Perchè Ordine e Progresso?

Il Blog prende il nome dal motto inscritto sulla bandiera del Brasile e mutuato da un'aforisma di Auguste Comte.
Questi, uno dei padri della Sociologia, era una convinto positivista, il che nel 1896 lo rendeva anche un progressista.
L'importante è , come infatti Comte mette al primo punto, che l'Amore sia sempre il principio cardine dell'Agire.


L'Amore per principio e l'Ordine per fondamento;il Progresso per fine

Auguste Comte ,1896

giovedì 25 gennaio 2018

Senta, dica, scusi....


Qual è il termine più corretto per definire chi è altro da noi, chi è straniero per nazionalità, etnia, religione e cultura, in tempi di “politicamente corretto”?
La definizione di straniero alla quale mi riferisco, non include i popoli dell'Europa occidentale, poiché da decenni non pongono sfide alla società italiana, ma solo quelli dell'area extra-europea, che progressivamente hanno permeato la società italiana.
Sul tema di come trattare l'alterità rispetto alle persone appartenenti ad altre etnie, culture e religioni, forse non tutti siamo consci di quanto le nostre coscienze in questi decenni siano state influenzate dai “maestri del discorso”, per dirla con un'espressione molto in voga.
I termini che utilizziamo per definire oggetti e concetti astratti, influenzano essi stessi il nostro modo di pensare, in una sorta di retroazione che può essere negativa o positiva. Questa diviene positiva se permette , conoscendo più termini, di articolare un pensiero complesso e definire in maniera più precisa l'oggetto di una discussione o di una dimostrazione. Diviene invece negativa quando la ripetizione continua di determinati termini, modi di dire, stereotipi e slogan, impedisce la ricerca della sfumatura e prende il posto di intere categorie di pensiero,scalzando le altre e relegandole nell'oblio.
Parlando di immigrazione, e soprattutto di immigrati, è sorto il problema di come definire lessicalmente, univocamente, tutti i “tipi di straniero” presenti in Italia.
Ciò è avvenuto attraverso una articolata, ma continua, riscrittura dei codici lessicali, semantici e, di riflesso, sociali. I media sono stati il principale veicolo di questo cambiamento, e la popolazione ha assunto a volte il ruolo di precursore ed altre quello di assimilatore passivo.
Facciamo una brevissima cronistoria dei termini utilizzati in questi ultimi 50 anni.
Negli anni 60 l'immigrazione era l'ultima delle preoccupazioni dell'Italia del boom. Gli stranieri erano pochi e concentrati in piccole comunità coese, come nel caso di etiopi e somali a Roma o tunisini in Sicilia. Non esisteva un termine comune per indicarli se non appunto “straniero”. Diversamente, venivano indicati per nazionalità.
Negli anni 70, poi, l'epiteto con cui venivano tacciati gli stranieri, non europei, divenne “marocchino”. In quel periodo l'immigrazione straniera era un fenomeno molto controllato. La comunità più ampia era quella nordafricana, maghrebina in particolare, ma nelle città la sua visibilità era limitata. La distribuzione era concentrata particolarmente nei grandi centri del nord, nella capitale e al sud. L'immagine più rappresentata al tempo era quella del venditore di tappeti e carabattole, ai mercati o in strada, ai semafori.
Negli anni 80 l'immigrazione nordafricana aumenta costantemente, e gradualmente vi si aggiunge quella subsahariana, specialmente al sud, attirata e sfruttata dal lavoro agricolo.
Il nome che viene dato agli stranieri diviene “vuccumprà” , tormentone ripetuto all'eccesso e ispirato ai venditori ambulanti, senegalesi o marocchini, sulle spiagge italiane.
Negli anni 90 è l'ora dell'immigrazione dall'est Europa, Albania ed ex Jugoslavia in primis, ma anche Russia e Polonia. Abbiamo ancora negli occhi le navi cariche dei profughi in arrivo dalla costa albanese, e i profughi bosniaci in fuga, e la loro successiva redistribuzione nelle città italiane. Il termine usato per indicare uno straniero diviene ora “extra-comunitario”. L'ingresso dell'Italia nell'Europa ha imposto una sorta di neutralità lessicale alla condizione di straniero in Italia, includendo tutte le nazionalità nel frattempo arrivate in Italia. L'Italia si popola delle etnie più varie e in maniera pressoché omogenea. Queste si distribuiscono lungo lo stivale in maniera piuttosto uniforme, concentrandosi nei centri manifatturieri. Nasce una seconda, e in alcuni casi terza, generazione di immigrati-italiani, ma iniziano a nascere anche formazioni politiche, specialmente al nord, dichiaratamente xenofobe.
Il tema dell'immigrazione attraversa tutti gli anni 90 e viene rappresentato dai media in tutte le sue forme, tanto positive quanto negative; la raccolta dei pomodori al sud, lo spaccio nelle grandi città, le rapine in villa nel nordest, le moschee nei garage e via discorrendo. Gli stranieri diventano un tema stabile del dibattito politico ed il punto sull'immigrazione diventa dirimente nel programma di tutti i partiti. L'Italia scopre di essere diventato un paese di immigrazione e si accorge di non avere una legge adeguata in materia. Tra applausi e fischi nasce la Bossi-Fini. Lo straniero diventa “clandestino” nella vulgata comune, ma il termine “extra-comunitario” permane. Lo scontro ideologico, residuo della guerra fredda mentale che tarda a svanire, diventa lessicale. A destra si usa il primo termine, a sinistra il secondo, ma anche “immigrato”o , ancora timidamente, “profugo”.
Gli anni 2000 sono quelli del terrorismo spietato ed assassino, del jihadista armato di AK47 che spara tra la folla o si fa esplodere. I media hanno fatto ampio ricorso a questa immagine e così anche qualche governo, radicalizzandola e fissandola Lo straniero di fede islamica viene ora identificato spregiativamente come “terrorista”, o anche solo come “talebano”. Bulgaria, Croazia, Slovenia e Romania entrano nell'UE, i loro cittadini hanno libero accesso in Italia e il loro numero aumenta. Per molti, e per i media in primis , diventano gli “Slavi” o i “Rom”, andando a completare un vocabolario sempre più ampio di termini con cui poter definire la propria relazione con un altro di un etnia o cultura differente.
La morte di Gheddafi e la conseguente dissoluzione della Libia prima e la guerra in Siria poi, hanno dato il via alla stagione dei “migranti”. Questo periodo ha visto il fiorire di nuovi termini, nuove immagini mentali da associare allo straniero; “rifugiato”, “profugo”, “migrante economico”, ”richiedente asilo”.
Ognuno di questi termini è nato grazie ai media, e da questi è stato fortemente veicolato. Ciò ha disegnato negli anni gli scenari dell'immaginario collettivo sul tema dell'immigrazione e degli immigrati in particolare. Oggi pare si voglia porre un freno a questo proliferare di immagini mentali create dalle parole, utilizzando tecniche di Programmazione Neuro Linguistica che sfiorano la demonizzazione e la censura. Una sorta di reset lessicale, che faccia svanire d'incanto ogni accezione negativa, discriminatoria, allusiva, stigmatizzante da un termine universale per definire un “altro non italiano/europeo”. La distinzione bianco/nero è fumo negli occhi ed anche riduttiva. Anche l'identificazione con l'etnia, molto utilizzata dai media nei casi di cronaca, è tacciata di “razzismo”. Se volessimo poi aprire una parentesi sullo stesso termine “razzismo”, non potremmo non partire dal chiederci se lo stiamo utilizzando in maniera corretta o non sia invece diventato, anch'esso, un termine onnicomprensivo, una facile etichetta con cui identificare tutto ciò che non si dovrebbe fare o dire nei confronti dell'altro. Ad un certo punto della riflessione dovremmo, inderogabilmente, scontrarci con i limiti da imporre a questo termine e qui sorgerebbero problemi di ogni natura. Non dobbiamo dimenticare di possedere un “etnocentrismo” innato che è radicato nel profondo di tutti noi e che ci rende familiare e interpretabile l'ambiente in cui viviamo. Detto in parole povere, un tedesco pensa primariamente come un tedesco, un italiano come un italiano ed entrambi si vedono come europei nei confronti di un americano. Per ognuno di essi gli altri sono stranieri, agiscono, pensano, mangiano e vivono in un modo differente, ma sono tutti occidentali di fronte ad un giapponese. In ognuna di queste nazioni, vige una cultura prevalente che è frutto dei secoli e che ha lasciato dietro di sé diverse “interpretazioni del mondo” e di chi, storicamente, non era membro della propria comunità. La nostra, ad esempio, si porta dietro una stratificazione storica, sociale, culturale, etnica e linguistica di tre millenni. Anche nei paesi più giovani come i liberali, ed etnicamente variegati, Stati Uniti, l'uso di epiteti negativi per riferirsi agli stranieri è molto diffuso. Gli stessi neri americani si offendono tra di loro chiamandosi “Nigga”, negro, come il termine dato loro all'epoca delle piantagioni e dello schiavismo.
E' quindi realmente possibile eliminare del tutto una caratterizzazione di qualsiasi natura da un termine per indicare l'altro? Lo stesso termine “straniero” non è sufficiente? E' esso stesso un termine da cancellare? Ogni nazione è dotata di leggi che definiscono chi ne è cittadino, sulla scorta dell'esperienza storica, dei confini politici, della cultura. Queste leggi , però, quasi mai definiscono come debbano essere chiamati quelli che non sono cittadini di quella nazione. Dobbiamo venire a patti con il fatto che la diversità esiste e va indicata in qualche modo, e che questo modo è influenzato da una cultura sottostante che non è possibile trascurare. L'elemento identitario si manifesta in ogni organizzazione sociale e stabilisce, de facto, un dentro e un fuori, un “noi” e un “loro”. Un termine per definire chi quel noi non identifica, nasce spontaneo. Dobbiamo evitare gli eccessi verbali, violenti e discriminatori per definire l'altro, ma non possiamo svuotare le parole del loro significato. Non possiamo identificare un mondo vario e sfumato come il nostro con alcune semplici paroline neutre e con ambiti semantici sterminati. Deve essere permesso un limite massimo ed uno minimo oltre il quale ricadere nell'accusa di “imprecisione lessicale e semiologica nei confronti di un individuo altro”. L'etichettatura sembra, come detto, un po' la cifra del momento. Semplifica, velocizza, minimizza il numero di parole ed amplifica l'ambito di riferimento. A livello verbale rappresenta ciò che è un emoticon su un cellulare. Ce l'abbiamo una faccina per indicare uno straniero “politicamente corretto?




lunedì 1 gennaio 2018

Gerusalemme, Patrimonio di Tutti Noi.


Con la sua decisione del 6 dicembre del 2017, Donald Trump ha lanciato un enorme masso nello stagno fin troppo calmo del dibattito internazionale sulla questione israelo-palestinese.
Dopo gli annunci di almeno tre presidenti, Clinton, Bush jr e Obama, Trump è infatti passato all'azione dichiarando che gli USA sposteranno la loro ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme.
Questa decisione ha aperto il vaso di Pandora che contiene tutte le forze regionali, e mondiali, interessate alle sorti della città delle "religioni del Libro".

Il punto infatti è focale negli equilibri geopolitici della regione, e di riflesso, del mondo, poichè la città è contemporaneamente sacra per le tre maggiori religioni monoteistiche, è contesa (e divisa) tra Israele e l'Autorità Nazionale Palestinese (ANP), ognuna delle quali la vuole come propria capitale, ed è oggetto di forte interesse da parte delle maggiori potenze regionali: Arabia Saudita, Turchia ed Egitto (sunnite) ed Iran (sciita). A livello mondiale, sono interessate alle sorti della città anche l'Europa (nella sua accezione più ampia, quella religioso-culturale), la Russia e ovviamente gli USA.
Ripercorrere l'intera storia della contesa, a partire dal 1948, anno della fondazione d'Israele non è qui possibile, ma possiamo almeno delineare alcune delle conseguenze che una decisione come questa può generare.

Prima è però necessario ricordare che il 21 dicembre, due settimane dopo la decisione di Trump, l'assemblea delle Nazioni Unite ha votato massicciamente (128 voti a favore, 35 astenuti e 9 contrari ) una risoluzione dell'Egitto che chiedeva di rifiutare la decisione presa dal Presidente Americano1. Sicuramente Trump e la sua amministrazione erano preparati ad un esito simile, cionondimeno è stato uno schiaffo in pieno volto agli USA da parte di quella "comunità internazionale" che molte volte si è accodata a ratificare le decisioni già prese da Washington.
L'ambasciatrice all'ONU, Nicky Haley, ha tuonato contro i "traditori" minacciando rappresaglie economiche, ma questa volta è diverso. Accettare e condividere quella decisione, provvedendo a propria volta spostando la propria ambasciata, è una decisione che nessuna Nazione può prendere a cuor leggero e senza timore di riflessi negativi.

Lo status di Gerusalemme è ad oggi ancora conteso e, sebbene Israele dal 1967 abbia il controllo, di fatto, della città e in essa siano situati i palazzi governativi, questa è ancora divisa in un settore Est, a maggioranza palestinese e uno Ovest, quasi totalmente abitato da israeliani. Nonostante Israele la ritenga la propria capitale, tutte le ambasciate internazionali sono situate a Tel Aviv , o nei suoi dintorni, poichè sulla proclamazione di Gerusalemme capitale d'Israele pesano le risoluzioni emesse dall'ONU a seguito della "guerra dei sei giorni" del 1967 e ancora prima, con la risoluzione 181 del 1947 (Gerusalemme come entità separata e amministrata dall'ONU). Questa situazione è ben identificata dal fatto che, sulle mappe ufficiali dell'ONU, nè Tel Aviv nè Gerusalemme siano indicate come città sede di governo, il che rende Israele forse l'unico paese al mondo senza una capitale riconosciuta2.
Aggiungiamo anche che questo paese non si è ancora dato una costituzione scritta (particolare condiviso con la sola Gran Bretagna), per una serie piuttosto importante di motivi:
innanzitutto poichè i confini dello Stato non sono definiti nè tanto meno riconosciuti internazionalmente da tutte le Nazioni, in secondo luogo poichè quasi metà del territorio che Israele reclama come suo, è in realtà occupato militarmente, in terzo luogo poichè è lo status stesso di "cittadino israeliano" ad essere di difficile definizione poichè dovrebbe ricomprendere anche le centinaia di migliaia di palestinesi (cristiani e musulmani) che abitano all'interno dei confini da esso amministrati, ma questo confligge con l'intento di ogni governo israeliano di proclamare Israele uno stato "ebraico", ovvero culturalmente e religiosamente omogeneo.
Aggiungiamo, come detto, che Gerusalemme è la città in cui il Cristo è morto, è stato sepolto ed è resuscitato, la città dalla quale Maometto è salito al cielo, è la città dove risedeva il Grande Tempio ebraico (distrutto e ricostruito a più riprese durante i secoli), di cui il "muro del pianto" è una parte.
A causa di questo suo essere "Città Santa" per le principali religioni del bacino del mediterraneo, è alto l'interesse delle potenze dell'area. l'Arabia Saudita, già custode della Mecca e di Medina, città natale di Maometto, la Turchia, protrettrice per quasi mezzo secolo della città e dell'intera Palestina, l'Iran, il più grande paese sciita del medioriente e l'Egitto, il più grande paese sunnita non possono permettere che quella città cada completamente in mani ebraiche senza suscitare malcontento all'interno della propria cittadinanza. Basti pensare alle proteste di piazza avvenute a migliaia di chilometri di distanza, a Jakarta, in Indonesia, il più popoloso paese islamico dell'Asia, per farsi un'idea del livello di interesse sul tema da parte delle popolazioni musulmane.

Ognuna di queste potenze ha inoltre tessuto una serie di alleanze con gruppi e partiti politici sia in Palestina, come Hamas e la stessa Al Fatah ( il partito a cui fa capo Abu Mazen, presidente dell'ANP), che nel vicino Libano, come Hezbollah, per reciproco interesse e per mantenere ed accrescere il proprio peso in Palestina e attorno ad essa.

Posso comprendere che sembri tutto molto confuso sinora, ma in realtà lo è molto di più.

Gerusalemme è la chiave di volta di un'architettura molto complessa che ha alcuni risvolti palesi ed altri molto sofisticati e difficili da riconoscere nell'immediato.
Bisogna infatti analizzare la situazione mediorientale sotto tutti i diversi aspetti che la caratterizzano, religioso, culturale, militare, economico, politico e non è detto che quello che , tra questi, sembri essere un mezzo, non sia in realtà un fine e viceversa.

Se il punto focale della guerra del 1967 era l'inaccettabile presenza dello stato di Israele in Palestina da parte dei suoi vicini, Siria, Giordania ed Egitto in primis, oggi è la presunta "minaccia iraniana" a far da catalizzatore alle alleanze tra potenze nell'area mediorientale. La questione di Gerusalemme e della Palestina in generale, è un tema che i diversi governi iraniani, a partire dalla rivoluzione islamica del 1979, hanno sempre mantenuto vivo ed è un punto indiscutibile della politica estera persiana. Per l'Iran , infatti, dipingersi come difensore dei luoghi santi dell'Islam che non siano già sotto l'egida di altri paesi come l'Arabia, è un potente mezzo di fascinazione per le masse islamiche mediorientali. In questi anni, i contatti tra l'Iran ed Hamas (partito opposto ad Al Fatah e che governa Gaza), sebbene divisi da una diversa interpretazione dell'Islam (sciiti i primi, sunniti i secondi) sono stati più volte messi in luce come veri o presunti, ma anche l'Egitto (sunnita anch'esso) ha da diverso tempo iniziato a guardare con favore al governo di Tehran. Gli scambi economici iraniani con la Turchia sono al massimo storico ( 5 mld $ di interscambio nel 2016) e così le relazioni diplomatiche, mentre sono al minimo storico quelle di Ankara con Tel Aviv , a causa dell'abbordaggio della nave "Mavi Marmara" del 2010, e di altri duri scontri tra Erdogan e il governo israeliano, accusato di essere addirittura tra i mandanti del mancato colpo di stato in Turchia del 2015.

L'Iran ha storicamente un forte legame con la Siria (entrambe condividono la fede sciita), che lo ha portato al coinvolgimento diretto, sebbene parzialmente coperto, nelle operazioni militari in quel paese a fianco dei russi. Assieme a questi due grandi attori, in Siria, è stato determinante l'apporto militare e di intelligence fornito da Hezbollah, il "partito di Dio" , di fede sciita, che in Libano è parte integrante della compagine di governo e pilastro della difficile stabilità interna di quel paese.
Come si vede, Israele, ritiene di avere un pressante "problema iraniano" e questo lo ha portato ad una serie di mosse internazionali tra le quali la più eclatante è l'avvicinamento all'Arabia Saudita, ritenuto storicamente improponibile sino a qualche anno fa. La casa di Saud condivide con Tel Aviv il timore dell'espansionismo persiano nella regione e ha denunciato più volte il pericolo di una "mezzaluna sciita" che parte da Tehran, passa dal Qatar, attraversa l'Iraq del sud e la Siria e termina in Libano.

Questo scenario è propedeutico al controllo politico su quei territori che potrebbero essere interessati al passaggio dei metanodotti in partenza dall'Iran per sboccare sul mediterraneo ed infine in Europa, ponendo un grande problema alle esportazioni petrolifere saudite e rendendo economicamente fortissimo lo stato iraniano. L'idea che questa forza si materializzi, terrorizza Israele, e il continuo susseguirsi di governi di destra e ultradestra in quel paese ne sono un chiaro segnale. Negli ultimi dieci anni sono state fatte importanti scoperte di giacimenti off-shore di gas anche al largo delle coste di Gaza, Libano e Cipro, con alcune propaggini anche in acque territoriali israeliane3. E' quindi ovvio che anche Israele voglia entrare nel ricco mercato del gas dei prossimi decenni e che una forte presenza iraniana sia un deciso impedimento a farlo.

L'Iran ha 70 milioni di abitanti, possiede le seconde riserve al mondo di gas naturale,ha probabilmente il terzo esercito dell'area (dopo appunto Israele e Turchia) ed una forte influenza culturale e linguistica in tutta l'asia centrale sino ai confini di Russia ed India. Il suo programma nucleare, sebbene implementato secondo i dettami del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (NPT) , sotto l'occhio vigile delle Nazioni Unite e approvato tanto dagli USA che dall'Europa, spaventa i governi israeliani poichè, in potenza, può permettere a quella Nazione di dotarsi di un deterrente nucleare militare e poter quindi resistere alle pressioni internazionali.
Se vogliamo, la questione nucleare della Nord Korea, con la quale l'Iran ha un fitto interscambio militare e commerciale (potremmo riduttivamente definirlo "Oil for Missiles"), ha evidenziato come il possesso dell'arma nucleare permetta a stati ritenuti "canaglia" dagli USA, di fornirsi di una "garanzia sulla vita". Gli esempi di Iraq, Siria e Libia, che negli anni 70-80 hanno tentato di costruire armi atomiche, senza riuscirvi anche a causa dell'intervento americano e israeliano, rappresentano di contro un triste promemoria di quanto può avvenire a voler contrastare gli Stati Uniti, e il loro sistema, senza possedere almeno una minima deterrenza nucleare (la Siria per anni ha ripiegato sulle armi chimiche, salvo rendersi conto della loro inutilizzabilità senza scatenare la riprovazione internazionale).

L'ANP, guidata da Abu Mazen si trova forse nella posizione più difficile, messa in difficoltà dalla fermezza di Hamas nel rifiutare lo scenario proposto da Trump e dalla probabile mancanza di appoggio da parte saudita (con i suoi ingenti capitali). Il fatto che le sollevazioni di piazza in Palestina siano state limitate, anche se rese tragiche dalla reazione israeliana, può segnalare la parziale tenuta del governo di Al-Fatah in Cisgiordania, ma il lancio di razzi dalla striscia di Gaza indica che c'è ancora spazio per un'escalation se e quando la decisione di Trump diverrà effettiva.

Gli Stati Uniti, sino ad oggi ritenuti mediatori nella questione israelo-palestinese, con la decisione di Trump, perdono eticamente questo status, avendo propeso per la parte israeliana e non sarebbe affatto strano se, a questo punto, alcune parti in causa si rivolgessero alla Russia per aiutarle a dirimere la situazione a loro favore. D'altronde in molti paesi arabi l'intervento russo in Siria è stato visto come un elemento di stabilità opposto al piano di spartizione della regione da parte delle forze occidentali. Inoltre la Russia ha già un peso nella politica interna israeliana, sebbene solo di natura etnico-culturale, essendo uno dei partiti al governo (quello guidato da Avigdor Lieberman) voce proprio di quel quasi 4% di cittadini ebrei ora in Israele ed espatriati dalla Russia negli ultimi 70 anni.

Queste sono alcune delle probabili conseguenze del gesto del Presidente americano, anche se ciò non dovesse portare nei fatti all'effettivo spostamento dell'ambasciata da Tel Aviv.

Siamo partiti da Gerusalemme e siamo finiti a Tehran, a Damasco, a Istanbul, a Ryad, Mosca e Washington. Possibile?
Non solo, è imprescindibile. Anche se solo vagamente, abbiamo esplorato l'aspetto economico e militare dei rapporti tra le potenze in campo ma nessuno di essi è il vero obiettivo della disputa.
Il conflitto, al suo livello più alto è culturale e in primis religioso.
I luoghi santi del Cristianesimo e dell'Islam sono tutti situati nella città vecchia, ovvero a Gerusalemme Est, ed infatti lo Stato del Vaticano ha specifici accordi bilaterali con l'ANP per la conservazione di quei luoghi ed è da sempre per una soluzione di condivisione della città da parte dei due popoli. I rapporti con lo Stato di Israele, per quanto concerne la tutela sull'eredità cristiana, sono invece più problematici e potrebbero peggiorare a seguito di un controllo giuridico riconosciuto sull'intera città da parte degli israeliani.

Per il mondo musulmano è invece la Cupola della Roccia, la Moschea di Omar, ad essere al centro delle proprie preoccupazioni poichè, essa sorge proprio al di sopra della roccia, appunto, dalla quale Maometto è, secondo il Corano, è salito al cielo chiamato da Allah. Quella stessa roccia è però la stessa sulla quale si presume che Abramo abbia offerto Isacco in sacrificio a Dio e l'intero complesso è stato costruito nel settimo secolo sopre le rovine del grande tempio ebraico, nel luogo in cui già sorgeva quello eretto dal Re Salomone.
Il timore dei musulmani è che gli studiosi di religione ebraica possano scavare al disotto della Moschea proprio per ritrovare le tracce del tempio con possibili rischi di stabilità della struttura.
A dire il vero quest ultimo è un aspetto secondario e forse strumentale, poichè il vero punto è la millenaria attesa dei fedeli ebraici per riveder costruito il tempio e con esso il dispiegarsi delle profezie bibliche sul ritorno di Dio e la sua imposizione di Israele "a capo delle Nazioni della Terra".

Potrebbe sembrare complottismo o parte della trama di un film di fantapolitica ma non lo è.
In quanto europei, siamo stati portati a pensare la religione sia un fatto personale, la cui manifestazione non debba influire sulla "laicità" della società così da garantire a tutti di professare la propria fede ( o ateismo, in caso contrario) liberamente. Questo modo di interpretare il ruolo della religione nella società è però proprio frutto della dottrina cristiana sul continente europeo, una dottrina che sin dal suo fondatore, il Cristo, ha fatto della separazione tra Chiesa e Stato, tra immanente e trascendente, un suo principio basilare, così come l'altro principio politicamente molto importante, quello del libero arbitrio.

"Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio" è scritto nel Nuovo Testamento, e ciò, insieme alla possibilità di scegliere se credere o meno a un essere superiore, ha permesso nei secoli alla dottrina politica di percorrere un sentiero autonomo rispetto alla speculazione religiosa. Per i motivi opposti, nel mondo musulmano questa autonomia non è stata possibile e religione e politica hanno attraversato questi dodici secoli di Storia a braccetto sino ad oggi, con l'apparire sulla scena dell'ISIS, una sorta di nuovo califfato in cui la religione è politica e tramite essa detta le sue dure norme alla società.
Nell'Islam politico si riflette la stessa sottomissione dovuta all'Islam religioso (Islam in arabo significa appunto sottomissione) e la prova di questo legame stringente è riscontrabile in Arabia Saudita, in Iran, in Marocco e lo sta diventando progressivamente anche in Turchia.

In Israele la società è nominalmente laica ma le minoranze ortodosse come Haredim, Lubavitcher e Chassidim provenienti dall'est Europa hanno un peso rilevante. Tanto per farsi un'idea, in questi giorni in Israele i temi dominanti sono le polemiche per le immagini senza donne di famiglie ultraortodosse Haredi , e la loro richiesta di chiudere i supermercati nei quartieri in cui sono maggioranza durante il sabato, lo Shabbat ebraico, che sta creando qualche problema al governo Nethanyau4.

Il peso degli ultraortodossi sta crescendo politicamente e ciò ha orientato le azioni dei governi israeliani degli ultimi quindici anni. Se consideriamo i forti legami che queste denominazioni religiose hanno con le comunità in America (Negli Stati Uniti vivono circa 7 milioni di persone professanti la religione ebraica), la centralità che la religiosità americana (specialmente quella protestante evangelica) assegna all'Antico Testamento e all'interesse al mantenimento di una "testa di ponte" filo-occidentale e democratica in medioriente, capiamo bene come la mossa di Trump rappresenti la perdita di un ruolo di terzietà non solo nella questione israelo-palestinese e mediorientale in generale, ma anche in quella, più sfumata e sottile dell'appartenenza religiosa.

La scelta di Trump dichiarare, per gli USA, Gerusalemme "Capitale Eterna degli Ebrei" risponde quindi alla necessità di accontentare contemporaneamente la base ultrareligiosa in USA, e le frange più influenti e radicali dell'ebraismo ortodosso, che hanno pesato molto nella sua elezione ma non è una scelta politica di breve respiro o meramente elettoralistica. E' un cambio di paradigma rispetto alla cautela Obamiana (che le èlite israeliane hanno interpretato come ostilità) o la diplomazia Clintoniana (distrutta poi dalle mosse spregiudicate di Sharon).
E' una decisa scelta di campo che orienterà la politica americana nei confronti di Israele per i decenni a venire e probabilmente impedirà un ritorno alle trattative di pace per molto tempo, sebbene il Presidente a mericano affermi che sia un ulteriore passo verso la fine definitiva delle ostilità. Sulla ripartizione dei benefici di una pace raggiunta con un negoziato a somma zero (ovvero: uno vince e l'altro perde) permangono forti dubbi; un passo di questa portata può portare alla rottura di una certa cautela (certo , molto vaga) dei governi israeliani a spingersi ancora più in là e rivendicare con ancora più forza i territori occupati come parte integrante e legittima del proprio Stato, e le prime avvisaglie sono già sui nostri quotidiani5.
Gerusalemme, da secoli città al centro di scontri, di guerre, di speranze e di attese.
Contesa e divisa, bramata e desiderata, libera e occupata.
Gerusalemme, città celeste, Gerusalemme città di tutti noi.
Tutti.





NOTE:

2 http://www.un.org/Depts/Cartographic/map/profile/israel.pdf

3https://www.reuters.com/article/us-israel-natgas-leviathan/leviathan-gas-field-developers-approve-3-75-billion-investment-idUSKBN1620OS

4https://www.ynetnews.com/home/0,7340,L-3083,00.html


5http://www.lastampa.it/2018/01/01/esteri/il-partito-di-netanyahu-chiede-lannessione-degli-insediamenti-israeliani-in-cisgiordania-s2JgT3sWYgiaxibNnWQS3O/pagina.html

martedì 18 aprile 2017

Mamma li Russi!


Siamo nel 2017 ma potrebbe essere il 1977. Su La Stampa del 31 Marzo un articolo di Paolo Mastrolilli ci informa che il governo americano ha prove certe di "legami tra la Russia e il M5S".

Se sulla Pravda comparisse mai un titolo del tipo "il PD, Forza Italia, l'UDC, il MPA e Scelta Civica hanno legami con gli USA" , il cittadino medio russo probabilmente si direbbe "e allora?".

La guerra fredda è terminata 28 anni fa e ad oggi l'unica nazione a non far parte pienamente del "sistema internazionale" è la Corea del Nord. Persino Cuba, acerrimo nemico per 60 anni degli USA è stato sdoganato e con l'Iran, che nel 1979 ha fatto fare una pessima figura agli USA per 444 giorni, gli americani hanno firmato un accordo in tema di energia nucleare. La Russia resta invece in cima alla lista dei nemici mortali degli Stati Uniti, sebbene non vi sia uno stato di guerra tra i due paesi, che anzi collaborano in molti campi, dalle missioni spaziali alla lotta all'ISIS in Siria.

Gli USA però, in quanto autoproclamatisi "gendarmi del mondo", hanno unilateralmente elevato un regime sanzionatorio nei confronti della Russia che, volente o piuttosto nolente, anche l'Europa ha dovuto applicare. Da molto tempo molte nazioni europee ne chiedono la fine ma gli americani si sono dimostrati intransigenti tanto da costringere i russi ad elevare controsanzioni verso tutte le nazioni europee. In Italia il M5S, e la Lega, non hannno mai nascosto la loro volontà di abolire queste sanzioni, che colpiscono l'economia italiana per un ammontare di quasi 10 miliardi ( secondo la Stampa del 19/12/2016). Si direbbe sia una battaglia giusta, patriottica e a favore deill'economia italiana in crisi, ma per gli Stati Uniti si tratta di "intelligenza con il nemico".

Sullo stesso giornale, nello stesso giorno, il titolo di apertura è "Il segretario commercio Usa: siamo in guerra commerciale", ma non con la Russia bensì con l'Europa ( e con molte altre nazioni mondiali, Cina in testa). Quindi, quelli che dovrebbero essere nostri "alleati", alle cui decisioni ci accodiamo da bravi lacchè, dichiarano guerra alle nostre esportazioni. In definitiva non possiamo esportare in Russia per volere degli USA, e non possiamo esportare negli USA.... per volere degli stessi USA!! Incredibile, invece accade.

Ma continuiamo. Da quasi un anno gli Stati Uniti vagheggiano una minaccia continua da parte degli "hacker russi" che avrebbero influenzato le elezioni americane e si starebbero preparando a farlo anche con quelle europee. Il condizionale è d'obbligo poiche nessuna prova fattiva è stata fornita per dimostrare questa nefasta influenza. Tutti noi ricordiamo però lo scandalo delle intercettazioni illegali della NSA, l'agenzia di sicurezza americana ai danni di aziende, associazioni e governi europei tra cui l'Italia, la Germania, la Francia e la fedelissima Inghilterra. Persino la Merkel dovette ammettere che il suo cellulare era stato infettato da un virus installato dai servizi americani per controllare le sue telefonate e il presidente Obama fu costretto alle pubbliche scuse. Ma un presunto virus russo è certamente più pericoloso di un assodato virus americano, va da sè.

A questo punto dovremmo realmente chiederci "CHI" è il vero nemico dell'Europa: la Russia, che da decenni cerca un rapporto costruttivo, stabile, duraturo con l'Europa o gli USA, che dalla fine della guerra fredda in poi hanno minacciato le nazioni del vecchio continente in ogni modo pur di scongiurare che questo legame si realizzasse? Qualcuno obietterà che il legame con gli USA è dato dal fatto che l'Europa e gli Stati Uniti condividono una cultura comune e, in fondo gli stessi valori religiosi. Non si può dire lo stesso della Russia? Gli europei sono bianchi, come la maggioranza dei russi e sono cristiani, come la maggioranza dei russi, ma rispetto agli USA risiedono sullo stesso continente (l'Eurasia). La relative culture condividono molti tratti, siano essi linguistici (molte parole russe sono di derivazione francese) o artistici, a meno che un europeo possa dirsi estraneo alle opere di Chagall, Kandinsky, Rimskji-Korsakov, Tolstoj, Pasternak, Bakunin,Rachmaninov, Stravinskji e persino Lenin.

I satelliti europei che orbitano attorno alla terra sono stati per la maggior parte lanciati dalla base russa di Bajkonur e senza i russi gli astronauti europei non potrebbero raggiungere la stazione spaziale internazionale. Il gas russo riscalda le case italiane, tedesche, italiane, ungheresi, polacche o serbe. Nel 1908, nelle prime ore seguenti il terribile terremoto di Messina, furono due corazzate russe a portare gli aiuti più immediati, come recita una lapide posta nel 2008 nel porto della città dello Stretto. I russi furono i primi ad arrivare a Berlino durante la seconda guerra mondiale, determinando così la definitiva sconfitta di Hitler. Anche i campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau furono raggiunti per primi dai russi (il cui arrivo è stato descritto anche da Primo Levi) e non dagli americani come erroneamente mostrato nel film "La vita è bella" di Roberto Benigni.

Si potrebbe continuare per pagine e pagine perchè il rapporto tra la Russia e l'Europa è almeno millenario. Quello tra gli USA e il vecchio continente è invece molto più giovane, meno di 250 anni, e per più della metà ha visto i secondi in posizione di colonia dei primi. La russia ha invece subito due falliti tentativi di invasione europea (Napoleone prima e Hitler poi) con centinaia di migliaia di morti e non vi è mai stato un rapporto di vassallaggio reciproco, anzi. Buona parte della storia europea del 1700 e del 1800 ha visto la Russia quale alleato di diverse nazioni europee in funzione anti-francese, anti-prussian o anti-austriaca. La storia della Russia e dell'Europa è lunga quanto il confine che condividono. Ciò che oggi chiamiamo "Europa dell'Est" è stata fino a quasi 30 anni fa, "Russia dell'Ovest". La Russia è come un amante follemente innamorato di una bella dama, l'Europa, che si concede e si ritrae continuamente ed è ora stretta dall'abbraccio di un rude ragazzone, dai modi un pò spicci ma ricco di danaro, gli Stati Uniti. Quel danaro però sta finendo e la dama rischia di tornare tra le braccia dell'innamorato russo. E' forte, quindi, il rischio che finisca in una grossa, tragica rissa per motivi passionali. Il movimento 5 Stelle non sta quindi facendo nulla di strano nè illegittimo. Sta solo nuovamente ammiccando ad un vecchio spasimante, con il quale la fiamma non si è mai spenta. Quarant'anni fa questa parte era recitata dai Comunisti di Berlinguer, ma quella che allora era percepita come una minaccia militare potrebbe oggi rivelarsi un'opportunità economica. Cercasi ardentemente un bravo avvocato divorzista.

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domenica 5 marzo 2017

Il TTIP non è morto, ma forse l'Euro si.

Il 15 febbraio scorso, il trattato di libero scambio tra Unione Europea e Canada, il CETA, ha ottenuto l'approvazione da parte del Parlamento Europeo. Ora dovrà essere ratificato dai singoli parlamenti nazionali prima di divenire effettivo ed entrare nelle legislazioni di tutti i paesi europei. Le norme in esso contenute sono del tutto simili a quelle definite nel famigerato TTIP che, al contrario del suo "gemello", il TPP, non è ancora stato stracciato dall'amministrazione Trump. Il TPP, il trattato con l'area del pacifico, era già in una fase del processo legislativo americano detta "fast track", ovvero una prerogativa presidenziale di approvazione rapida al riparo da modifiche e ostacoli parlamentari. Trump si è avvalso di una facoltà presidenziale e non ha firmato il trattato. Il TTIP, ovvero il trattato di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti, è invece in una fase di sospensione. L'ultimo documento ufficiale è una dichiarazione congiunta della commissaria europea al commercio, Cecilia Malmstroem, ed il suo omologo americano, Michael Froman, sui risultati del 15° round di negoziati appena conclusi. Il comunicato contiene affermazioni circa la volontà di portare avanti i negoziati ed è del 17 Gennaio 2017, tre giorni prima dell'insediamento di Trump. Nonostante le affermazioni neo protezioniste fatte dal Presidente americano, è pur vero che gli Stati Uniti non possono tutto d'un tratto divenire autarchici nè possono rinunciare alle esportazioni per continuare a sostenere l'occupazione. L'Europa è il maggior partner commerciale degli USA sebbene l'interscambio tra questi e le singole nazioni europee abbia quote molto differenti. L'italia, ad esempio, esporta 70 miliardi di euro di beni negli USA ma ne importa solo per 16. la Francia è in perfetto pareggio mentre la Germania fa la parte del leone con 121 miliardi di Euro in esportazioni contro i 60 di importazioni dagli USA. Ecco perchè i diversi governi europei hanno opinioni tanto discordanti in merito al trattato. Politicamente, il TTIP è stato osteggiato dalla presidenza francese sino a tutto il 2016, è stato appoggiato da tutti i governi italiani, e lo è tutt'oggi, mentre in Germania la Merkel deve fronteggiare diversi oppositori sul tema. Inoltre questo è un anno elettorale in tutta Europa: a maggio si vota in Francia, a settembre in Germania e, forse, entro l'anno anche in Italia. Nei tre paesi più forti industrialmente e membri fondatori d'Europa, il sentimento nei confronti dell'Euro, della NATO e dell'Europa stessa non potrebbe essere più contrastato. In Francia il confronto è tra la Le Pen, fautrice dell'abbandono dell'Euro e della NATO e Macron, ricco banchiere cosmopolita e pro-Europa. In Germania per l'ennesima volta la Merkel si presenterà alle elezioni quasi certa di vincere, ma questa volta di fronte avrà un fortissimo partito euroscettico come "Alternativa per la Germania", che ha già vinto in diverse città e Lander tedeschi alle ultime elezioni amministrative. In Italia, il M5S ha più volte espresso la sua volontà di far esprimere i cittadini sull'appartenenza o meno all'Euro ed ha notoriamente una posizione scettica verso le politiche di Bruxelles e della NATO. Il PD, o quel che ne resta, dovrà necessariamente sperare di arrivare primo alle prossime elezioni o non avrà la possibilità di ottenere da Mattarella il mandato esplorativo per formare un governo di coalizione pro Europa e pro Euro. In attesa di capire quale sarà il destino dell'Euro e dell'Europa il TTIP resta sullo sfondo. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che esso nasce dalla volontà dell'amministrazione Obama, che in otto anni si è dimostrata molto favorevole alla globalizzazione e che ha dovuto accettare a malincuore la mancata firma dell'accordo entro il termine elettorale. D'altro canto i repubblicani sono storicamente meno propensi alla stipula di accordi multilaterali. Quindi il trattato, oggi, ha ancora qualche chances di essere approvato? Se l'Europa si spaccherà, e con essa l'Euro, il TTIP avrà ancora un senso? Quali saranno i nuovi rapporti commerciali con gli USA? Queste sono le nuove domande poste dalla nuova amministrazione Trump e dalla sua postura isolazionista, sovranista e assertiva. Gli USA hanno un forte deficit commerciale per cui importano molto dai paesi emergenti ed esportano soprattutto verso paesi ricchi. In questi ultimi decenni questa posizione ha di fatto rafforzato paesi come Cina, India e Brasile (i BRICS) che hanno iniziato ad affacciarsi sulla scena mondiale togliendo quote di mercato agli USA anche i quelle nazioni in cui questi ultimi si sentivano più forti, soprattutto in Europa. Rafforzare il legame con il vecchio continente non è solo questione di natura economica ma anche geopolitica, vista la crescente influenza russa non solo nell'Europa dell'est ma anche in diverse nazioni "core" dell'Unione. In definitiva, l'affermazione di Trump, "America First", è solo l'ultima enunciazione di una dottrina politica e di una visione in politica estera, che non è mai cambiata dal 1776, anno della nascita dei primi Stati Uniti America. Quello con l'Europa è un rapporto che gli USA non possono permettersi di perdere, perciò gli Stati Uniti cercheranno di mantenere la loro presa sull'Europa cercando di massimizzare le conseguenze di una eventuale spaccatura dell'Euro, negoziando accordi bilaterali con le singole nazioni europee, ma potrebbero altresì scegliere di approvare un TTIP "light" pur di non perdere il contatto con un'area ricca come quella europea nel caso l'Euro resti qual è. Intanto il CETA continua il suo iter e potrebbe essere approvato entro l'anno. Se non avverrà, forse avremo un indizio sul come andrà a finire il TTIP e, forse, con esso anche l'Euro.

mercoledì 9 novembre 2016

Elezioni USA: The show must go on.



E infine ha vinto Donald Trump.

Dopo un anno di campagna pro Clinton su tutti i media americani ed internazionali, molti si sono fatti convincere dalla loro stessa propaganda ed ora si dicono stupiti. In Italia, ad esempio, nella lunga notte elettorale, tutti i canali erano in collegamento satellitare solamente con il comitato elettorale di Hillary Clinton snobbando quello di Trump. Ovvio il "buco" mediatico derivante dall'inattesa vittoria del candidato Repubblicano.

Ma è stata realmente tale o si poteva prevedere con un buon grado di approssimazione?
Credo sia sufficiente osservare la distribuzione del voto popolare e dei delegati conquistati da Trump in questa elezione per comprendere la distanza tra l'elettorato americano reale e la campagna mediatica imbastita dalla candidata democratica.

Ha votato per Trump tutta la "rust belt", la cintura arrugginita , fatta di fabbriche chiuse e attività dismesse. Un tempo patria del "Made in USA" è oggi il cuore degradato di un'America industriale depredata dall'outsourcing verso il sudest asiatico. E' da questa parte d'America che viene il malcontento verso i trattati internazionali TPP e TTIP, visti come una cessione alla grande finanza internazionale ma senza ricadute per le classi medie e proletarie. Inoltre è un'area a maggioranza bianca e tradizionalista, zoccolo duro dell'elettorato repubblicano. Non ultimo, rappresenta il blocco agricolo della nazione, storicamente conservatore ed isolazionista. Per la Clinton hanno invece votato gli stati che si affacciano sulle coste est ed ovest, sede dei più importanti comparti economici americano, finanza e tecnologia, in cui si concentrano la maggior parte dell ricchezza e del potere degli USA.
Clinton ha fatto appello alla popolazione cosmopolita e progressista, lottando con Sanders per raggiungere le fasce più basse della popolazione ma senza riuscirvi. Una volta pubblicati, saranno analizzabili i dati dei flussi elettorali che ci diranno dove sono andati i voti ispanici, afroamericani e quelli religiosi o dei giovani. Ma una vittoria così netta contiene i germi di un cambio di paradigma E' lo stesso fenomeno già osservato nelle elezioni nazionali francesi, nel referendum sulla Brexit, nell'ascesa impetuosa del Movimento 5 Stelle in Italia o nelle affermazioni elettorali di AFD in Germania.

I cittadini stanno interpretando la realtà alla luce della loro esperienza quotidiana, mediandola con la rappresentazione che di questa danno i media ormai onnipresenti. La crescente consapevolezza nei cittadini delle ampie contraddizioni del sistema, di una propaganda spinta al parossismo che, ingenerando la reazione opposta, si tramuta in rifiuto, nella sensazione di manipolazione ed il forte contrasto tra il mondo idealizzato e le necessità reali, hanno portato ovunque nel mondo a risultati elettorali "inattesi". Il realismo delle classi lavoratrici ha vinto sull'idealismo paternalista delle classi dirigenti al governo. Ora quel realismo si sposa a quello di un presidente che ha fatto più di una dichiarazione clamorosa su tutti i temi di politica estera in un mondo che non vede più gli USA come il dominus incontrastabile delle relazioni internazionali. 
Queste sono ormai dominate dal ritorno di un'ottica realista in cui ognuno cerca di garantire i propri interessi.

Questa svolta sta avvenendo sotto i nostri occhi e ne sono un ulteriore indizio l'assertività di Erdogan in Turchia, l'interventismo russo in Siria ed Ucraina, le rivendicazioni cinesi sul Mar Cinese Meridionale e le dichiarazioni antiamericane del Presidente filippino Dutarte. In Europa diversi governi non stanno ratificando le disposizioni in arrivo dalla UE in merito alle direttive in tema di migranti e fiscal compact. L'Inghilterra esce dall'Unione Europea e altri paesi rallentano il loro ingresso. Gli Stati Uniti arrivano buoni ultimi su questa scena ma, visto il peso, determineranno senz'altro nuovi equilibri.

Durante la campagna elettorale una delle accuse ricorrenti a Trump è stata la sua intenzione di riavvicinare Russia e USA verso una cooperazione di sicurezza ed è stato perciò tacciato di "intelligenza con il nemico" e di essere amico di Putin. Dal punto di vista della scuola Realista delle relazioni internazionali è invece un comportamento assolutamente razionale. Trump, d'altronde, è tutto fuorché un idealista kantiano. La scuola di pensiero realista afferma infatti che è molto più probabile che attori internazionali egualmente forti come Russia ed USA scelgano di accordarsi tra loro tanto in virtù del costo che entrambi pagherebbero in caso di guerra sia in quella della stabilità più ampia del sistema che implica meno costi per mantenere l'ordine tra le potenze emergenti.

Un accordo tra Russia ed USA sulla Siria e sullo status della Repubblica del Donbass, in Ucraina, sono risultati che si possono raggiungere per via diplomatica. Gli USA non hanno, al momento, la forza di contrastare la crescita di Cina e Russia se non intaccandone la sfera economica. Una guerra convenzionale con uno di questi due opponenti sarebbe improponibile. Se uno dei pilastri della scuola realista è che i rapporti internazionali devono fondarsi sulle effettive capacità (industriali, militari, economiche) degli Stati e non sulle loro intenzioni (ovvero quelle del governo pro-tempore), il secondo è che non è importante qual'è la forma dei governi che raggiungono un accordo tra loro ma il contenuto di esso e gli interessi dei contraenti. E' stata questa l'ottica con la quale USA e Cina si sono riavvicinate negli anni '70, e dello straordinario successo di entrambi negli ultimi 20 anni. E' questo il motivo della solida alleanza tra la democrazia americana e la teocrazia saudita o il ristabilimento delle relazioni con Cuba. Cosa ci dobbiamo quindi attendere dal nuovo Presidente americano? Trump è un realista e le sue scelte saranno prese, se possibile ancor più, nell'esclusiva ottica di perseguire gli interessi americani. Questi attraversano il versante politico, economico e militare ed hanno impatto su tutte le nazioni, sebbene in maniera differente.

Nel suo programma elettorale ci sono elementi di forte protezionismo e di unilateralismo che avranno un forte impatto sull'economia mondiale, se messi in atto. Il rimpatrio di attività industriali sul suolo americano è già in atto (si chiama in-shoring) ma Trump potrebbe accellerarlo con una politica di sgravi fiscali che favoriscano l'impiego di una vasta manodopera locale la cui paga oraria media è comunque inferiore a quella europea. Anche senza l'approvazione del TTIP i mercati europei potrebbero veder arrivare nuovi concorrenti americani, meno competitivi dei cinesi in termini di prezzo ma più concorrenziali in termini di qualità, tecnologia e certezza del sistema di regole. Un eventuale rialzo, già a dicembre, dei tassi d'interesse da parte della Federal Reserve, potrebbe far partire poi la corsa al titoli di stato americani ed al conseguente calo del Dollaro nei confronti dell'Euro, ma anche dello Yuan. Ciò porterebbe le merci americane in una posizione di vantaggio in termini di export verso l'Europa e di minori importazioni dalla Cina. Quest'ultima vedrebbe crescere il suo vantaggio di cambio nei confronti dell'Euro e se, malauguratamente per l'Europa, lo status della Cina divenisse quello di "Economia di Mercato", il vecchio continente verrebbe invaso da fiumi di export cinese, capace di distruggere qualsiasi sistema industriale europeo. Più lavoro negli Stati Uniti e rendimenti crescenti nelle obbligazioni significano riduzione dei capitali all'estero, con conseguente arretramento dei valori azionari e minori investimenti industriali. 

Oltre a questo, il rialzo dei tassi americani porterebbe con sé anche quelli europei con l'incubo di poter rivivere il quadriennio 2008/2012 che ha sterminato il 25% della produzione industriale italiana e ha intaccato seriamente quella europea. D'altra parte un'apertura di Trump verso la Russia potrebbe portare con sé l'abolizione del regime di sanzioni verso quest'ultima permettendo alle aziende europee di poter tornare a fare affari con Mosca. Trump si è già detto contrario al TTIP, in quanto verrebbe limitato nelle sue scelte politiche da un accordo sovranazionale e potrebbe rimettere in discussione il TPP per quanto detto prima in merito alle importazioni dall'Asia. In termini politici la sua ascesa avrà influenza in seno alla commissione europea sul panorama delle alleanze in Europa in quanto i repubblicani (che hanno vinto anche Senato e Camera dei Rappresentanti), tradizionalmente associati ai partiti di centrodestra , avranno come controparte governi europei ad essi inclini, a parte la Francia di Hollande e l'Italia di Renzi. Con i socialisti francesi che quasi certamente perderanno le presidenziali del 2017 e l'Italia del PD a rischio se al prossimo referendum dovesse vincere il NO, Trump troverà entro l'anno prossimo un Europa a maggioranza di centro-destra e con partiti anti sistema in crescita. Non è un segreto che in entrambi questi schieramenti vi siano simpatizzanti delle politiche messe in atto dal Presidente Putin. 

Questo scenario potrebbe semplificare un riavvicinamento tra Russia ed USA anche sulla questione della ragione d'essere della NATO che è stato un altro tema molto controverso della campagna di Trump, e che ha generato molti timori negli atlantisti dell'establishment americano. La NATO ha continuato ad espandersi dal 1989 ad oggi sino a lambire direttamente i confini della Russia. Il confronto di nervi tra le due entità militari non ha tardato a manifestarsi, con la disposizione di truppe nelle repubbliche baltiche in ottica anti russa o il presidio dei cieli del baltico e delle coste del Mar Nero da parte della marina russa per ribadire la propria presenza alle sempre più frequenti navi americane in quelle aree. In Siria russi ed americani si combattono silenziosamente sebbene i secondi si celino dietro a milizie islamiche finanziate con fondi forniti dai sauditi e dalle petro-monarchie del golfo. Anche queste ultime sono parte del riassetto dell'ordine internazionale. Se Trump rispetterà gli accordi con l'Iran, l'influenza dell'islam sunnita intransigente di matrice wahabita si ridurrà, e con essa la forza di ISIS e al Qaeda in tutto il medioriente. E' pur vero che i sauditi sono comunque intenzionati ad armarsi per contrastare proprio l'Iran sciita ed i loro acquisti sono storicamente rivolti agli Stati Uniti. La Siria è una partita delicatissima che vede al tavolo USA, Russia, Iran, Assad e la Turchia ma di riflesso anche Cina ed EU. Le mosse di Trump in questa vicenda nei prossimi sei mesi saranno molto indicative.


Il nuovo Presidente ha davanti a sé, a partire da gennaio 2017, quattro anni intensi. E' presto per fare ipotesi ma dovrà soddisfare prima di tutto le richieste degli americani perché è da questi che è stato eletto. I primi mesi di governo lo vedranno impegnato su questo fronte e sugli incontri con gli altri capi di Stato e di Governo. Il riflesso di ciò che deciderà per gli USA si riverbererà su tutto il globo dando forse vita ad una nuova era geopolitica. Lo sapremo all'inizio del suo secondo mandato.

lunedì 12 settembre 2016

E' Uscito il libro : "TTIP La NATO Economica?"


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Il libro intende mettere in luce gli scenari geopolitici che l'eventuale stipula del TTIP genererebbe. Storicamente la frontiera della Russia è stata la frontiera dell'Europa, concepita come un'area a maggioranza latina e cristiana opposta ad una slava ed ortodossa . Durante i secoli lo spazio che va dall'Adriatico all'Ucraina, da Tallinn ad Atene passando per la Polonia è stato conteso tra Russia e Germania, ma ora quest'ultima è "ingabbiata" nell'Unione Europea.
Sin dalla nascita della disciplina geopolitica tutti gli autori hanno rilevato come proprio quello spazio Mitteleuropeo o dell'Est Europa, sia stato al contempo l'obiettivo tanto delle due potenze continentali quanto di quelle atlantiche, capitanate dagli Stati Uniti. Il TTIP si propone di creare un'area economica, politica e nel lungo periodo, sociale, dagli esiti imprevedibili. Proprio in Germania l'opposizione è più forte poichè è la Nazione che si pone in diretta competizione con gli Stati Uniti per livello di tecnologia. Il livellamento del terreno che il TTIP propone, avvantaggia le aziende USA contro quelle tedesche e riduce il vantaggio tecnologico di queste ultime. Questo è solo uno dei punti che restano aperti nei negoziati che si susseguono incessanti, disturbati da qualche stop & go sottogovernativo. Anche la Francia ha molto da perdere dai termini del trattato, in special modo per quanto riguarda le sue aziende pubbliche.  L'Italia deve temere la distruzione dei marchi protetti e la futura sparizione di sussidi europei all'agricoltura, oltre all'introduzione di sementi e chimica ora vietati. L'Inghilterra, allo stato attuale, si è sfilata dall'accordo. In quanto membro dimissionario dall'UE, gli accordi non si applicheranno alla sua legislazione, che continuerà a venire regolata bilateralmente.
Se il TTIP si concretizzerà si aprirà il dibattito sull'adesione alla NATO ed all'UE di tutte le Nazioni che ora fanno parte dell'una o dell'altra istituzione ma non di tutte contemporaneamente. Alcune di esse hanno ancora forti legami economici e culturali con Mosca. Dobbiamo forse aspettarci nuovamente una guerra nei Balcani o sul Baltico?
Ed inoltre, conviene realmente alle Nazioni europee legarsi agli USA ora che il Grande Oriente Cinese si è risvegliato e accentra su di sè attenzioni e investimenti?
La Cina esclusa dal TPP e la Russia esclusa dal TTIP potrebbero legarsi tra loro in chiave anti-americana e sfidare lo status quo?
Alcune delle risposte sono possono giungere dalle riflessioni di Huntington, Fukuyama, Dugin, Luttwak o Lacoste e servire come paradigma per comprendere un momento focale della continua trasformazione delle relazioni internazionali e per ipotizzarne i futuri sviluppi.


Un estratto dal libro.

Il Trattato di Partnership Commerciale Transatlantica (TTIP), attualmente in discussione ai più alti livelli tra Stati Uniti ed Unione Europea, ha come obiettivo quello di realizzare un mercato privo di dazi e barriere doganali tra le due sponde dell'Atlantico. Il trattato definisce anche un'armonizzazione degli standard produttivi e legislativi su diverse materie. Ciò potenzialmente può creare uno spazio chiuso o con alte barriere all'ingresso di nuovi paesi ma contemporaneamente un forte disincentivo nel non farne parte. 

Il TTIP ha tutte le caratteristiche per “staccare” l'Europa occidentale dalla massa euroasiatica in termini commerciali ponendosi come nuovo aggregato geoeconomico quasi autosufficiente e potenzialmente autarchico ma alcuni autorevoli commentatori internazionali suggeriscono che la dimensione della sicurezza non debba essere trascurata ed è perciò necessario sostenere l'allargamento ed il rafforzamento della NATO parallelamente all'applicazione del Trattato. Infatti i confini della NATO e dell'UE (quale firmataria del TTIP) non coincidono. 

Quali implicazioni potrebbe avere questo fattore sull'applicazione del trattato sulle nazioni che entreranno a posteriori nell'EU ma sono già oggi membri della NATO? E quali per quelle nazioni che hanno fatto richiesta di ingresso nell'UE ma non sono membri della NATO avendo forti legami economici e culturali con Mosca?

Il TTIP ha perciò un contenuto geopolitico intrinseco che va oltre l'aspetto economico, tanto che questo potrebbe sembrare più un mezzo che un fine. L'obiettivo recondito sarebbe quello di creare un'unica comunità politica occidentale euro-americana fondata sui valori liberali e sulla propria
specifica civiltà come messo in luce da Samuel Huntington ne Lo Scontro di Civiltà. È quindi importante comprendere che l'approvazione del TTIP potrebbe creare un nuovo attore sovranazionale il cui impatto geopolitico sarebbe certamente foriero di nuovi scenari 

La stipula di un trattato che coinvolge le due aree economiche più ricche del pianeta, le cui valute sono il fondamento del sistema internazionale, legate da reti economiche e telematiche fitte e concatenate, in cui si concentrano tanto i capitali più vasti quanto la forza militare più ampia e potente della Storia, la NATO, è di per sé un fatto geopolitico secondo qualsiasi dottrina geopolitica.

Il TTIP è infatti un evento tanto importante quanto le sorti della guerra in Siria, la sfida dell'ISIS o l'evoluzione della crisi in Ucraina. Esso è foriero di un possibile nuovo ordine stabile o forse solo l'ennesimo elemento di un assetto in continuo mutamento nei rapporti internazionali.

A partire dal 1989 ad oggi, l'obiettivo politico degli Stati è di partecipare alla competizione nel commercio globale. La geopolitica diviene geo-economia. Il concetto di frontiera fisica, fondamento dell'autorità dello Stato, è stato rimpiazzato da quello di interconnessione e di integrazione. Le merci e i capitali devono poter fluire dentro e fuori gli stati per permettere al sistema di funzionare.

Il soft power affianca, e in certi casi sostituisce, l'hard power nella gestione della politica estera. In questa fase infatti, il mercato internazionale è più integrato che mai e tutte le nazioni che vi partecipano hanno abbandonato un'ottica ideologica in materia economica. La sopravvivenza delle nazioni è sempre più influenzata dalle variazioni dei mercati finanziari e l'economia è il “driver” principale che decide la sorte anche politica dei cittadini del mondo. 

Le economie asiatiche, la Russia, il Brasile e l'India insidiano il primato occidentale in molti mercati e la loro quota di potere economico influenza politicamente diversi paesi in ogni continente. Le nazioni occidentali mantengono ancora il controllo dei regolamenti internazionali (World Bank, FMI, ONU, Dollar Standard, ecc..) ma devono necessariamente cedere quote di potere al crescente peso dei “nuovi arrivati”. Gli ultimi 5 lustri hanno visto la realizzazione di un sistema finanziario-industriale altamente integrato che permette ai grandi capitali finanziari di fluttuare da un circuito economico ad un altro, dalle obbligazioni statali alle borse valori, dai futures sulle merci a quelli sul petrolio e le materie prime in maniera pressoché immediata. 

Tutto ciò crea un ambiente nuovo su cui agire e permette a quei capitali di divenire una leva per influenzare nelle loro decisioni le nazioni in cui quei capitali si riversano. Quei capitali finanziano, ad esempio, la costruzione di condutture per il petrolio o per il gas che corrono attraverso diverse nazioni dal luogo di estrazione al mercato di utilizzo finale. Inutile dire che queste infrastrutture creano legami geopolitici e sono oggetto di geopolitica dalla fase della loro ideazione fino alla loro realizzazione e messa in opera. 

Consideriamo poi i traffici commerciali su terra e via mare, che sono sviluppati come mai lo erano stati in precedenza. Le rotte commerciali che si dispiegano su tutti i mari hanno bisogno di una rete di sicurezza che impedisca loro di essere interrotte da guerre o pirateria. Questo viene garantito da un controllo internazionale sui punti nodali dei traffici come Suez, Malacca, Aden e il Mar Rosso o le coste a sud dello Sri Lanka che è ovviamente oggetto di analisi geopolitica . Che dire poi del sistema di produzione globalizzato che permette ad un prodotto ideato negli Stati Uniti di essere realizzato in Cina o in Vietnam per essere poi recapitato via mare ad un acquirente europeo? Quanto la geopolitica entra nelle considerazioni degli investitori internazionali per determinare la locazione di uno stabilimento o l'apertura di un nuovo mercato per loro prodotti? 

Sebbene la conflittualità internazionale sia stata fino a 25 anni fa governata da considerazioni politiche e ideologiche, le guerre del futuro saranno prevalentemente combattute per il possesso e il controllo di beni economici vitali, di risorse necessarie per il funzionamento delle moderne società industriali e per la conquista di mercati di sbocco stabili e regolamentati.

Non necessariamente il conflitto si espliciterà in forma armata ma sarà implicito nella stipula di trattati commerciali internazionali, come il TTIP o il TPP , che vincoleranno le nazioni all'appartenenza a sistemi economici esclusivi, anche se potrebbero altresì essere oggetto di scontro
i territori soggetti al transito delle linee energetiche e logistiche con conseguenti ripercussioni in termini politici, sociali ed economici. (Continua a leggere...)

martedì 6 settembre 2016

Le Nazioni esistono ancora.

Si sono concluse da poco le Olimpiadi di Rio de Janeiro ed abbiamo ancora negli occhi le immagini delle cerimonie di premiazione e delle gare. Abbiamo tutti gioito e sofferto con con gli atleti italiani e alcuni di noi hanno seguito le sorti di atleti stranieri anche per un senso di simpatia verso altre Nazioni. Perché, sebbene le gare si svolgano tra atleti in prima persona, le Olimpiadi sono ancora una competizione tra squadre nazionali. Il Comitato Olimpico Internazionale non riconosce ufficialmente il medagliere per Nazioni ma è quello che per tutti conta per capire chi ha “vinto” le Olimpiadi. Durante la Guerra Fredda la competizione serrata tra USA e URSS ha più volte visto i campi di gara olimpici, e il medagliere, quali terreno di scontro e di rivincite. Oggi sembra essere il turno della Cina ma l'obiettivo è lo stesso: guadagnare prestigio e visibilità internazionale.
Ad oltre cinquecento anni dalla nascita dell'era moderna e del concetto di Stato, le Nazioni continuano ad essere il centro delle Relazioni Internazionali, ad ogni livello. Potrebbe sembrare una difesa appassionata del concetto di Nazionalismo ma è in realtà una fredda presa d'atto. Nazioni in competizione alle Olimpiadi, Nazioni che combattono in Siria e Libia, Nazioni che decidono di lasciare un'unione di Nazioni come è l'UE. Sono i confini nazionali ad essere interessati dai fenomeni di pressione migratoria, sono i bilanci nazionali a soffrire delle crisi economiche, sono nazionali le risposte al terrorismo internazionali. Anche l'Unione Europea è infatti un'associazione volontaria, il caso inglese lo dimostra, ed è fondata sul concetto di interesse nazionale. Dopotutto esiste ancora un Campionato Europeo di calcio in cui le squadre nazionali si affrontano senza neppure che la bandiera europea appaia sulle loro magliette. Gli Stati sono dovuti intervenire per arginare gli effetti della crisi americana scoppiata nel 2008 e del tutto attribuibili al settore bancario privato. In Siria si sta combattendo per mantenere unita una Nazione, in Libia una Nazione si sta dividendo in due. In Europa, l'afflusso di un numero enorme di immigrati mette sotto pressione i sistemi di welfare nazionali, e quindi i bilanci, come anche la munifica Germania ha dovuto ammettere. Sebbene molti concetti mondialisti e transnazionali vengano veicolati quotidianamente attraverso tutti i media, è la rappresentazione attraverso riferimenti locali quella a dare maggior senso alle vite di ognuno. Molte ricerche sociologiche in questi anni hanno dimostrato come con l'avanzare della globalizzazione si sia contemporaneamente verificato un ritorno di interesse verso le comunità locali, per i loro prodotti e le loro specificità. Espressioni come “Made in Italy” o “Made in Germany” sono il portato di una storia che è nazionale e non è replicabile, anche se può essere sfidata dal “Made in Korea” o dal “Made in China” senza averne lo stesso fascino. Le Nazioni si sono formate storicamente, per sedimentazione delle tradizioni, per il permanere di una lingua e di una coscienza comune, dando luogo ad una cultura peculiare, e sebbene questi elementi siano stati sfruttati in senso radicale ciò è potuto avvenire perché sono sentimenti radicati e fondano i valori e molto del senso che diamo alla nostra realtà quotidiana. Le pressioni della Commissione Europea su Nazioni est europee, come Ungheria e Polonia in tema di finanze, di immigrazione e di intromissione politica hanno portato al governo partiti di stampo tradizionalista. In quelle Nazioni il senso di appartenenza nazionale è stato soffocato nell'epoca degli Imperi e nel successivo periodo sovietico e la necessità di affermazione della propria esistenza è quindi più forte. Parimenti nell'Europa comunitaria, la crescita dei partiti detti “antisistema” si accompagna ad una rinascita del sentimento nazionale. E' così in Olanda, in Germania, in Inghilterra ed in Francia.
In Italia lo stesso termine “Nazione” è bandito e inutilizzabile, pena la stigmatizzazione e l'attribuzione di una qualche etichetta come “destrorso”, “nazionalista” o addirittura “fascista”.
Al suo posto viene utilizzato il termine “paese”, forse a causa di una superficiale traduzione di “Country” utilizzato in ambito anglosassone ma con un'accezione decisamente diversa.
Ciò però non vuol dire che media e politici non facciano riferimento all'orgoglio nazionale presente ancora, giustamente, a livello popolare ma ciò avviene solamente quando dall'estero qualcuno fa notare qualche nostra mancanza o per giustificare qualche battaglia del governo contro i mulini a vento europei. In tutti gli altri casi l'Italia non è una Nazione, non deve avere coscienza di sé in quanto entità storica e culturale, è solo un “paese”, un “territorio”, “un'espressione geografica” come ebbe a dire secoli fa il cancelliere austriaco Metternich. Ma i suoi confini esistono e sono fisici, come le Alpi e il mare che circonda la penisola, sono psicologici, come quelli che i cittadini si danno per definirsi rispetto agli stranieri (interni ed esterni), sono culturali, come quelli che tutto il mondo ci riconosce quando ci premia per il nostro cinema, la nostra tecnologia e la nostra arte.
I confini della Nazione sono stati conquistati a spese di enormi fatiche e milioni di morti durante questi 150 anni. E' però vero che è stato difficile imporre un concetto di nazionalità ad una popolazione, come quella italiana, che per secoli ha vissuto rinchiusa in piccoli regni, minuscoli principati, ducati e granducati, regni più o meno controllati da potenze straniere. Così come sta accadendo per le Nazioni est europee citate in precedenza, anche in Italia la politica ha fatto leva sul sentimento nazionale nel periodo 1870-1945. Poi, avendo perso malamente la Seconda Guerra Mondiale conclusasi con una resa incondizionata, ha dovuto rinunciare alla propria autonomia politica, militare e a partire dal 1992 anche economica.
Resta il fatto che ogni Stato ha il potere di imporre le proprie norme solo all'interno dei propri confini, che quindi devono essere certi, garantisce i diritti ai propri cittadini-elettori e può farlo solo all'interno dei propri confini (ricordiamo su tutti il caso dei marò), impone le tasse ai singoli e alle aziende sul proprio territorio, tanto che questi possono decidere di espatriare per cercare condizioni economiche più favorevoli in Nazioni straniere. Salvo poi sentirsi indicare come “gli italiani” una volta trasferitisi.
La presenza dell'Unione Europea, unico esempio nel mondo di cessione quasi totale di sovranità statale, a volte può confondere alcuni circa la permanenza di questi concetti. Se però pensiamo al fatto che non esiste alcuna tassa comune europea, che la Commissione Europea è composta da commissari designati dai singoli governi, che le decisioni importanti a livello continentale vengono prese in consessi multilaterali partecipati sempre e solo dalle stesse Nazioni, Francia, Inghilterra e Germania (e a volte Italia), che le astruse leggi italiane cessano di valere non appena lasciata Ventimiglia o attraversato il Brennero e che l'Inghilterra può decidere di lasciare l'Unione Europea generando il panico a Berlino, Parigi e Roma allora ci rendiamo conto chiaramente che le Nazioni esistono ancora.
E' possibile mantenere un sano sentimento di appartenenza nazionale senza che si trasformi in sciovinismo o ottuso nazionalismo? Si, è possibile a patto di saper ammettere i propri difetti, cercando però di porvi rimedio e di essere consci dei propri pregi senza scadere nell'autocelebrazione. In definitiva, se stai leggendo questo post in italiano, su un blog italiano e i pensieri che ti genera in testa ti parlano in italiano, allora devi prendere atto che ciò che è scritto sulla carta d'identità è vero: “Nazionalità : Italiana”. Per quanto tempo ancora questo sarà vero lo deciderai tu, vivendo, creando, parlando e votando su questa inimitabile porzione di mondo e sotto questo splendido cielo. Italiano.




venerdì 24 giugno 2016

TTIP, I tentennamenti dell'Europa

Durante questa prima settimana di Maggio si è svolto l’ennesimo round di negoziati tra Stati Uniti ed EU in merito al famigerato TTIP ovvero l’accordo di libero scambio tra le due sponde dell’Oceano Atlantico. Anche questa volta in Germania sono state organizzate diverse manifestazioni contro il trattato che hanno visto una partecipazione molto elevata di cittadini. La Germania ci ha già abituato a certe dimostrazioni di ostilità nei confronti dei termini del trattato che, stando ai contenuti attuali, danneggiano pesantemente l’industria tedesca e non solo. A sorpresa anche in Francia si sono svolte manifestazioni di piazza molto partecipate ed il movimento anti-TTIP sta facendo nuovi proseliti tra i cittadini di ogni categoria, in particolare tra gli agricoltori, che rappresentano attualmente lo zoccolo duro dell’elettorato del Partito Socialista Francese. La vera novità sta però nelle dichiarazioni del Presidente Hollande che ha affermato che se non cambieranno le normative in merito al settore agricolo, l’accordo non potrà venire approvato né entro la fine della presidenza Obama né tanto meno in futuro. Le pressioni americane perché il TTIP venga firmato il prima possibile sono infatti fortissime e ciò è dovuto alla sensazione che una futura, possibile, amministrazione repubblicana guidata da Donald Trump possa rimettere in discussione il trattato Transatlantico e far deragliare l’approvazione di quello Transpacifico , il TPP. Storicamente, infatti le amministrazioni repubblicane sono meno inclini agli accordi internazionali ed inoltre Trump ha già affermato più volte di voler rivedere la presenza americana nel mondo, tanto a livello militare quanto in ambito commerciale. Ciò non vuol dire che gli USA, con Trump, si rinchiuderanno in uno “splendido isolamento” ma che presumibilmente accelereranno la politica di inshoring delle proprie aziende ora dislocate in molti paesi esteri e per la maggior parte in Cina ed in Asia in generale. Dal punto di vista europeo Francia, Germania e a sorpresa, seppur timidamente, Italia, hanno fatto notare come i termini del trattato siano fortemente sbilanciati a vantaggio del sistema americano e che il settore agricolo europeo potrebbe ricevere un colpo esiziale per mezzo dell’eliminazione del sistema di incentivi detto PAC (Politica Agricola Comune), dall’eliminazione del principio di precauzione e dalla cancellazione dell’etichettatura di Indicazione Geografica Tipica vigente su molti prodotti europei di qualità. Finalmente anche i leader europei dei maggiori paesi si sono convinti a prendere sul serio le legittime e ben motivate preoccupazioni esposte dai vari movimenti anti TTIP attivi sul continente europeo sebbene la Commissaria Europea al Commercio Cecilia Malmstrom, negoziatrice del TTIP per l’EU, abbia minimizzato le proteste etichettandole come “una tempesta in una tazza di Tè”. In un report molto dettagliato sulla situazione tedesca pubblicato nel maggio 2014 del “The German Marshall Fund of the United States” si legge: “In parte l’aumento del criticismo [nei confronti del Trattato] riflette il fatto che gli obiettivi dichiarati del TTIP si propongono di superare il classico approccio di rimuovere tariffe e aprire mercati, servizi e appalti pubblici a investimenti esteri. Il TTIP è ampiamente percepito come il progetto di una nuova generazione di accordi di libero scambio che si propongono di restringere il gap normativo [tra USA ed EU]. Il supporto tedesco al trattato è imprescindibile per la sua approvazione finale ma è anche importante capire quali articoli verranno approvati, quali no e perché. Il documento in esame, citando una ricerca del “Pew Research Center”, afferma che in Germania tra gli aspetti maggiormente contestati vi è ad esempio l’eliminazione di dazi e tariffe sulle merci americane, che verrebbero quindi equiparate a quelle tedesche. Anche una eccessiva deregolamentazione degli investimenti americani in Germania viene reputata negativamente da molti di coloro i quali si oppongono al trattato.
Lo stesso tentativo di uniformare gli standard viene visto come una volontà di rendere i prodotti tedeschi e americani sempre più simili annullando così il vantaggio delle soluzioni tecnologiche tedesche, notoriamente molto avanzate. I tedeschi (73% nell’aprile 2014) temono inoltre che una eccessiva libertà di investimenti e acquisizioni americane in Germania potrebbe nuocere all’economia. Il caso del Presidente francese è stato in parte interpretato come una mossa tattica per recuperare un consenso che è ora scivolato ai minimi di sempre, cavalcando i timori (assolutamente giustificati) espressi dagli agricoltori e dal settore industriale. In Francia la contrarietà viene direttamente dal Governo francese e verte maggiormente su alcuni contenuti specifici dell’accordo come quelli riguardanti il settore culturale e degli audiovisivi, la clausola ISDS e il settore energetico1. Per quanto riguarda il primo aspetto, il governo Hollande è riuscito a escludere qualsiasi norma riguardante il settore culturale (l’accento è posto sulla exception culturelle, il diritto di proteggere la propria industria culturale, molto sentito in Francia). Il secondo aspetto coinvolge direttamente l’inclinazione tradizionalmente dirigista dei governi francesi di qualsiasi colore mentre l’opposizione alla liberalizzazione dei settori energetico e dei trasporti è legata alla forte presenza dello Stato francese in aziende come Total-Erg o Alstom. In Italia il direttore della divisione “politica commerciale internazionale” del Ministero dello sviluppo economico Amedeo Teti, ha rilasciato una dichiarazione piuttosto esplicita sull’assenza di reciprocità nei vantaggi che il TTIP dovrebbe portare alle aziende ed ai cittadini americani ed europei 2 ma il premier Renzi continua a tacere o adirsi d’accordo con l’alleato americano. Detto per inciso, gli americani stanno osteggiando tutte quelle modifiche normative che dovrebbero permettere alle aziende europee di partecipare in condizioni di parità alle gare di assegnazione di appalti nel settore pubblico americano. Parimenti i negoziatori USA stanno spingendo per eliminare tutte quelle Barriere Non Tariffarie (BNT), rappresentate da norme e regolamenti comunitari e nazionali che rendono l’Europa un mercato chiuso ai prodotti americani.
Se le posizioni contrarie europee permarranno anche nel prossimo round di trattative che si svolgeranno il 19 Maggio a Bruxelles, ciò rappresenterà uno spartiacque epocale nei rapporti transatlantici ed un segnale importante avente una doppia valenza. In primo luogo la decisa perdita di Soft Power da parte dell’establishment americano nei confronti dell’Europa, apparentemente bilanciato da un aumento dell’Hard Power USA sotto forma di maggior dispiegamento di mezzi e uomini in ambito NATO specialmente nelle nazioni immediatamente confinanti con la Russia come la Polonia e le repubbliche baltiche. In secondo luogo una presa di coscienza europea sul crescente ed indispensabile legame con Cina e Russia fortemente osteggiato dagli americani ma assolutamente necessario all’UE. I due trattati gemelli TTIP e TPP, infatti, escludono proprio le due Grandi Potenze dal novero dei partecipanti tanto che potrebbe apparire proprio questo il reale obiettivo, ovvero la creazione di un commercio globale bipartito in cui le potenze occidentali, unite, si oppongono a tutte le altre. I BRICS al momento non sembrano in grado di contrastare unitariamente il progetto euroamericano ( a dire il vero più americano che europeo) in quanto si dibattono tra diverse crisi politiche ed economiche. Il Brasile, è in una fortissima fase di instabilità politica a causa della procedura di impeachment chiesta per la presidentessa Dilma Rousseff a seguito di un presunto caso di tangenti. Si aggiunge poi una cospicua contrazione economica dovuta in prima istanza al calo di richiesta e dei prezzi per le materie prime di cui il Brasile è un forte esportatore (in primis prodotti agricoli ma anche legname, minerali e prodotti industriali). Il Sudafrica, come il Brasile, è stato colpito dalla crisi delle materie prime ed inoltre soffre di una fortissima inflazione che ne sta minando la stabilità sociale. La Russia, dopo la forte crisi legata agli attacchi speculativi sulla sua economia, alle sanzioni imposte dall’Europa e dalla guerra in Ucraina, si sta risollevando ma il proprio mercato di esportazione di riferimento, quello europeo, si è ridotto e con esso anche i profitti delle aziende russe. La Cina è alle prese con una corposa e delicata ristrutturazione della propria struttura economica per riconvertirla alle necessità dell’enorme mercato interno anche per riequilibrare il calo di esportazioni in atto da due anni a questa parte. A più riprese si è parlato di “bolle” nel settore finanziario e borsistico cinese ed il governo sta cercando in ogni modo di mantenere stabile il valore della propria moneta, lo Yuan, impedendone il deprezzamento. E invece in atto una politica che porti progressivamente la moneta cinese a diventare gradualmente una delle valute di riferimento e di riserva del sistema mondiale attraverso l’inserimento di questa nel distema degli SDR (Special Drawing Rights, diritti speciali di prelievo) che sostengono il sistema finanziario del Fondo Monetario Internazionale. Oltre a ciò è ormai avviato il sistema di fixing dell’oro in Yuan presso un’autorità specifica con sede a Shanghai, che affiancherà quella storicamente presente a Londra. Attualmente la Cina è il più grande produttore di oro al mondo, avendo superato anche il Sudafrica, e ciò ha portato diversi analisti a concludere che è vicino il momento in cui Pechino deciderà di agganciare parzialmente la propria moneta al metallo giallo, scaricando progressivamente le proprie immense riserve di buoni del tesoro americani che gradualmente giungono a scadenza senza acquistarne di nuovi, visto il bassissimo rendimento che questi pagano sulle scadenze più lunghe. Solo l’India sembra , al momento, immune da crisi economiche o politiche, ma è pur vero che la Nazione guidata da Narendra Modi resta il più solido punto d’appoggio per la politica degli Stati Uniti in Asia, soprattutto nell’ottica di un contenimento militare cinese ed è per questo che la sua stabilità è assolutamente necessaria ai progetti americani nel continente.
Al di là della possibilità che i BRICS decidano di fare squadra per contrastare i disegni occidentali nel mondo e risollevare le proprie economie , resta il fatto che un‘Europa troppo legata agli USA tramite il TTIP impedirebbe all’Unione un rapporto più fluido con ognuno dei BRICS e soprattutto con Russia e Cina, proprio in un momento in cui il grande progetto cinese denominato “On Belt One Road” (OBOR), che mira a ristabilire le antiche vie di comunicazioni da e per l’Europa, si sta concretizzando. Negli scorsi mesi due segnali molto forti in questo senso sono i treni merci giunti a Teheran, in Iran3, e a Lione, in Francia4, provenienti dalla Cina. Per entrambi si è trattato di un viaggio di oltre 10000 Chilometri, senza mai toccare l’acqua del mare, e con un risparmio di circa due settimane sull’equivalente percorso marittimo. Se poi aggiungiamo che tale percorso è controllato e gestito dalla marina americana mentre il percorso via terra è al di fuori di tale controllo e si dispiega prevalentemente nei territori controllati dal SCO (Shanghai Cooperation Organization), l’alleanza militare composta tra gli altri da Cina, Russia e Kazakistan, il quadro che emerge è chiaramente un confronto di obiettivi geopolitici ma i cui mezzi sono economici. Il TTIP può allora veramente essere interpretato come una nuova versione della NATO ma in chiave economica, solo che stavolta l’Europa potrebbe voler scegliere di privilegiare il “Patto di Varsavia” Russo-Cinese. Caro Fukuyama, quindi, la Storia non è ancora finita. Per fortuna di tutti.


1 https://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/le-dure-critiche-francesi-verso-i-negoziati-ttip
2 http://economia.ilmessaggero.it/flashnews/ttip_accenti_critici_del_mise_sull_accordo_commerciale_con_gli_usa-1694981.html
3 http://www.cinaforum.net/sbarcato-in-iran-il-primo-treno-cargo-471-della-nuova-via-della-seta/
4 http://www.lastampa.it/2016/04/21/economia/arriva-il-treno-pechinolione-la-nuova-via-della-seta-su-rotaie-LX9oHVKO5Q6ies18sDm61H/pagina.html