Un Blog per liberare pensieri e ragionamenti ispirati,e necessari, alla realtà quotidiana. Perchè spesso siamo portati a pensare in modi che non ci appartengono,ispirati da chi ha interesse a conformare il pensiero generale verso verità semplici, logiche e incontrovertibili ma che in realtà, scansano dal nostro cervello tutte le altre e le nascondono. La mancanza di Idee porta all'inazione ed alla morte di Se
Perchè Ordine e Progresso?
Il Blog prende il nome dal motto inscritto sulla bandiera del Brasile e mutuato da un'aforisma di Auguste Comte.
Questi, uno dei padri della Sociologia, era una convinto positivista, il che nel 1896 lo rendeva anche un progressista.
L'importante è , come infatti Comte mette al primo punto, che l'Amore sia sempre il principio cardine dell'Agire.
L'Amore per principio e l'Ordine per fondamento;il Progresso per fine
Auguste Comte ,1896
martedì 18 aprile 2017
Mamma li Russi!
Siamo nel 2017 ma potrebbe essere il 1977. Su La Stampa del 31 Marzo un articolo di Paolo Mastrolilli ci informa che il governo americano ha prove certe di "legami tra la Russia e il M5S".
Se sulla Pravda comparisse mai un titolo del tipo "il PD, Forza Italia, l'UDC, il MPA e Scelta Civica hanno legami con gli USA" , il cittadino medio russo probabilmente si direbbe "e allora?".
La guerra fredda è terminata 28 anni fa e ad oggi l'unica nazione a non far parte pienamente del "sistema internazionale" è la Corea del Nord. Persino Cuba, acerrimo nemico per 60 anni degli USA è stato sdoganato e con l'Iran, che nel 1979 ha fatto fare una pessima figura agli USA per 444 giorni, gli americani hanno firmato un accordo in tema di energia nucleare. La Russia resta invece in cima alla lista dei nemici mortali degli Stati Uniti, sebbene non vi sia uno stato di guerra tra i due paesi, che anzi collaborano in molti campi, dalle missioni spaziali alla lotta all'ISIS in Siria.
Gli USA però, in quanto autoproclamatisi "gendarmi del mondo", hanno unilateralmente elevato un regime sanzionatorio nei confronti della Russia che, volente o piuttosto nolente, anche l'Europa ha dovuto applicare. Da molto tempo molte nazioni europee ne chiedono la fine ma gli americani si sono dimostrati intransigenti tanto da costringere i russi ad elevare controsanzioni verso tutte le nazioni europee. In Italia il M5S, e la Lega, non hannno mai nascosto la loro volontà di abolire queste sanzioni, che colpiscono l'economia italiana per un ammontare di quasi 10 miliardi ( secondo la Stampa del 19/12/2016). Si direbbe sia una battaglia giusta, patriottica e a favore deill'economia italiana in crisi, ma per gli Stati Uniti si tratta di "intelligenza con il nemico".
Sullo stesso giornale, nello stesso giorno, il titolo di apertura è "Il segretario commercio Usa: siamo in guerra commerciale", ma non con la Russia bensì con l'Europa ( e con molte altre nazioni mondiali, Cina in testa). Quindi, quelli che dovrebbero essere nostri "alleati", alle cui decisioni ci accodiamo da bravi lacchè, dichiarano guerra alle nostre esportazioni. In definitiva non possiamo esportare in Russia per volere degli USA, e non possiamo esportare negli USA.... per volere degli stessi USA!! Incredibile, invece accade.
Ma continuiamo. Da quasi un anno gli Stati Uniti vagheggiano una minaccia continua da parte degli "hacker russi" che avrebbero influenzato le elezioni americane e si starebbero preparando a farlo anche con quelle europee. Il condizionale è d'obbligo poiche nessuna prova fattiva è stata fornita per dimostrare questa nefasta influenza. Tutti noi ricordiamo però lo scandalo delle intercettazioni illegali della NSA, l'agenzia di sicurezza americana ai danni di aziende, associazioni e governi europei tra cui l'Italia, la Germania, la Francia e la fedelissima Inghilterra. Persino la Merkel dovette ammettere che il suo cellulare era stato infettato da un virus installato dai servizi americani per controllare le sue telefonate e il presidente Obama fu costretto alle pubbliche scuse. Ma un presunto virus russo è certamente più pericoloso di un assodato virus americano, va da sè.
A questo punto dovremmo realmente chiederci "CHI" è il vero nemico dell'Europa: la Russia, che da decenni cerca un rapporto costruttivo, stabile, duraturo con l'Europa o gli USA, che dalla fine della guerra fredda in poi hanno minacciato le nazioni del vecchio continente in ogni modo pur di scongiurare che questo legame si realizzasse? Qualcuno obietterà che il legame con gli USA è dato dal fatto che l'Europa e gli Stati Uniti condividono una cultura comune e, in fondo gli stessi valori religiosi. Non si può dire lo stesso della Russia? Gli europei sono bianchi, come la maggioranza dei russi e sono cristiani, come la maggioranza dei russi, ma rispetto agli USA risiedono sullo stesso continente (l'Eurasia). La relative culture condividono molti tratti, siano essi linguistici (molte parole russe sono di derivazione francese) o artistici, a meno che un europeo possa dirsi estraneo alle opere di Chagall, Kandinsky, Rimskji-Korsakov, Tolstoj, Pasternak, Bakunin,Rachmaninov, Stravinskji e persino Lenin.
I satelliti europei che orbitano attorno alla terra sono stati per la maggior parte lanciati dalla base russa di Bajkonur e senza i russi gli astronauti europei non potrebbero raggiungere la stazione spaziale internazionale. Il gas russo riscalda le case italiane, tedesche, italiane, ungheresi, polacche o serbe. Nel 1908, nelle prime ore seguenti il terribile terremoto di Messina, furono due corazzate russe a portare gli aiuti più immediati, come recita una lapide posta nel 2008 nel porto della città dello Stretto. I russi furono i primi ad arrivare a Berlino durante la seconda guerra mondiale, determinando così la definitiva sconfitta di Hitler. Anche i campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau furono raggiunti per primi dai russi (il cui arrivo è stato descritto anche da Primo Levi) e non dagli americani come erroneamente mostrato nel film "La vita è bella" di Roberto Benigni.
Si potrebbe continuare per pagine e pagine perchè il rapporto tra la Russia e l'Europa è almeno millenario. Quello tra gli USA e il vecchio continente è invece molto più giovane, meno di 250 anni, e per più della metà ha visto i secondi in posizione di colonia dei primi. La russia ha invece subito due falliti tentativi di invasione europea (Napoleone prima e Hitler poi) con centinaia di migliaia di morti e non vi è mai stato un rapporto di vassallaggio reciproco, anzi. Buona parte della storia europea del 1700 e del 1800 ha visto la Russia quale alleato di diverse nazioni europee in funzione anti-francese, anti-prussian o anti-austriaca. La storia della Russia e dell'Europa è lunga quanto il confine che condividono. Ciò che oggi chiamiamo "Europa dell'Est" è stata fino a quasi 30 anni fa, "Russia dell'Ovest". La Russia è come un amante follemente innamorato di una bella dama, l'Europa, che si concede e si ritrae continuamente ed è ora stretta dall'abbraccio di un rude ragazzone, dai modi un pò spicci ma ricco di danaro, gli Stati Uniti. Quel danaro però sta finendo e la dama rischia di tornare tra le braccia dell'innamorato russo. E' forte, quindi, il rischio che finisca in una grossa, tragica rissa per motivi passionali. Il movimento 5 Stelle non sta quindi facendo nulla di strano nè illegittimo. Sta solo nuovamente ammiccando ad un vecchio spasimante, con il quale la fiamma non si è mai spenta. Quarant'anni fa questa parte era recitata dai Comunisti di Berlinguer, ma quella che allora era percepita come una minaccia militare potrebbe oggi rivelarsi un'opportunità economica. Cercasi ardentemente un bravo avvocato divorzista.
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domenica 5 marzo 2017
Il TTIP non è morto, ma forse l'Euro si.
Il 15 febbraio scorso, il
trattato di libero scambio tra Unione Europea e Canada, il CETA, ha
ottenuto l'approvazione da parte del Parlamento Europeo. Ora dovrà
essere ratificato dai singoli parlamenti nazionali prima di divenire
effettivo ed entrare nelle legislazioni di tutti i paesi europei. Le
norme in esso contenute sono del tutto simili a quelle definite nel
famigerato TTIP che, al contrario del suo "gemello", il
TPP, non è ancora stato stracciato dall'amministrazione Trump. Il
TPP, il trattato con l'area del pacifico, era già in una fase del
processo legislativo americano detta "fast track", ovvero
una prerogativa presidenziale di approvazione rapida al riparo da
modifiche e ostacoli parlamentari. Trump si è avvalso di una facoltà
presidenziale e non ha firmato il trattato. Il TTIP, ovvero il
trattato di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti, è
invece in una fase di sospensione. L'ultimo documento ufficiale è
una dichiarazione congiunta della commissaria europea al commercio,
Cecilia Malmstroem, ed il suo omologo americano, Michael Froman, sui
risultati del 15° round di negoziati appena conclusi. Il comunicato
contiene affermazioni circa la volontà di portare avanti i negoziati
ed è del 17 Gennaio 2017, tre giorni prima dell'insediamento di
Trump. Nonostante le affermazioni neo protezioniste fatte dal
Presidente americano, è pur vero che gli Stati Uniti non possono
tutto d'un tratto divenire autarchici nè possono rinunciare alle
esportazioni per continuare a sostenere l'occupazione. L'Europa è il
maggior partner commerciale degli USA sebbene l'interscambio tra
questi e le singole nazioni europee abbia quote molto differenti.
L'italia, ad esempio, esporta 70 miliardi di euro di beni negli USA
ma ne importa solo per 16. la Francia è in perfetto pareggio mentre
la Germania fa la parte del leone con 121 miliardi di Euro in
esportazioni contro i 60 di importazioni dagli USA. Ecco perchè i
diversi governi europei hanno opinioni tanto discordanti in merito al
trattato. Politicamente, il TTIP è stato osteggiato dalla presidenza
francese sino a tutto il 2016, è stato appoggiato da tutti i governi
italiani, e lo è tutt'oggi, mentre in Germania la Merkel deve
fronteggiare diversi oppositori sul tema. Inoltre questo è un anno
elettorale in tutta Europa: a maggio si vota in Francia, a settembre
in Germania e, forse, entro l'anno anche in Italia. Nei tre paesi più
forti industrialmente e membri fondatori d'Europa, il sentimento nei
confronti dell'Euro, della NATO e dell'Europa stessa non potrebbe
essere più contrastato. In Francia il confronto è tra la Le Pen,
fautrice dell'abbandono dell'Euro e della NATO e Macron, ricco
banchiere cosmopolita e pro-Europa. In Germania per l'ennesima volta
la Merkel si presenterà alle elezioni quasi certa di vincere, ma
questa volta di fronte avrà un fortissimo partito euroscettico come
"Alternativa per la Germania", che ha già vinto in diverse
città e Lander tedeschi alle ultime elezioni amministrative. In
Italia, il M5S ha più volte espresso la sua volontà di far
esprimere i cittadini sull'appartenenza o meno all'Euro ed ha
notoriamente una posizione scettica verso le politiche di Bruxelles e
della NATO. Il PD, o quel che ne resta, dovrà necessariamente
sperare di arrivare primo alle prossime elezioni o non avrà la
possibilità di ottenere da Mattarella il mandato esplorativo per
formare un governo di coalizione pro Europa e pro Euro. In attesa di
capire quale sarà il destino dell'Euro e dell'Europa il TTIP resta
sullo sfondo. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che esso nasce dalla
volontà dell'amministrazione Obama, che in otto anni si è
dimostrata molto favorevole alla globalizzazione e che ha dovuto
accettare a malincuore la mancata firma dell'accordo entro il termine
elettorale. D'altro canto i repubblicani sono storicamente meno
propensi alla stipula di accordi multilaterali. Quindi il trattato,
oggi, ha ancora qualche chances di essere approvato? Se l'Europa si
spaccherà, e con essa l'Euro, il TTIP avrà ancora un senso? Quali
saranno i nuovi rapporti commerciali con gli USA? Queste sono le
nuove domande poste dalla nuova amministrazione Trump e dalla sua
postura isolazionista, sovranista e assertiva. Gli USA hanno un forte
deficit commerciale per cui importano molto dai paesi emergenti ed
esportano soprattutto verso paesi ricchi. In questi ultimi decenni
questa posizione ha di fatto rafforzato paesi come Cina, India e
Brasile (i BRICS) che hanno iniziato ad affacciarsi sulla scena
mondiale togliendo quote di mercato agli USA anche i quelle nazioni
in cui questi ultimi si sentivano più forti, soprattutto in Europa.
Rafforzare il legame con il vecchio continente non è solo questione
di natura economica ma anche geopolitica, vista la crescente
influenza russa non solo nell'Europa dell'est ma anche in diverse
nazioni "core" dell'Unione. In definitiva, l'affermazione
di Trump, "America First", è solo l'ultima enunciazione di
una dottrina politica e di una visione in politica estera, che non è
mai cambiata dal 1776, anno della nascita dei primi Stati Uniti
America. Quello con l'Europa è un rapporto che gli USA non possono
permettersi di perdere, perciò gli Stati Uniti cercheranno di
mantenere la loro presa sull'Europa cercando di massimizzare le
conseguenze di una eventuale spaccatura dell'Euro, negoziando accordi
bilaterali con le singole nazioni europee, ma potrebbero altresì
scegliere di approvare un TTIP "light" pur di non perdere
il contatto con un'area ricca come quella europea nel caso l'Euro
resti qual è. Intanto il CETA continua il suo iter e potrebbe essere
approvato entro l'anno. Se non avverrà, forse avremo un indizio sul
come andrà a finire il TTIP e, forse, con esso anche l'Euro.
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mercoledì 9 novembre 2016
Elezioni USA: The show must go on.
E infine ha vinto Donald
Trump.
Dopo un anno di campagna
pro Clinton su tutti i media americani ed internazionali, molti si
sono fatti convincere dalla loro stessa propaganda ed ora si dicono
stupiti. In Italia, ad esempio, nella lunga notte elettorale, tutti i
canali erano in collegamento satellitare solamente con il comitato
elettorale di Hillary Clinton snobbando quello di Trump. Ovvio il
"buco" mediatico derivante dall'inattesa vittoria del
candidato Repubblicano.
Ma è stata realmente tale o si poteva prevedere con un buon grado di approssimazione?
Credo sia sufficiente
osservare la distribuzione del voto popolare e dei delegati
conquistati da Trump in questa elezione per comprendere la distanza
tra l'elettorato americano reale e la campagna mediatica imbastita
dalla candidata democratica.
Ha votato per Trump tutta
la "rust belt", la cintura arrugginita , fatta di fabbriche
chiuse e attività dismesse. Un tempo patria del "Made in USA"
è oggi il cuore degradato di un'America industriale depredata
dall'outsourcing verso il sudest asiatico. E' da questa parte
d'America che viene il malcontento verso i trattati internazionali
TPP e TTIP, visti come una cessione alla grande finanza
internazionale ma senza ricadute per le classi medie e proletarie.
Inoltre è un'area a maggioranza bianca e tradizionalista, zoccolo
duro dell'elettorato repubblicano. Non ultimo, rappresenta il blocco
agricolo della nazione, storicamente conservatore ed isolazionista.
Per la Clinton hanno invece votato gli stati che si affacciano sulle
coste est ed ovest, sede dei più importanti comparti economici
americano, finanza e tecnologia, in cui si concentrano la maggior
parte dell ricchezza e del potere degli USA.
Clinton ha fatto appello
alla popolazione cosmopolita e progressista, lottando con Sanders per
raggiungere le fasce più basse della popolazione ma senza riuscirvi.
Una volta pubblicati, saranno analizzabili i dati dei flussi
elettorali che ci diranno dove sono andati i voti ispanici,
afroamericani e quelli religiosi o dei giovani. Ma una vittoria così
netta contiene i germi di un cambio di paradigma E' lo stesso
fenomeno già osservato nelle elezioni nazionali francesi, nel
referendum sulla Brexit, nell'ascesa impetuosa del Movimento 5 Stelle
in Italia o nelle affermazioni elettorali di AFD in Germania.
I cittadini stanno
interpretando la realtà alla luce della loro esperienza quotidiana,
mediandola con la rappresentazione che di questa danno i media ormai
onnipresenti. La crescente consapevolezza nei cittadini delle ampie
contraddizioni del sistema, di una propaganda spinta al parossismo
che, ingenerando la reazione opposta, si tramuta in rifiuto, nella
sensazione di manipolazione ed il forte contrasto tra il mondo
idealizzato e le necessità reali, hanno portato ovunque nel mondo a
risultati elettorali "inattesi". Il realismo delle classi
lavoratrici ha vinto sull'idealismo paternalista delle classi
dirigenti al governo. Ora quel realismo si sposa a quello di un
presidente che ha fatto più di una dichiarazione clamorosa su tutti
i temi di politica estera in un mondo che non vede più gli USA come
il dominus incontrastabile delle relazioni internazionali.
Queste
sono ormai dominate dal ritorno di un'ottica realista in cui ognuno
cerca di garantire i propri interessi.
Questa svolta sta
avvenendo sotto i nostri occhi e ne sono un ulteriore indizio
l'assertività di Erdogan in Turchia, l'interventismo russo in Siria
ed Ucraina, le rivendicazioni cinesi sul Mar Cinese Meridionale e le
dichiarazioni antiamericane del Presidente filippino Dutarte. In
Europa diversi governi non stanno ratificando le disposizioni in
arrivo dalla UE in merito alle direttive in tema di migranti e fiscal
compact. L'Inghilterra esce dall'Unione Europea e altri paesi
rallentano il loro ingresso. Gli Stati Uniti arrivano buoni ultimi su
questa scena ma, visto il peso, determineranno senz'altro nuovi
equilibri.
Durante la campagna
elettorale una delle accuse ricorrenti a Trump è stata la sua
intenzione di riavvicinare Russia e USA verso una cooperazione di
sicurezza ed è stato perciò tacciato di "intelligenza con il
nemico" e di essere amico di Putin. Dal punto di vista della
scuola Realista delle relazioni internazionali è invece un
comportamento assolutamente razionale. Trump, d'altronde, è tutto
fuorché un idealista kantiano. La scuola di pensiero realista
afferma infatti che è molto più probabile che attori internazionali
egualmente forti come Russia ed USA scelgano di accordarsi tra loro
tanto in virtù del costo che entrambi pagherebbero in caso di
guerra sia in quella della stabilità più ampia del sistema che
implica meno costi per mantenere l'ordine tra le potenze emergenti.
Un accordo tra Russia ed
USA sulla Siria e sullo status della Repubblica del Donbass, in
Ucraina, sono risultati che si possono raggiungere per via
diplomatica. Gli USA non hanno, al momento, la forza di contrastare
la crescita di Cina e Russia se non intaccandone la sfera economica.
Una guerra convenzionale con uno di questi due opponenti sarebbe
improponibile. Se uno dei pilastri della scuola realista è che i
rapporti internazionali devono fondarsi sulle effettive capacità
(industriali, militari, economiche) degli Stati e non sulle loro
intenzioni (ovvero quelle del governo pro-tempore), il secondo è che
non è importante qual'è la forma dei governi che raggiungono un
accordo tra loro ma il contenuto di esso e gli interessi dei
contraenti. E' stata questa l'ottica con la quale USA e Cina si sono
riavvicinate negli anni '70, e dello straordinario successo di
entrambi negli ultimi 20 anni. E' questo il motivo della solida
alleanza tra la democrazia americana e la teocrazia saudita o il
ristabilimento delle relazioni con Cuba. Cosa ci dobbiamo quindi
attendere dal nuovo Presidente americano? Trump è un realista e le
sue scelte saranno prese, se possibile ancor più, nell'esclusiva
ottica di perseguire gli interessi americani. Questi attraversano il
versante politico, economico e militare ed hanno impatto su tutte le
nazioni, sebbene in maniera differente.
Nel suo programma
elettorale ci sono elementi di forte protezionismo e di
unilateralismo che avranno un forte impatto sull'economia mondiale,
se messi in atto. Il rimpatrio di attività industriali sul suolo
americano è già in atto (si chiama in-shoring) ma Trump potrebbe
accellerarlo con una politica di sgravi fiscali che favoriscano
l'impiego di una vasta manodopera locale la cui paga oraria media è
comunque inferiore a quella europea. Anche senza l'approvazione del
TTIP i mercati europei potrebbero veder arrivare nuovi concorrenti
americani, meno competitivi dei cinesi in termini di prezzo ma più
concorrenziali in termini di qualità, tecnologia e certezza del
sistema di regole. Un eventuale rialzo, già a dicembre, dei tassi
d'interesse da parte della Federal Reserve, potrebbe far partire poi
la corsa al titoli di stato americani ed al conseguente calo del
Dollaro nei confronti dell'Euro, ma anche dello Yuan. Ciò porterebbe
le merci americane in una posizione di vantaggio in termini di export
verso l'Europa e di minori importazioni dalla Cina. Quest'ultima
vedrebbe crescere il suo vantaggio di cambio nei confronti dell'Euro
e se, malauguratamente per l'Europa, lo status della Cina divenisse
quello di "Economia di Mercato", il vecchio continente
verrebbe invaso da fiumi di export cinese, capace di distruggere
qualsiasi sistema industriale europeo. Più lavoro negli Stati Uniti
e rendimenti crescenti nelle obbligazioni significano riduzione dei
capitali all'estero, con conseguente arretramento dei valori azionari
e minori investimenti industriali.
Oltre a questo, il rialzo dei
tassi americani porterebbe con sé anche quelli europei con l'incubo
di poter rivivere il quadriennio 2008/2012 che ha sterminato il 25%
della produzione industriale italiana e ha intaccato seriamente
quella europea. D'altra parte un'apertura di Trump verso la Russia
potrebbe portare con sé l'abolizione del regime di sanzioni verso
quest'ultima permettendo alle aziende europee di poter tornare a fare
affari con Mosca. Trump si è già detto contrario al TTIP, in quanto
verrebbe limitato nelle sue scelte politiche da un accordo
sovranazionale e potrebbe rimettere in discussione il TPP per quanto
detto prima in merito alle importazioni dall'Asia. In termini
politici la sua ascesa avrà influenza in seno alla commissione
europea sul panorama delle alleanze in Europa in quanto i
repubblicani (che hanno vinto anche Senato e Camera dei
Rappresentanti), tradizionalmente associati ai partiti di
centrodestra , avranno come controparte governi europei ad essi
inclini, a parte la Francia di Hollande e l'Italia di Renzi. Con i
socialisti francesi che quasi certamente perderanno le presidenziali
del 2017 e l'Italia del PD a rischio se al prossimo referendum
dovesse vincere il NO, Trump troverà entro l'anno prossimo un Europa
a maggioranza di centro-destra e con partiti anti sistema in
crescita. Non è un segreto che in entrambi questi schieramenti vi
siano simpatizzanti delle politiche messe in atto dal Presidente
Putin.
Questo scenario potrebbe semplificare un riavvicinamento tra
Russia ed USA anche sulla questione della ragione d'essere della NATO
che è stato un altro tema molto controverso della campagna di Trump,
e che ha generato molti timori negli atlantisti dell'establishment
americano. La NATO ha continuato ad espandersi dal 1989 ad oggi sino
a lambire direttamente i confini della Russia. Il confronto di nervi
tra le due entità militari non ha tardato a manifestarsi, con la
disposizione di truppe nelle repubbliche baltiche in ottica anti
russa o il presidio dei cieli del baltico e delle coste del Mar Nero
da parte della marina russa per ribadire la propria presenza alle
sempre più frequenti navi americane in quelle aree. In Siria russi
ed americani si combattono silenziosamente sebbene i secondi si
celino dietro a milizie islamiche finanziate con fondi forniti dai
sauditi e dalle petro-monarchie del golfo. Anche queste ultime sono
parte del riassetto dell'ordine internazionale. Se Trump rispetterà
gli accordi con l'Iran, l'influenza dell'islam sunnita intransigente
di matrice wahabita si ridurrà, e con essa la forza di ISIS e al
Qaeda in tutto il medioriente. E' pur vero che i sauditi sono
comunque intenzionati ad armarsi per contrastare proprio l'Iran
sciita ed i loro acquisti sono storicamente rivolti agli Stati Uniti.
La Siria è una partita delicatissima che vede al tavolo USA, Russia,
Iran, Assad e la Turchia ma di riflesso anche Cina ed EU. Le mosse di
Trump in questa vicenda nei prossimi sei mesi saranno molto
indicative.
Il nuovo Presidente ha
davanti a sé, a partire da gennaio 2017, quattro anni intensi. E'
presto per fare ipotesi ma dovrà soddisfare prima di tutto le
richieste degli americani perché è da questi che è stato eletto. I
primi mesi di governo lo vedranno impegnato su questo fronte e sugli
incontri con gli altri capi di Stato e di Governo. Il riflesso di ciò
che deciderà per gli USA si riverbererà su tutto il globo dando
forse vita ad una nuova era geopolitica. Lo sapremo all'inizio del
suo secondo mandato.
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lunedì 12 settembre 2016
E' Uscito il libro : "TTIP La NATO Economica?"
Il libro intende mettere in luce gli scenari geopolitici che l'eventuale stipula del TTIP genererebbe. Storicamente la frontiera della Russia è stata la frontiera dell'Europa, concepita come un'area a maggioranza latina e cristiana opposta ad una slava ed ortodossa . Durante i secoli lo spazio che va dall'Adriatico all'Ucraina, da Tallinn ad Atene passando per la Polonia è stato conteso tra Russia e Germania, ma ora quest'ultima è "ingabbiata" nell'Unione Europea.
Sin dalla nascita della disciplina geopolitica tutti gli autori hanno rilevato come proprio quello spazio Mitteleuropeo o dell'Est Europa, sia stato al contempo l'obiettivo tanto delle due potenze continentali quanto di quelle atlantiche, capitanate dagli Stati Uniti. Il TTIP si propone di creare un'area economica, politica e nel lungo periodo, sociale, dagli esiti imprevedibili. Proprio in Germania l'opposizione è più forte poichè è la Nazione che si pone in diretta competizione con gli Stati Uniti per livello di tecnologia. Il livellamento del terreno che il TTIP propone, avvantaggia le aziende USA contro quelle tedesche e riduce il vantaggio tecnologico di queste ultime. Questo è solo uno dei punti che restano aperti nei negoziati che si susseguono incessanti, disturbati da qualche stop & go sottogovernativo. Anche la Francia ha molto da perdere dai termini del trattato, in special modo per quanto riguarda le sue aziende pubbliche. L'Italia deve temere la distruzione dei marchi protetti e la futura sparizione di sussidi europei all'agricoltura, oltre all'introduzione di sementi e chimica ora vietati. L'Inghilterra, allo stato attuale, si è sfilata dall'accordo. In quanto membro dimissionario dall'UE, gli accordi non si applicheranno alla sua legislazione, che continuerà a venire regolata bilateralmente.
Se il TTIP si concretizzerà si aprirà il dibattito sull'adesione alla NATO ed all'UE di tutte le Nazioni che ora fanno parte dell'una o dell'altra istituzione ma non di tutte contemporaneamente. Alcune di esse hanno ancora forti legami economici e culturali con Mosca. Dobbiamo forse aspettarci nuovamente una guerra nei Balcani o sul Baltico?
Ed inoltre, conviene realmente alle Nazioni europee legarsi agli USA ora che il Grande Oriente Cinese si è risvegliato e accentra su di sè attenzioni e investimenti?
La Cina esclusa dal TPP e la Russia esclusa dal TTIP potrebbero legarsi tra loro in chiave anti-americana e sfidare lo status quo?
Alcune delle risposte sono possono giungere dalle riflessioni di Huntington, Fukuyama, Dugin, Luttwak o Lacoste e servire come paradigma per comprendere un momento focale della continua trasformazione delle relazioni internazionali e per ipotizzarne i futuri sviluppi.
Un estratto dal libro.
Il Trattato di Partnership Commerciale Transatlantica (TTIP), attualmente in discussione ai più alti livelli tra Stati Uniti ed Unione Europea, ha come obiettivo quello di realizzare un mercato privo di dazi e barriere doganali tra le due sponde dell'Atlantico. Il trattato definisce anche un'armonizzazione degli standard produttivi e legislativi su diverse materie. Ciò potenzialmente può creare uno spazio chiuso o con alte barriere all'ingresso di nuovi paesi ma contemporaneamente un forte disincentivo nel non farne parte.
Il TTIP ha tutte le caratteristiche per “staccare” l'Europa occidentale dalla massa euroasiatica in termini commerciali ponendosi come nuovo aggregato geoeconomico quasi autosufficiente e potenzialmente autarchico ma alcuni autorevoli commentatori internazionali suggeriscono che la dimensione della sicurezza non debba essere trascurata ed è perciò necessario sostenere l'allargamento ed il rafforzamento della NATO parallelamente all'applicazione del Trattato. Infatti i confini della NATO e dell'UE (quale firmataria del TTIP) non coincidono.
Quali implicazioni potrebbe avere questo fattore sull'applicazione del trattato sulle nazioni che entreranno a posteriori nell'EU ma sono già oggi membri della NATO? E quali per quelle nazioni che hanno fatto richiesta di ingresso nell'UE ma non sono membri della NATO avendo forti legami economici e culturali con Mosca?
Il TTIP ha perciò un contenuto geopolitico intrinseco che va oltre l'aspetto economico, tanto che questo potrebbe sembrare più un mezzo che un fine. L'obiettivo recondito sarebbe quello di creare un'unica comunità politica occidentale euro-americana fondata sui valori liberali e sulla propria
specifica civiltà come messo in luce da Samuel Huntington ne Lo Scontro di Civiltà. È quindi importante comprendere che l'approvazione del TTIP potrebbe creare un nuovo attore sovranazionale il cui impatto geopolitico sarebbe certamente foriero di nuovi scenari
La stipula di un trattato che coinvolge le due aree economiche più ricche del pianeta, le cui valute sono il fondamento del sistema internazionale, legate da reti economiche e telematiche fitte e concatenate, in cui si concentrano tanto i capitali più vasti quanto la forza militare più ampia e potente della Storia, la NATO, è di per sé un fatto geopolitico secondo qualsiasi dottrina geopolitica.
Il TTIP è infatti un evento tanto importante quanto le sorti della guerra in Siria, la sfida dell'ISIS o l'evoluzione della crisi in Ucraina. Esso è foriero di un possibile nuovo ordine stabile o forse solo l'ennesimo elemento di un assetto in continuo mutamento nei rapporti internazionali.
A partire dal 1989 ad oggi, l'obiettivo politico degli Stati è di partecipare alla competizione nel commercio globale. La geopolitica diviene geo-economia. Il concetto di frontiera fisica, fondamento dell'autorità dello Stato, è stato rimpiazzato da quello di interconnessione e di integrazione. Le merci e i capitali devono poter fluire dentro e fuori gli stati per permettere al sistema di funzionare.
Il soft power affianca, e in certi casi sostituisce, l'hard power nella gestione della politica estera. In questa fase infatti, il mercato internazionale è più integrato che mai e tutte le nazioni che vi partecipano hanno abbandonato un'ottica ideologica in materia economica. La sopravvivenza delle nazioni è sempre più influenzata dalle variazioni dei mercati finanziari e l'economia è il “driver” principale che decide la sorte anche politica dei cittadini del mondo.
Le economie asiatiche, la Russia, il Brasile e l'India insidiano il primato occidentale in molti mercati e la loro quota di potere economico influenza politicamente diversi paesi in ogni continente. Le nazioni occidentali mantengono ancora il controllo dei regolamenti internazionali (World Bank, FMI, ONU, Dollar Standard, ecc..) ma devono necessariamente cedere quote di potere al crescente peso dei “nuovi arrivati”. Gli ultimi 5 lustri hanno visto la realizzazione di un sistema finanziario-industriale altamente integrato che permette ai grandi capitali finanziari di fluttuare da un circuito economico ad un altro, dalle obbligazioni statali alle borse valori, dai futures sulle merci a quelli sul petrolio e le materie prime in maniera pressoché immediata.
Tutto ciò crea un ambiente nuovo su cui agire e permette a quei capitali di divenire una leva per influenzare nelle loro decisioni le nazioni in cui quei capitali si riversano. Quei capitali finanziano, ad esempio, la costruzione di condutture per il petrolio o per il gas che corrono attraverso diverse nazioni dal luogo di estrazione al mercato di utilizzo finale. Inutile dire che queste infrastrutture creano legami geopolitici e sono oggetto di geopolitica dalla fase della loro ideazione fino alla loro realizzazione e messa in opera.
Consideriamo poi i traffici commerciali su terra e via mare, che sono sviluppati come mai lo erano stati in precedenza. Le rotte commerciali che si dispiegano su tutti i mari hanno bisogno di una rete di sicurezza che impedisca loro di essere interrotte da guerre o pirateria. Questo viene garantito da un controllo internazionale sui punti nodali dei traffici come Suez, Malacca, Aden e il Mar Rosso o le coste a sud dello Sri Lanka che è ovviamente oggetto di analisi geopolitica . Che dire poi del sistema di produzione globalizzato che permette ad un prodotto ideato negli Stati Uniti di essere realizzato in Cina o in Vietnam per essere poi recapitato via mare ad un acquirente europeo? Quanto la geopolitica entra nelle considerazioni degli investitori internazionali per determinare la locazione di uno stabilimento o l'apertura di un nuovo mercato per loro prodotti?
Sebbene la conflittualità internazionale sia stata fino a 25 anni fa governata da considerazioni politiche e ideologiche, le guerre del futuro saranno prevalentemente combattute per il possesso e il controllo di beni economici vitali, di risorse necessarie per il funzionamento delle moderne società industriali e per la conquista di mercati di sbocco stabili e regolamentati.
Non necessariamente il conflitto si espliciterà in forma armata ma sarà implicito nella stipula di trattati commerciali internazionali, come il TTIP o il TPP , che vincoleranno le nazioni all'appartenenza a sistemi economici esclusivi, anche se potrebbero altresì essere oggetto di scontro
i territori soggetti al transito delle linee energetiche e logistiche con conseguenti ripercussioni in termini politici, sociali ed economici. (Continua a leggere...)
martedì 6 settembre 2016
Le Nazioni esistono ancora.
Si sono concluse da poco
le Olimpiadi di Rio de Janeiro ed abbiamo ancora negli occhi le
immagini delle cerimonie di premiazione e delle gare. Abbiamo tutti
gioito e sofferto con con gli atleti italiani e alcuni di noi hanno
seguito le sorti di atleti stranieri anche per un senso di simpatia
verso altre Nazioni. Perché, sebbene le gare si svolgano tra atleti
in prima persona, le Olimpiadi sono ancora una competizione tra
squadre nazionali. Il Comitato Olimpico Internazionale non riconosce
ufficialmente il medagliere per Nazioni ma è quello che per tutti
conta per capire chi ha “vinto” le Olimpiadi. Durante la Guerra
Fredda la competizione serrata tra USA e URSS ha più volte visto i
campi di gara olimpici, e il medagliere, quali terreno di scontro e
di rivincite. Oggi sembra essere il turno della Cina ma l'obiettivo è
lo stesso: guadagnare prestigio e visibilità internazionale.
Ad oltre cinquecento anni
dalla nascita dell'era moderna e del concetto di Stato, le Nazioni
continuano ad essere il centro delle Relazioni Internazionali, ad
ogni livello. Potrebbe sembrare una difesa appassionata del concetto
di Nazionalismo ma è in realtà una fredda presa d'atto. Nazioni in
competizione alle Olimpiadi, Nazioni che combattono in Siria e Libia,
Nazioni che decidono di lasciare un'unione di Nazioni come è l'UE.
Sono i confini nazionali ad essere interessati dai fenomeni di
pressione migratoria, sono i bilanci nazionali a soffrire delle crisi
economiche, sono nazionali le risposte al terrorismo internazionali.
Anche l'Unione Europea è infatti un'associazione volontaria, il caso
inglese lo dimostra, ed è fondata sul concetto di interesse
nazionale. Dopotutto esiste ancora un Campionato Europeo di calcio in
cui le squadre nazionali si affrontano senza neppure che la bandiera
europea appaia sulle loro magliette. Gli Stati sono dovuti
intervenire per arginare gli effetti della crisi americana scoppiata
nel 2008 e del tutto attribuibili al settore bancario privato. In
Siria si sta combattendo per mantenere unita una Nazione, in Libia
una Nazione si sta dividendo in due. In Europa, l'afflusso di un
numero enorme di immigrati mette sotto pressione i sistemi di welfare
nazionali, e quindi i bilanci, come anche la munifica Germania ha
dovuto ammettere. Sebbene molti concetti mondialisti e transnazionali
vengano veicolati quotidianamente attraverso tutti i media, è la
rappresentazione attraverso riferimenti locali quella a dare maggior
senso alle vite di ognuno. Molte ricerche sociologiche in questi anni
hanno dimostrato come con l'avanzare della globalizzazione si sia
contemporaneamente verificato un ritorno di interesse verso le
comunità locali, per i loro prodotti e le loro specificità.
Espressioni come “Made in Italy” o “Made in Germany” sono il
portato di una storia che è nazionale e non è replicabile, anche se
può essere sfidata dal “Made in Korea” o dal “Made in China”
senza averne lo stesso fascino. Le Nazioni si sono formate
storicamente, per sedimentazione delle tradizioni, per il permanere
di una lingua e di una coscienza comune, dando luogo ad una cultura
peculiare, e sebbene questi elementi siano stati sfruttati in senso
radicale ciò è potuto avvenire perché sono sentimenti radicati e
fondano i valori e molto del senso che diamo alla nostra realtà
quotidiana. Le pressioni della Commissione Europea su Nazioni est
europee, come Ungheria e Polonia in tema di finanze, di immigrazione
e di intromissione politica hanno portato al governo partiti di
stampo tradizionalista. In quelle Nazioni il senso di appartenenza
nazionale è stato soffocato nell'epoca degli Imperi e nel successivo
periodo sovietico e la necessità di affermazione della propria
esistenza è quindi più forte. Parimenti nell'Europa comunitaria, la
crescita dei partiti detti “antisistema” si accompagna ad una
rinascita del sentimento nazionale. E' così in Olanda, in Germania,
in Inghilterra ed in Francia.
In Italia lo stesso
termine “Nazione” è bandito e inutilizzabile, pena la
stigmatizzazione e l'attribuzione di una qualche etichetta come
“destrorso”, “nazionalista” o addirittura “fascista”.
Al suo posto viene
utilizzato il termine “paese”, forse a causa di una superficiale
traduzione di “Country” utilizzato in ambito anglosassone ma con
un'accezione decisamente diversa.
Ciò però non vuol dire
che media e politici non facciano riferimento all'orgoglio nazionale
presente ancora, giustamente, a livello popolare ma ciò avviene
solamente quando dall'estero qualcuno fa notare qualche nostra
mancanza o per giustificare qualche battaglia del governo contro i
mulini a vento europei. In tutti gli altri casi l'Italia non è una
Nazione, non deve avere coscienza di sé in quanto entità storica e
culturale, è solo un “paese”, un “territorio”,
“un'espressione geografica” come ebbe a dire secoli fa il
cancelliere austriaco Metternich. Ma i suoi confini esistono e sono
fisici, come le Alpi e il mare che circonda la penisola, sono
psicologici, come quelli che i cittadini si danno per definirsi
rispetto agli stranieri (interni ed esterni), sono culturali, come
quelli che tutto il mondo ci riconosce quando ci premia per il nostro
cinema, la nostra tecnologia e la nostra arte.
I confini della Nazione
sono stati conquistati a spese di enormi fatiche e milioni di morti
durante questi 150 anni. E' però vero che è stato difficile imporre
un concetto di nazionalità ad una popolazione, come quella italiana,
che per secoli ha vissuto rinchiusa in piccoli regni, minuscoli
principati, ducati e granducati, regni più o meno controllati da
potenze straniere. Così come sta accadendo per le Nazioni est
europee citate in precedenza, anche in Italia la politica ha fatto
leva sul sentimento nazionale nel periodo 1870-1945. Poi, avendo
perso malamente la Seconda Guerra Mondiale conclusasi con una resa
incondizionata, ha dovuto rinunciare alla propria autonomia politica,
militare e a partire dal 1992 anche economica.
Resta il fatto che ogni
Stato ha il potere di imporre le proprie norme solo all'interno dei
propri confini, che quindi devono essere certi, garantisce i diritti
ai propri cittadini-elettori e può farlo solo all'interno dei propri
confini (ricordiamo su tutti il caso dei marò), impone le tasse ai
singoli e alle aziende sul proprio territorio, tanto che questi
possono decidere di espatriare per cercare condizioni economiche più
favorevoli in Nazioni straniere. Salvo poi sentirsi indicare come
“gli italiani” una volta trasferitisi.
La presenza dell'Unione
Europea, unico esempio nel mondo di cessione quasi totale di
sovranità statale, a volte può confondere alcuni circa la
permanenza di questi concetti. Se però pensiamo al fatto che non
esiste alcuna tassa comune europea, che la Commissione Europea è
composta da commissari designati dai singoli governi, che le
decisioni importanti a livello continentale vengono prese in consessi
multilaterali partecipati sempre e solo dalle stesse Nazioni,
Francia, Inghilterra e Germania (e a volte Italia), che le astruse
leggi italiane cessano di valere non appena lasciata Ventimiglia o
attraversato il Brennero e che l'Inghilterra può decidere di
lasciare l'Unione Europea generando il panico a Berlino, Parigi e
Roma allora ci rendiamo conto chiaramente che le Nazioni esistono
ancora.
E' possibile mantenere un
sano sentimento di appartenenza nazionale senza che si trasformi in
sciovinismo o ottuso nazionalismo? Si, è possibile a patto di saper
ammettere i propri difetti, cercando però di porvi rimedio e di
essere consci dei propri pregi senza scadere nell'autocelebrazione.
In definitiva, se stai leggendo questo post in italiano, su un blog
italiano e i pensieri che ti genera in testa ti parlano in italiano,
allora devi prendere atto che ciò che è scritto sulla carta
d'identità è vero: “Nazionalità : Italiana”. Per quanto tempo
ancora questo sarà vero lo deciderai tu, vivendo, creando, parlando
e votando su questa inimitabile porzione di mondo e sotto questo
splendido cielo. Italiano.
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venerdì 24 giugno 2016
TTIP, I tentennamenti dell'Europa
Durante questa prima settimana di Maggio si è svolto l’ennesimo round di negoziati tra Stati Uniti ed EU in merito al famigerato TTIP ovvero l’accordo di libero scambio tra le due sponde dell’Oceano Atlantico. Anche questa volta in Germania sono state organizzate diverse manifestazioni contro il trattato che hanno visto una partecipazione molto elevata di cittadini. La Germania ci ha già abituato a certe dimostrazioni di ostilità nei confronti dei termini del trattato che, stando ai contenuti attuali, danneggiano pesantemente l’industria tedesca e non solo. A sorpresa anche in Francia si sono svolte manifestazioni di piazza molto partecipate ed il movimento anti-TTIP sta facendo nuovi proseliti tra i cittadini di ogni categoria, in particolare tra gli agricoltori, che rappresentano attualmente lo zoccolo duro dell’elettorato del Partito Socialista Francese. La vera novità sta però nelle dichiarazioni del Presidente Hollande che ha affermato che se non cambieranno le normative in merito al settore agricolo, l’accordo non potrà venire approvato né entro la fine della presidenza Obama né tanto meno in futuro. Le pressioni americane perché il TTIP venga firmato il prima possibile sono infatti fortissime e ciò è dovuto alla sensazione che una futura, possibile, amministrazione repubblicana guidata da Donald Trump possa rimettere in discussione il trattato Transatlantico e far deragliare l’approvazione di quello Transpacifico , il TPP. Storicamente, infatti le amministrazioni repubblicane sono meno inclini agli accordi internazionali ed inoltre Trump ha già affermato più volte di voler rivedere la presenza americana nel mondo, tanto a livello militare quanto in ambito commerciale. Ciò non vuol dire che gli USA, con Trump, si rinchiuderanno in uno “splendido isolamento” ma che presumibilmente accelereranno la politica di inshoring delle proprie aziende ora dislocate in molti paesi esteri e per la maggior parte in Cina ed in Asia in generale. Dal punto di vista europeo Francia, Germania e a sorpresa, seppur timidamente, Italia, hanno fatto notare come i termini del trattato siano fortemente sbilanciati a vantaggio del sistema americano e che il settore agricolo europeo potrebbe ricevere un colpo esiziale per mezzo dell’eliminazione del sistema di incentivi detto PAC (Politica Agricola Comune), dall’eliminazione del principio di precauzione e dalla cancellazione dell’etichettatura di Indicazione Geografica Tipica vigente su molti prodotti europei di qualità. Finalmente anche i leader europei dei maggiori paesi si sono convinti a prendere sul serio le legittime e ben motivate preoccupazioni esposte dai vari movimenti anti TTIP attivi sul continente europeo sebbene la Commissaria Europea al Commercio Cecilia Malmstrom, negoziatrice del TTIP per l’EU, abbia minimizzato le proteste etichettandole come “una tempesta in una tazza di Tè”. In un report molto dettagliato sulla situazione tedesca pubblicato nel maggio 2014 del “The German Marshall Fund of the United States” si legge: “In parte l’aumento del criticismo [nei confronti del Trattato] riflette il fatto che gli obiettivi dichiarati del TTIP si propongono di superare il classico approccio di rimuovere tariffe e aprire mercati, servizi e appalti pubblici a investimenti esteri. Il TTIP è ampiamente percepito come il progetto di una nuova generazione di accordi di libero scambio che si propongono di restringere il gap normativo [tra USA ed EU]. Il supporto tedesco al trattato è imprescindibile per la sua approvazione finale ma è anche importante capire quali articoli verranno approvati, quali no e perché. Il documento in esame, citando una ricerca del “Pew Research Center”, afferma che in Germania tra gli aspetti maggiormente contestati vi è ad esempio l’eliminazione di dazi e tariffe sulle merci americane, che verrebbero quindi equiparate a quelle tedesche. Anche una eccessiva deregolamentazione degli investimenti americani in Germania viene reputata negativamente da molti di coloro i quali si oppongono al trattato.
Lo stesso tentativo di uniformare gli standard viene visto come una volontà di rendere i prodotti tedeschi e americani sempre più simili annullando così il vantaggio delle soluzioni tecnologiche tedesche, notoriamente molto avanzate. I tedeschi (73% nell’aprile 2014) temono inoltre che una eccessiva libertà di investimenti e acquisizioni americane in Germania potrebbe nuocere all’economia. Il caso del Presidente francese è stato in parte interpretato come una mossa tattica per recuperare un consenso che è ora scivolato ai minimi di sempre, cavalcando i timori (assolutamente giustificati) espressi dagli agricoltori e dal settore industriale. In Francia la contrarietà viene direttamente dal Governo francese e verte maggiormente su alcuni contenuti specifici dell’accordo come quelli riguardanti il settore culturale e degli audiovisivi, la clausola ISDS e il settore energetico1. Per quanto riguarda il primo aspetto, il governo Hollande è riuscito a escludere qualsiasi norma riguardante il settore culturale (l’accento è posto sulla exception culturelle, il diritto di proteggere la propria industria culturale, molto sentito in Francia). Il secondo aspetto coinvolge direttamente l’inclinazione tradizionalmente dirigista dei governi francesi di qualsiasi colore mentre l’opposizione alla liberalizzazione dei settori energetico e dei trasporti è legata alla forte presenza dello Stato francese in aziende come Total-Erg o Alstom. In Italia il direttore della divisione “politica commerciale internazionale” del Ministero dello sviluppo economico Amedeo Teti, ha rilasciato una dichiarazione piuttosto esplicita sull’assenza di reciprocità nei vantaggi che il TTIP dovrebbe portare alle aziende ed ai cittadini americani ed europei 2 ma il premier Renzi continua a tacere o adirsi d’accordo con l’alleato americano. Detto per inciso, gli americani stanno osteggiando tutte quelle modifiche normative che dovrebbero permettere alle aziende europee di partecipare in condizioni di parità alle gare di assegnazione di appalti nel settore pubblico americano. Parimenti i negoziatori USA stanno spingendo per eliminare tutte quelle Barriere Non Tariffarie (BNT), rappresentate da norme e regolamenti comunitari e nazionali che rendono l’Europa un mercato chiuso ai prodotti americani.
Se le posizioni contrarie europee permarranno anche nel prossimo round di trattative che si svolgeranno il 19 Maggio a Bruxelles, ciò rappresenterà uno spartiacque epocale nei rapporti transatlantici ed un segnale importante avente una doppia valenza. In primo luogo la decisa perdita di Soft Power da parte dell’establishment americano nei confronti dell’Europa, apparentemente bilanciato da un aumento dell’Hard Power USA sotto forma di maggior dispiegamento di mezzi e uomini in ambito NATO specialmente nelle nazioni immediatamente confinanti con la Russia come la Polonia e le repubbliche baltiche. In secondo luogo una presa di coscienza europea sul crescente ed indispensabile legame con Cina e Russia fortemente osteggiato dagli americani ma assolutamente necessario all’UE. I due trattati gemelli TTIP e TPP, infatti, escludono proprio le due Grandi Potenze dal novero dei partecipanti tanto che potrebbe apparire proprio questo il reale obiettivo, ovvero la creazione di un commercio globale bipartito in cui le potenze occidentali, unite, si oppongono a tutte le altre. I BRICS al momento non sembrano in grado di contrastare unitariamente il progetto euroamericano ( a dire il vero più americano che europeo) in quanto si dibattono tra diverse crisi politiche ed economiche. Il Brasile, è in una fortissima fase di instabilità politica a causa della procedura di impeachment chiesta per la presidentessa Dilma Rousseff a seguito di un presunto caso di tangenti. Si aggiunge poi una cospicua contrazione economica dovuta in prima istanza al calo di richiesta e dei prezzi per le materie prime di cui il Brasile è un forte esportatore (in primis prodotti agricoli ma anche legname, minerali e prodotti industriali). Il Sudafrica, come il Brasile, è stato colpito dalla crisi delle materie prime ed inoltre soffre di una fortissima inflazione che ne sta minando la stabilità sociale. La Russia, dopo la forte crisi legata agli attacchi speculativi sulla sua economia, alle sanzioni imposte dall’Europa e dalla guerra in Ucraina, si sta risollevando ma il proprio mercato di esportazione di riferimento, quello europeo, si è ridotto e con esso anche i profitti delle aziende russe. La Cina è alle prese con una corposa e delicata ristrutturazione della propria struttura economica per riconvertirla alle necessità dell’enorme mercato interno anche per riequilibrare il calo di esportazioni in atto da due anni a questa parte. A più riprese si è parlato di “bolle” nel settore finanziario e borsistico cinese ed il governo sta cercando in ogni modo di mantenere stabile il valore della propria moneta, lo Yuan, impedendone il deprezzamento. E invece in atto una politica che porti progressivamente la moneta cinese a diventare gradualmente una delle valute di riferimento e di riserva del sistema mondiale attraverso l’inserimento di questa nel distema degli SDR (Special Drawing Rights, diritti speciali di prelievo) che sostengono il sistema finanziario del Fondo Monetario Internazionale. Oltre a ciò è ormai avviato il sistema di fixing dell’oro in Yuan presso un’autorità specifica con sede a Shanghai, che affiancherà quella storicamente presente a Londra. Attualmente la Cina è il più grande produttore di oro al mondo, avendo superato anche il Sudafrica, e ciò ha portato diversi analisti a concludere che è vicino il momento in cui Pechino deciderà di agganciare parzialmente la propria moneta al metallo giallo, scaricando progressivamente le proprie immense riserve di buoni del tesoro americani che gradualmente giungono a scadenza senza acquistarne di nuovi, visto il bassissimo rendimento che questi pagano sulle scadenze più lunghe. Solo l’India sembra , al momento, immune da crisi economiche o politiche, ma è pur vero che la Nazione guidata da Narendra Modi resta il più solido punto d’appoggio per la politica degli Stati Uniti in Asia, soprattutto nell’ottica di un contenimento militare cinese ed è per questo che la sua stabilità è assolutamente necessaria ai progetti americani nel continente.
Al di là della possibilità che i BRICS decidano di fare squadra per contrastare i disegni occidentali nel mondo e risollevare le proprie economie , resta il fatto che un‘Europa troppo legata agli USA tramite il TTIP impedirebbe all’Unione un rapporto più fluido con ognuno dei BRICS e soprattutto con Russia e Cina, proprio in un momento in cui il grande progetto cinese denominato “On Belt One Road” (OBOR), che mira a ristabilire le antiche vie di comunicazioni da e per l’Europa, si sta concretizzando. Negli scorsi mesi due segnali molto forti in questo senso sono i treni merci giunti a Teheran, in Iran3, e a Lione, in Francia4, provenienti dalla Cina. Per entrambi si è trattato di un viaggio di oltre 10000 Chilometri, senza mai toccare l’acqua del mare, e con un risparmio di circa due settimane sull’equivalente percorso marittimo. Se poi aggiungiamo che tale percorso è controllato e gestito dalla marina americana mentre il percorso via terra è al di fuori di tale controllo e si dispiega prevalentemente nei territori controllati dal SCO (Shanghai Cooperation Organization), l’alleanza militare composta tra gli altri da Cina, Russia e Kazakistan, il quadro che emerge è chiaramente un confronto di obiettivi geopolitici ma i cui mezzi sono economici. Il TTIP può allora veramente essere interpretato come una nuova versione della NATO ma in chiave economica, solo che stavolta l’Europa potrebbe voler scegliere di privilegiare il “Patto di Varsavia” Russo-Cinese. Caro Fukuyama, quindi, la Storia non è ancora finita. Per fortuna di tutti.
1 https://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/le-dure-critiche-francesi-verso-i-negoziati-ttip
2 http://economia.ilmessaggero.it/flashnews/ttip_accenti_critici_del_mise_sull_accordo_commerciale_con_gli_usa-1694981.html
3 http://www.cinaforum.net/sbarcato-in-iran-il-primo-treno-cargo-471-della-nuova-via-della-seta/
4 http://www.lastampa.it/2016/04/21/economia/arriva-il-treno-pechinolione-la-nuova-via-della-seta-su-rotaie-LX9oHVKO5Q6ies18sDm61H/pagina.html
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domenica 13 marzo 2016
L'Europa sul lettino dello psicanalista.
In questi giorni
assistiamo alle convulsioni della politica europea dovute all'azione
congiunta della crisi dei migranti, degli effetti permanenti della
crisi economica e dell'indecisione cronica della classe dirigente
europea in merito all'eventuale intervento militare nelle varie aree
di conflitto dalle quali l'Europa è circondata. Il quadro che emerge
somiglia ad uno stato di schizofrenia accompagnato da una
dissociazione psichica che rasenta una pericolosa bipolarità. E non
manca neanche una situazione inconscia di transfert, per ora latente
ma che da già segni evidenti di presenza.
La matassa ha diversi
capi e non è possibile cercare di sbrogliarla tirandone uno solo
senza ingarbugliarla ancora di più. Proviamo ad elencare e
riassumere le questioni sul tavolo e l'atteggiamento dell'Europa
verso ognuno di esse.
Cominciamo con la
Turchia. Per anni la richiesta di adesione della Turchia all'Unione
Europea è stata rimandata a causa della ferma opposizione della
Francia, ed a tratti anche dell'Italia e della Germania. I principali
ostacoli erano, e sono, la natura solo parzialmente democratica
dell'ordinamento turco, il suo mancato rispetto delle minoranze
etniche, armene e curde in primis, e la paura di una non integrabile
cultura islamica nel tessuto sociale europeo ancora formalmente
cristiano. Con la crisi dei migranti sorta a seguito della guerra
civile in Siria, molte di queste preoccupazioni sono state messe da
parte. Oggi assistiamo ad un rapido mutamento di orientamento che ha
portato ad una serie di accordi che sono il preludio ad una maggiore
integrazione del paese anatolico nell'Unione.
A ben vedere tali accordi
assumono però la forma di un ricatto posto dal Presidente turco
Erdogan nei confronti dell'Europa per arginare il flusso senza fine
dei migranti, siriani e non, in partenza dal suo territorio verso le
nazioni nord europee attraverso la cosiddetta "rotta balcanica".
Erdogan non solo ha richiesto un cospicuo aiuto economico (3 miliardi
di euro annui per i prossimi tre anni) per gestire transito e
rimpatrio dei richiedenti asilo verso l'Europa, ma anche l'abolizione
del visto richiesto ai cittadini turchi per raggiungere i paesi
dell'UE. Il punto fondamentale è dato dal rifiuto di quasi tutte le
nazioni est europee ad accogliere pro quota i migranti e alla
chiusura di molte frontiere che potenzialmente può portare alla fine
del Trattato di Schengen e della libera circolazione in Europa. Se i
migranti restano in Turchia queste tensioni possono stemperarsi e
rientrare. Sempre in questi giorni assistiamo però ad una
involuzione nelle politiche di libertà di stampa che ha portato alla
chiusura di alcuni, anche importanti, giornali turchi,
all'incarcerazione di figure dell'opposizione al governo dell'AKP
guidato dall'ex ministro degli esteri Davutoglu e in generale ad una
restrizione delle libertà di espressione e di critica che possono
portare all'instaurazione di un regime non democratico in Turchia.
Ecco il primo dei capi
dell'ingarbugliata matassa: l'Europa ha bisogno della Turchia per non
disintegrarsi e per farlo è disposta a sorvolare sui suoi presunti
valori, la libertà d'espressione e l'ordinamento democratico delle
nazioni che ne fanno parte. Contemporaneamente però mette sotto
accusa, e minaccia di sanzioni, la Polonia del neoeletto governo
nazionalista guidato dal PIS a causa della promulgazione di una nuova
legge che concede al governo la facoltà di influenzare pesantemente
la televisione di Stato ed anche la direzione di alcuni giornali.
Inoltre, il governo di Varsavia si rifiuta di accollarsi una quota
dei migranti in arrivo dal medioriente e dall'Africa ed anche per
questo è stata paventata l'ipotesi di sanzioni da parte di
Bruxelles. La Polonia si avvia a affiancare l'Ungheria nella lista
delle nazioni che non si adeguano ai diktat eurocentrici. Un esempio
di realismo causato dalla necessità, si dirà. E' infatti necessario
tanto riportare Varsavia entro i dettami ed il controllo di Bruxelles
quanto garantirsi l'aiuto del gendarme turco per frenare l'ondata
migratoria. Sarà, ma la sensazione di ipocrisia generata da tali
atteggiamenti è forte.
Il secondo punto è il
trattamento economico riservato alla Turchia ed il contemporaneo
risicato aiuto (si parla di poco più di 300 milioni di euro) fornito
alla Grecia costretta dagli eventi a divenire l'anticamera dei
profughi in attesa di entrare in Europa. Se infatti alla prima sono
stati forniti ingenti capitali per allestire e gestire campi profughi
e procedure di identificazione e rimpatrio, alla seconda è stato
imposto di fare da sola, pena l'imposizione di dure sanzioni. Non
solo. Alla Grecia pare non verrà accordata alcuna "clausola
migranti" che possa alleggerire il peso economico di questa
situazione sulle già disastrate finanze elleniche. La Grecia si
trova quindi tra l'incudine della pressione migratoria ed il martello
dell'austerità tedesca in materia di conti pubblici.
L'ipocrisia prima
evidenziata comincia così a prendere la forma di una schizofrenia
dettata dall'incapacità di essere solidali con un paese membro che
ha già pagato duramente le rigidità dei trattati e i balbettamenti
delle varie cancellerie europee. Grecia e Turchia,stesso problema ma
due pesi e due misure.
Al momento in Europa le
frontiere di Austria, Croazia, Slovenia, Macedonia, Bulgaria, Serbia,
Ungheria e Svezia sono chiuse ponendo grossi problemi al transito di
persone e merci da e verso gli altri paesi europei. Questa situazione
crea i presupposti per una possibile creazione di nuove rotte per i
migranti che, complice l'arrivo della bella stagione, potrebbero
interessare la Polonia e soprattutto l'Italia. Già si parla
dell'arrivo sulle coste siciliane e pugliesi di centinaia di migliaia
di nuovi profughi, economici e non, capaci di mettere in crisi le già
poco efficienti strutture ricettive italiane. Il governo Renzi ha già
messo le mani avanti richiedendo che i sovracosti della gestione
emergenziale vengano stornati da quanto dovuto dall'Italia a
Bruxelles per riequilibrare deficit e debito pubblico.
Oltre alla questione
migranti ce ne sono almeno altre due di non meno rilevante impatto:
le sanzioni alla Russia per la questione ucraina e la gestione della
guerra in Siria, che peraltro vede nel decisivo apporto della stessa
Russia una possibile risoluzione. Le sanzioni economiche alla Russia
dovrebbero terminare a giugno ma già alcuni paesi, sotto la forte
pressione americana, ne chiedono un rinnovo. E' noto che le
limitazioni alo commercio con Mosca stanno danneggiando vistosamente
le esportazioni italiane, polacche e tedesche e che più a lungo si
protrarranno più daranno modo ad altri concorrenti di sostituirsi ai
prodottori europei sul mercato russo. Se vogliamo possiamo
interpretare questa come una fase "pre TTIP" ovvero
un'approntamento dell'ambiente che si creerà se e quando il trattato
di libero scambio tra UE ed USA verrà approvato tagliando fuori la
Russia e le nazioni euroasiatiche dal commercio con l'Unione Europea.
La Russia non è però spettatore passivo di questa situazione ed è
anzi, comprensibilmente, lieta della vittoria dei partiti
neonazionalisti in Polonia ed Ungheria, tanto che si sospetta un
contributo diretto di Mosca a tali vittorie.
E' notizia di questi
giorni che la Serbia ha rinunciato formalmente alla richiesta di
adesione all'EU e non farà tantomeno richiesta per entrare nella
NATO, optando forse per la SCO (Security and Cooperation
Organization) a guida Russo-Cinese. Un tale precedente, misto alla
dipendenza energetica di tutte le nazioni europee dalla Russia,
potrebbe portare alcune di esse a riconsiderare i rapporti con
Bruxelles.
La crisi dei migranti e
l'intervento russo in Siria sono appunto elementi che stanno portando
ad un riavvicinamento alla Russia , almeno da parte delle opinioni
pubbliche, di molte nazioni dell'area balcanica ed est europea in
virtù di due presupposti: la natura essenzialmente cristiana (sia
essa cattolica o ortodossa) della maggioranza di esse e l'assertività
con cui Putin è intervenuto in sostegno di Assad per ristabilire
l'ordine minacciato dal caos provocato dall'ISIS e dalle altre
milizie jihadiste. Ecco quindi un altro elemento di confusione nelle
menti dei governanti europei posto dall'atteggiamento da tenere nei
confronti dell'intervento russo in Siria. Non c'è dubbio che Putin
abbia deciso l'invio, su richiesta dell'attuale legittimo governo
siriano, della sua aviazione per obiettivi geopolitici meramente
russi ma è pur vero che senza di esso probabilmente oggi il
Califfato Islamico si estenderebbe dall'Eufrate al Mediterraneo. La
cancelliera Merkel si è recata il mese scorso ad Ankara per
assicurare il sostegno della NATO alla Turchia (segnatamente in
chiave antirussa) ma contemporaneamente la Francia ha intrapreso
azioni militari coordinate con la Russia della propria aviazione e
della marina sul territorio siriano. Gli americani hanno
stigmatizzato questo rapporto troppo intimo tra Hollande e Putin ma
la geopolitica ha le sue regole, che necessariamente ricadono
nell'interpretazione realista delle Relazioni Internazionali.
Dopo la schizofrenia
europea sul tema dei migranti ecco quindi apparire la bipolarità nel
rapporto con la Russia. Sanzioni e voglia di cooperazione convivono
senza un'apparente razionalità.
All'inizio di questo
articolo abbiamo accennato ad una possibile situazione di "transfert"
di questa disturbata Europa che si manifesta nei suoi rapporti con
l'Inghilterra. A giugno si terrà infatti il referendum che chiederà
agli inglesi se vogliono o meno abbandonare il rapporto, peraltro
molto contrastato, con l'Unione Europea. Si fanno sempre più forti i
timori che possa verificarsi realmente un'uscita del Regno dall'UE e
ciò viene visto con timore da alcuni governi e con soddisfazione da
parte di altri. Tra questi ultimi sembrano annoverarsi tanto la
Francia quanto la Germania che vedrebbero ridursi l'influenza
finanziaria della City londinese sul territorio europeo anche se
questo scenario potrebbe venir contrastato dalla possibile fusione
tra la Borsa di Francoforte e quella di Londra, che già possiede
quella italiana. Sia i tedeschi che i francesi sono certi che la
scelta inglese di abbandonare l'Unione si rivelerà un boomerang per
Londra e la possibilità di punirla per le troppe intromissioni nella
politica europea, che vorrebbero gestire in tandem senza ulteriori
soci, sarebbe una grande soddisfazione. Esiste un termine tedesco
preciso per questa situazione, Schadenfreude, letteralmente
"gioia infame" che ben si attaglia a questo desiderio dei
due grandi d'Europa.
Il transfert in questo
caso si manifesta nella volontà di molti paesi europei di concludere
questa difficile relazione non solo con Londra ma anche con
l'istituzione europea nel suo insieme che, in questi 15 anni, ha
portato quasi tutte le economie dei 28 alla deflazione, alla
disoccupazione e ad una crisi sociale che sembra inarrestabile. La
Brexit rappresenterebbe quindi al contempo il timore di un'esplosione
della costruzione europea ma anche una sorta di "libera tutti"
che potrebbe permettere ad alcune nazioni di sganciarsi finalmente da
Bruxelles proprio a causa di questo evento.
In definitiva, se questa
è la diagnosi complessa di questo travagliato stato
psichico-politico dell'Europa, quale potrebbe essere la terapia per
curarlo o almeno attenuarlo? Al momento l'unica cura sembra essere la
massiccia somministrazione di "droga monetaria" inoculata
dalla BCE di Mario Draghi che, dispensata a piene mani, sta
alleviando le pene economiche di quasi tutte le economie
continentali. Ad ogni nuova "iniezione di liquidità",
però, l'effetto calmante diminuisce, proprio come accade ad un
paziente che progressivamente si assuefa a dosi sempre più elevate
di antidepressivi. Con la riduzione a zero del tasso di riferimento ,
il fondo è stato ormai toccato e l'eventuale discesa in territorio
negativo (NIRP, ovvero Negative Interest Rate Policy) porterebbe ad
una sicura rivolta da parte della Bundesbank e ad un azzeramento dei
margini di interesse delle già pericolanti banche europee. Ci
vorrebbe forse un intervento più drastico, una sorta di cura "San
Patrignano" fatta di tagli estremi al Welfare ed ai bilanci di
tutte le nazioni europee ma nessun governo vuole essere il primo a
proporla poichè potrebbe generare una rivolta sociale ancor più
violenta di quella già vista in Grecia.
Di certo non esiste
alcuna cura indolore ma, come ogni terapia psicanalitica prescrive, è
necessaria prima di tutto una piena presa di coscienza della
situazione del paziente Europa. Per prima cosa l'Unione non ha una
guida politica unitaria ed è pertanto preda dei diversi obiettivi
economici e geopolitici dei suoi aderenti. Essa è nata per impedire
nuove guerre fra le potenze che la compongono e per "arginare"
il potere economico della Germania e l'eventualità che quest'ultima
potesse scegliere di creare un proprio spazio economico-politico
condiviso con la Russia. L'Unione vorrebbe dare di sè un'immagine di
"Comunità di Destino" ma non può fondarsi su valori
storici condivisi proprio per il fatto che il suo membro più forte
ed influente è anche stato la causa delle due guerre mondiali che
hanno devastato il continente nel XX secolo. Inoltre in molti casi
nega le stesse radici Greco-Cristiane che sono il fondamento della
maggior parte degli ordinamenti giuridici, politici e sociali delle
nazioni che la compongono. In definitiva l'Europa è tenuta insieme
da un collante economico che però ha effetti troppo differenti su
paesi tanto diversi e che con il tempo sta creando una frattura
sempre più ampia tra i paesi del nord e quelli mediterranei e
dell'est con i primi che beneficiano della stabilità dell'Euro ed i
secondi che ne subiscono gli effetti di un valore troppo elevato che
mina la loro competitività in termini di esportazioni.
Bisogna poi prendere in
considerazione l'irrisolto rapporto con la Russia che alcuni paesi
vorrebbero coltivare in maniera più stretta ma che è obiettivamente
impedito dalla presenza americana in seno alla NATO. In questa fase
di post-globalizzazione, inoltre, gli obiettivi economici e
geopolitici tra l'UE e l'alleato americano stanno sempre più
divergendo e ciò si manifesta non solo nelle tensioni con la Russia,
ad esempio nel caso della nascita e risoluzione della questione
ucraina, ma anche nelle politiche ondivaghe e apparentemente non
ragionate nei confronti della sponda sud del mediterraneo e del Medio
Oriente. Anche il rapporto con l'Inghilterra non è mai stato risolto
e ad oggi essa risulta un membro influente della NATO ma non adotta
l'Euro pur facendo parte dell'Unione. Tutto ciò è insieme causa ed
effetto di una politica a volte ricattatoria da parte del Regno
Unito, il quale cerca di ottenere più benefici possibili senza
pagarne completamente il prezzo evitando di adeguarsi appieno alle
rigide normative imposte dalla Commissione Europea.
In definitiva, sembra
banale dirlo, non vi è alcuna certezza che nei prossimi anni l'UE
mantenga l'attuale configurazione. Essa potrebbe infatti rafforzarsi,
trovando in sè stessa le motivazioni per una maggiore integrazione o
costretta dagli avvenimenti nell'ambiente che la circonda ma potrebbe
parimente esplodere a causa delle troppe contraddizioni interne.
Intanto però cresce la forza dei partiti "euroscettici" in
tutto il continente, Podemos in Spagna, Front National in Francia,
Movimento 5 Stelle in Italia e Alternative fur Deutschland in
Germania, segno del fatto che le popolazioni europee non condividono
più il progetto predisposto per loro dalle Elite. Se il processo
dialettico in Europa funzionerà questi partiti potrebbero prendere
il potere nei rispettivi paesi e forzare Bruxelles ad adottare
politiche diverse a partire da quelle in campo economico. Se invece
l'Europa delle cancellerie deciderà di mettere da parte le pratiche
democratiche che a parole dice di difendere e voler diffondere,
potremmo assistere alla "turchizzazione" dell'Unione e ad
una progressiva criminalizzazione del dissenso che ci riporterà di
colpo indietro di settant'anni. Dopo aver vinto la Guerra Fredda
contro il totalitarismo di stampo sovietico dell'URSS potremmo
accorgerci di averne importato le modalità,finalità e contenuto
cambiando solamente il nome del contenitore.
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