Perchè Ordine e Progresso?

Il Blog prende il nome dal motto inscritto sulla bandiera del Brasile e mutuato da un'aforisma di Auguste Comte.
Questi, uno dei padri della Sociologia, era una convinto positivista, il che nel 1896 lo rendeva anche un progressista.
L'importante è , come infatti Comte mette al primo punto, che l'Amore sia sempre il principio cardine dell'Agire.


L'Amore per principio e l'Ordine per fondamento;il Progresso per fine

Auguste Comte ,1896

lunedì 14 giugno 2021

NATO contro Godzilla.



Durante il vertice NATO in Cornovaglia del 13 e 14 Giugno, Joe Biden ha affermato che “ la democrazia è in gara con le autocrazie del mondo”. Gli ha fatto eco un po' tutta la nomenclatura europea a partire da Draghi che non solo ha ribadito la collocazione euroatlantica dell'Italia, ponendo così un freno alle sirene di Pechino, ma ha affermato che bisogna «essere pronti ad affrontare tutti coloro che non condividono i nostri stessi valori e il nostro attaccamento all'ordine internazionale basato sulle regole e sono una minaccia per le nostre democrazie».


Nel novero ricadono Russia, Cina, forse la Turchia e sullo sfondo, l'Iran.  Il 16 Giugno Biden vedrà Putin, al quale ha chiesto un incontro, dopo averlo peraltro definito un "killer" in un'intervista tv. L'affermazione iniziale del Presidente americano sembra quindi apparire come un' agitare la propria bandiera per galvanizzare le proprie truppe, prima di andare a discutere con il Nemico. Da parte sua, il Presidente russo ha rilasciato una pacata intervista alla televisione americana, cercando di controbilanciare la presenza mediatica di Biden.


Si arriva a questo summit in un clima da Redde Rationem, aizzato da accuse di cyber spionaggio, estorsione, hackeraggio e molti altri crimini informatici, oltre a quelle relative ai diritti degli oppositori politici in Russia, passando dal supporto all'Ucraina nella contesa sulla Crimea. Con i cinesi è guerra commerciale aperta, dal veto sui contratti a Huawei, ZTC e altri produttori tecnologici cinesi, alla contesa sugli stretti e le isole dei mari a sud della Cina continentale. Potremmo continuare oltre , ma il


quadro che va delineandosi sembra quello di una nuova separazione Est-Ovest, con il blocco Russo-Cinese a sostituire l'URSS. Se è così, il presidente americano va in Europa a ribadire che l'area è nella sua sfera di influenza e che il legame militare della NATO impedire più stretti rapporti economici tra l'Europa e il nuovo blocco.


Non è una tesi nuova: già Charles Kupchan in un libro del 2014, The geopolitical implications of TTIP, affermava che i rapporti economici, seppur più stretti, tra USA ed EU, non possono rappresentare l’unico legame tra le due sponde dell’atlantico. L’occidente deve mantenere intatta la sua deterrenza militare e gestire unitariamente le sfide geopolitiche e strategiche della nuova era1. Kupchan afferma che “la lunga corsa dell’egemonia materiale ed ideologica dell’occidente è arrivata alla fine”2 e che perfino due democrazie liberali come India e Brasile non hanno ancora scelto se allinearsi con l’Occidente o meno3. Ciò è sicuramente dovuto alla crescente quota di potere che, a livello internazionale, la globalizzazione ha trasferito dai paesi occidentali a quelli in via di sviluppo. Inoltre, sempre nell’interpretazione di Kupchan, l’occidente sta subendo le conseguenze della crisi economica (si parla di quella del 2008) anche a livello interno con la conseguente perdita di prestigio del modello occidentale nei confronti di altri modelli dirigisti o statalisti come nei casi russo o cinese. Kupchan ricorda come la fine della guerra fredda e la previsione di Fukuyama circa “la fine della Storia” abbia illuso molti sul fatto che progressivamente tutte le altre nazioni avrebbero abbracciato il modello liberale occidentale, integrandovisi4. La crisi politica negli USA, quella economica in EU e i successi del modello di capitalismo di stato cinese stanno sempre più creando un panorama nuovo. Kupchan rileva perciò la nascita di “versioni multiple della modernità in competizione tra loro nel mercato delle idee”5.


In occidente, la crisi economica ha anche portato con sé una diminuzione di attivismo verso l’estero ( in particolar modo in campo militare) e una richiesta da parte dell’opinione pubblica americana, di prestare più attenzioni alle questioni interne (come disoccupazione, servizi pubblici e infrastrutture) più che abbandonarsi a un continuo avventurismo in paesi lontani. Potrebbero essere segnali di una tendenza all'isolazionismo dell'opinione pubblica americana, già confusa sul ruolo della NATO dopo la fine dell'URSS. Sino ad oggi la pax americana si è potuta mantenere grazie alla capacità di Stati Uniti (e in maniera ridotta, dell’Europa) di fornire beni pubblici come l’equilibrio internazionale, la garanzia sull’apertura del commercio internazionale e della sua sicurezza, l'esistenza di mercati finanziari accessibili e mercati di consumatori benestanti.


Kupchan rileva come questi presupposti, nati con la fine della seconda guerra mondiale, non siano più validi. Per rivitalizzare l’occidente è necessario primariamente risollevarsi dalla crisi economica in atto dal 2008, (e a maggior ragione da quella creata dalla Pandemia, aggiungo io).In Usa ed Europa la classe media, fondamento delle democrazie liberali, si sta restringendo mentre aumentano le diseguaglianze di reddito tra i pochi miliardari e gli altri (il cosiddetto 99%). La disoccupazione giovanile, che cresce in tutta Europa, e la contemporanea crisi demografica, che rende la popolazione delle nazioni occidentali sempre più anziane, sono un problema di cui occuparsi subito. Europa e Stati Uniti, quindi, devono porsi l’obiettivo di riuscire a riportare lavoro e crescita in anche e soprattutto per rivitalizzare il modello politico liberale su cui esse si fondano insidiato da nuove forme di populismo e massimalismo6.


Gli ultimi 25 anni hanno visto la realizzazione di un sistema finanziario-industriale altamente integrato che permette ai grandi capitali finanziari di fluttuare da un circuito economico ad un altro, dalle obbligazioni statali alle borse valori, dai futures sulle merci a quelli sul petrolio in maniera pressoché immediata. Tutto ciò crea un ambiente nuovo su cui agire e permette a quei capitali di divenire una leva per influenzare nelle loro decisioni le nazioni in cui quei capitali si riversano. Quei capitali finanziano, ad esempio, la costruzione di condutture per il petrolio o per il gas che corrono attraverso diverse nazioni dal luogo di estrazione al mercato di utilizzo finale.


Pensiamo in primis al gasdotto North Stream 2, tra Russia e Germania, oggetto di tensioni diplomatiche tra quest'ultima e gli Stati Uniti. Inutile dire che queste infrastrutture creano legami geopolitici e sono oggetto di geopolitica dalla fase della loro ideazione fino alla loro realizzazione e messa in opera. Consideriamo poi i traffici commerciali su terra e via mare, che sono sviluppati come mai lo erano stati in precedenza. Le rotte commerciali che si dispiegano su tutti i mari hanno bisogno di una rete di sicurezza che impedisca loro di essere interrotte da guerre o pirateria. Questo viene garantito da un controllo internazionale sui punti nodali dei traffici come Suez, Malacca, Aden e il Mar Rosso o le coste sud dello Sri Lanka, controllo che è esercitato dalla marina americana e che vede la Cina solo parzialmente coinvolta, da cui la disputa sul Mare Cinese Meridionale. Anche qui il controllo delle linee commerciali è oggetto di geopolitica prova ne è, ad esempio, la fitta attività cinese per dotarsi di punti attracco e attraversamento alternativi al controllo americano come il porto di Gwadar in Pakistan o le trattative con la Thailandia per la realizzazione di un canale artificiale presso Kra che permetta di aggirare completamente Singapore e Malacca.


Che dire poi del sistema di produzione globalizzato che permette ad un prodotto ideato negli Stati Uniti di essere realizzato in Cina o in Vietnam per essere poi recapitato via mare ad un acquirente europeo? Quanto la geopolitica entra nelle considerazioni degli investitori internazionali per determinare la locazione di uno stabilimento o l'apertura di un nuovo mercato per loro prodotti? Non è certo materia di questo breve saggio, sviscerare completamente i rapporti che attraversano il sistema economico internazionale, ma è necessario chiarire che l'ambito geografico del termine geopolitica è attualmente solo in parte connotato da caratteristiche fisiche e lo è sempre più per via di elementi immateriali come gli scambi finanziari o il commercio elettronico. Si moltiplicano perciò gli ambiti in cui possono avvenire fatti geopolitici per cui si amplia la base sulla quale le teorie geopolitiche possono svilupparsi e mutare nei loro mezzi, se non nei loro fini.


Sebbene la conflittualità internazionale sia stata fino a 25 anni fa governata da considerazioni politiche e ideologiche, le guerre attuali sono prevalentemente combattute per il possesso e il controllo di beni economici vitali, di risorse necessarie per il funzionamento delle moderne società industriali e per la conquista di mercati di sbocco stabili e regolamentati. Non necessariamente il conflitto si espliciterà in forma armata ma sarà implicito nella stipula di trattati commerciali internazionali che vincoleranno le nazioni all'appartenenza a sistemi economici esclusivi, anche se potrebbero altresì essere oggetto di scontro i territori soggetti al transito delle linee energetiche e logistiche con conseguenti ripercussioni in termini politici, sociali ed economici.


Negli ultimi anni la proliferazione di accordi economici multi e bilaterali e la perdita di efficacia, forse temporanea, di WTO e ONU, sono stati causa ed effetto di un processo di progressiva regionalizzazione del sistema internazionale. NAFTA, EEU, APEC, MERCOSUR, CSTO, SCO o ASEAN sono solo alcuni esempi di raggruppamenti regionali i cui partecipanti si associano per perseguire un fine specifico, sia esso economico o di difesa, e secondo presupposti che possono o meno essere fondati su un'identità condivisa. Ciò avviene senza che però venga messo in discussione il principio di sovranità di ogni singolo partecipante. Gli accordi vengono stipulati dagli Stati, che pertanto mantengono un ruolo centrale nel sistema internazionale. L'Europa ha invece scelto una via di consolidamento delle nazioni partecipanti di tipo economico e, attraverso la NATO, anche militare. Il NAFTA, stipulato tra USA, Canada e Messico è rimasto al contrario un accordo di libero scambio di natura commerciale.


Barry Buzan fa notare come gli Stati Uniti abbiano adottato una strategia di tipo “swing power”, rendendosi contemporaneamente membri di tre macroregioni, Asia-Pacifico, Nord-Atlantico, Emisfero Occidentale 7. Attraverso accordi sovranazionali o la partecipazione a progetti regionali, gli USA impediscono il consolidamento delle regioni Asiatiche, europee e latino-americane e la crescita di potenze rivali 8. Russia e Cina sono già partner nell'alleanza militare denominata SCO in cui partecipano tutte le repubbliche centro asiatiche, e alla quale anche India e Pakistan aderiranno dal 2016. Inoltre Cina e Russia hanno stipulato diversi trattati economici bilaterali in campo energetico e logistico, partecipano sia alla banca dei BRICS che alla neonata AIIB e il loro interscambio commerciale è in forte crescita.


La Belt and Road Initiative (BRI) o “Nuova Via della Seta, vede nella Russia e nelle repubbliche centro-asiatiche, un corridoio ideale per recapitare le proprie merci direttamente in Europa, aggirando il più possibile il controllo americano sui mari. Considerando che il Brasile, India e Sudafrica partecipano anch'esse alle due banche di sviluppo, e hanno intensi rapporti commerciali denominati in yuan o rubli con Cina e Russia, ci sono gli elementi per ipotizzare un nuovo assetto bipolare? Oppure si tratta dell'inizio di un assetto multipolare, regionalizzato al quale prima o poi anche gli Stati Uniti dovranno partecipare? Oggi gli USA stanno cercando un nuovo posizionamento sulla scena globale, per mantenersi indispensabili in un ambiente in cui operano grandi potenze in forte crescita.


Sempre secondo Buzan, la persistenza degli Stati Uniti come superpotenza e la contemporanea crescita di nazioni come Russia, Cina, Brasile e India crea una configurazione delle relazioni internazionali di tipo 1+n Grandi Potenze9. Un nuovo “Patto delle Democrazie Liberali”, tutto interno alla NATO, ma pronto a inglobare un giorno chissà quali altre Nazioni, sulla scorta di chissà quale nuova minaccia o pericolo, possiede gli elementi per consolidare il ruolo di superpotenza nella formula di Buzan permettendo a Stati Uniti ed Europa di mantenere riservato a sé stesse l'area del mondo più ricca, difendendola dall'attacco delle merci, dei capitali e dalla geopolitica cinese e russa.



NOTE:


Charles Kupchan The geopolitical implications of TTIP, Transatlantic Academy Paper Series, Giugno 2014, p.2


 Ibidem


 Ibidem


 Ivi p.3


 Ibidem.


 Ivi p.4


 B.Buzan, Il Gioco delle Potenze, EGEA Università Bocconi, Milano,2008 p.156


 Ibidem.


 B.Buzan, Il Gioco delle Potenze, EGEA Università Bocconi, Milano, 2008 p.155


martedì 8 dicembre 2020

Sparagli ancora, Sam

 



Negli ultimi mesi, l'Iran è stato colpito dall'assassinio di due figure emblematiche: il Generale Soleimaini e lo Scienziato Nucleare Fakhrizadeh-Mahabadi. Sono notizie geopoliticamente rilevanti ma lasciano fredda l'opinione pubblica. In fondo, perchè noi europei dovremmo curarci dell'Iran? La storia è lunga, ma l'Italia vi ha rapporti economici da 70 anni tramite l'ENI e altre grandi imprese, la Francia è la nazione che ha ospitato Khomeini durante il suo esilio fino al '78, la Germania ha rapporti che datano sin dagli anni '20, e tutti sono interessati ai suoi immensi giacimenti di gas, vero motore dei prossimi anni. L'Iran è un osso duro, ha una storia di 5000 anni e un esercito ben equipaggiato. E' spalleggiato dalla Russia e dalla Cina, paese che ne importa la quasi totalità dei prodotti petroliferi. L'Iran è presente, per procura e direttamente, in Siria, Libano e Palestina. Ha accordi militari di vario grado anche con Turchia, India, e Pakistan. Ma non vi sono solo conflitti. L'interscambio commerciale nella sua area è in crescita, sebbene le sanzioni americane restringano parecchio il campo alle sue esportazioni. Da anni è impegnato in un duro confronto sul suo programma nucleare ed è obiettivo militare dichiarato di USA e Israele. E' una guerra dichiarata dai fatti, non sulla carta: non è infatti possibile uno scontro militare diretto tra i rispettivi eserciti, senza causare danni immensi a tutta l'area mediorientale e, di riflesso, a mezzo mondo. Da 40 anni verso l'Iran è stata quindi dichiarata una guerra fatta di sanzioni, attentati, terrorismo interno, rivolte colorate, sabotaggi e omicidi mirati. Ciò a cui ci stiamo abituando è che si possa colpire una Nazione sul suo territorio, o ucciderne un Generale in un attentato, e che ciò possa venir percepito come giusto in senso assoluto. Una qualsiasi rappresaglia scatena invece una vocale riprovazione generale. Siamo a volte ostaggi della nostra stessa propaganda, ma incoerenti rispetto ai nostri Valori tanto che non tentennerremmo, se fossimo noi i destinatari di quegli attacchi mirati, nel dichiarare realmente una guerra. Dovremmo ricordarci che "non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te", è la regola aurea fondamento dell'etica di ogni cultura e che vale per tutti solo se vale con tutti. Sono certo che valga anche con gli iraniani.

domenica 6 dicembre 2020

Onda su Onda,

 



In tutto il mondo è ormai in corso da mesi la cosiddetta seconda ondata della pandemia, con il suo corollario di misure di emergenza, divieti e chiusure. Sebbene l'economia finanziaria non ne sembri toccata, quella reale, fatta di negozi ed attività produttive, sta soffrendo enormemente. I tanto agognati vaccini sembrerebbero ormai pronti a tempo di record e, se saranno realmente efficaci, questo triste periodo potrebbe vedere la fine entro la metà del prossimo anno. O almeno così si spera. Nascosto dietro l'angolo, pronto a colpire non appena avremo finito di festeggiare il ritorno alla normalità sanitaria, c'è però un pericolo che possiamo solo intravvedere: l'assenza di ripresa economica se non una decisa recessione. Tutte le nazioni hanno intrapreso programmi di stimolo monetario fondato su un forte aumento del debito pubblico, per dare sostegno alle tante attività in crisi, ma è certo che dopo un anno in cui gli introiti saranno stati appena il 30% rispetto all'anno precedente, molte imprese saranno costrette a chiudere. Quelle che riusciranno a mantenersi attive, subiranno forti perdite, eventualmente incrementando la quota di crediti inesigibili, o incagliati, in mano a molte banche. Queste ultime sono già alle prese con i postumi mai smaltiti della crisi del 2008 e con tassi reali negativi, che vanno ad erodere i loro margini di profitto. Meno margini significa poter disporre di meno capitale da poter impiegare nel credito ( le regole dettate dalla normativa Basilea 3, impongono di mantenere un'elevata quota di capitale a riserva per cautelarsi contro rischi di insolvenza), portando la situazione ad avvitarsi su sè stessa. Per quanto tempo, poi, gli Stati potranno continuare a mantenere debiti pubblici ben oltre il 100% (L'italia, entrata nella pandemia con il 143% di debito si stima ne uscirà con il 170%) senza far ricorso a tagli del welfare o all'aumento delle tasse? Se la base imponibile di ogni nazione si restringe a causa dell'assenza di reddito di larghe fasce di popolazione, queste tasse si riverserebbero su quella fascia, sempre più esigua, che ancora percepisce un reddito, portandola verosimilmente ad una contrazione delle spese. Nel frattempo, i miliardari globali continuano ad aumentare la propria ricchezza e nulla pare in grado di portare il dibattito pubblico ad orientarsi verso un aumento di tassazione a loro carico e ad un riequilibrio fiscale. Le società vedono aprirsi sempre più il divario tra il ceto più ricco e quello più povero, con un brusco assottigliarsi della classe media, il blocco sociale su cui storicamente si fondano le democrazie occidentali. Finita la pandemia, saremo in grado di trovare un vaccino alla deriva oligarchica intrapresa da molte società nel mondo? E' ora di iniziare a pensarci.

lunedì 19 ottobre 2020

Che fatica esser cristiani.



Che fatica esser cristiani.


La religione Cristiana si fonda sugli insegnamenti di Gesù, il Dio fattosi Uomo.


Detta così sembra un'affermazione banale, forse perché, dopo 2020 anni, diamo per scontata l'esistenza di atteggiamenti quali la compassione, l'amore verso il prossimo, la tolleranza e in generale di tutti quei valori considerati positivi e fondanti dalle società occidentali. Va da sè che questi valori esistano anche nelle altre civiltà, siano esse fondate su principi religiosi o meno, ma in alcune di esse valgono solo per gli aderenti a quelle stesse civiltà. Alcune di esse hanno in comune con il Cristianesimo la stessa radice, il monoteismo, altre sono politeiste, altre ancora sono apertamente atee.


Alla prima categoria appartengono ebraismo e Islam, al secondo l'induismo, al terzo le nazioni materialiste come la Cina. Solo il Cristianesimo, però, definisce sé stesso come Universale. Il messaggio di Cristo è destinato a tutti gli esseri umani, indistintamente, al di sopra di ogni credo specifico o orientamento politico. Non può dirsi lo stesso per tutte le altre religioni o per quelle civiltà che propugnano l'assenza tout-court di un Dio o la presenza di molteplici Dei.


Alcune di esse definiscono "infedeli" coloro i quali non vi appartengono, per altre non è possibile esserne parte se non per discendenza di sangue, alcune prevedono l'appartenenza ad un determinato gruppo etnico. Il cristianesimo professa la fratellanza di tutti, l'Amore incondizionato di Dio e la salvezza per tutti. Le sue regole sono meno stringenti di quelle delle altre religioni, non vi è ad esempio una stretta regola alimentare o un abbigliamento da tenere, e vige il principio ultimo del "libero arbitrio" a cui ognuno è sottoposto in piena coscienza di sé.


Si potrebbe continuare, in una sorta di analisi comparata tra le religioni (o le teorie che prevedono l'assenza di un Ente Supremo), ma in definitiva i principi del cristianesimo sono stati enunciati, tutti, nel famoso "discorso della montagna " di Gesù: misericordia, umiltà, compassione, capacità di perdono, amore verso il prossimo. Il cristianesimo e i suoi fedeli, sono sotto attacco da almeno un decennio, a volte in forme anche molto violente. Non è solo la presenza fisica dei cristiani ad essere osteggiata, ma la stessa dottrina: in alcuni paesi di quella che è stata l'area del mondo che né è stata per secoli il centro propulsivo, l'Europa, essa è ridotta a mera "convinzione personale" e non sembra più essere il fondamento dei Valori di quelle società.


In alcune di esse non è esercitata più dalla maggioranza della popolazione ed è, in alcuni casi, osteggiata tanto dalle entità statali che dai credenti delle religioni "importate". In Europa, ma non nelle aree in cui vige una diversa sensibilità religiosa come Arabia Saudita o Cina, vige oggi la spinta alla multiculturalità, e la sensazione che una religione come quella cristiana sia "scomoda" per chi gestisce il potere è forte.


La sua natura di religione del "Dio che si è fatto uomo" le impone di essere aperta a tutti. Il suo è un messaggio di una Pace disarmante, tra tutti e tutti.Il suo essere religione di mediazione tra l'uomo e Dio, la rende parte terza, con un'interpretazione diversa da quella delle altre religioni del libro che hanno con il Dio di Abramo, un rapporto univoco, più diretto. Il Cristianesimo è una religione che deve stare "tra": tra la gente, tra il Potere e le persone, tra Dio e l'Uomo.


In un mondo multiculturale, "liquido", interconnesso, competitivo, aperto, il Cristianesimo ed i cristiani sono sottoposti ad una forte tensione etica. L'Islam radicale e le sue manifestazioni a volte violente, la forte immigrazione, le teorie di genere, la sessualizzazione della società, la laicizzazione, pongono sfide immense all'applicazione pratica della dottrina cristiana proprio in virtù della sua stessa natura.


Come conciliare la propria pratica religiosa alle limitazioni poste dalla convivenza con altre forme religiose? Come comportarsi di fronte alla riduzione della visibilità e alla diffusione del messaggio cristiano poste dal principio di "laicità"? Come coniugare la tolleranza verso la diversità, specialmente sessuale, con i dettami del "Sacro Libro"?


In definitiva, è possibile per una religione che professa l'Universalità del proprio messaggio, sopravvivere all'applicazione pratica di quegli stessi principi,con la certezza che esso non sia strumentalizzato per portarlo alla sua scomparsa?


C'è il rischio che il Cristianesimo si dissolva nella "Società Liquida" e ne diventi una parte, idea tra le idee, patrimonio di alcuni, colore per molti, ma che ne sarà del suo Messaggio?


Siamo pronti a un Mondo interamente governato da Nazioni non Cristiane, come non è mai avvenuto dal 1492 in poi? Quale Messaggio porteranno con sé al Mondo?


La risposta non è formulabile in maniera semplice, ma forse è possibile partire dall'osservazione che il Mondo in cui viviamo è stato fortemente plasmato dal Messaggio e dalla pratica Cristiana e che quei "Diritti Umani" che oggi la maggior parte delle Nazioni si impegna a difendere derivano in ultima istanza da quelli enunciati da Cristo in quel celebre Sermone della montagna, quasi 2000 anni fa.


Dovremmo chiederci se il mondo in cui viviamo sarebbe lo stesso se quelle parole non fossero mai state pronunciate, se mai nessuno avesse lottato per promuoverle e diffonderle , anche a costo della propria vita, se non fosse mai esistita una comunità pronta a stringersi attorno ad esse per farne il cuore di civiltà fondate sulla quegli insegnamenti.


Il messaggio di Cristo passa necessariamente attraverso i Cristiani: esistere in quanto tali è già garanzia della continuità di quel messaggio, resistere mantiene accesa la fiamma di quel messaggio e della civiltà che esso ha creato, diffonderlo e praticarlo è il miglior mezzo per mantenerlo vivo.


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30anni e non sentirli.

 


Il Nagorno-Karabakh (NK) è una sperduta regione del caucaso meridionale, ad ovest del mar Caspio, ed è contesa da 30 anni tra Armenia, paese senza accesso al mare e Cristiana e Azerbaijan affacciato sul Mar Caspio e Sciita. E' un caso curioso anche in politica internazionale in quanto emette francobolli e monete come un qualsiasi stato ma non è riconosciuto se non dall'Armenia, della quale è un'enclave nel territorio azero. La storia della rivalità è secolare, ma riemerge oggi, come altre sulla rotta dei gasdotti e petrodotti che dal caucaso, dalla Turchia,dall'Iran, dal'Azerbaijan partono e passano. Anche qui, come in Siria, si scontrano Russia, Turchia, Israele, emirati e Iran, con lealtà e accordi che altrove non funzionerebbero. L'Azerbaijian ha dalla sua Erdogan, Tel Aviv, e in maniera defilata e accorta, l'Iran, l'Armenia conta sulla sua ampia ed influente diaspora e sulla Russia, dalla quale acquista la magior parte del proprio armamento, così come l'Azerbaijian. Israele è interessata ai gasdotti che le arrivano dall'Azerbaijan e che non sono molto distanti dal NK. Siamo di nuovo di fronte a un puzzle geopolitico, dove gli interessi delle Nazioni sono posti al massimo interesse, travalicando anche la coerenza religiosa o politica. Se pare corretto che gli ortodossi russi parteggino per i cristiani armeni, che dei sunniti turchi e degli ebrei isrealiani spalleggino degli sciiti turcofoni confonde. Il punto è che quando si parla di rotte energetiche, si sta trattando della più pura lotta per la sopravvivenza delle Nazioni e nell'aree caucasica e mediterraneo-orientale, la quantità di giacimenti e gasdotti esistente e in realizzazione, è tale da scatenare lotte violente. Un'altra guerra in quell'area è inoltre è un buon modo per coinvolgere Mosca su un altro fronte e porla nelle condizioni di dover tornare a mediare tra Erevan e Baku, delle quali vorrebbe continuare ad essere buona amica. Potrebbe uscirne proponendo un referendum per l'autodeterminazione del NK, che probabilmente sceglierebbe l'Armenia (se non sè stesso), ponendo fine ad un secolo di lotte in un territorio in cui il 98% degli abitanti è di etnia armena, formalmente parte dell'Azeirbaijan ma autoproclamatosi indipendente dal 1988 con l'aiuto dell'Armenia, paese di cui usa moneta e lingua. I russi hanno fatto così per la Crimea e possono ripetersi. Erdogan non è d'accordo e lo ha già detto. Non c'è niente da fare, quello con Putin è proprio un rapporto tormentato.

 

Immagine:https://it.wikipedia.org/wiki/Nagorno_Karabakh#/media/File:Location_Nagorno-Karabakh2.png

domenica 4 ottobre 2020

Cara, mi si è ristretta la crescita.


Arriva l'autunno e puntualmente, come prevista mesi fa, anche la “seconda ondata”. Francia, Inghilterra, Stati Uniti e Italia, segnalano un aumento dei contagi, sebbene con meno morti che a marzo. L'economia, già in debole ripresa, sta nuovamente scemando temendo la chiusura. Borse e materie prime crescono in USA e Cina, ma stentano in Europa. L'ultimo rapporto del Fondo Monetario Internazionale segnala che nessun paese occidentale avrà un PIL positivo nel 2020, salvo rimbalzare del 50% nel 2021. L'unica nazione a non entrare in recessione è la Cina, che manterrà un saldo positivo in entrambi gli anni e tornerà a crescere dell'8% nel 21. Come è possibile? I cinesi si sono rivolti al proprio mercato interno, riversandovi le merci invendute all'estero. Il Partito Comunista Cinese, nel suo piano quinquennale, ha previsto un forte impulso al mercato interno e al raggiungimento della sicurezza alimentare. Negli ultimi mesi gli acquisti di soia e grano hanno fatto crescere il mercato, avvantaggiando anche USA e Brasile. Il PCC ha posto al 6% la soglia per evitare problemi sociali dovuti alla disoccupazione e sta cercando di distribuire in maniera più omogene a tanto la produzione interna che la popolazione, incentivata a restare nelle campagne e nelle provincie. I dazi USA ridurranno lo scambio di tecnologie avanzate e i cinesi stanno aumentando la propria capacità nella produzione di semiconduttori e software. I primi anni 20 vedranno una decisa regionalizzazione degli scambi, con sfere di influenza e forse anche aree monetarie chiuse. In Europa e USA potrebbero tornare produzioni ora in Asia puntando anche a un aumento degli scambi atlantici. Il commercio internazionale è stato trasformato dalla pandemia, bloccando tanto le linee dell'export est-ovest che quelle atlantiche. Le catene di fornitura mondiali si sono trovate di colpo troncate e ora corrono ai ripari “accorciandosi”, con le aziende cinesi a farne le spese e quelle dell'est europa a guadagnarci. Gli USA hanno ridotto le leloro importazioni dalla Cina del 20% e in generale stanno sostituendo i prodotti cinesi con quelli nazionali, dove possibile. Tra qualche anno quel che oggi compriamo “Made in China” sarà “Made in USA”. Chissà.

Mediterraneo, Mare Nostrum ma di chi?

 


Le acque del Mediterraneo orientale, tra Grecia, Turchia e Cipro, si stanno affollando di navi da guerra di diversi paesi. Anche gli aeroporti militari dei tre paesi si stanno riempiendo di aerei da caccia provenienti da diverse nazioni. A sostegno della Grecia sono Francia, Egitto, Israele ,Emirati Arabi Uniti (EAU) e Cipro, e negli ultimi giorni sono giunte anche navi russe. Il motivo è noto: in una zona di mare contesa da Ankara e Atene, i turchi hanno cominciato esplorazioni per verificare la presenza di giacimenti di gas, già peraltro scoperti al largo delle coste turche, sia sul Mediterraneo che sul Mar Nero. La Turchia punta a divenire un esportatore autonomo di gas e punto di snodo di molti dei traffici dell'area, in arrivo da Iran, Russia e Azerbaijian.Il problema è che i giacimenti sottomarini non rispettano le linee di demarcazione tra le nazioni disegnate sulle mappe e alcuni di queste tagliano immensi depositi che interessano tutta l'area. I russi non vogliono perdere il loro predominio sulla fornitura di gas all' Europa e alla stessa Turchia, specialmente in un momento in cui le sorti del gasdotto NorthStream2 sono in stallo, l'Iran, così come gli EAU, vogliono tenere aperti i corridoi per poter, un giorno, dirottare i propri immensi possedimenti verso la ricca Europa (attraverso il Libano e la Siria), impedendo la concorrenza turca. Israele, che ha scoperto anni fa un enorme giacimento al largo delle sue coste (e di quelle di Gaza), spera di poterlo sfruttare con l'aiuto americano e francese, passando per la Grecia. Il presidente Macron è arrivato a dire che "la Turchia non è più un partner", mettendo ancora più in crisi una NATO che non riesce a prendere posizione sulla vicenda. La guerra del gas interessa anche Italia e Germania: la prima è già punto di approdo di gasdotti in partenza da Algeria e Libia ed è al centro del progetto TAP, che parte dall'Azerbaijian e attraversa Turchia e Albania, la seconda è interessata al corridoio che parte dalla Turchia, attraversa i Balcani e arriva in Baviera attraverso l'Austria. Entrambe quindi sono interessate a mantenere buoni rapporti con Erdogan, ma sono anche impegnate, specie l'Italia, nell'intricata vicenda libica, nella quale i turchi stanno giocando un ruolo a noi non favorevole.Nel suo libro "Lo scontro di Civiltà", Samuel Huntington immaginava una NATO senza Grecia nè Turchia, per motivi di "disunità culturale" in quanto di religione ortodossa la prima e musulmana la seconda, in antitesi ad una preminenza culturale cristiana delle altre Nazioni componenti l'alleanza.Se fosse ancora vivo, la sua opinione su quanto sta accadendo sarebbe molto interessante.

La calma durante la tempesta.

 


 L'economia mondiale sta cercando di ritrovare spunti di normalità in questo periodo di emergenza sanitaria ma i segnali sono contrastanti. Se da un lato i dati sui contagi nel mondo trattengono l'economia reale dal ritornare a crescere come nei mesi antecedenti i lockdown, dall'altro le borse sono tornate al livello di marzo, con una ascesa di quasi il 40%. Il cielo non è però del tutto sereno nel mondo della finanza e a testimoniarlo è il prezzo dell'oro che ha raggiunto il massimo storico, avvicinandosi ai 2000 $ per oncia. Sembra quindi che gli operatori finanziari stiano affrontando simultaneamente due scommesse tra loro opposte: acquistare azioni per prepararsi ad un ritorno alla normalità e puntare sull'oro come copertura in caso lo scenario peggiori decisamente sino alla recessione globale. L'oro è da sempre un bene rifugio in contesti di incertezza economica o geopolitica ed in questo periodo, in cui entrambe sono ben presenti, ne risente positivamente. L'enorme massa di denaro creata dalle banche centrali crea infatti le condizioni per bassi tassi d'interesse che spingono ad indebitarsi per acquistare azioni ma, al contempo, genera timori di iper-inflazione che portano ad acquistare oro per proteggersi. Dal punto di vista geopolitico, i toni accesi tra Cina ed USA aprono scenari da guerra fredda e chiusura del mercato globale. Sembra quindi di trovarsi nel centro di un tornado dove, notoriamente, regna la calma mentre tutt'attorno è pioggia, vento e devastazione. In attesa quindi dell'autunno, che si annuncia difficile a causa della crisi dell'economia reale, che lascia presagire fallimenti, chiusure, riduzione di budget e licenziamenti, chi può specula mentre altri crecano di recuperare le perdite subite durante il picco di febbraio-marzo. Nel frattempo si attende di capire se i fondi stanziati da Bruxelles arriveranno in tempo, e in misura sufficiente, a frenare il crollo del PIL in tutta l'area europea ma il Presidente cinese Xi Jin Ping ha già detto chiaramente che per i prossimi anni sarà il mercato interno cinese al centro degli interessi di Pechino, ponendo dubbi sulla continuazione della globalizzazione e questo non giova alle economie del vecchio continente, molto, forse troppo, orientate all'export. L'inizio del terzo decennio del nuovo secolo si preannuncia tormentato come quello del secolo scorso.

domenica 12 luglio 2020

Teheran tra Pechino e Washington



L'Iran è tornato sulle prime pagine dei quotidiani con notizie tra loro diverse ma collegate. Nelle ultime settimane, alcune esplosioni si sono verificate in vari siti militari, tra i quali la centrale nucleare di Natanz. Fonti occidentali hanno citato il servizio segreto israeliano, il Mossad, come autore delle azioni, sebbene il governo di Teheran abbia smentito si sia trattato di attentati definendoli solamente “incidenti”. Nel 2010 un virus informatico chiamato Stuxnet, sviluppato dal Mossad e dall'intelligence americana, infettò larga parte dei sistemi militari e civili iraniani mettendo fuori uso centinaia di centrifughe per l'arricchimento dell'uranio proprio a Natanz. Anche in questo caso gli iraniani sospettano un attacco informatico israeliano, ma Tel Aviv si dice estranea. La seconda notizia è la stipula di un accordo commerciale e militare tra Iran e Cina della durata di 25 anni con investimenti di Pechino per oltre 400 Mld $ in infrastrutture: porti, ferrovie ad Alta Velocità, autostrade e soprattutto impianti di raffinazione e trasformazione dell'immenso patrimonio petrolifero iraniano. L'accordo prevede anche la fornitura e lo sviluppo congiunto di armamenti tra cui missili (anche anti-portaerei), aerei e mezzi di terra; da anni Teheran acquista tecnologia militare cinese e russa per ammodernare i propri arsenali, di cui fanno parte ancora mezzi americani risalenti all'epoca pre rivoluzionaria. Questa seconda notizia è di particolare importanza, in quanto limita non poco le opzioni militari in mano agli USA che non potrebbero attaccare l'Iran senza entrare in un conflitto aperto anche con Pechino. L'Iran è l'ultima delle nazioni mediorientali rimaste indipendenti dal controllo americano ed è una spina nel fianco di Israele essendo il maggior supporter della resistenza siriana, libanese e irachena all'egemonia israeliana nella regione. Anche se a causa delle sanzioni USA le sue esportazioni petrolifere si sono ridotte, è ancora il primo fornitore di Pechino e anche l'Europa non vuole rinunciare alle enormi scorte, soprattutto di gas naturale, di cui Teheran dispone. Anche per mantenere aperto un canale commerciale, Bruxelles si è opposta all'abbandono del trattato del 2015 sul nucleare iraniano da parte degli USA. Leggenda vuole che gli iraniani abbiano inventato il gioco degli scacchi quasi 1400 anni fa, è quindi lecito aspettarsi che continueranno ad aggirare tentativi di “scacco matto” con continue “mosse del cavallo”.


The Show must go on



Lentamente, tutte le nazioni stanno uscendo dal lockdown interno, sebbene gli spostamenti internazionali siano ancora difficoltosi a causa delle frontiere chiuse. Anche i media iniziano ad offrire notizie diverse dalle statistiche e dalla cronaca sulla pandemia ed è così possibile leggere di importanti fatti geopolitici che il virus non ha fermato ma, semmai, creato o accelerato. La Russia ha inviato i propri cacciabombardieri in Libia, a sostegno delle truppe di Haftar, l'Iran ha inviato 5 petroliere per rifornire il Venezuela stremato dalla crisi e, non ultimo, Trump ha invitato al prossimo G7 anche Russia, Australia, India e Sud Corea. La prima notizia chiama in causa direttamente la posizione dell'Italia in Libia che, come noto, la vede a fianco del governo di Tripoli riconosciuto dall'ONU. I Russi cercano di contrastare la progressiva crescita di influenza dei Turchi, anch'essi al fianco di Sarraj, forse con il recondito obiettivo di creare un secondo fronte, dopo quello siriano, per l'esercito di Ankara. Anche la Francia sostiene Haftar e così l'alleanza stabilita a Bruxelles con Roma sul piano economico diventa contrasto sul terreno libico. Non c'è da stupirsi: la Geopolitica non è fatta di amicizie infrangibili e unidirezionali. L'Iran ha inviato in Venezuela 5 petroliere cariche di greggio e materiale per le vetuste raffinerie di Caracas, facendole transitare da Suez e Gibilterra, sotto il naso delle navi da guerra americane, che ben poco hanno potuto fare sapendo che qualsiasi contrasto avrebbe infranto le normative internazionali, alla stregua di un atto di guerra. In questi giorni queste navigano serene nei caraibi, nel "giardino di casa" statunitense, e così Teheran segna un punto nella lunga partita che da 40 anni la vede contrapposta a Washington. L'Ultima notizia è la più fragorosa: Trump invita Putin al G7, dopo che questi ne era stato escluso dal 2014. Considerati anche gli altri invitati, il sospetto è che si stia preparando un "cordone sanitario" attorno alla Cina, seguendo la postura da nuova Guerra Fredda che gli USA stanno perseguendo contro Pechino. I virus passano ma la Geopolitica resta. Che poi gli uni e l'altra siano legati è un altro discorso.