorsi non necessariamente in virtù di una maggiore forza esplicativa o inattaccabilità logica ma, spesso, per la maggior forza con la quale esso viene reiterato e sostenuto.
L’apporto di O Tuathail alla riflessione post-moderna di stampo geopolitico è, tra gli altri, che l’analisi dei discorsi di questa natura debba essere fatta tenendo sempre a mente il quadro storico più ampio e le sue contingenze sociali e politiche. Egli inoltre afferma che sia necessario decostruire i discorsi Geopolitici dominanti che tendono surrettiziamente a tralasciare alcuni aspetti delle questioni in esame per metterne in luce altri più funzionali alle esigenze delle Elite dominanti e fare anzi della Critical Geopolitics “il” nuovo discorso geopolitico dominante.
Centrali sono quindi la nozione di “discorso” già messa in luce dal francese Michel Focault, inteso come quell’insieme di pratiche che permettono la “produzione di senso” che rende “reale”quanto avviene ed in definitiva lo legittima e quella Gramsciana di “senso comune” prodotto dall’egemonia che i poteri dominanti applicano culturalmente. Il concetto di potere espresso da Foucault è straordinariamente attuale: esso è prima di tutto un discorso, ovvero una proliferazione di discorsi, guidato verso una direzione di senso piuttosto che un altra.
Citando il famoso saggio di Berger e Luckmann, ”La Realtà come costruzione Sociale” possiamo affermare che “nessun pensiero umano è immune dalle influenze ideologizzanti del proprio contesto sociale” e ciò è tanto più vero per quanto riguarda la conoscenza delle questioni inerenti “l’altro”, ciò che è “Straniero”, ciò che è diverso da Noi, argomenti, questi, centrali nei discorsi geopolitici.
In un’epoca di comunicazioni di massa come quella nata dai giornali dell’ottocento, proseguita con la radio e la televisione nel ventesimo secolo e giunta fino alla vasta diffusione di internet dei nostri giorni, molti argomenti sono ormai patrimonio di tutti e non solo di chi ha la possibilità di recarsi fisicamente in luoghi lontani; il prezzo da pagare è però l’accettazione implicita che queste informazioni portino con sé una dose più o meno elevata di distorsione, di polarizzazione, che non può non riflettere i valori di chi le diffonde e, in una certa misura, della società in cui esse vengono veicolate.
Quanto avvenuto con la Guerra nei Balcani o l’invasione dell’Iraq del 2003 o dell’Afghanistan esemplificano bene quanto detto poc’anzi : le opinioni pubbliche dei paesi che hanno aderito o meno a questi avvenimenti hanno maturato la propria posizione grazie alla massiccia dose di informazioni fornite dai Mass Media messe in atto nelle rispettive Nazioni.
Ciò introduce una definizione particolare di Geopolitica messa in luce,tra gli altri, da Joanne Sharpe che va sotto il nome di “Popular Geopolitics” ovvero l’effetto che i discorsi prodotti dalle Elite dominanti producono sulle persone comuni attraverso l’uso che le prime fanno dei mezzi di comunicazione di massa, di cui dispongono, per influenzare le seconde.
Sharpe afferma che i discorsi “Formali” o “Pratici” di stampo Geopolitico altro non sono che le ricadute a livello alto o basso delle decisioni prese dalle Elite dominanti ed è perciò importante non tanto l’analisi di questi stessi discorsi ma delle cause e degli effetti che questi discorsi creano nella realtà.
In Italia, la parzialità o meno della rappresentazione mediatica “mainstream” rispecchia l'atteggiamento della politica del paese, dell'opinione pubblica, delle necessità dettate dalle alleanze, o è frutto di una misurata equidistanza?
Un recente studio dell'ISTAT ha messo in luce come la consistente maggior parte della popolazione italiana si rivolga quasi esclusivamente alla televisione per ottenere le informazioni riguardanti la sfera della politica nazionale quella internazionale.
Una scarsa percentuale legge i giornali quotidianamente e, di questi, molti fruiscono esclusivamente della “free press” (Leggo,City, ecc..) sbocciata negli ultimi anni.
Aggiungiamo inoltre che spesso la fruizione delle notizie è fugace, basata sui titoli più che sul reale contenuto, compressa dai tempi veloci della quotidianità. Nel caso della free press, diffusissima nelle grandi città, le notizie di politica estera non appaiono neanche o sono soffocate da servizi di gossip e di cronaca.
La radio ovviamente copre la quasi maggioranza della popolazione per cui possiamo dire che ogni giorno, ogni cittadino italiano è immerso in un “brodo informativo”, somministrato tramite un continuo “info mix”, ovvero l'equivalente del “marketing mix”, tradizionale strumento del Marketing pubblicitario.
La radio lancia la notizia, la TV la amplifica, la stampa la spiega, il giorno dopo ed internet. La approfondisce. Questa è la sequenza con cui i media gestiscono il flusso informativo.
Difficilmente, però, quella che gli statistici chiamerebbero “la maggioranza degli italiani”, verifica le fonti, la loro esattezza, il reale alternarsi degli eventi e della catena causa/effetto delle informazioni che riceve, a maggior ragione se vengono dall'estero o ad esso si riferiscono.
Dipingere l'Iran come “oggetto geopolitico” è quindi piuttosto semplice.
Ciò può avvenire quindi attraverso l'uso di metafore, ovvero “mezzi che trasformano il non familiare in qualcosa di consueto” (Dell'Agnese); vere e proprie “immagini mentali” vengono costruite tramite l'uso di semplici sillogismi (Ahmadinejad è un “nuovo Hitler” quindi il Nucleare Iraniano porta ad un nuovo Olocausto) o traduzioni distorte dal Farsi (“spazzare via Israele dalle mappe geografiche”) portano a costruire una immagine definita ed una sola dell'Oggetto Iran.
Volenti, o nolenti, quello che accade è che “una certa idea di Iran” viene veicolata attraverso i media e non altre.
Per dirla ancora con le parole di Dell'Agnese “Il centro della questione non è cercare di capire cosa sia vero e cosa sia falso, ma quello di comprendere il processo di costruzione” ed evitare di aderire a certi costrutti logici in maniera acritica.
La decostruzione dell'informazione tradizionale e la contemporanea ri-costruzione di un senso più ampio, tramite le molto più ricche fonti informative reperibili in rete, è un processo per cui può però accadere di comprendere la situazione come antitetica a quella diffusa dalla informazione mainstream o almeno ben più complessa e dall'esito ottimale non ben definito.
Come detto Internet permette l'approfondimento di qualsiasi argomento o quasi e basta infatti digitare “nuclear Iran” per ottenere 29.100.000 risultati: 29.100.000 modi di “farsi un'idea” di questo argomento.
L'ottenimento delle informazioni aggiuntive tramite la rete può avvenire però a patto di conoscere almeno un'altra lingua (preferibilmente l'inglese). Tutti o quasi i maggiori quotidiani mondiali hanno in rete una versione in lingua inglese del quotidiano stampato, con aggiornamenti frequenti e buona parte dei blog di giornalisti e ricercatori internazionali è in quella lingua. Inglese e internet sono ormai patrimonio di buona parte di giovani italiani nella fascia 13-30 ed in maniera minore anche in quella più ristretta 30-50 che però fruisce in modo più assiduo delle informazioni diffuse dalla carta stampata.
Fondamentale, nell'ambito della comunicazione, è l'opera di “gatekeeping” (letteralmente “portieraggio”), rappresentata dalla concentrazione della proprietà dei mezzi di informazione in pochi gruppi che determina quali delle tante notizie lanciate dalle agenzie ogni giorno meritino di essere diffuse e approfondite. Il Gatekeeper decide appunto a quale delle varie notizie aprire le porte dell'informazione verso il pubblico. Chiaramente il processo è guidato dai valori e dagli obiettivi di chi le diffonde e dalla necessità o meno che certe informazioni vengano diffuse.
Al contrario di quanto accade all'estero, dove la politica estera trova sempre un discreto spazio sulle pagine dei quotidiani, in Italia certi argomenti sono meno presenti ; un caso particolare è rappresentato da Limes che è l'unica rivista italiana esclusivamente dedicata alla geopolitica diffusa quasi capillarmente nelle edicole. Se si aggiunge poi che, come detto, i media tradizionali hanno proprietari certi, il cui coinvolgimento con il potere è evidente o presumibile, si può immaginare come le opinioni da essi veicolate non possano non essere influenzate dagli scopi del potere stesso. La molteplicità dei siti sull'argomento reperibili in rete, fatti salvi i siti ufficiali dei quotidiani esteri, rende invece difficile l'attribuzione della paternità dell'informazione e gli eventuali interessi che si celano dietro di essa.
Il “collages informativo” composto da porzioni di informazione prelevate da questo e da quel sito o blog e confermate tramite triangolazione (la verifica contemporanea di una informazione dubbia su più fonti:siti ufficiali, agenzie e quotidiani on-line, il sito in questione ed altri siti in rete) delinea una situazione del tutto nuova. Potremmo dire che aumentando e differenziando il numero delle fonti informative e diminuendo in esse la quota di condizionamento patente o latente esercitato dal potere di riferimento si arriva a “scrivere” la propria visione dell'argomento. Non è ovviamente possibile accedere a tutte le fonti disponibili sull'argomento ma la sola ricerca del termine “Iran”, o “guerra all'Iran” su un motore di ricerca rende bene l'idea di quanto sia popolato il dibattito sull'argomento lontano dalle telecamere o dalle prime pagine che invece propongono una sola immagine polarizzata.
Per molti versi infatti la diffusione di notizie riguardanti l'Iran si inscrive in quelle che la moderna strategia militare chiama “spy-ops” o “psychological warfare” ovvero operazioni di “conquista delle menti”. In assenza di una idea specifica su un argomento si presume che un cittadino sia più incline a sposare le idee ripetute più spesso e su più canali informativi meglio se ritenuti “autorevoli”. La ripetizione di clichè e stereotipi, poi, determina la plausibilità delle continue informazioni sul tema e le inscrive in un panorama cognitivo e simbolico che si rafforza ad ogni successiva nuova notizia. Questo processo viene definito “framing”
Ciò che viene “raccontato” diviene , per dirla con O'Thuathail, “l'unico reale possibile” e su questo vengono costruite le motivazioni che legittimano l'agire, se necessario anche con la forza. Se oltre a questo aggiungiamo che l'informazione “altra” da quella ufficiale viene bollata come “complottista” se non addirittura di appoggio o di matrice filo-terrorista, il quadro si completa con la demonizzazione non solo dell'avversario ma anche dei suoi difensori e alleati.
L'Oggetto geopolitico Iran è tornato sui giornali, tra le notizie di politica estera, dopo una lunga assenza. Negli anni '80 era genericamente, per gli italiani, il primo termine della guerra Iran-Iraq sebbene la sua visibilità fosse amplificata dalle notizie sullo Shah, la sua consorte Fara Dibah e le loro frequentazioni italiane.
I rapporti tra l'Italia e la Repubblica Islamica si mantennero buoni nonostante la presa del potere da parte di Khomeini nel '79 e d'altronde l'Eni ha sempre avuto, dal dopoguerra in poi, rapporti commerciali e di estrazione nel golfo persico, sia con l'Iraq che con l'Iran e la FIAT vi possedeva uno stabilimento fino agli anni 50.
Dal 2003 prima e, con più vigore, dal 2005 l'Iran è stato scelto come uno dei punti caldi (hot spot) della politica internazionale grazie anche al suo inserimento tra i paesi facenti parte dell'asse del male e presunto “stato canaglia” da parte dell'amministrazione Bush le cui tecniche sono state ben descritte nel saggio “Rogue State” di Claudio Minca (vedi Bibliografia).
La stampa italiana ha da allora in poi seguito frequentemente tutte le vicende legate a questo paese.
E' un tema che appare e scompare dalle prime pagine, passando per le pagine interne, proposto con un certo timing, nell'ambito della campagna di sensibilizzazione dell'opinione pubblica, ormai, mondiale, circa la presunta volontà di dotarsi di armi nucleari da parte di Teheran.
I commenti da parte degli attori della politica nazionale si inscrivono nell'ambito della fedeltà al Patto Atlantico (NATO) e sono pertanto concordi con quelle diffuse dai quotidiani occidentali. Secondariamente, per mantenere sottotraccia l'attenzione sull’argomento, vengono diffuse e commentate notizie di costume sulla società iraniana. Il tratto comune è la caratterizzazione negativa che si deduce da esse: l'Iran è l'ennesimo paese brutale e oscurantista che viola le libertà dei suoi cittadini e vuole imporre il suo potere su tutto il mondo.
Nelle immagini e nei racconti sull'Iran sono ben rappresentati tutti gli stereotipi ben descritti e tipizzati da Edward Said nel suo celebre saggio,”Orientalismo” quindi, generalmente, le donne vi vengono rappresentate velate ma orgogliosamente “contro” (ricordiamo anche il film a fumetti, ”Persepolis”), vengono enfatizzate le immagini di masse urlanti durante i discorsi dei leader politici e religiosi, le parate militari, servizi sul come i giovani iraniani non possano vivere le normali abitudini dei loro corrispettivi occidentali.
I quotidiani on-line nazionali riportano generalmente più notizie sull'argomento e su più giorni ma non esistono, come su alcuni quotidiani esteri, link a sezioni monotematiche sull'intera vicenda, segno questo già di per sé evidente sulla reale volontà di delineare un quadro chiaro in cui inscrivere una politica nazionale sull'argomento. Capita spesso, infatti, che informazioni errate vengano diffuse con enfasi ed in maniera capillare e pervasiva dai titoli dei giornali e dei TG salvo poi essere smentite o “precisate” giorni dopo nelle pagine interne o in trafiletti affogati in articoli di altro genere. E' questo un metodo che permette ai mezzi di informazione di poter mantenere la loro aurea di “correttezza” diffondendo però al contempo un'informazione distorta nel messaggio e nella modalità. In conclusione nella definizione dell'Oggetto Iran, quindi, entra in gioco sia ciò che viene menzionato esplicitamente sia quanto viene taciuto, concordemente con quella che viene definita “l'agenda” della politica estera delle principali potenze mondiali che formano la cosiddetta “Comunità internazionale”.
La retorica americana ha fatto largo uso dei media nei paesi arabi per ottenere l'appoggio delle opinioni pubbliche di quei paesi prima della guerra in Iraq,così come anche questo paese ed i suoi sostenitori hanno fatto per dipingere l'intervento americano come ingiusto ed immorale. Infatti, come Ó Tuathail and Dalby hanno già affermato :”... la Geopolitica satura la vita di ogni giorno di Stati e Nazioni. I luoghi della sua produzione sono multipli e pervasivi,sia in “alto” (come un memorandum di sicurezza nazionale) che in “basso” (come le pagine di un giornaletto popolare), sia “visuali” (come le immagini che muovono gli stati ad agire) che “discorsivi” (come i discorsi che giustificano le azioni militari)...”
I media sono perciò il veicolo fondamentale,in una società moderna, per trasmettere ed istituzionalizzare idee,immagini e propositi di stampo geopolitico. Il punto focale del testo citato è rappresentato dal concetto di “Language Engineering” ovvero dell'utilizzo del linguaggio e delle sue sfumature per veicolare concetti a proprio favore facendo leva su elementi già condivisi con l'uditorio o creandone di nuovi utilizzando espressioni accuratamente studiate dagli esperti del settore,i cosiddetti “spin doctors”.
In questo processo i media trasferiscono ed amplificano di questi concetti preconfezionati verso l'opinione pubblica che li rende propri e familiari ma in una maniera tale per cui, vista la continua produzione di nuovo lessico sui diversi argomenti da parte delle relative fonti, i giornalisti si ritrovano ad essere meri trascrittori di concetti anziché reporter di notizie.
Neologismi quali “guerra umanitaria”, “danni collaterali” o “missione di pace” hanno riempito pagine di giornali e sono diventati comuni nel lessico quotidiano ma attorno ad essi continuano a svolgersi aspri dibattiti non solo di carattere semantico ma anche di stampo politico e filosofico. Battezzati spesso come propaganda, svolgono il loro specifico ruolo nel permettere alle istituzioni che li creano e li propagano di dissimulare concetti complessi e di ardua trattazione in regimi di stampo democratico, con termini, o associazioni non aggressive di termini, che richiamino immagini legate ad una moralità giusta o perlomeno attenta ai valori umani.

In conclusione, prima di poter quindi valutare “la questione nucleare iraniana”, e tutte le sue ricadute, è necessario comprendere quanto di quel che conosciamo sull'argomento ci è stato “infuso” senza che se ne sia consapevoli.
L'accettazione acritica di certi giudizi può infatti portare ad una comprensione distorta da principi di ordine morale che sono in realtà l'ultima preoccupazione di chi decide realmente le sorti della politica internazionale.

Bibliografia:

  • Antonsich Marco , Critical Geopolitics:La Geopolitica Nel Discorso PostModerno 2000
  • Berger Peter & Luckmann Thomas, La realtà come costruzione sociale 1966
  • Autori Vari , Limes L’Iran tra maschera e volto 5/2005
  • Dell’Agnese Elena, Geografia Politica Critica 2006
  • O’ Tuathail Gearoid, Critical Geopolitics 1994
  • Minca Claudio , rogue State in Rivista Geografica Italiana 110 2003
  • Said Edward, Orientalismo 1978

martedì 15 dicembre 2015

La Francia non svolta, niente di nuovo sul fronte occidentale.


Domenica 13 Dicembre, ad un mese esatto dagli attentati di Parigi, si è svolto il ballottaggio per le elezioni regionali in Francia. Il Front National (FN) di Marine Le Pen, sebbene fosse in vantaggio al primo turno in 7 regioni, non ne ha conquistata nessuna. Ciò è accaduto in quanto il Partito Socialista (PS) di Manuel Valls e il centrodestra (Republicains-UMP) di Nicholas Sarkozy hanno messo in pratica una desistenza reciproca mirata a conquistare la vittoria a scapito del candidato del FN. In Italia lo chiameremmo un “biscotto”. PS e UMP si sono suddivise quasi equamente le presidenze, 7 per l'UMP e 5 per il PS , relegando ovunque il FN all'opposizione. Fin qui la stretta cronaca.

Subito dopo la fine dello spoglio dei voti sono partite però le analisi e le dichiarazioni dei leader. Un po' come accadeva in Italia ai tempi del sistema elettorale proporzionale, hanno vinto tutti. Ha vinto Sarkozy, che può ora proporsi come l'anti Le Pen per far confluire su di sé i voti degli elettori di destra meno estremi. Ha vinto la Francia, ha vinto la Repubblica, secondo i titoli dei grandi giornali francesi, in quanto la minaccia di un'ascesa lepenista è stata fermata. Ha vinto anche il FN che continua la sua crescita e si propone come il primo avversario del ballottaggio per l'Eliseo nel 2017. In merito Jacques Sapir scrive: “Queste elezioni sono solo in apparenza una battuta d’arresto per il Front National. Di fatto nasconde un reale successo. In numero di voti, fra il primo e il secondo turno il Front National ha segnato un significativo progresso. Ha superato il numero di suffragi espressi nelle elezioni presidenziali del 2012, con un tasso di astensione che è aumentato. Soprattutto ha decisamente aumentato il numero di consiglieri regionali (oltre 350) beneficiando così della manna finanziaria [finanziamento ai partiti, N.d.T.] e del radicamento che ne deriva. Non è cosa da poco, e stupisce il fatto che molti opinionisti non ne facciano cenno. ” 1. Non ha perso il PS che però ha approfittato dell'ondata emotiva seguita agli attentati di Parigi e all'aumento del gradimento per Hollande. Indubbiamente la Politica Nazionale ed Internazionale hanno avuto un grande peso nella campagna elettorale sebbene si trattasse di elezioni Regionali.

L'alleanza, tacita o meno, tra PS e UMP ha fatto dire a Marine Le Pen subito dopo il voto: “Siamo la prima forza d’opposizione, in molte zone abbiamo estirpato i socialisti, il tripartitismo è diventato bipartitismo, i mondialisti contro noi patrioti. [...]”2. La Le Pen ha quindi identificato il blocco elettorale tra PS e UMP come un'unione di forze mondialiste (quindi, in potenza, antifrancesi) coalizzate fra loro per scongiurare la vittoria dei Veri Francesi, dei Patrioti, del Front National. Al primo turno aveva esclamato “E' la rivolta del Popolo contro le Elite”3. Il copione è lo stesso ma l'esito non è stato quello sperato. Al di là del risultato, il punto è che lo slogan della deputata francese corrisponde ad un modello interpretativo che nel tempo ha dato vita a nuove formazioni politiche in altre nazioni come la Spagna con Podemos e Ciudadanos, in Germania con Alternative Fur Deutschland, in Finlandia con i True Finnish e in Italia con il Movimento 5 Stelle.

Tutti questi movimenti hanno in comune tra loro l'opposizione ad una classe politica e burocratica nazionale percepita come una “casta”, l'opposizione all'Euro e a tutto ciò che l'appartenenza alla moneta unica porta con sé, l'accusa al capitalismo bancario di servire interessi di pochi a scapito della società nel suo complesso e il tentativo di fermare la deriva neoliberista delle società occidentali sebbene rispetto a tutti questi il FN sia ancora venato di un forte nazionalismo. Marine Le Pen aderisce a questa visione e, dopo aver sfrondato la sua ala estrema, rimasta con il fondatore Jean-Marie Le Pen, oggi si propone come la paladina delle classi medie impaurite e impoverite e dei francesi che vedono sparire il lavoro.

La contrapposizione Destra-Sinistra in tutta Europa sta lasciando il campo ad una nuova forma, se vogliamo “neoclassista”, della contrapposizione politico-sociale in cui la dicotomia è oggi rappresentata da una classe mondialista e cosmopolita composta da imprenditori, finanzieri, politici, corporations, fondi sovrani, conti alle Cayman, ecc da una parte e il resto della popolazione dall'altra. Se proprio non è il 99% contro l'1% non vi si discosta molto. Una tale rappresentazione del conflitto politico-sociale ricalca in parte quella esposta da Alexander Dugin4 nel 2012 nel saggio “La Quarta Teoria Politica”. Il politologo, filosofo, geopolitico russo ha dato strutturazione filosofica a questo processo che nel corso degli anni 2000 aveva già descritto come rappresentazione della strenua lotta dei popoli per contrastare la spinta omologatrice del “progresso liberista” e del suo pensiero unico.

Peraltro alcuni notisti politici5 hanno anche fatto notare la vicinanza “ideologica” tra la Russia di Putin e il FN in Francia o il tono benevolo di alcuni post sul blog di Beppe Grillo in merito alle azioni russe in Siria. Dugin non è anti democratico ma fortemente anti liberale. Egli sin dalle prime battute afferma che il liberalismo abbia fatto di tutto per assicurare il collasso della politica6. In quanto dottrina politica il liberalismo è passato dal livello di idea, programma politico e dichiarazioni ad un livello di realtà infusa dei suoi principi, scansando tutte le possibili alternative e rendendosi di fatto l'unico ordine di cose possibili 7.

Avendo sconfitto tutte le altre dottrine politiche come il comunismo, il fascismo ed il nazionalismo il liberalismo si pone oggi come uno stile di vita; la politica diventa così bio-politica agendo a livello individuale e sub-individuale 8. Secondo l'autore non c'è che un modo per reagire a questa deriva, ovvero rigettare le teorie politiche classiche, sconfitte dalla Storia, e fondarne una nuova che integri il meglio da esse proposto ed elimini gli aspetti devianti che le hanno portato alla disfatta. Pertanto per giungere alla formulazione di una Quarta Teoria Politica che superi le prime tre, liberalismo, comunismo e fascismo è necessario9 riconsiderare la storia politica dei secoli recenti a partire da una nuova posizione che superi gli schemi propri delle vecchie ideologie e prendere coscienza dell'attuale struttura della società globale che va emergendo.

Decifrando correttamente il paradigma della post-modernità si dovrà imparare ad opporre non tanto le idee politiche, i programmi o le strategie quanto la obiettiva realtà dell'attuale frammentata e apolitica post-società globale. Infine, quindi, costruire un modello politico che offra una nuova visione del mondo.
Secondo Dugin, la “Fine della Storia” prospettata da Fukuyama è giunta, l'economia ha sostituito la politica sotto forma di mercato capitalista globalizzato e gli stati si stanno dissolvendo nel “meltin' pot” della globalizzazione10. Il liberalismo diviene allora post-liberalismo. Senza una dimensione politica esso cessa di essere una libera alternativa ma diviene una sorta di destino storicamente deterministico (economics as destiny)11.

Politicamente non è possibile determinare una destra ed una sinistra all'interno del panorama post-liberale. Dugin afferma che esistano solamente due posizioni: il centro (compiacenza) e la periferia (dissenso) entrambe applicabili a livello globale12. La suddivisione interna tra partiti di centrosinistra o centrodestra è perciò fittizia e funzionale a mantenere sotto controllo l'azione dei governi verso il fine mondialista. Politicamente, quindi, è necessario formare un fronte comune tra sinistrorsi, seguaci della nuova destra, movimenti religiosi ed altri movimenti anti-modernisti come ad esempio gli ecologisti o i verdi.
In definitiva Dugin definisce il liberalismo nella sua forma attuale “una forma di dittatura globale, incarnata da una potenza, gli Stati Uniti, che pretende di decidere chi è nel giusto e chi non lo è e perciò chi dovrebbe essere punito per questo”13. I valori occidentali fungono da termine di paragone e pretendono di essere universali ma sono in realtà una forma di aggressione ideologica contro la molteplicità di culture e tradizioni ancora esistenti nel mondo. In definitiva Dugin non costruisce la sua teoria in maniera positiva ma negando quegli elementi delle tre precedenti teorie che si sono dimostrate fallimentari e ne hanno determinato la sconfitta storica: “La Quarta Teoria Politica non indica cosa essa sia ma cosa in realtà non sia”14.


Le elezioni appena svolte hanno dimostrato che il FN non può vincere al secondo turno perchè non ha possibilità di allearsi con nessuno e che deve fare di tutto per conquistare il 50,1% al primo. I prossimi due anni ci diranno se le operazioni di “erosione” del voto di destra da parte di Sarkozy, o chi per esso a destra, avranno avuto successo e se il PS troverà un candidato forte e credibile per la successione ad Hollande (sarà dura risalire dall'attuale 20% di gradimento in due anni per ottenere l'investitura alle presidenziali come candidato socialista). Politicamente potrebbe essere maggiormente danneggiato da Sarkozy ma la gestione delle crisi internazionali, attualmente in mano ad Hollande, può influire sulla “narrativa” che la Le Pen potrà mettere in campo.
Al momento, nell'ottica di Dugin, la Compiacenza vanta il 70% dei consensi contro il 30% del dissenso. Ancora altri due anni di questa crisi infinita e di attentati suicidi potrebbero invertire quelle percentuali.
E se la Francia cambia rotta, ça va sans dire, lo fa anche l'Europa. 

Note:
 
1http://russeurope.hypotheses.org/4557 in http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15992
2http://www.lastampa.it/2015/12/14/esteri/nel-suo-feudo-al-nord-marine-prepara-la-riscossa-sabotati-ci-rifaremo-HPr2kSKxSGhrM9balY9N2O/pagina.html
3http://www.affaritaliani.it/esteri/francia-le-pen-rivolta-del-popolo-contro-le-elite-i-socialisti-ritirano-i-candidati-396572.html
4Alexander Dugin è nato a Mosca nel 1962. Laureato in filosofia, è stato giornalista durante gli anni di Breznev e co-fondatore nel 1993 del Partito Nazional Bolscevico insieme al politologo Eduard Limonov. In seguito è stato animatore e finanziatore del Partito Eurasia (poi Movimento Eurasiatista) nei primi anni del 2000. La geopolitica è il suo principale interesse e in questo campo egli diverrà un influente consigliere del Presidente russo Vladimir Putin durante gli anni della sua prima presidenza. Il suo saggio del 1997 Le basi della Geopolitica è stato anche adottato come libro di testo dall'Accademia Militare Russa
5http://www.iltempo.it/esteri/2015/12/09/marine-e-putin-uniti-contro-le-elite-1.1487597
6Alexander Dugin, La Quarta Teoria Politica, Arktos Media, 2012, p.12
7 Ibidem.
8Ivi p.13.
9Ivi p. 14
10 Ivi p. 19
11 Ivi p. 19
12 Ivi p. 22
13 Ivi p. 193 . In più di un'occasione i presidenti americani Reagan, Bush e Obama hanno accusato la Russia di essere “dalla parte sbagliata della Storia”
14 Ivi p. 196

martedì 8 dicembre 2015

L'Est Europa Tra incudine europea e martello Russo-Turco

In Polonia si sono appena svolte le elezioni nazionali e il partito Diritto e Giustizia (PiS) le ha vinte con il 39% dei volti. Il governo uscente ha preso il 24%. Ovviamente è già stato etichettato come “ partito ultranazionalista, populista ed euroscettico” dalla stampa italiana ed internazionale secondo un ben noto clichè. L'eurocrazia vede come fumo negli occhi qualsiasi forma di nazionalismo, anche la più blanda. L'accusa di populismo viene di conseguenza. Sull'accusa di euroscetticismo non c'è invece nulla da eccepire visto che la Polonia non adotta l'Euro e non sembra neanche tentata più dal farlo. La Polonia viene già affiancata alla “terribile” Ungheria di Orban ma presto altre nazioni potrebbero seguirle in questa nuova lista di proscrizione compilata a Washington e Bruxelles. Inoltre manifesta una comunanza di vedute anche con Serbia, Croazia e Slovenia sulla questione dei migranti. Sebbene infatti la Polonia non sia interessata dal flusso diretto dei profughi e dei migranti è però investita dalla richiesta europea affinché si faccia carico di una quota di essi. E' comunque tutta l'area centro-europea ad essere più che mai al centro di tensioni geopolitiche di cui le carovane di migranti provenienti dal medio oriente e dalla Turchia sono più un effetto che una causa. L'area ha diversi punti fermi di natura militare, economica e politica che la rendono rigida e fragile allo stesso tempo. Un po' come accade alla ghisa, capace di resistere a notevoli pressioni ma anche di andare in frantumi sotto un colpo ben assestato. E' rigida nella sua impostazione filo-atlantista e antirussa dettata dalla partecipazione alla NATO di quasi tutte le nazioni che la compongono. E' rigida anche nei confronti dell'Unione Europea con la quale ha il maggior interscambio commerciale e della quale segue le decisioni politiche, anche se non sempre del tutto convinta. E' fragile in quanto ancora troppo dipendente dalla Russia in campo energetico ed economico, come testimoniano i danni arrecati dalle contro-sanzioni russe al commercio della Polonia o della Repubblica Ceca. Ha però un'enorme punto di forza: la sovranità economica. A parte Slovacchia e Slovenia le altre nazioni dell'ex blocco socialista hanno mantenuto la propria moneta sebbene alcune di esse abbiano intrapreso le procedure per adottare l'Euro. In un epoca di governo economico, i diktat politici si possono anche sfidare se si ha un'alternativa. Se però da una parte c'è l'Euro, con le sue dure leggi di austerità e pareggio di bilancio, dall'altra parte l'alternativa può essere il Rublo? Da tempo Mosca cerca di aggirare l'uso del dollaro nelle transazioni internazionali ed inoltre la recente minaccia di espellere la Russia dal circuito SWIFT ha portato ad un ritorno alle transazioni in rubli con paesi extra UE. La svalutazione della moneta russa ha avuto un però un forte impatto e la sua instabilità crea un elemento di incertezza nei rapporti economici con l'est Europa. Per tutti questi motivi quest'area è quindi il vero crocevia d'Europa, o per dirla con il celebre geografo Sir Harford Mackinder, dell'Eurasia. Fu infatti il geopolitico inglese nel 1919 ad affermare “ Chi controlla l'Europa dell'Est, comanda l'Heartland, chi comanda l'Heartland comanda l'isola mondo, chi comanda l'Isola Mondo comanda il Mondo”. L'area che va dal Mar Baltico all'Adriatico e al Mar Nero è infatti al contempo una cerniera tra l'occidente cattolico e l'est ortodosso, tra un sud musulmano ed un nord cristiano. La cultura slava e quella latina coabitano ma per la maggior parte delle nazioni di questa parte d'Europa il trait d'union è ancora la matrice mitteleuropea retaggio dell'impero austroungarico. Quanto sono importanti le nazioni dell'est per l'Unione Europea ,e sottinteso per gli Stati Uniti? Quanto lo sono per la Russia? Quanto ancora si potrà sperare nella benevolenza turca nel trattenere i profughi che attraversano il suo territorio con il desiderio di andare in Germania o in Svezia? La geopolitica è tornata in forze nelle analisi sull'attuale situazione nell'est Europa, poiché non vi è , e non potrebbe esservi, una chiave di lettura univoca per ciò che sta accadendo politicamente. Nei confronti di alcuni paesi, come i Baltici o la Polonia , si sta agitando lo spettro russo, con annesso panorama ucraino fatto di invasioni e partizioni. Dall'altra però ungheresi e, probabilmente nei prossimi mesi, polacchi gradiscono l'interpretazione “sovranista” data da Putin all'intervento in Siria. Secondo quest'ultimo, infatti, Bashar Al Assad rappresenta il legittimo governo siriano, quindi la Russia interviene per ripristinare la legalità dietro sua esplicita richiesta. Il governo uscito dalle urne è perciò l'unico autorizzato a governare e non ci sono rivoluzioni colorate che tengano. Una bella assicurazione sulla vita per quei governi che anche in Europa vogliono continuare a mantenersi il più possibile indipendenti dal pensiero unico econo-tecnocratico. C'è poi il fattore G. La Germania è il vero dominus dell'area e probabilmente se oggi non esistesse l'Euro sarebbe il Marco la moneta da Stettino ad Atene. I tedeschi tengono particolarmente al loro “giardino di casa” forse più che al resto d'Europa. I disaccordi con gli USA circa la gestione della questione ucraina e le aperture a Putin sull'intervento in Siria stanno segnalando la volontà tedesca di non cedere alla volontà di Washington di isolare la Russia. La Germania è il primo esportatore in quel paese e non vuole certo perderlo così come non vuole perdere l'influenza che ha nei paesi dell'est Europa. Anche l'Italia, per voce del suo primo Ministro, ha fatto notare che le sanzioni alla Russia danneggiano particolarmente il proprio commercio estero ma la linea dura di Washington non permette deviazioni. Al momento le sanzioni europee sono garantite fino al gennaio 2016 ma è già in vista un prolungamento. Le controsanzioni russe termineranno a giugno dell'anno entrante. Ad oggi, quindi, l'area che va dalla Germania alla Grecia, se non alla Turchia, è parzialmente separata economicamente dalla Russia a causa di sanzioni e controsanzioni e contemporaneamente molti dei paesi che la compongono hanno frizioni con l'UE sia in merito alla gestione dei profughi sia per quanto attiene a materie economiche. Pensiamo a Grecia, Ungheria, Polonia, Slovenia, Croazia. La svolta nazionalista della Polonia dopo quella ungherese e quella, estrema, dell'Ucraina, è parte di una reazione delle opinioni pubbliche est europee di fronte ai problemi posti dall'appartenenza all'Unione Europea da un lato e dal risveglio della ricerca identitaria di fronte all'invasione che proviene dal meridione islamico. La Russia ha ancora una forte influenza in tutta l'area e gradisce le rivendicazioni nazionaliste ed i partiti che le propugnano. Estremizzando, ma non troppo, possiamo ipotizzare di essere in una fase pilota del TTIP, con la Russia esclusa dall'area economica europea, Italia e Germania, che dal trattato non avrebbero molto da guadagnare, insofferenti ed i paesi est europei in preda ai dubbi.In 25 anni i cittadini delle nazioni est-europee sono passate dal comunismo al liberalismo, dal Patto di Varsavia alla NATO dal Rublo all'Euro, dall'Unione Sovietica all'Euro. Ovviamente ognuno di questi passaggi ha lasciato perlomeno qualche dubbio nelle opinioni che questi cittadini si sono fatti circa il percorso fatto sinora. In Repubblica Ceca alle ultime elezioni del 2013 il secondo partito dopo quello Socialdemocratico, primo con il 20,46 dei consensi è stato il “Partito dei cittadini insoddisfatti” con il 18,66. Più chiaro di così.

La lenta agonia della sinistra italiana

Ciò che sta accadendo a Roma, ovvero l'espressione della deriva amorale del PD, forse non è ancora il colpo di grazia ma è sicuramente una ferita mortale. L'erede di quel PCI che è stato per 70 anni forza di "lotta" e per un breve periodo anche "di governo" sta arrivando al capolinea come era prevedibile.
In quanto forza il cui scopo è stato, storicamente, quello di socializzare le masse alla politica e di permettere alle stesse di accedere ad un più alto tenore di vita ha raggiunto il suo scopo già da tempo. L'elettore del PCI, ventenne e rivoluzionario nel '68, è diventato oggi un tranquillo borghese ultrasessantenne, possidente, garantito e forse anche acculturato. I suoi valori restano forse quelli di allora ma i suoi interessi nel frattempo sono cambiati a causa del fatto che oggi ha qualcosa da difendere: il proprio tenore di vita. Chi durante questi anni non ha ottenuto quell'agognato benessere ha lasciato da tempo il PD rifugiandosi nei partiti scissionisti e massimalisti sorti ad ogni tornata elettorale dal 1989 in poi. Oggi, orfano anche di quell'opzione elettorale identitaria, si è spinto fino all'area del non voto. Nel frattempo il PD ha perso l'occasione di mutare la sua forma in un moderno partito socialdemocratico di stampo europeo e si è accontentato di "amministrare" l'esistente senza più alcuna spinta ideale. Persa questa, oggi quel partito è ostaggio di ras locali, quelli che un tempo si chiamavano "cammellieri" o portatori di voti che usano la forma delle idee di sinistra, svuotandole della sostanza. Quei voti sono oggi necessari al PD per rimanere al potere e chi li porta viene accettato dai dirigenti nazionali come un male (o un bene) necessario e imprescindibile, per cui non si va tanto per il sottile di fronte a certe candidature,come il caso De Luca in Campania insegna.
L'idea comunista, fortunatamente, è morta di asfissia in quanto irrealizzabile senza una coercizione dittatoriale capace di imporne i dogmi a individui che tendono per natura alla ricerca di una affermazione personale.
Il rischio è che, morto il PD, possa sparire dall'orizzonte politico anche una concezione socialista della politica e della società. Pur non essendo mai stato comunista in vita mia, nè possa definirmi "di sinistra", non posso che dirmi preoccupato di un simile scenario. Una società senza un fondamento di solidarietà,senza un senso di condivisione dei beni comuni e necessari, senza alcun meccanismo di sostegno per chi momentaneamente si trova in difficoltà, essa diventa un'arena di lotta egoistica e cinica. Questo tipo di società è stato il modello in auge prima della crisi del '29, allorchè in Europa ed in America (il New Deal di Roosevelt è stato un socialismo light in salsa americana) i governi dell'epoca hanno dovuto fronteggiare la minaccia di enormi masse proletarie impoverite, arrabbiate e pronte a seguire le sirene marxiste minando i sistemi aristocratico-liberali dell'epoca.
Personalmente credo che il Movimento 5 stelle possa raccogliere oggi parte di quell'eredità coniugando solidarietà (reddito di cittadinanza) , principi di comunità (il sostegno ai beni necessari come l'acqua), economicismo antiliberista (opposizione alla liberalizzazione selvaggia di alcune attività economiche come elettricità o idrocarburi) con quei principi liberali che permettono alle persone di realizzarsi (sostegno alle PMI e all'autoimpresa) e impediscono allo Stato di dominare le vite dei cittadini (lotta alla Casta e alla burocrazia asfissiante).
E allora, nel gettare via il bambino (Renzi) con l'acqua sporca (il PD e ciò che resta di FI) cerchiamo di non buttare via anche il sapone. Il sapone è in questo caso è la concezione "sociale" della politica, che non va confusa con la difesa dei diritti di gruppi di minoranze. E' l'idea che la società è molto di più che non la mera somma di individui e contemporaneamente che questi non siano "uomini massa" ma il motore stesso di questa società con i loro interessi, i loro valori profondi e le loro conquiste.Solidarietà e Opportunità, Socialismo e Liberalismo. Davvero insieme non si può? Siamo nel 2015, riparliamone.

sabato 28 novembre 2015

Ordine, ad ogni costo

Quando si parla di Ordine Internazionale o di Nuovo Ordine Mondiale subito si pensa a tesi complottiste.
Questo perchè al termine della Guerra Fredda è venuto a mancare un archetipo di entità maligna onnipresente e capace di insinuarsi in tutti i gangli delle moderne società come si pensava fosse l'URSS.
Più realisticamente è venuto a mancare un ordine stabile, prevedibile sebbene manicheo: o con gli USA o con l'Unione Sovietica. Con il Bene o con il Male.
Dal punto di vista delle Relazioni Internazionali, quella bipolare è una delle possibili configurazioni dei rapporti tra potenze ma non l'unica. Al momento, anzi, risulta essere alquanto eccezionale.
Abbiamo assistito ad un momento unipolare spagnolo nel '500, che ha ceduto il passo al "Secolo d'Oro" olandese del '600. Poi è stata la volta della Francia e quindi dell'Inghilterra. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale gli Stati Uniti hanno rafforzato la loro presenza internazionale al pari dell'URSS. Oggi si affaccia la Cina, o meglio si ri-affaccia dopo un sonno durato quasi tre secoli.
Tutte queste evoluzioni hanno rappresentato, di per sè, un susseguirsi di Ordini Mondiali relativamente al periodo storico e alle capacità tecnologiche del tempo. La Gran Bretagna tecnologicamente avanzata e potenza mondiale dell'800 controllava l'India rurale, feudale ed arretrata. Le condizioni seguenti il 1945 hanno portato ad un Nuovo Ordine in cui l'Inghilterra risultava vincente si, ma minoritaria. Non erano più i brigantini a mantenere l'Ordine Internazionale ma i missili balistici nucleari. L'India dichiarava l'indipendenza, nasceva il Pakistan e tutta l'area diveniva fonte d'instabilità più ampia. Non sempre, infatti l'Ordine che si vuole creare va a beneficio di tutti. L'attuale momento rappresenta l'ennesima scossa di assestamento di questo famigerato Nuovo Ordine Mondiale. Uno sciame sismico che dura da quasi 30 anni. Perchè in realtà è in continuo divenire. In questo periodo abbiamo assistito al cosiddetto momento unipolare americano e siamo ora giunti dinanzi alla prospettiva di un nuovo sistema multipolare. Ma realmente, ne esistono i presupposti? Sono in atto sforzi nella sua realizzazione? Realmente l'architettura internazionale può reggersi senza la colonna portante americana? In realtà quello che noi chiamiamo Mondiale è un Ordine che è tale solo a partire dalla fine del '600, ma anche da allora in poi è un Ordine largamente Regionale con presupposti globali in continua evoluzione. Non riusciamo a concepire un mondo multipolare perchè non ne siamo abituati o forse perchè, surrettiziamente, le centinaia di meeting internazionali tra capi di Stato ci hanno illusi che il sistema fosse inclusivo e consultivo se non proprio democratico. In realtà esso vive di contrapposizioni e non potrebbe essere altrimenti. L'Ordine di cui stiamo parlando è in realtà sempre un compromesso che è parte di un processo in continuo divenire, con momenti di egemonia che è sempre prima militare e solo dopo culturale o d'influenza. Il Soft Power si può utilizzare solo quando l'Hard Power non risulta più efficace nella risoluzione delle dispute internazionali o quando si ha un avversario con eguale Hard Power. Ma quando ci si chiama USA il dilemma non si pone. Il sistema è, come sempre, orientato al più crudo realismo e le forze in campo hanno agende ufficiali ed altre nascoste che rendono più difficile la lettura dei fatti geopolitici. 
Se suddividiamo in settori un planisfero possiamo notare che la dove esista una potenza stabile e stabilizzatrice non vi sono guerre, nè militari nè commerciali. E' così in tutta l'Asia dove, sebbene l'antagonismo tra la Cina e i suoi vicini sia foriero di continue tensioni sotterranee, non vi sono focolai di guerra nè problemi di natura commerciale. Anzi, la Cina è il centro di una serie di alleanze regionali che vanno dall'APEC all'ASEAN passando per la SCO e la NDB che la rendono il perno imprescindibile della stabilità di tutta l'area. E' in pace anche l'intera America Latina, dove anche gli ultimi conflitti interni alle nazioni andine e centroamericane si stanno risolvendo e anche Cuba e Stati Uniti hanno siglato una storica intesa. E' ovviamente in pace l'America del nord ed è curiosamente pacifica l'Africa se si escludono i casi, sembra senza soluzione, di Sud Sudan, Somalia ed Eritrea. Vi è poi un'area che dal 1945 non è mai stata completamente in pace ed  è quella che chiamiamo medioriente che va dall'Afghanistan alla Palestina, passando per l'Iran, l'Iraq, la Siria, l'Egitto sino all'Algeria.
Quest'area ha spesso portato disordine all'area immediatamente vicina, quella europea. Ciò a cui assistiamo oggi è qualcosa che anche solo cinque anni fa poteva risultare impensabile, ma a varie riprese le vicende mediorientali hanno visto come teatro l'Europa come a Monaco nel '72, a Ustica nell'80, a Lockerbie nell'88, a Roma nel 1985. E' un'area che senza l'impero Ottomano non ha più avuto un centro d'irradiazione di Ordine e si è sfaldato nelle sue componenti etniche e settarie. Esiste un'altra area, vicina a quella europea, che ha attraversato diversi Ordini negli ultimi due secoli. E' l'area est europea. E' la terra di scontro degli Imperi. Quello Asburgico, quello Polacco, quello Russo, quello Ottomano, quello Tedesco. Un'area martoriata dalla geopolitica per la quale l'Europa è entrata in guerra due volte negli ultimi cento anni; a causa della Serbia nel 1914 e per la Polonia nel 1939.Le due aree restanti, se escludiamo l'Oceania, pacifica quasi per definizione, sono quella europea e quella russa. la prima, essendo crocevia tra l'est e l'ovest e tra nord e sud, è di per sè instabile e ne ha dato prova lungo tutta la sua storia. Ha esportato tanto Ordine quanto Disordine. Ha distrutto altri Ordini e vi si è sostituita. E' stata scalzata da altri Ordini come nel caso americano o anche russo. Oggi è parte di un Ordine che dovrebbe e vorrebbe governare ma non sa ancora come. L'ultima area è la Russia, che in effetti non è un'area ma un'intera nazione. La più vasta nazione del globo. Una linea di confine ininterrotta che abbraccia l'intera massa euroasiatica dalla Finlandia alla Cina passando per l'Iran. Una Nazione sempre in guerra con il mondo se non con sè stessa, da tutti temuta ma necessaria ad ogni alleanza negli ultimi 400 anni. L'unica Nazione europea a confinare con gli USA, che però oggi la escludono dal TTIP per isolarla. L'unica con il coraggio, o la necessità, di agire nel pantano siriano ma sotto l'egida della Carta dell'ONU. Strani tempi quelli in cui la Russia si fa garnte delle regole internazionali. In altri tempi si sarebbe detto "E' la Geopolitica, stupido!", e vale anche oggi. L'Ordine Mondiale, in definitiva, è ancora ostaggio della dottrina realista delle Relazioni Internazionali con buona pace di Fukuyama, che infatti si è recentemente ricreduto rispetto ad alcune tesi contenute ne  "La Fine della Storia". La Fine è ancora abbastanza lontana e l'Ordine, per quanto Nuovo, è sempre quello, ovvero cercare di mantenere la situazione mondiale nel massimo ordine possibile per il maggior tempo possibile senza troppi dubbi morali. L'equilibrio di potenze è il sostrato su cui si fonda questo tipo di Ordine, poichè sebbene a prima vista sia ancora in atto una situazione unipolare, con gli USA quale Nazione con il maggior budget per la difesa della storia, il coordinamento con le altre potenze è essenziale. Altrimenti l'abbattimento del Sukhoi russo in Siria ad opera dei turchi sarebbe finito in ben altro modo. Era diritto della Russia rivendicare un'aggressione e dichiarare lo stato di guerra alla Turchia ma l'Ordine viene prima dell'Orgoglio e Putin e Lavrov questo lo sanno bene. I turchi hanno giocato sporco, e forse neanche per un loro interesse diretto, ma come detto questa è ormai una guerra in cui la procura è in bianco. Comunque credo sappiano chiaramente che  "Quando l'uomo con la pistola incontra l'uomo con il fucile, quello con la pistola è un uomo morto" ed i russi hanno molti fucili, di diversa natura e anche belli grossi. Il tavolo traballa ma non è ancora caduto.
L'Ordine che sta nascendo ha bisogno degli USA, della Russia, della Cina e di qualche nazione europea ma ha anche bisogno del Brasile, dell'Iran,del Sudafrica, della Nigeria, dell'India e dello Stato della  Città del Vaticano. Serve un salone piuttosto grande e ben attrezzato.

lunedì 23 novembre 2015

Convergenza Dissonante

Non sono anti-occidentale.
Non sono Terzomondista.
Non sono Buonista.
Sono in piena Dissonanza Cognitiva.
La politica estera da fine '800, coniugata con una retorica talmente orientata al "politicamente corretto" da essere controproducente per chi la usa, mi stanno rimbambendo.
Siamo sempre li. La Russia è accusata di aver violato l'integrità territoriale dell'Ucraina e la Francia manda la De Gaulle al largo della Siria per bombardare tanto questa quanto l'Iraq.
E' la stessa, identica, cosa ma chi applaude questi demonizza gli altri.
Ma l'ONU che fa? Non dico il Consiglio di Sicurezza che è bloccato dai veti, ma il Segretario non si pronuncia?
La carta dell'ONU, in Siria, è carta straccia.
L'unico intervento esterno legittimo è quello russo, bisogna riconoscerlo.
Quando la guerra PER la Siria si sarà conclusa, sarà necessario che le Grandi Potenze regionali si siedano a un tavolo, magari rotondo come quello dell'ONU, e che convergano su un modello globale per i prossimi 25 anni.
Convergenza vs Dissonanza. Mi sembra un bello slogan degno di Alexander Dugin.

martedì 17 novembre 2015

Ragione e Sentimento

Commentare i fatti di Parigi è difficile. La componente emotiva degli avvenimenti, può avere il sopravvento. L'elevato numero di morti e feriti, i luoghi in cui si sono svolti gli attentati, la giovane età delle vittime sono elementi che toccano il cuore di tutti noi. Parigi è l'Europa. Siamo stati, o abbiamo parlato con chi è stato, almeno una volta in quella città. E' parte di noi sin dai libri di scuola e dai cartoni animati. Piangiamo Parigi ma lo facciamo per noi. E poi, con quale serenità affronteremo ancora i nostri viaggi? Rinunceremo a qualche concerto o a qualche partita in curva? La componente razionale però chiede il suo tributo in termini di analisi. Perchè Parigi? Perchè quei luoghi? Chi è il mandante? Tra tutte, questa suona come la domanda più scontata ma non lo è. Vi sono state rivendicazioni a vario titolo. Alcuni rallegramenti da parte di qualche cellula scovata a chattare sul web, ma non esiste, al momento, prova certa che sia stata opera del sedicente ISIS. L'unica speranza è che, almeno questa volta, riescano a prendere un terrorista vivo per poterlo interrogare (...). L'obiettivo della vendetta è però già la Siria, con i bombardamenti dei caccia francesi e l'intensificarsi di quelli russi. L'intervento è stato approvato all'unanimità dal Consiglio d'Europa ma la missione francese non è avvenuta sotto l'egida dell'Europa Unita. Inoltre non è possibile chiamare in causa l'articolo 5 della carta atlantica, ovvero la difesa collettiva a fronte di un attacco ad un membro della NATO, in quanto l'ISIS non è una realtà statuale e la Siria non è chiaramente dietro gli attentati di Parigi. La Francia agisce da sola contro la Siria. Perchè se anche quanto è avvenuto è opera dell'ISIS, questa entità al momento “vaga” in Siria. Appena dieci anni fa l'avremmo chiamata guerra tra la Francia e la Siria. Oggi cos'è? E poi, l'attacco allo stadio, durante la partita Francia, Germania può essere letto come un attacco all'unione europea, alle sue due nazioni più rappresentative, oppure è una minaccia per i prossimi campionati di calcio della prossima estate? Un obiettivo dei terroristi è già riuscito: seminare il dubbio. Al momento la reazione dell'Europa è scomposta. Gli stadi però vengono già fatti evacuare in via precauzionale. Un altro obiettivo è raggiunto: limitazione delle libertà personali. La reazione degli USA non va oltre il cordoglio e la Russia continua a bombardare. Ma soprattutto a far guadagnare terreno all'esercito di Assad dandogli copertura aerea e intelligence satellitare. Non solo. La parte meridionale della Siria è battuta da almeno 20 mila Iraniani delle Brigate Al Quds, ovvero i marines persiani, che stanno guadagnando terreno. Spalleggiate da qualche migliaio di Hezbollah libanesi. La Siria è oggi, come sempre, il punto d'incrocio delle potenti forze mediorientali, che hanno logiche totalmente differenti dalle nostre, quelle occidentali. Non si scontrano solamente le due correnti storiche dell'Islam, il Sunnismo e lo Sciismo, ma anche le sfere di influenza delle Grandi Potenze della regione e gli interessi delle grandi potenze occidentali per lo sfruttamento della risorsa energetica dei prossimi decenni: il gas. La Siria è il naturale sbocco per il gas iraniano che inizierà a voler fluire verso i mercati europei non appena saranno terminate le sanzioni americane sul (legittimo, ndr) programma nucleare. La Siria è però contemporaneamente il punto di approdo di gas e petrolio individuato dagli Emirati Arabi ed in parte dall'Arabia Saudita.Chiudere la porta agli iraniani è di vitale importanza per i sauditi, sia in chiave economica che politica. Inoltre un aumento delle esportazioni di idrocarburi dall'area del golfo andrebbe a detrimento delle esportazioni russe in Europa. Ecco uno dei perché della presenza russa in Siria. Un altro è la possibilità di mantenere la Turchia entro la sua sfera di influenza energetica ed eventualmente prenderla alle spalle in caso di attacco militare. Un altro ancora è la voglia e la possibilità di esserci e contare. In Siria quindi si scontrano Iran e Arabia Saudita, il primo sciita e il secondo culla della Sunna. Gli alleati del primo sono l'Hezbollah Libanese, ovvero l'unica parte di esercito libanese realmente funzionante e ovviamente Assad. Dall'altra troviamo la Turchia, che vorrebbe diventare essa stessa il paese di transito delle condotte verso l'Europa e le petromonarchie del golfo, piccole ma piene di concessionarie Toyota e stazioni di servizio. La Turchia è inoltre interessata ad evitare che si formi uno stato curdo ritagliando parte di Iraq del nord, Siria ed appunto Turchia. Primariamente, quindi, Ankara combatte per questo. La lotta all'ISIS è solo al secondo punto. L'ISIS, appunto si è conquistato uno spazio in tutto questo scenario che non è autonomo ma è chiaramente orientato verso una visione dell'Islam vicino a quella della Casa di Saud e delle altre monarchie arabe. La sua opera in Siria danneggia tanto Assad quanto i Curdi a nord mentre in Iraq agisce nel territorio non controllato dagli sciiti facendo puntate nel campo avverso tramite attentati. ISIS non è una mina vagante sorta dal nulla ma una strategia ben orchestrata e ben finanziata, per rendere progressivamente caotica tutta l'area che dal golfo persico va verso il mediterraneo. Il fulcro del commercio energetico dei prossimi decenni. Ovviamente ci sono anche Russia e Stati Uniti. I primi sotto gli occhi di tutti, i secondi in supporto nascosto dei propri interessi geopolitici nella regione. Entrambe sedute ai tavoli di Vienna, di Antalya e di qualsiasi altro posto per discutere una soluzione politica ad un dramma geopolitico che sta generando sofferenza nei popoli coinvolti, nessun escluso, e sta pericolosamente assomigliando ad un male mal curato che si diffonde in un corpo sano. Oggi è Parigi. Ma è stata Madrid, Londra, Mumbai, Mosca. Al momento, nei fatti, un asse è rappresentato da USA, Turchia, Arabia Saudita, Qatar e Emirati Arabi Uniti. Ed un altro è formato da Siria, Russia, Iran, Iraq Cina e in parte Egitto. L'Europa sta con i primi. Ma anche un po' con i secondi. I soldi sauditi fluiscono copiosi a Londra, Parigi e anche Roma. E' però anche vero che il presidente iraniano Rouhani avrebbe dovuto visitare Roma e Parigi proprio nel weekend degli attentati ed ha annullato la sua visita. Sono quasi certo che venisse per parlare di gas ed import-export. Le stragi in Europa non si risolvono militarizzando le città, cosa insostenibile nel lungo periodo, ma agendo sulle cause che portano una persona a partire dal medioriente per venire in Europa, a Parigi, scendere da un furgoncino e sparare all'impazzata contro un bar. E morire poi mezz'ora dopo. Questo è un conflitto di Potenze a l'ancienne ma combattuto dai servizi oltre che dagli eserciti. Non aver previsto un evento così vale di per sé una sconfitta militare. La guerra con l'ISIS, se c'è, è asimmetrica per sua stessa natura e non può essere combattuta con gli attuali mezzi. Gli attentatori di Parigi hanno agito in maniera mirata, circoscritta, ed in 8 hanno provocato 130 morti e 300 feriti. Un missile terra aria sparato da un Mirage o da u SU-24 costa centinaia di migliaia di euro e per uccidere 130 persone abbatte un intero isolato. Non c'è proporzione. Inoltre “loro” possono portare il caos da “noi”, ma noi il caos lo abbiamo portato da loro già da tempo e si sa, caos più, caos meno...Ai tempi del terrorismo italiano, negli anni '70, si soleva dire: “bisogna asciugare l'acqua di cui si nutre il terrorismo”. Ecco appunto, l'acqua è un bene prezioso. Cominciamo ad assetarli.

martedì 10 novembre 2015

Valori ed interessi

Il 9 Novembre di 25 anni fa Berlino Est e Berlino Ovest diventavano un'unica città. Il muro era caduto ed il "socialismo reale" terminato. Il nuovo secolo è iniziato il giorno dopo. Alla fine della guerra fredda un intero sistema di idee, quello comunista, usciva delegittimato dai suoi stessi risultati economici e politici, mentre l'altro, quello liberale, poteva vantare una vittoria totale. Fukuyama la definì la Fine della Storia. Per 70 anni milioni di persone hanno ancorato i propri Valori a quelli dell'una o dell'altra parte. Comunisti o socialisti, atei, materialisti da una parte e liberali, cristiani o laici, tradizionalisti dall'altra. Valori ed interessi coincidevano tra loro ed erano radicalmente opposti a quelli dell'altro campo. Non era possibile, ad esempio, scindere un'etica comunista da un agire conforme e da un atteggiamento coerente: se si stava "a sinistra" si stava con Cuba, con gli omosessuali, con i rivoluzionari del mondo, con la Russia e contro la NATO. D'altra parte neanche nel campo del "mondo libero" era possibile scindere i propri Valori dall'interesse nel continuare a preservarli. L'importante era non cedere spazio all'avversario. Ognuno dei due sistemi rappresentava un orizzonte di senso coerente, in cui non erano possibili commistioni con il pensiero "nemico" nè tantomeno con i suoi Valori. Nel mondo post-ideologico la politica fatica invece a definire chiaramente un orizzonte di senso, la società è diventata, ormai, un "villaggio globale" e gli avvenimenti dall'altra parte del mondo possono sconvolgere la nostra tranquilla vita quotidiana. 25 anni dopo quel 9 Novembre il mondo è cambiato. Ma siamo soprattutto cambiati noi. I Valori, infusi e sostenuti dai due sistemi ideologici hanno lasciato spazio agli interessi, in breve i primi non guidano più i secondi. Siamo spesso sottoposti quotidianamente ad una scelta tra i nostri Valori ed i nostri interessi. E', questa, la società del rischio e dell'incertezza. La massiccia dose di drammatizzazione televisiva trasforma ogni giorno in un test sulla saldezza dei nostri Valori e la forza dei nostri interessi. I migranti, i rom, l'eutanasia, le unioni gay, la politica in tribunale, la crisi economica, la guerra al terrorismo. Non è più semplicemente possibile rifarsi alla dottrina di parte, o di partito, per poter essere certi di aver fatto la scelta giusta. Ogni scelta, in un sistema di mercato che include anche le idee, è solamente una nostra responsabilità. Seguire i propri Valori, in un mondo senza Valori, può essere nocivo anche per i propri interessi. D'altro canto seguire solo questi ultimi ci impedisce di capire il Perchè li stiamo seguendo e porta a chiudersi su di essi in una spirale egoistica. E' inoltre cambiato il fattore tempo. Tutto si sussegue ad un ritmo frenetico, i cambiamenti sono repentini, le notizie continue. Bisogna decidere in fretta, l'orizzonte temporale si è accorciato. Ma è possibile essere coerenti in un sistema più ampio che non ha più riferimenti fissi? Nell'attuale fase politica italiana, ad esempio, dove si posiziona un elettore? Nel farlo pensa alla "Legge Fornero",alla gestione dell'immigrazione, al "Jobs Act", alla legge sulle unioni gay, agli scandali politici o al "Patto del Nazareno"? I Valori che seguiamo oggi in un partito politico sono ancora retaggio di quella divisione manichea di 25 anni fa. Oggi però frequentemente gli interessi che quei partiti perseguono non è coerente con i Valori che essi propugnano. Il panorama che ogni sera, da ogni telegiornale, viene prospettato impone di "sganciarsi" da coloro i quali propugnano Valori per accaparrare consenso e perseguire poi altri interessi. Soprattutto se per vent'anni almeno hanno fatto di quella battaglia di Valori, tra Valori, un mezzo per mantenere in piedi un sistema politico decadente. Oggi tutti possiamo vederlo chiaramente, ma qualcuno ancora stenta a crederci poichè questo viene prospettato come l'unico presente (e futuro) possibile. E' ora di togliersi gli occhiali a lenti rosse e blu per guardare la realtà sotto occhi diversi. E' necessario pensare una società in cui i Valori e gli interessi, tanto dei singoli quanto della collettività, non siano una minaccia gli uni per gli altri. Una società in cui la ricerca della propria felicità non venga raggiunta a scapito della desertificazione dei Valori della società stessa. Una società che parta dal principio di responsabilità, che ridia senso al concetto di credibilità, che applichi concretamente un principio meritocratico. Se riusciremo a ripartire da questi, Responsabilità, Credibilità e Merito, avremo iniziato il percorso che riporta Valori ed interessi sulla stessa strada. Forse non proprio vicini vicini, ma almeno sulla stessa strada.