Perchè Ordine e Progresso?

Il Blog prende il nome dal motto inscritto sulla bandiera del Brasile e mutuato da un'aforisma di Auguste Comte.
Questi, uno dei padri della Sociologia, era una convinto positivista, il che nel 1896 lo rendeva anche un progressista.
L'importante è , come infatti Comte mette al primo punto, che l'Amore sia sempre il principio cardine dell'Agire.


L'Amore per principio e l'Ordine per fondamento;il Progresso per fine

Auguste Comte ,1896

martedì 22 maggio 2018

La Guerra tiepida


Quello che tutti i giornali chiamano ormai “il caso Scripal” è sfociato in un'espulsione di massa di diplomatici russi dalle ambasciate occidentali: 30 sono stati “allontanati” dall'Europa, 60 dagli USA. La Russia promette un'eguale ritorsione e gli USA hanno già pronte nuove sanzioni. Siamo ripiombati nella Guerra Fredda? In realtà è già più che tiepida, visto che è nata nel 2007, dopo il celebre discorso di Putin alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, in cui denunciava il continuo avanzare della NATO verso i confini russi a dispetto degli accordi. In effetti, ad oggi l'unico paese del patto di Varsavia non ancora nella NATO è la Bielorussia. Da anni, poi, è in atto una strenua attività di demonizzazione ed accuse che spaziano dal doping olimpico agli Hacker, dal Russiagate, all'intervento in Siria, dagli sconfinamenti dei jet russi, sino appunto all'avvelenamento di ex agenti del KGB. Gli USA hanno già elevato sanzioni alla Russia per i fatti d'Ucraina, senza peraltro vi fosse un chiaro mandato dell'ONU in materia, e anche l'Europa ha elevato le proprie , anche se alcuni paesi come l'Italia e la Germania hanno provato più volte a non rinnovarle. Il rapporto tra USA e Russia e, obtorto collo, Europa, è già caldo da tempo e pare continuare a scaldarsi. Le due potenze si stanno già confrontando in Siria e Ucraina, sebbene sotto mentite spoglie, e hanno già mostrato i loro rispettivi muscoli nucleari più di una volta. In situazioni come questa, basta un incidente diplomatico o un avvenimento mal interpretato, per far cadere il mondo in una spirale di terrore totale. Quindi, al di là che si parteggi per gli uni o per gli altri, è necessario che le prove siano circostanziate, come pare non siano in questo caso, e come non lo sono state in un altro celebre caso di sostanze chimiche: quello dell'antrace che Powell agitò all'ONU come prova per trascinare gli USA alla guerra in Iraq. La prova era falsa, ma oggi milioni di iracheni non possono essere qui a rallegrarsene.

Verso l'Armageddon?


Il 9 Maggio Trump ha deciso di ritirarsi dall'accordo firmato nel 2013 con l'Iran sul suo programma nucleare. Stipulato anche da Cina, Francia, Germania, Cina, Russia, Inghilterra ed UE, esso prevede una drastica riduzione delle attività iraniane in campo nucleare per una durata complessiva di 13 anni ed è supervisionato dall'Ente Internazionale per l'Energia Atomica dell'ONU. Francia, Inghilterra ed UE si sono dette contrarie, temendo che ciò possa portare l'Iran a riprendere il programma e che ciò possa addirittura sfociare in una guerra con Israele e USA. Il tema è delicato, poiché formalmente l'Iran sta rispettando il Trattato di Non Proliferazione Nucleare in vigore dal 1970, ma Israele continua a dirsi dubbiosa delle reali intenzioni iraniane. I due paesi sono già venuti in contatto, sebbene non ufficialmente, in Siria, nella quale operano sia le truppe d'elite iraniane, spalleggiate dagli sciiti libanesi di Hezbollah, sia i servizi segreti militari israeliani e americani. La presenza iraniana in Siria, Libano e sud Iraq è un incubo geopolitico per Tel Aviv, che vede in essa la possibilità che tutta l'area che va dal Golfo Persico al Mediterraneo possa entrare definitivamente nella sfera di influenza di Teheran e permettere un giorno il transito del gas iraniano verso l'Europa. Ciò porterebbe a una progressiva perdita d'influenza di Israele nella regione e minaccerebbe, così si sostiene, la sua stessa esistenza. Nethanyau si è detto pronto ad attaccare tanto le truppe iraniane in Siria quanto lo stesso Iran, il quale è un avversario ostico. Esso ha 80 milioni di abitanti, in maggioranza giovani, e la sua cultura millenaria si irradia dal mediterraneo all'Asia centrale. Il suo esercito è il terzo, se non il secondo, nell'area dopo appunto Israele e Turchia, con la quale l'Iran ha da anni ottimi rapporti. Un conflitto chiamerebbe anche in causa l'Arabia Saudita, e forse Russia e Turchia, con esiti catastrofici. La terza guerra mondiale non è mai stata così vicina.

lunedì 2 aprile 2018

Una proposta che non si può rifiutare...




A distanza di poco più di un anno dal suo insediamento, Donald Trump ha dato il via al programma protezionista in ambito economico che ha caratterizzato la sua campagna elettorale.
Nei primi giorni della sua presidenza era già ricorso ai poteri presidenziali per ritirare gli USA dal TPP, il trattato trans-pacifico, affermando che non era vantaggioso per gli Stati Uniti. Lo stesso argomento è stato invocato in merito al commercio estero, con l'Unione Europea e diverse nazioni asiatiche, per prodotti quali pannelli solari, elettrodomestici, acciaio, alluminio ed altre decine di categorie di prodotti.

Difficile non chiamarla "guerra commerciale" poichè ne ha la forma e la sua sostanza si manifesterà nei contraccolpi che causerà in Europa, se realmente si verificherà. L'obiettivo principale, a detta del presidente americano, è la Cina, accusata di pratiche commerciali scorrette (dumping salariale, aiuti di stato, furto di brevetti, ecc) ma le ricadute sul rapporto con l'Europa sono evidenti. Le eventuali sanzioni decise da Trump non avranno lo stesso impatto su ciascuna delle nazioni che compongono l'Unione Europea. Alcune di esse come l'Italia, la Francia e la Germania, hanno un apparato industriale che per dimensione aggregata e specializzazioni si mette in diretta concorrenza con quello americano. In particolare la Germania è il quinto esportatore a livello mondiale verso gli USA con l'8,1 %, mentre importa a sua volta il 5,5 % dagli Stati Uniti.
L'Italia esporta il 7,8% ed importa il 3,3 dagli USA1.

Trump ha affermato che i dazi nei confronti dell'UE sono "sospesi" sino al 1° maggio, ma la Commissione Europea ha, giustamente, respinto un ultimatum così imperativo invocando il dialogo.
In effetti quello di Trump sembra il bluff di un giocatore di poker poichè, se è vero che i dazi danneggeranno i paesi che più esportano in USA, è anche vero che i consumatori americani, complessivamente, importano quasi 500 miliardi di $ di merci dall'Europa e quasi 1000 miliardi dalla Cina , su un import complessivo di 2,21 trilioni di $2.
Sostituire quei prodotti con gli omologhi americani sarebbe, nel breve e medio periodo, più costoso per i consumatori americani e comunque per alcuni prodotti, potrebbero non esserci alternative praticabili (basti pensare alle automobili).

Ma i dazi non sono il punto principale del contenzioso con l'Europa. Lo sono invece principi come quello di precauzione adottato nella Comunità o le normative europee sulle importazioni di certe categorie di prodotti americani come la carne di manzo e il pollame, i cereali OGM, farmaci ed automobili. Queste norme, a detta degli americani, impedendo l'esportazione dei loro prodotti verso il Vecchio Continente, causano l'attuale squilibrio della bilancia commerciale americana, e sono state oggetto di contenzioso anche in seno al WTO.
All'inizio di questo articolo abbiamo citato il TPP, il trattato commerciale tra 11 nazioni che si affacciano sul Pacifico, voluto da Obama e osteggiato da Trump. Quel trattato ha un gemello, diciamo "dormiente", tra gli USA e l'altra sponda atlantica, l'Unione Europea, e cioè il TTIP.

Il Trattato di Partnership Commerciale Transatlantica, che ha visto Stati Uniti ed Unione Europea confrontarsi per 15 round prima di interrompersi bruscamente, mira a realizzare un mercato privo di dazi e barriere doganali tra le due sponde dell'Atlantico. Il trattato inoltre definisce anche un'armonizzazione degli standard produttivi e legislativi su diverse materie, le cosiddette Barriere Non Tariffarie (BNT). Possiamo definirlo "dormiente" poichè non vi è stato alcun pronunciamento ufficiale sull'interruzione dei negoziati nè da parte dell'UE, nè dagli USA.

Attualment tariffe e dazi doganali nel commercio transatlantico sono già piuttosto ridotte (5,2% per l'UE e 3,5% per gli Stati Uniti, dati 2015). Notevoli sono invece le differenze regolamentari, legislative e normative tra le due sponde dell'Oceano. Si pensi solamente alla differenza tra le unità di misura (gli USA non adottano il sistema metrico decimale), ai diversi formati e tensione delle prese di corrente (220 volt in Europa, 120 volt in USA) o alle norme sull'import-export dei prodotti agricoli. Il trattato punta quindi a ridurre le BNT, ovvero all'eliminazione o armonizzazione di tutte quelle norme che rendono costoso il commercio di una stessa categoria di prodotti tra Europa e USA3.

Il TTIP è stato combattuto aspramente da movimenti e partiti in tutta Europa. Anche governi, come quello francese di Hollande e quello tedesco della Merkel hanno sollevato dubbi su alcuni suoi punti. Quello che Stati Uniti ed Europa stavano contrattando era un accordo tra pari, ma Trump ha svelato l'inganno gettando sul tavolo i numeri dell'export tedesco (116 mld $, dati 20164), italiano (47 mld $) e francese (48 mld $) in America e di quello americano in Europa (307 mld $ ).

Trump ha dichiarato più di una volta di voler ricostruire la base industriale degli Stati Uniti e per farlo ha già messo in atto, oltre ai dazi su diversi prodotti, anche incentivi fiscali al rientro di attività dall'estero e riduzione delle tasse per le imprese. Il mercato americano è ampio e ricco, ma a guadagnare da esso non sono i lavoratori americani ma le sole , grandi , corporations. Paradossalmente, più le grandi corporations macinano profitti, producendo in paesi in via di sviluppo e rivendendo in America, più gli Stati Uniti si indebitano. I numeri dicono che i cittadini americani non hanno però il lavoro sufficiente per pagare i prodotti in vendita. Solo nel 2017 hanno chiuso più di 5000 centri commerciali 5 e con i consumatori se ne sono andati via anche i lavoratori.

E le fabbriche avevano già chiuso anni fa. Dopo aver subito l'offensiva giapponese negli anni '80, specialmente in campo automobilistico e nell'elettronica, oggi è il tempo delle aziende cinesi. Marchi come Huawei, Lenovo, Cosco, Haier, Great Wall e stanno rapidamente sostituendo tanto i giapponesi quanto gli americani sul mercato nordamericano.
Gli USA importano ulteriori 580 mld $ di merci da Canada e Mexico, gli altri due aderenti del NAFTA, anch'esso molto osteggiato da Trump. Anche con questi due paesi la bilancia commerciale è negativa, poichè gli USA vi esportano solo 497 mld $ di beni, ed è sicuramente per questo che il presidente americano vuole ridefinire i termini dell'accordo nordamericano.
Non possiamo dimenticare che Trump si è detto anche molto critico del WTO e che la sua politica estera , in tema di commercio estero, prevede esclusivamente accordi bilaterali 6.

In definitiva i dazi di Trump hanno un duplice scopo: in primo luogo ridurre le importazioni dalla Cina stimolando il ritorno di attività produttive negli Stati Uniti, il cosiddetto "in-shoring"7.
In secondo luogo, riportare l'Unione Europea al tavolo delle trattative sul commercio atlantico in una posizione di forza e contrattare un accordo bilaterale, un TTIP "light", che metta d'accordo la forte vocazione esportatrice delle aziende europee, soprattutto tedesche, e americane senza intaccare i rispettivi campi di eccellenza. Come detto, il rapporto tra Cina e Germania sta crescendo rapidamente in forza e intensità e questo può minacciare lo status economico globale degli USA. La relazioni tra le due nazioni può rafforzarsi attraverso i collegamenti ferroviari attraverso la Russia, tagliando fuori gli Stati Uniti dalle rotte del commercio globale.
Trump, insomma, cerca di indebolire entrambe e contemporaneamente provare a rafforzare il rapporto con quella che Brzezinski definì "la testa di ponte democratica sulla massa continentale", ovvero l'Europa.
Questo è un imperativo geopolitico pressante per evitare di essere tagliati fuori da un commercio globale che vede sempre più la logistica via mare soccombere su quella via terra, rendendo vana la supervisione militare delle vie marittime da parte degli USA, rendendoli così meno "necessari".
Lo scontro immaginato chiaramente da Sir Harford Mackinder, più di cento anni fa, tra le potenze di mare e quelle di terra, non si è ancora concluso. Si è solo spostato nel campo economico. E speriamo ci resti.














1F. Bertolami, TTIP La NATO Economica? Il Partenariato Transatlantico per gli Scambi e gli Investimenti nella geopolitica del XXI secolo. Experiences Edizioni, Messina, 2016 pag 140
2https://atlas.media.mit.edu/en/visualize/tree_map/hs92/import/usa/show/all/2016/
3F. Bertolami, TTIP La NATO Economica? Il Partenariato Transatlantico per gli Scambi e gli Investimenti nella geopolitica del XXI secolo. Experiences Edizioni, Messina, 2016 pag 115
4https://atlas.media.mit.edu/en/visualize/tree_map/hs92/import/usa/show/all/2016/
5https://clark.com/shopping-retail/major-retailers-closing-2017/
6http://www.bbc.com/news/world-us-canada-41529550
7In-shoring è il processo di rimpatrio delle aziende americane, un tempo trasferitesi all'estero per godere di costi del lavoro e più bassi e normative meno restrittive.

venerdì 16 marzo 2018

Fratelli Coltelli


Il 1° Marzo il presidente Trump ha deciso di introdurre nuovi dazi sull'importazione di alluminio (10%) e acciaio (25%). Ciò fa seguito ad una decisione simile su elettrodomestici e pannelli solari. Quella ha fatto reagire cinesi e coreani, questa ha messo in allarme l'Europa, che è la prima esportatrice di acciaio negli USA. Bruxelles ha risposto minacciando dazi sulle importazione di alcuni prodotti americani (jeans, moto, liquori) e a loro volta gli americani hanno controminacciato alte tasse sulle auto europee. Non c'è niente da dire, è una guerra commerciale in piena regola. Ma perchè far guerra ad un alleato come l'Europa? Gli USA esportano molto poco della produzione ed importano moltissimo, soprattutto da Cina e Germania, temibili concorrenti economici e geopolitici. Il mondo sta cambiando e gli USA non ne sono più l'unico perno: la Cina sta costituendo un proprio enorme mercato interno e ciò sta creando le condizioni per la nascita di una "sfera di influenza" cinese in tutta l'Asia. La Germania l'ha già creata nell'est Europa, grazie alla rete di subforniture per l'industria tedesca in tutti quei paesi, dall'Estonia a nord sino alla Bulgaria a sud. Trump sa che la ricchezza americana viene trasferita, tramite il commercio, a nazioni che potrebbero minare un giorno lo status degli USA. Germania e Cina stanno diventando rapidamente partner commerciali molto stretti, ed in futuro questo legame potrebbe rafforzarsi grazie alla nuova "via della Seta" di cui la ferrovia Duisburg-Qongqing è il primo passo. L'accordo tra USA ed EU mostra segni di crepe quando si parla di rapporti con la Russia, di nucleare iraniano, dello status di Gerusalemme, di commercio internazionale, e ormai una NATO senza gli USA non è più un'eresia per entrambi. Trump, in fondo, sta solo mettendo in pratica un vecchio adagio della politica americana: "Gli Stati Uniti non hanno amici ma solo alleati" e questi lo sono sino a che sono utili o non diventano ingombranti. Proprio come la Germania.

Tregua olimpica in Corea


Le olimipiadi di Pyongchang, saranno ricordate per la partecipazione delle due Coree con un'unica squadra nazionale e per la storica visita al sud di una delegazione di alto livello nord coreana, a partire dalla sorella del leader Kim Jong Un. E' veramente un segnale di distensione foriero di una pace futura, o solo un bel gesto dettato dallo spirito olimpico? Il nodo coreano è intricato e vede agire USA, Cina e Russia, ognuna con i propri obiettivi. La Corea del Nord ha un patto di mutuo soccorso con la Cina ed ha con essa scambi commerciali vitali. Un crollo del regime coreano riverserebbe milioni di profughi nella Cina del sud, e porterebbe un caos pericoloso ai suoi confini. Pechino sta cercando di gestire la situazione a suo favore con due obiettivi: evitare la riunificazione nord-sud, che porterebbe le forze americane troppo vicine a essa, ed ergersi a arbitro delle dispute geopolitiche asiatiche, estromettendo gradualmente proprio gli USA. In Asia è in corso una spietata corsa per far parte del mercato tramite l'arma del basso costo del lavoro. Già oggi, per alcune lavorazioni meno pregiate, le aziende cinesi si rivolgono a aziende vietnamite, o birmane. Una Corea del Nord più aperta, rappresenterebbe, è vero, il nuovo livello inferiore di questa corsa, in primis per le aziende sud coreane e quelle cinesi, ma anche una possibilità di gestire progressivamente un ricambio politico pacifico. Gli USA si giocano la posizione di arbitro in Asia e nel Pacifico, poichè una pax cinese in Corea farebbe tirare un sospiro di sollievo anche a Tokyo, e potrebbe far diminuire la necessità di una così ampia presenza militare americana in Giappone. La Russia procede nel suo disegno a due dimensioni: la prima è affermarsi come garante del diritto internazionale in tutte le dispute mondiali, la seconda è rafforzare la cooperazione con la Cina e le altre nazioni euroasiatiche per creare un'area alternativa agli USA, commercialmente e militarmente. Per ora, godiamoci i giochi.
(22 febbraio 2018)

Trump si sta chiudendo fuori?


La decisione di Trump di imporre dazi ad alcune categorie di prodotti importati dall'asia ha riaperto il tema del protezionismo. La decisione del presidente USA risponde in parte alla necessità di mantenere le promesse fatte ai suoi elettori, in maggioranza operai e colletti bianchi, sulla protezione dell'industria americana, ma può essere anche interpretata come una mossa per ridurre il volume delle importazioni da Cina e Corea, con le quali gli USA hanno un enorme deficit commerciale. Il paradosso è infatti che ad ogni ripresa dell'economia americana, aumenta il disavanzo verso i paesi esteri, poichè gli Stati Uniti importano una larga parte di ciò che consumano. In definitiva, i soldi in più, portati dalla ripresa, passano dalle tasche dei cittadini americani a quelle delle aziende cinesi, giapponesi e tedesche. Non è un caso, infatti, che a Davos sia stata proprio la Merkel ad esser la più contraria ad ipotesi di protezionismo americano. Molte aziende tedesche hanno fabbriche in USA, per aggirare dazi e ridurre i rischi del cambio euro/dollaro. La stessa cosa faranno i cinesi per i pannelli solari e i coreani per le lavatrici, e ciò riporterà posti di lavoro in america e ridurrà il deficit con l'estero. Questo sul lungo periodo. Dall'inizio dell'anno il dollaro ha perso valore sulle principali valute mondiali e questo ha già ridotto il volume delle importazioni americane, ma non ha migliorato le esportazioni. Si diceva, tempo fa, che gli Stati Uniti fossero la locomotiva del mondo, ma ora non più. Sono ancora il mercato regolamentato più ampio, insieme all'Unione Europea, ma dai dati del WTO, nel complesso, emerge che è proprio quest'ultima l'area economica più ricca del pianeta e quella più interessata a mantenere aperto il commercio globale.La Cina non sta a guardare e sta creando la sua nuova "Via della Seta", con nuove ferrovie, autostrade e vie marittime, tessendo molteplici accordi bilaterali, ma gli USA non vi partecipano. Trump si sta chiudendo fuori?

Germania, anche i ricchi piangono.


La Germania nel 2017 ha realizzato il più alto surplus di bilancio tra tutte le nazioni: +287 mld €. La Cina, seconda, ha fatto +135. Al momento, però, questo gigante economico non ha un governo da 4 mesi, un fatto unico nella politica tedesca. Fallito un primo tentativo con Verdi e FDP, la CDU della Merkel ha ripiegato sulla SPD di Schulz che, seppur con difficoltà ha detto si. Anche questo tentativo è fallito, a causa delle quote sugli immigrati chieste dalla CDU della Baviera (CSU) e del no a nuove tasse rifiutato dalla Merkel a Schulz. Il prossimo round di colloqui sarà l'ultimo e potrebbe portare a nuove elezioni in caso di fallimento. Possiamo dire che il sistema elettorale tedesco funziona egregiamente. Non è un'affermazione peregrina, poiché in tutto questo fluire di sigle ne manca una che alle elezioni di settembre 2017 ha preso il 12,6%, ed ha eroso il voto ai due maggiori partiti: Alternative fur Deutschland. Ormai ago della bilancia, ha intercettato il voto dei delusi da CDU e SPD con proposte fondate su nazionalismo e orgoglio tedesco. Il timore che possa crescere è il motivo per cui il presidente tedesco spinge i due partiti a trovare un accordo, ricordando che in Germania, un “governo del Presidente” non c'è mai stato. Ma le tensioni politiche tedesche sono lo specchio di quelle sociali. L'immigrazione, i salari bassi, la proletarizzazione del ceto medio, stanno facendo crescere un risentimento che non è intercettato dal SPD, troppo istituzionale, e si sposta a destra. In questo la Germania è simile all'Austria, ma anche a Ungheria, Polonia,Slovacchia e R. Ceca (i 4 di Visegrad). Tutti questi paesi sono attraversati dalle stesse tensioni e la soluzione sembra essere la stessa, il nazionalismo. Si dice che l'Euro sia una creatura francese nata per legare la Germania all'Europa ed impedire la rinascita di una sfera di influenza tedesca da Tallinn ad Atene sino a Kiev, più vicina Mosca che a Parigi e Washington. Macron saprà ammaliare anche Afd?

(25/ gennaio 2018)

giovedì 25 gennaio 2018

Senta, dica, scusi....


Qual è il termine più corretto per definire chi è altro da noi, chi è straniero per nazionalità, etnia, religione e cultura, in tempi di “politicamente corretto”?
La definizione di straniero alla quale mi riferisco, non include i popoli dell'Europa occidentale, poiché da decenni non pongono sfide alla società italiana, ma solo quelli dell'area extra-europea, che progressivamente hanno permeato la società italiana.
Sul tema di come trattare l'alterità rispetto alle persone appartenenti ad altre etnie, culture e religioni, forse non tutti siamo consci di quanto le nostre coscienze in questi decenni siano state influenzate dai “maestri del discorso”, per dirla con un'espressione molto in voga.
I termini che utilizziamo per definire oggetti e concetti astratti, influenzano essi stessi il nostro modo di pensare, in una sorta di retroazione che può essere negativa o positiva. Questa diviene positiva se permette , conoscendo più termini, di articolare un pensiero complesso e definire in maniera più precisa l'oggetto di una discussione o di una dimostrazione. Diviene invece negativa quando la ripetizione continua di determinati termini, modi di dire, stereotipi e slogan, impedisce la ricerca della sfumatura e prende il posto di intere categorie di pensiero,scalzando le altre e relegandole nell'oblio.
Parlando di immigrazione, e soprattutto di immigrati, è sorto il problema di come definire lessicalmente, univocamente, tutti i “tipi di straniero” presenti in Italia.
Ciò è avvenuto attraverso una articolata, ma continua, riscrittura dei codici lessicali, semantici e, di riflesso, sociali. I media sono stati il principale veicolo di questo cambiamento, e la popolazione ha assunto a volte il ruolo di precursore ed altre quello di assimilatore passivo.
Facciamo una brevissima cronistoria dei termini utilizzati in questi ultimi 50 anni.
Negli anni 60 l'immigrazione era l'ultima delle preoccupazioni dell'Italia del boom. Gli stranieri erano pochi e concentrati in piccole comunità coese, come nel caso di etiopi e somali a Roma o tunisini in Sicilia. Non esisteva un termine comune per indicarli se non appunto “straniero”. Diversamente, venivano indicati per nazionalità.
Negli anni 70, poi, l'epiteto con cui venivano tacciati gli stranieri, non europei, divenne “marocchino”. In quel periodo l'immigrazione straniera era un fenomeno molto controllato. La comunità più ampia era quella nordafricana, maghrebina in particolare, ma nelle città la sua visibilità era limitata. La distribuzione era concentrata particolarmente nei grandi centri del nord, nella capitale e al sud. L'immagine più rappresentata al tempo era quella del venditore di tappeti e carabattole, ai mercati o in strada, ai semafori.
Negli anni 80 l'immigrazione nordafricana aumenta costantemente, e gradualmente vi si aggiunge quella subsahariana, specialmente al sud, attirata e sfruttata dal lavoro agricolo.
Il nome che viene dato agli stranieri diviene “vuccumprà” , tormentone ripetuto all'eccesso e ispirato ai venditori ambulanti, senegalesi o marocchini, sulle spiagge italiane.
Negli anni 90 è l'ora dell'immigrazione dall'est Europa, Albania ed ex Jugoslavia in primis, ma anche Russia e Polonia. Abbiamo ancora negli occhi le navi cariche dei profughi in arrivo dalla costa albanese, e i profughi bosniaci in fuga, e la loro successiva redistribuzione nelle città italiane. Il termine usato per indicare uno straniero diviene ora “extra-comunitario”. L'ingresso dell'Italia nell'Europa ha imposto una sorta di neutralità lessicale alla condizione di straniero in Italia, includendo tutte le nazionalità nel frattempo arrivate in Italia. L'Italia si popola delle etnie più varie e in maniera pressoché omogenea. Queste si distribuiscono lungo lo stivale in maniera piuttosto uniforme, concentrandosi nei centri manifatturieri. Nasce una seconda, e in alcuni casi terza, generazione di immigrati-italiani, ma iniziano a nascere anche formazioni politiche, specialmente al nord, dichiaratamente xenofobe.
Il tema dell'immigrazione attraversa tutti gli anni 90 e viene rappresentato dai media in tutte le sue forme, tanto positive quanto negative; la raccolta dei pomodori al sud, lo spaccio nelle grandi città, le rapine in villa nel nordest, le moschee nei garage e via discorrendo. Gli stranieri diventano un tema stabile del dibattito politico ed il punto sull'immigrazione diventa dirimente nel programma di tutti i partiti. L'Italia scopre di essere diventato un paese di immigrazione e si accorge di non avere una legge adeguata in materia. Tra applausi e fischi nasce la Bossi-Fini. Lo straniero diventa “clandestino” nella vulgata comune, ma il termine “extra-comunitario” permane. Lo scontro ideologico, residuo della guerra fredda mentale che tarda a svanire, diventa lessicale. A destra si usa il primo termine, a sinistra il secondo, ma anche “immigrato”o , ancora timidamente, “profugo”.
Gli anni 2000 sono quelli del terrorismo spietato ed assassino, del jihadista armato di AK47 che spara tra la folla o si fa esplodere. I media hanno fatto ampio ricorso a questa immagine e così anche qualche governo, radicalizzandola e fissandola Lo straniero di fede islamica viene ora identificato spregiativamente come “terrorista”, o anche solo come “talebano”. Bulgaria, Croazia, Slovenia e Romania entrano nell'UE, i loro cittadini hanno libero accesso in Italia e il loro numero aumenta. Per molti, e per i media in primis , diventano gli “Slavi” o i “Rom”, andando a completare un vocabolario sempre più ampio di termini con cui poter definire la propria relazione con un altro di un etnia o cultura differente.
La morte di Gheddafi e la conseguente dissoluzione della Libia prima e la guerra in Siria poi, hanno dato il via alla stagione dei “migranti”. Questo periodo ha visto il fiorire di nuovi termini, nuove immagini mentali da associare allo straniero; “rifugiato”, “profugo”, “migrante economico”, ”richiedente asilo”.
Ognuno di questi termini è nato grazie ai media, e da questi è stato fortemente veicolato. Ciò ha disegnato negli anni gli scenari dell'immaginario collettivo sul tema dell'immigrazione e degli immigrati in particolare. Oggi pare si voglia porre un freno a questo proliferare di immagini mentali create dalle parole, utilizzando tecniche di Programmazione Neuro Linguistica che sfiorano la demonizzazione e la censura. Una sorta di reset lessicale, che faccia svanire d'incanto ogni accezione negativa, discriminatoria, allusiva, stigmatizzante da un termine universale per definire un “altro non italiano/europeo”. La distinzione bianco/nero è fumo negli occhi ed anche riduttiva. Anche l'identificazione con l'etnia, molto utilizzata dai media nei casi di cronaca, è tacciata di “razzismo”. Se volessimo poi aprire una parentesi sullo stesso termine “razzismo”, non potremmo non partire dal chiederci se lo stiamo utilizzando in maniera corretta o non sia invece diventato, anch'esso, un termine onnicomprensivo, una facile etichetta con cui identificare tutto ciò che non si dovrebbe fare o dire nei confronti dell'altro. Ad un certo punto della riflessione dovremmo, inderogabilmente, scontrarci con i limiti da imporre a questo termine e qui sorgerebbero problemi di ogni natura. Non dobbiamo dimenticare di possedere un “etnocentrismo” innato che è radicato nel profondo di tutti noi e che ci rende familiare e interpretabile l'ambiente in cui viviamo. Detto in parole povere, un tedesco pensa primariamente come un tedesco, un italiano come un italiano ed entrambi si vedono come europei nei confronti di un americano. Per ognuno di essi gli altri sono stranieri, agiscono, pensano, mangiano e vivono in un modo differente, ma sono tutti occidentali di fronte ad un giapponese. In ognuna di queste nazioni, vige una cultura prevalente che è frutto dei secoli e che ha lasciato dietro di sé diverse “interpretazioni del mondo” e di chi, storicamente, non era membro della propria comunità. La nostra, ad esempio, si porta dietro una stratificazione storica, sociale, culturale, etnica e linguistica di tre millenni. Anche nei paesi più giovani come i liberali, ed etnicamente variegati, Stati Uniti, l'uso di epiteti negativi per riferirsi agli stranieri è molto diffuso. Gli stessi neri americani si offendono tra di loro chiamandosi “Nigga”, negro, come il termine dato loro all'epoca delle piantagioni e dello schiavismo.
E' quindi realmente possibile eliminare del tutto una caratterizzazione di qualsiasi natura da un termine per indicare l'altro? Lo stesso termine “straniero” non è sufficiente? E' esso stesso un termine da cancellare? Ogni nazione è dotata di leggi che definiscono chi ne è cittadino, sulla scorta dell'esperienza storica, dei confini politici, della cultura. Queste leggi , però, quasi mai definiscono come debbano essere chiamati quelli che non sono cittadini di quella nazione. Dobbiamo venire a patti con il fatto che la diversità esiste e va indicata in qualche modo, e che questo modo è influenzato da una cultura sottostante che non è possibile trascurare. L'elemento identitario si manifesta in ogni organizzazione sociale e stabilisce, de facto, un dentro e un fuori, un “noi” e un “loro”. Un termine per definire chi quel noi non identifica, nasce spontaneo. Dobbiamo evitare gli eccessi verbali, violenti e discriminatori per definire l'altro, ma non possiamo svuotare le parole del loro significato. Non possiamo identificare un mondo vario e sfumato come il nostro con alcune semplici paroline neutre e con ambiti semantici sterminati. Deve essere permesso un limite massimo ed uno minimo oltre il quale ricadere nell'accusa di “imprecisione lessicale e semiologica nei confronti di un individuo altro”. L'etichettatura sembra, come detto, un po' la cifra del momento. Semplifica, velocizza, minimizza il numero di parole ed amplifica l'ambito di riferimento. A livello verbale rappresenta ciò che è un emoticon su un cellulare. Ce l'abbiamo una faccina per indicare uno straniero “politicamente corretto?




lunedì 1 gennaio 2018

Gerusalemme, Patrimonio di Tutti Noi.


Con la sua decisione del 6 dicembre del 2017, Donald Trump ha lanciato un enorme masso nello stagno fin troppo calmo del dibattito internazionale sulla questione israelo-palestinese.
Dopo gli annunci di almeno tre presidenti, Clinton, Bush jr e Obama, Trump è infatti passato all'azione dichiarando che gli USA sposteranno la loro ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme.
Questa decisione ha aperto il vaso di Pandora che contiene tutte le forze regionali, e mondiali, interessate alle sorti della città delle "religioni del Libro".

Il punto infatti è focale negli equilibri geopolitici della regione, e di riflesso, del mondo, poichè la città è contemporaneamente sacra per le tre maggiori religioni monoteistiche, è contesa (e divisa) tra Israele e l'Autorità Nazionale Palestinese (ANP), ognuna delle quali la vuole come propria capitale, ed è oggetto di forte interesse da parte delle maggiori potenze regionali: Arabia Saudita, Turchia ed Egitto (sunnite) ed Iran (sciita). A livello mondiale, sono interessate alle sorti della città anche l'Europa (nella sua accezione più ampia, quella religioso-culturale), la Russia e ovviamente gli USA.
Ripercorrere l'intera storia della contesa, a partire dal 1948, anno della fondazione d'Israele non è qui possibile, ma possiamo almeno delineare alcune delle conseguenze che una decisione come questa può generare.

Prima è però necessario ricordare che il 21 dicembre, due settimane dopo la decisione di Trump, l'assemblea delle Nazioni Unite ha votato massicciamente (128 voti a favore, 35 astenuti e 9 contrari ) una risoluzione dell'Egitto che chiedeva di rifiutare la decisione presa dal Presidente Americano1. Sicuramente Trump e la sua amministrazione erano preparati ad un esito simile, cionondimeno è stato uno schiaffo in pieno volto agli USA da parte di quella "comunità internazionale" che molte volte si è accodata a ratificare le decisioni già prese da Washington.
L'ambasciatrice all'ONU, Nicky Haley, ha tuonato contro i "traditori" minacciando rappresaglie economiche, ma questa volta è diverso. Accettare e condividere quella decisione, provvedendo a propria volta spostando la propria ambasciata, è una decisione che nessuna Nazione può prendere a cuor leggero e senza timore di riflessi negativi.

Lo status di Gerusalemme è ad oggi ancora conteso e, sebbene Israele dal 1967 abbia il controllo, di fatto, della città e in essa siano situati i palazzi governativi, questa è ancora divisa in un settore Est, a maggioranza palestinese e uno Ovest, quasi totalmente abitato da israeliani. Nonostante Israele la ritenga la propria capitale, tutte le ambasciate internazionali sono situate a Tel Aviv , o nei suoi dintorni, poichè sulla proclamazione di Gerusalemme capitale d'Israele pesano le risoluzioni emesse dall'ONU a seguito della "guerra dei sei giorni" del 1967 e ancora prima, con la risoluzione 181 del 1947 (Gerusalemme come entità separata e amministrata dall'ONU). Questa situazione è ben identificata dal fatto che, sulle mappe ufficiali dell'ONU, nè Tel Aviv nè Gerusalemme siano indicate come città sede di governo, il che rende Israele forse l'unico paese al mondo senza una capitale riconosciuta2.
Aggiungiamo anche che questo paese non si è ancora dato una costituzione scritta (particolare condiviso con la sola Gran Bretagna), per una serie piuttosto importante di motivi:
innanzitutto poichè i confini dello Stato non sono definiti nè tanto meno riconosciuti internazionalmente da tutte le Nazioni, in secondo luogo poichè quasi metà del territorio che Israele reclama come suo, è in realtà occupato militarmente, in terzo luogo poichè è lo status stesso di "cittadino israeliano" ad essere di difficile definizione poichè dovrebbe ricomprendere anche le centinaia di migliaia di palestinesi (cristiani e musulmani) che abitano all'interno dei confini da esso amministrati, ma questo confligge con l'intento di ogni governo israeliano di proclamare Israele uno stato "ebraico", ovvero culturalmente e religiosamente omogeneo.
Aggiungiamo, come detto, che Gerusalemme è la città in cui il Cristo è morto, è stato sepolto ed è resuscitato, la città dalla quale Maometto è salito al cielo, è la città dove risedeva il Grande Tempio ebraico (distrutto e ricostruito a più riprese durante i secoli), di cui il "muro del pianto" è una parte.
A causa di questo suo essere "Città Santa" per le principali religioni del bacino del mediterraneo, è alto l'interesse delle potenze dell'area. l'Arabia Saudita, già custode della Mecca e di Medina, città natale di Maometto, la Turchia, protrettrice per quasi mezzo secolo della città e dell'intera Palestina, l'Iran, il più grande paese sciita del medioriente e l'Egitto, il più grande paese sunnita non possono permettere che quella città cada completamente in mani ebraiche senza suscitare malcontento all'interno della propria cittadinanza. Basti pensare alle proteste di piazza avvenute a migliaia di chilometri di distanza, a Jakarta, in Indonesia, il più popoloso paese islamico dell'Asia, per farsi un'idea del livello di interesse sul tema da parte delle popolazioni musulmane.

Ognuna di queste potenze ha inoltre tessuto una serie di alleanze con gruppi e partiti politici sia in Palestina, come Hamas e la stessa Al Fatah ( il partito a cui fa capo Abu Mazen, presidente dell'ANP), che nel vicino Libano, come Hezbollah, per reciproco interesse e per mantenere ed accrescere il proprio peso in Palestina e attorno ad essa.

Posso comprendere che sembri tutto molto confuso sinora, ma in realtà lo è molto di più.

Gerusalemme è la chiave di volta di un'architettura molto complessa che ha alcuni risvolti palesi ed altri molto sofisticati e difficili da riconoscere nell'immediato.
Bisogna infatti analizzare la situazione mediorientale sotto tutti i diversi aspetti che la caratterizzano, religioso, culturale, militare, economico, politico e non è detto che quello che , tra questi, sembri essere un mezzo, non sia in realtà un fine e viceversa.

Se il punto focale della guerra del 1967 era l'inaccettabile presenza dello stato di Israele in Palestina da parte dei suoi vicini, Siria, Giordania ed Egitto in primis, oggi è la presunta "minaccia iraniana" a far da catalizzatore alle alleanze tra potenze nell'area mediorientale. La questione di Gerusalemme e della Palestina in generale, è un tema che i diversi governi iraniani, a partire dalla rivoluzione islamica del 1979, hanno sempre mantenuto vivo ed è un punto indiscutibile della politica estera persiana. Per l'Iran , infatti, dipingersi come difensore dei luoghi santi dell'Islam che non siano già sotto l'egida di altri paesi come l'Arabia, è un potente mezzo di fascinazione per le masse islamiche mediorientali. In questi anni, i contatti tra l'Iran ed Hamas (partito opposto ad Al Fatah e che governa Gaza), sebbene divisi da una diversa interpretazione dell'Islam (sciiti i primi, sunniti i secondi) sono stati più volte messi in luce come veri o presunti, ma anche l'Egitto (sunnita anch'esso) ha da diverso tempo iniziato a guardare con favore al governo di Tehran. Gli scambi economici iraniani con la Turchia sono al massimo storico ( 5 mld $ di interscambio nel 2016) e così le relazioni diplomatiche, mentre sono al minimo storico quelle di Ankara con Tel Aviv , a causa dell'abbordaggio della nave "Mavi Marmara" del 2010, e di altri duri scontri tra Erdogan e il governo israeliano, accusato di essere addirittura tra i mandanti del mancato colpo di stato in Turchia del 2015.

L'Iran ha storicamente un forte legame con la Siria (entrambe condividono la fede sciita), che lo ha portato al coinvolgimento diretto, sebbene parzialmente coperto, nelle operazioni militari in quel paese a fianco dei russi. Assieme a questi due grandi attori, in Siria, è stato determinante l'apporto militare e di intelligence fornito da Hezbollah, il "partito di Dio" , di fede sciita, che in Libano è parte integrante della compagine di governo e pilastro della difficile stabilità interna di quel paese.
Come si vede, Israele, ritiene di avere un pressante "problema iraniano" e questo lo ha portato ad una serie di mosse internazionali tra le quali la più eclatante è l'avvicinamento all'Arabia Saudita, ritenuto storicamente improponibile sino a qualche anno fa. La casa di Saud condivide con Tel Aviv il timore dell'espansionismo persiano nella regione e ha denunciato più volte il pericolo di una "mezzaluna sciita" che parte da Tehran, passa dal Qatar, attraversa l'Iraq del sud e la Siria e termina in Libano.

Questo scenario è propedeutico al controllo politico su quei territori che potrebbero essere interessati al passaggio dei metanodotti in partenza dall'Iran per sboccare sul mediterraneo ed infine in Europa, ponendo un grande problema alle esportazioni petrolifere saudite e rendendo economicamente fortissimo lo stato iraniano. L'idea che questa forza si materializzi, terrorizza Israele, e il continuo susseguirsi di governi di destra e ultradestra in quel paese ne sono un chiaro segnale. Negli ultimi dieci anni sono state fatte importanti scoperte di giacimenti off-shore di gas anche al largo delle coste di Gaza, Libano e Cipro, con alcune propaggini anche in acque territoriali israeliane3. E' quindi ovvio che anche Israele voglia entrare nel ricco mercato del gas dei prossimi decenni e che una forte presenza iraniana sia un deciso impedimento a farlo.

L'Iran ha 70 milioni di abitanti, possiede le seconde riserve al mondo di gas naturale,ha probabilmente il terzo esercito dell'area (dopo appunto Israele e Turchia) ed una forte influenza culturale e linguistica in tutta l'asia centrale sino ai confini di Russia ed India. Il suo programma nucleare, sebbene implementato secondo i dettami del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (NPT) , sotto l'occhio vigile delle Nazioni Unite e approvato tanto dagli USA che dall'Europa, spaventa i governi israeliani poichè, in potenza, può permettere a quella Nazione di dotarsi di un deterrente nucleare militare e poter quindi resistere alle pressioni internazionali.
Se vogliamo, la questione nucleare della Nord Korea, con la quale l'Iran ha un fitto interscambio militare e commerciale (potremmo riduttivamente definirlo "Oil for Missiles"), ha evidenziato come il possesso dell'arma nucleare permetta a stati ritenuti "canaglia" dagli USA, di fornirsi di una "garanzia sulla vita". Gli esempi di Iraq, Siria e Libia, che negli anni 70-80 hanno tentato di costruire armi atomiche, senza riuscirvi anche a causa dell'intervento americano e israeliano, rappresentano di contro un triste promemoria di quanto può avvenire a voler contrastare gli Stati Uniti, e il loro sistema, senza possedere almeno una minima deterrenza nucleare (la Siria per anni ha ripiegato sulle armi chimiche, salvo rendersi conto della loro inutilizzabilità senza scatenare la riprovazione internazionale).

L'ANP, guidata da Abu Mazen si trova forse nella posizione più difficile, messa in difficoltà dalla fermezza di Hamas nel rifiutare lo scenario proposto da Trump e dalla probabile mancanza di appoggio da parte saudita (con i suoi ingenti capitali). Il fatto che le sollevazioni di piazza in Palestina siano state limitate, anche se rese tragiche dalla reazione israeliana, può segnalare la parziale tenuta del governo di Al-Fatah in Cisgiordania, ma il lancio di razzi dalla striscia di Gaza indica che c'è ancora spazio per un'escalation se e quando la decisione di Trump diverrà effettiva.

Gli Stati Uniti, sino ad oggi ritenuti mediatori nella questione israelo-palestinese, con la decisione di Trump, perdono eticamente questo status, avendo propeso per la parte israeliana e non sarebbe affatto strano se, a questo punto, alcune parti in causa si rivolgessero alla Russia per aiutarle a dirimere la situazione a loro favore. D'altronde in molti paesi arabi l'intervento russo in Siria è stato visto come un elemento di stabilità opposto al piano di spartizione della regione da parte delle forze occidentali. Inoltre la Russia ha già un peso nella politica interna israeliana, sebbene solo di natura etnico-culturale, essendo uno dei partiti al governo (quello guidato da Avigdor Lieberman) voce proprio di quel quasi 4% di cittadini ebrei ora in Israele ed espatriati dalla Russia negli ultimi 70 anni.

Queste sono alcune delle probabili conseguenze del gesto del Presidente americano, anche se ciò non dovesse portare nei fatti all'effettivo spostamento dell'ambasciata da Tel Aviv.

Siamo partiti da Gerusalemme e siamo finiti a Tehran, a Damasco, a Istanbul, a Ryad, Mosca e Washington. Possibile?
Non solo, è imprescindibile. Anche se solo vagamente, abbiamo esplorato l'aspetto economico e militare dei rapporti tra le potenze in campo ma nessuno di essi è il vero obiettivo della disputa.
Il conflitto, al suo livello più alto è culturale e in primis religioso.
I luoghi santi del Cristianesimo e dell'Islam sono tutti situati nella città vecchia, ovvero a Gerusalemme Est, ed infatti lo Stato del Vaticano ha specifici accordi bilaterali con l'ANP per la conservazione di quei luoghi ed è da sempre per una soluzione di condivisione della città da parte dei due popoli. I rapporti con lo Stato di Israele, per quanto concerne la tutela sull'eredità cristiana, sono invece più problematici e potrebbero peggiorare a seguito di un controllo giuridico riconosciuto sull'intera città da parte degli israeliani.

Per il mondo musulmano è invece la Cupola della Roccia, la Moschea di Omar, ad essere al centro delle proprie preoccupazioni poichè, essa sorge proprio al di sopra della roccia, appunto, dalla quale Maometto è, secondo il Corano, è salito al cielo chiamato da Allah. Quella stessa roccia è però la stessa sulla quale si presume che Abramo abbia offerto Isacco in sacrificio a Dio e l'intero complesso è stato costruito nel settimo secolo sopre le rovine del grande tempio ebraico, nel luogo in cui già sorgeva quello eretto dal Re Salomone.
Il timore dei musulmani è che gli studiosi di religione ebraica possano scavare al disotto della Moschea proprio per ritrovare le tracce del tempio con possibili rischi di stabilità della struttura.
A dire il vero quest ultimo è un aspetto secondario e forse strumentale, poichè il vero punto è la millenaria attesa dei fedeli ebraici per riveder costruito il tempio e con esso il dispiegarsi delle profezie bibliche sul ritorno di Dio e la sua imposizione di Israele "a capo delle Nazioni della Terra".

Potrebbe sembrare complottismo o parte della trama di un film di fantapolitica ma non lo è.
In quanto europei, siamo stati portati a pensare la religione sia un fatto personale, la cui manifestazione non debba influire sulla "laicità" della società così da garantire a tutti di professare la propria fede ( o ateismo, in caso contrario) liberamente. Questo modo di interpretare il ruolo della religione nella società è però proprio frutto della dottrina cristiana sul continente europeo, una dottrina che sin dal suo fondatore, il Cristo, ha fatto della separazione tra Chiesa e Stato, tra immanente e trascendente, un suo principio basilare, così come l'altro principio politicamente molto importante, quello del libero arbitrio.

"Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio" è scritto nel Nuovo Testamento, e ciò, insieme alla possibilità di scegliere se credere o meno a un essere superiore, ha permesso nei secoli alla dottrina politica di percorrere un sentiero autonomo rispetto alla speculazione religiosa. Per i motivi opposti, nel mondo musulmano questa autonomia non è stata possibile e religione e politica hanno attraversato questi dodici secoli di Storia a braccetto sino ad oggi, con l'apparire sulla scena dell'ISIS, una sorta di nuovo califfato in cui la religione è politica e tramite essa detta le sue dure norme alla società.
Nell'Islam politico si riflette la stessa sottomissione dovuta all'Islam religioso (Islam in arabo significa appunto sottomissione) e la prova di questo legame stringente è riscontrabile in Arabia Saudita, in Iran, in Marocco e lo sta diventando progressivamente anche in Turchia.

In Israele la società è nominalmente laica ma le minoranze ortodosse come Haredim, Lubavitcher e Chassidim provenienti dall'est Europa hanno un peso rilevante. Tanto per farsi un'idea, in questi giorni in Israele i temi dominanti sono le polemiche per le immagini senza donne di famiglie ultraortodosse Haredi , e la loro richiesta di chiudere i supermercati nei quartieri in cui sono maggioranza durante il sabato, lo Shabbat ebraico, che sta creando qualche problema al governo Nethanyau4.

Il peso degli ultraortodossi sta crescendo politicamente e ciò ha orientato le azioni dei governi israeliani degli ultimi quindici anni. Se consideriamo i forti legami che queste denominazioni religiose hanno con le comunità in America (Negli Stati Uniti vivono circa 7 milioni di persone professanti la religione ebraica), la centralità che la religiosità americana (specialmente quella protestante evangelica) assegna all'Antico Testamento e all'interesse al mantenimento di una "testa di ponte" filo-occidentale e democratica in medioriente, capiamo bene come la mossa di Trump rappresenti la perdita di un ruolo di terzietà non solo nella questione israelo-palestinese e mediorientale in generale, ma anche in quella, più sfumata e sottile dell'appartenenza religiosa.

La scelta di Trump dichiarare, per gli USA, Gerusalemme "Capitale Eterna degli Ebrei" risponde quindi alla necessità di accontentare contemporaneamente la base ultrareligiosa in USA, e le frange più influenti e radicali dell'ebraismo ortodosso, che hanno pesato molto nella sua elezione ma non è una scelta politica di breve respiro o meramente elettoralistica. E' un cambio di paradigma rispetto alla cautela Obamiana (che le èlite israeliane hanno interpretato come ostilità) o la diplomazia Clintoniana (distrutta poi dalle mosse spregiudicate di Sharon).
E' una decisa scelta di campo che orienterà la politica americana nei confronti di Israele per i decenni a venire e probabilmente impedirà un ritorno alle trattative di pace per molto tempo, sebbene il Presidente a mericano affermi che sia un ulteriore passo verso la fine definitiva delle ostilità. Sulla ripartizione dei benefici di una pace raggiunta con un negoziato a somma zero (ovvero: uno vince e l'altro perde) permangono forti dubbi; un passo di questa portata può portare alla rottura di una certa cautela (certo , molto vaga) dei governi israeliani a spingersi ancora più in là e rivendicare con ancora più forza i territori occupati come parte integrante e legittima del proprio Stato, e le prime avvisaglie sono già sui nostri quotidiani5.
Gerusalemme, da secoli città al centro di scontri, di guerre, di speranze e di attese.
Contesa e divisa, bramata e desiderata, libera e occupata.
Gerusalemme, città celeste, Gerusalemme città di tutti noi.
Tutti.





NOTE:

2 http://www.un.org/Depts/Cartographic/map/profile/israel.pdf

3https://www.reuters.com/article/us-israel-natgas-leviathan/leviathan-gas-field-developers-approve-3-75-billion-investment-idUSKBN1620OS

4https://www.ynetnews.com/home/0,7340,L-3083,00.html


5http://www.lastampa.it/2018/01/01/esteri/il-partito-di-netanyahu-chiede-lannessione-degli-insediamenti-israeliani-in-cisgiordania-s2JgT3sWYgiaxibNnWQS3O/pagina.html

martedì 18 aprile 2017

Mamma li Russi!


Siamo nel 2017 ma potrebbe essere il 1977. Su La Stampa del 31 Marzo un articolo di Paolo Mastrolilli ci informa che il governo americano ha prove certe di "legami tra la Russia e il M5S".

Se sulla Pravda comparisse mai un titolo del tipo "il PD, Forza Italia, l'UDC, il MPA e Scelta Civica hanno legami con gli USA" , il cittadino medio russo probabilmente si direbbe "e allora?".

La guerra fredda è terminata 28 anni fa e ad oggi l'unica nazione a non far parte pienamente del "sistema internazionale" è la Corea del Nord. Persino Cuba, acerrimo nemico per 60 anni degli USA è stato sdoganato e con l'Iran, che nel 1979 ha fatto fare una pessima figura agli USA per 444 giorni, gli americani hanno firmato un accordo in tema di energia nucleare. La Russia resta invece in cima alla lista dei nemici mortali degli Stati Uniti, sebbene non vi sia uno stato di guerra tra i due paesi, che anzi collaborano in molti campi, dalle missioni spaziali alla lotta all'ISIS in Siria.

Gli USA però, in quanto autoproclamatisi "gendarmi del mondo", hanno unilateralmente elevato un regime sanzionatorio nei confronti della Russia che, volente o piuttosto nolente, anche l'Europa ha dovuto applicare. Da molto tempo molte nazioni europee ne chiedono la fine ma gli americani si sono dimostrati intransigenti tanto da costringere i russi ad elevare controsanzioni verso tutte le nazioni europee. In Italia il M5S, e la Lega, non hannno mai nascosto la loro volontà di abolire queste sanzioni, che colpiscono l'economia italiana per un ammontare di quasi 10 miliardi ( secondo la Stampa del 19/12/2016). Si direbbe sia una battaglia giusta, patriottica e a favore deill'economia italiana in crisi, ma per gli Stati Uniti si tratta di "intelligenza con il nemico".

Sullo stesso giornale, nello stesso giorno, il titolo di apertura è "Il segretario commercio Usa: siamo in guerra commerciale", ma non con la Russia bensì con l'Europa ( e con molte altre nazioni mondiali, Cina in testa). Quindi, quelli che dovrebbero essere nostri "alleati", alle cui decisioni ci accodiamo da bravi lacchè, dichiarano guerra alle nostre esportazioni. In definitiva non possiamo esportare in Russia per volere degli USA, e non possiamo esportare negli USA.... per volere degli stessi USA!! Incredibile, invece accade.

Ma continuiamo. Da quasi un anno gli Stati Uniti vagheggiano una minaccia continua da parte degli "hacker russi" che avrebbero influenzato le elezioni americane e si starebbero preparando a farlo anche con quelle europee. Il condizionale è d'obbligo poiche nessuna prova fattiva è stata fornita per dimostrare questa nefasta influenza. Tutti noi ricordiamo però lo scandalo delle intercettazioni illegali della NSA, l'agenzia di sicurezza americana ai danni di aziende, associazioni e governi europei tra cui l'Italia, la Germania, la Francia e la fedelissima Inghilterra. Persino la Merkel dovette ammettere che il suo cellulare era stato infettato da un virus installato dai servizi americani per controllare le sue telefonate e il presidente Obama fu costretto alle pubbliche scuse. Ma un presunto virus russo è certamente più pericoloso di un assodato virus americano, va da sè.

A questo punto dovremmo realmente chiederci "CHI" è il vero nemico dell'Europa: la Russia, che da decenni cerca un rapporto costruttivo, stabile, duraturo con l'Europa o gli USA, che dalla fine della guerra fredda in poi hanno minacciato le nazioni del vecchio continente in ogni modo pur di scongiurare che questo legame si realizzasse? Qualcuno obietterà che il legame con gli USA è dato dal fatto che l'Europa e gli Stati Uniti condividono una cultura comune e, in fondo gli stessi valori religiosi. Non si può dire lo stesso della Russia? Gli europei sono bianchi, come la maggioranza dei russi e sono cristiani, come la maggioranza dei russi, ma rispetto agli USA risiedono sullo stesso continente (l'Eurasia). La relative culture condividono molti tratti, siano essi linguistici (molte parole russe sono di derivazione francese) o artistici, a meno che un europeo possa dirsi estraneo alle opere di Chagall, Kandinsky, Rimskji-Korsakov, Tolstoj, Pasternak, Bakunin,Rachmaninov, Stravinskji e persino Lenin.

I satelliti europei che orbitano attorno alla terra sono stati per la maggior parte lanciati dalla base russa di Bajkonur e senza i russi gli astronauti europei non potrebbero raggiungere la stazione spaziale internazionale. Il gas russo riscalda le case italiane, tedesche, italiane, ungheresi, polacche o serbe. Nel 1908, nelle prime ore seguenti il terribile terremoto di Messina, furono due corazzate russe a portare gli aiuti più immediati, come recita una lapide posta nel 2008 nel porto della città dello Stretto. I russi furono i primi ad arrivare a Berlino durante la seconda guerra mondiale, determinando così la definitiva sconfitta di Hitler. Anche i campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau furono raggiunti per primi dai russi (il cui arrivo è stato descritto anche da Primo Levi) e non dagli americani come erroneamente mostrato nel film "La vita è bella" di Roberto Benigni.

Si potrebbe continuare per pagine e pagine perchè il rapporto tra la Russia e l'Europa è almeno millenario. Quello tra gli USA e il vecchio continente è invece molto più giovane, meno di 250 anni, e per più della metà ha visto i secondi in posizione di colonia dei primi. La russia ha invece subito due falliti tentativi di invasione europea (Napoleone prima e Hitler poi) con centinaia di migliaia di morti e non vi è mai stato un rapporto di vassallaggio reciproco, anzi. Buona parte della storia europea del 1700 e del 1800 ha visto la Russia quale alleato di diverse nazioni europee in funzione anti-francese, anti-prussian o anti-austriaca. La storia della Russia e dell'Europa è lunga quanto il confine che condividono. Ciò che oggi chiamiamo "Europa dell'Est" è stata fino a quasi 30 anni fa, "Russia dell'Ovest". La Russia è come un amante follemente innamorato di una bella dama, l'Europa, che si concede e si ritrae continuamente ed è ora stretta dall'abbraccio di un rude ragazzone, dai modi un pò spicci ma ricco di danaro, gli Stati Uniti. Quel danaro però sta finendo e la dama rischia di tornare tra le braccia dell'innamorato russo. E' forte, quindi, il rischio che finisca in una grossa, tragica rissa per motivi passionali. Il movimento 5 Stelle non sta quindi facendo nulla di strano nè illegittimo. Sta solo nuovamente ammiccando ad un vecchio spasimante, con il quale la fiamma non si è mai spenta. Quarant'anni fa questa parte era recitata dai Comunisti di Berlinguer, ma quella che allora era percepita come una minaccia militare potrebbe oggi rivelarsi un'opportunità economica. Cercasi ardentemente un bravo avvocato divorzista.

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