Quello che tutti i giornali chiamano
ormai “il caso Scripal” è sfociato in un'espulsione di massa di
diplomatici russi dalle ambasciate occidentali: 30 sono stati
“allontanati” dall'Europa, 60 dagli USA. La Russia promette
un'eguale ritorsione e gli USA hanno già pronte nuove sanzioni.
Siamo ripiombati nella Guerra Fredda? In realtà è già più che
tiepida, visto che è nata nel 2007, dopo il celebre discorso di
Putin alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, in cui denunciava il
continuo avanzare della NATO verso i confini russi a dispetto degli
accordi. In effetti, ad oggi l'unico paese del patto di Varsavia non
ancora nella NATO è la Bielorussia. Da anni, poi, è in atto una
strenua attività di demonizzazione ed accuse che spaziano dal doping
olimpico agli Hacker, dal Russiagate, all'intervento in Siria, dagli
sconfinamenti dei jet russi, sino appunto all'avvelenamento di ex
agenti del KGB. Gli USA hanno già elevato sanzioni alla Russia per i
fatti d'Ucraina, senza peraltro vi fosse un chiaro mandato dell'ONU
in materia, e anche l'Europa ha elevato le proprie , anche se alcuni
paesi come l'Italia e la Germania hanno provato più volte a non
rinnovarle. Il rapporto tra USA e Russia e, obtorto collo, Europa, è
già caldo da tempo e pare continuare a scaldarsi. Le due potenze si
stanno già confrontando in Siria e Ucraina, sebbene sotto mentite
spoglie, e hanno già mostrato i loro rispettivi muscoli nucleari più
di una volta. In situazioni come questa, basta un incidente
diplomatico o un avvenimento mal interpretato, per far cadere il
mondo in una spirale di terrore totale. Quindi, al di là che si
parteggi per gli uni o per gli altri, è necessario che le prove
siano circostanziate, come pare non siano in questo caso, e come non
lo sono state in un altro celebre caso di sostanze chimiche: quello
dell'antrace che Powell agitò all'ONU come prova per trascinare gli
USA alla guerra in Iraq. La prova era falsa, ma oggi milioni di
iracheni non possono essere qui a rallegrarsene.
Un Blog per liberare pensieri e ragionamenti ispirati,e necessari, alla realtà quotidiana. Perchè spesso siamo portati a pensare in modi che non ci appartengono,ispirati da chi ha interesse a conformare il pensiero generale verso verità semplici, logiche e incontrovertibili ma che in realtà, scansano dal nostro cervello tutte le altre e le nascondono. La mancanza di Idee porta all'inazione ed alla morte di Se
Perchè Ordine e Progresso?
Il Blog prende il nome dal motto inscritto sulla bandiera del Brasile e mutuato da un'aforisma di Auguste Comte.
Questi, uno dei padri della Sociologia, era una convinto positivista, il che nel 1896 lo rendeva anche un progressista.
L'importante è , come infatti Comte mette al primo punto, che l'Amore sia sempre il principio cardine dell'Agire.
L'Amore per principio e l'Ordine per fondamento;il Progresso per fine
Auguste Comte ,1896
martedì 22 maggio 2018
La Guerra tiepida
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Verso l'Armageddon?
Il 9 Maggio Trump ha deciso di
ritirarsi dall'accordo firmato nel 2013 con l'Iran sul suo programma
nucleare. Stipulato anche da Cina, Francia, Germania, Cina, Russia,
Inghilterra ed UE, esso prevede una drastica riduzione delle attività
iraniane in campo nucleare per una durata complessiva di 13 anni ed è
supervisionato dall'Ente Internazionale per l'Energia Atomica
dell'ONU. Francia, Inghilterra ed UE si sono dette contrarie, temendo
che ciò possa portare l'Iran a riprendere il programma e che ciò
possa addirittura sfociare in una guerra con Israele e USA. Il tema è
delicato, poiché formalmente l'Iran sta rispettando il Trattato di
Non Proliferazione Nucleare in vigore dal 1970, ma Israele continua a
dirsi dubbiosa delle reali intenzioni iraniane. I due paesi sono già
venuti in contatto, sebbene non ufficialmente, in Siria, nella quale
operano sia le truppe d'elite iraniane, spalleggiate dagli sciiti
libanesi di Hezbollah, sia i servizi segreti militari israeliani e
americani. La presenza iraniana in Siria, Libano e sud Iraq è un
incubo geopolitico per Tel Aviv, che vede in essa la possibilità che
tutta l'area che va dal Golfo Persico al Mediterraneo possa entrare
definitivamente nella sfera di influenza di Teheran e permettere un
giorno il transito del gas iraniano verso l'Europa. Ciò porterebbe a
una progressiva perdita d'influenza di Israele nella regione e
minaccerebbe, così si sostiene, la sua stessa esistenza. Nethanyau
si è detto pronto ad attaccare tanto le truppe iraniane in Siria
quanto lo stesso Iran, il quale è un avversario ostico. Esso ha 80
milioni di abitanti, in maggioranza giovani, e la sua cultura
millenaria si irradia dal mediterraneo all'Asia centrale. Il suo
esercito è il terzo, se non il secondo, nell'area dopo appunto
Israele e Turchia, con la quale l'Iran ha da anni ottimi rapporti. Un
conflitto chiamerebbe anche in causa l'Arabia Saudita, e forse Russia
e Turchia, con esiti catastrofici. La terza guerra mondiale non è
mai stata così vicina.
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lunedì 2 aprile 2018
Una proposta che non si può rifiutare...
A
distanza di poco più di un anno dal suo insediamento, Donald Trump
ha dato il via al programma protezionista in ambito economico che ha
caratterizzato la sua campagna elettorale.
Nei
primi giorni della sua presidenza era già ricorso ai poteri
presidenziali per ritirare gli USA dal TPP, il trattato
trans-pacifico, affermando che non era vantaggioso per gli Stati
Uniti. Lo stesso argomento è stato invocato in merito al commercio
estero, con l'Unione Europea e diverse nazioni asiatiche, per
prodotti quali pannelli solari, elettrodomestici, acciaio, alluminio
ed altre decine di categorie di prodotti.
Difficile
non chiamarla "guerra commerciale" poichè ne ha la forma e
la sua sostanza si manifesterà nei contraccolpi che causerà in
Europa, se realmente si verificherà. L'obiettivo principale, a detta
del presidente americano, è la Cina, accusata di pratiche
commerciali scorrette (dumping salariale, aiuti di stato, furto di
brevetti, ecc) ma le ricadute sul rapporto con l'Europa sono
evidenti. Le eventuali sanzioni decise da Trump non avranno lo stesso
impatto su ciascuna delle nazioni che compongono l'Unione Europea.
Alcune di esse come l'Italia, la Francia e la Germania, hanno un
apparato industriale che per dimensione aggregata e specializzazioni
si mette in diretta concorrenza con quello americano. In particolare
la Germania è il quinto esportatore a livello mondiale verso gli USA
con l'8,1 %, mentre importa a sua volta il 5,5 % dagli Stati Uniti.
L'Italia
esporta il 7,8% ed importa il 3,3 dagli USA1.
Trump
ha affermato che i dazi nei confronti dell'UE sono "sospesi"
sino al 1° maggio, ma la Commissione Europea ha, giustamente,
respinto un ultimatum così imperativo invocando il dialogo.
In
effetti quello di Trump sembra il bluff di un giocatore di poker
poichè, se è vero che i dazi danneggeranno i paesi che più
esportano in USA, è anche vero che i consumatori americani,
complessivamente, importano quasi 500 miliardi di $ di merci
dall'Europa e quasi 1000 miliardi dalla Cina , su un import
complessivo di 2,21 trilioni di $2.
Sostituire
quei prodotti con gli omologhi americani sarebbe, nel breve e medio
periodo, più costoso per i consumatori americani e comunque per
alcuni prodotti, potrebbero non esserci alternative praticabili
(basti pensare alle automobili).
Ma
i dazi non sono il punto principale del contenzioso con l'Europa. Lo
sono invece principi come quello di precauzione adottato nella
Comunità o le normative europee sulle importazioni di certe
categorie di prodotti americani come la carne di manzo e il pollame,
i cereali OGM, farmaci ed automobili. Queste norme, a detta degli
americani, impedendo l'esportazione dei loro prodotti verso il
Vecchio Continente, causano l'attuale squilibrio della bilancia
commerciale americana, e sono state oggetto di contenzioso anche in
seno al WTO.
All'inizio
di questo articolo abbiamo citato il TPP, il trattato commerciale tra
11 nazioni che si affacciano sul Pacifico, voluto da Obama e
osteggiato da Trump. Quel trattato ha un gemello, diciamo
"dormiente", tra gli USA e l'altra sponda atlantica,
l'Unione Europea, e cioè il TTIP.
Il
Trattato di Partnership Commerciale Transatlantica, che ha visto
Stati Uniti ed Unione Europea confrontarsi per 15 round prima di
interrompersi bruscamente, mira a realizzare un mercato privo di dazi
e barriere doganali tra le due sponde dell'Atlantico. Il trattato
inoltre definisce anche un'armonizzazione degli standard produttivi e
legislativi su diverse materie, le cosiddette Barriere Non Tariffarie
(BNT). Possiamo definirlo "dormiente" poichè non vi è
stato alcun pronunciamento ufficiale sull'interruzione dei negoziati
nè da parte dell'UE, nè dagli USA.
Attualment
tariffe e dazi doganali nel commercio transatlantico sono già
piuttosto ridotte (5,2% per l'UE e 3,5% per gli Stati Uniti, dati
2015). Notevoli sono invece le differenze regolamentari, legislative
e normative tra le due sponde dell'Oceano. Si pensi solamente alla
differenza tra le unità di misura (gli USA non adottano il sistema
metrico decimale), ai diversi formati e tensione delle prese di
corrente (220 volt in Europa, 120 volt in USA) o alle norme
sull'import-export dei prodotti agricoli. Il trattato punta quindi a
ridurre le BNT, ovvero all'eliminazione o armonizzazione di
tutte quelle norme che rendono costoso il commercio di una stessa
categoria di prodotti tra Europa e USA3.
Il
TTIP è stato combattuto aspramente da movimenti e partiti in tutta
Europa. Anche governi, come quello francese di Hollande e quello
tedesco della Merkel hanno sollevato dubbi su alcuni suoi punti.
Quello che Stati Uniti ed Europa stavano contrattando era un accordo
tra pari, ma Trump ha svelato l'inganno gettando sul tavolo i numeri
dell'export tedesco (116 mld $, dati 20164),
italiano (47 mld $) e francese (48 mld $) in America e di quello
americano in Europa (307 mld $ ).
Trump
ha dichiarato più di una volta di voler ricostruire la base
industriale degli Stati Uniti e per farlo ha già messo in atto,
oltre ai dazi su diversi prodotti, anche incentivi fiscali al rientro
di attività dall'estero e riduzione delle tasse per le imprese. Il
mercato americano è ampio e ricco, ma a guadagnare da esso non sono
i lavoratori americani ma le sole , grandi , corporations.
Paradossalmente, più le grandi corporations macinano profitti,
producendo in paesi in via di sviluppo e rivendendo in America, più
gli Stati Uniti si indebitano. I numeri dicono che i cittadini
americani non hanno però il lavoro sufficiente per pagare i prodotti
in vendita. Solo nel 2017 hanno chiuso più di 5000 centri
commerciali 5
e con i consumatori se ne sono andati via anche i lavoratori.
E
le fabbriche avevano già chiuso anni fa. Dopo aver subito
l'offensiva giapponese negli anni '80, specialmente in campo
automobilistico e nell'elettronica, oggi è il tempo delle aziende
cinesi. Marchi come Huawei, Lenovo, Cosco, Haier, Great Wall e stanno
rapidamente sostituendo tanto i giapponesi quanto gli americani sul
mercato nordamericano.
Gli
USA importano ulteriori 580 mld $ di merci da Canada e Mexico, gli
altri due aderenti del NAFTA, anch'esso molto osteggiato da Trump.
Anche con questi due paesi la bilancia commerciale è negativa,
poichè gli USA vi esportano solo 497 mld $ di beni, ed è
sicuramente per questo che il presidente americano vuole ridefinire i
termini dell'accordo nordamericano.
Non
possiamo dimenticare che Trump si è detto anche molto critico del
WTO e che la sua politica estera , in tema di commercio estero,
prevede esclusivamente accordi bilaterali 6.
In
definitiva i dazi di Trump hanno un duplice scopo: in primo luogo
ridurre le importazioni dalla Cina stimolando il ritorno di attività
produttive negli Stati Uniti, il cosiddetto "in-shoring"7.
In
secondo luogo, riportare l'Unione Europea al tavolo delle trattative
sul commercio atlantico in una posizione di forza e contrattare un
accordo bilaterale, un TTIP "light", che metta d'accordo la
forte vocazione esportatrice delle aziende europee, soprattutto
tedesche, e americane senza intaccare i rispettivi campi di
eccellenza. Come detto, il rapporto tra Cina e Germania sta crescendo
rapidamente in forza e intensità e questo può minacciare lo status
economico globale degli USA. La relazioni tra le due nazioni può
rafforzarsi attraverso i collegamenti ferroviari attraverso la
Russia, tagliando fuori gli Stati Uniti dalle rotte del commercio
globale.
Trump,
insomma, cerca di indebolire entrambe e contemporaneamente provare a
rafforzare il rapporto con quella che Brzezinski definì "la
testa di ponte democratica sulla massa continentale", ovvero
l'Europa.
Questo
è un imperativo geopolitico pressante per evitare di essere tagliati
fuori da un commercio globale che vede sempre più la logistica via
mare soccombere su quella via terra, rendendo vana la supervisione
militare delle vie marittime da parte degli USA, rendendoli così
meno "necessari".
Lo
scontro immaginato chiaramente da Sir Harford Mackinder, più di
cento anni fa, tra le potenze di mare e quelle di terra, non si è
ancora concluso. Si è solo spostato nel campo economico. E speriamo
ci resti.
1F.
Bertolami, TTIP La NATO Economica? Il Partenariato Transatlantico
per gli Scambi e gli Investimenti nella geopolitica del XXI secolo.
Experiences Edizioni, Messina, 2016 pag 140
2https://atlas.media.mit.edu/en/visualize/tree_map/hs92/import/usa/show/all/2016/
3F.
Bertolami, TTIP La NATO Economica? Il Partenariato Transatlantico
per gli Scambi e gli Investimenti nella geopolitica del XXI secolo.
Experiences Edizioni, Messina, 2016 pag 115
4https://atlas.media.mit.edu/en/visualize/tree_map/hs92/import/usa/show/all/2016/
5https://clark.com/shopping-retail/major-retailers-closing-2017/
6http://www.bbc.com/news/world-us-canada-41529550
7In-shoring
è il processo di rimpatrio delle aziende americane, un tempo
trasferitesi all'estero per godere di costi del lavoro e più bassi
e normative meno restrittive.
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venerdì 16 marzo 2018
Fratelli Coltelli
Il 1° Marzo il
presidente Trump ha deciso di introdurre nuovi dazi sull'importazione
di alluminio (10%) e acciaio (25%). Ciò fa seguito ad una decisione
simile su elettrodomestici e pannelli solari. Quella ha fatto reagire
cinesi e coreani, questa ha messo in allarme l'Europa, che è la
prima esportatrice di acciaio negli USA. Bruxelles ha risposto
minacciando dazi sulle importazione di alcuni prodotti americani
(jeans, moto, liquori) e a loro volta gli americani hanno
controminacciato alte tasse sulle auto europee. Non c'è niente da
dire, è una guerra commerciale in piena regola. Ma perchè far
guerra ad un alleato come l'Europa? Gli USA esportano molto poco
della produzione ed importano moltissimo, soprattutto da Cina e
Germania, temibili concorrenti economici e geopolitici. Il mondo sta
cambiando e gli USA non ne sono più l'unico perno: la Cina sta
costituendo un proprio enorme mercato interno e ciò sta creando le
condizioni per la nascita di una "sfera di influenza"
cinese in tutta l'Asia. La Germania l'ha già creata nell'est Europa,
grazie alla rete di subforniture per l'industria tedesca in tutti
quei paesi, dall'Estonia a nord sino alla Bulgaria a sud. Trump sa
che la ricchezza americana viene trasferita, tramite il commercio, a
nazioni che potrebbero minare un giorno lo status degli USA. Germania
e Cina stanno diventando rapidamente partner commerciali molto
stretti, ed in futuro questo legame potrebbe rafforzarsi grazie alla
nuova "via della Seta" di cui la ferrovia Duisburg-Qongqing
è il primo passo. L'accordo tra USA ed EU mostra segni di crepe
quando si parla di rapporti con la Russia, di nucleare iraniano,
dello status di Gerusalemme, di commercio internazionale, e ormai una
NATO senza gli USA non è più un'eresia per entrambi. Trump, in
fondo, sta solo mettendo in pratica un vecchio adagio della politica
americana: "Gli Stati Uniti non hanno amici ma solo alleati"
e questi lo sono sino a che sono utili o non diventano ingombranti.
Proprio come la Germania.
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Tregua olimpica in Corea
Le olimipiadi di
Pyongchang, saranno ricordate per la partecipazione delle due Coree
con un'unica squadra nazionale e per la storica visita al sud di una
delegazione di alto livello nord coreana, a partire dalla sorella del
leader Kim Jong Un. E' veramente un segnale di distensione foriero di
una pace futura, o solo un bel gesto dettato dallo spirito olimpico?
Il nodo coreano è intricato e vede agire USA, Cina e Russia, ognuna
con i propri obiettivi. La Corea del Nord ha un patto di mutuo
soccorso con la Cina ed ha con essa scambi commerciali vitali. Un
crollo del regime coreano riverserebbe milioni di profughi nella Cina
del sud, e porterebbe un caos pericoloso ai suoi confini. Pechino sta
cercando di gestire la situazione a suo favore con due obiettivi:
evitare la riunificazione nord-sud, che porterebbe le forze americane
troppo vicine a essa, ed ergersi a arbitro delle dispute geopolitiche
asiatiche, estromettendo gradualmente proprio gli USA. In Asia è in
corso una spietata corsa per far parte del mercato tramite l'arma del
basso costo del lavoro. Già oggi, per alcune lavorazioni meno
pregiate, le aziende cinesi si rivolgono a aziende vietnamite, o
birmane. Una Corea del Nord più aperta, rappresenterebbe, è vero,
il nuovo livello inferiore di questa corsa, in primis per le aziende
sud coreane e quelle cinesi, ma anche una possibilità di gestire
progressivamente un ricambio politico pacifico. Gli USA si giocano la
posizione di arbitro in Asia e nel Pacifico, poichè una pax cinese
in Corea farebbe tirare un sospiro di sollievo anche a Tokyo, e
potrebbe far diminuire la necessità di una così ampia presenza
militare americana in Giappone. La Russia procede nel suo disegno a
due dimensioni: la prima è affermarsi come garante del diritto
internazionale in tutte le dispute mondiali, la seconda è rafforzare
la cooperazione con la Cina e le altre nazioni euroasiatiche per
creare un'area alternativa agli USA, commercialmente e militarmente.
Per ora, godiamoci i giochi.
(22 febbraio 2018)
Trump si sta chiudendo fuori?
La
decisione di Trump di imporre dazi ad alcune categorie di prodotti
importati dall'asia ha riaperto il tema del protezionismo. La
decisione del presidente USA risponde in parte alla necessità di
mantenere le promesse fatte ai suoi elettori, in maggioranza operai e
colletti bianchi, sulla protezione dell'industria americana, ma può
essere anche interpretata come una mossa per ridurre il volume delle
importazioni da Cina e Corea, con le quali gli USA hanno un enorme
deficit commerciale. Il paradosso è infatti che ad ogni ripresa
dell'economia americana, aumenta il disavanzo verso i paesi esteri,
poichè gli Stati Uniti importano una larga parte di ciò che
consumano. In definitiva, i soldi in più, portati dalla ripresa,
passano dalle tasche dei cittadini americani a quelle delle aziende
cinesi, giapponesi e tedesche. Non è un caso, infatti, che a Davos
sia stata proprio la Merkel ad esser la più contraria ad ipotesi di
protezionismo americano. Molte aziende tedesche hanno fabbriche in
USA, per aggirare dazi e ridurre i rischi del cambio euro/dollaro. La
stessa cosa faranno i cinesi per i pannelli solari e i coreani per le
lavatrici, e ciò riporterà posti di lavoro in america e ridurrà il
deficit con l'estero. Questo sul lungo periodo. Dall'inizio dell'anno
il dollaro ha perso valore sulle principali valute mondiali e questo
ha già ridotto il volume delle importazioni americane, ma non ha
migliorato le esportazioni. Si diceva, tempo fa, che gli Stati Uniti
fossero la locomotiva del mondo, ma ora non più. Sono ancora il
mercato regolamentato più ampio, insieme all'Unione Europea, ma dai
dati del WTO, nel complesso, emerge che è proprio quest'ultima
l'area economica più ricca del pianeta e quella più interessata a
mantenere aperto il commercio globale.La Cina non sta a guardare e
sta creando la sua nuova "Via della Seta", con nuove
ferrovie, autostrade e vie marittime, tessendo molteplici accordi
bilaterali, ma gli USA non vi partecipano. Trump si sta chiudendo
fuori?
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Germania, anche i ricchi piangono.
La Germania nel 2017 ha
realizzato il più alto surplus di bilancio tra tutte le nazioni:
+287 mld €. La Cina, seconda, ha fatto +135. Al momento, però,
questo gigante economico non ha un governo da 4 mesi, un fatto unico
nella politica tedesca. Fallito un primo tentativo con Verdi e FDP,
la CDU della Merkel ha ripiegato sulla SPD di Schulz che, seppur con
difficoltà ha detto si. Anche questo tentativo è fallito, a causa
delle quote sugli immigrati chieste dalla CDU della Baviera (CSU) e
del no a nuove tasse rifiutato dalla Merkel a Schulz. Il prossimo
round di colloqui sarà l'ultimo e potrebbe portare a nuove elezioni
in caso di fallimento. Possiamo dire che il sistema elettorale
tedesco funziona egregiamente. Non è un'affermazione peregrina,
poiché in tutto questo fluire di sigle ne manca una che alle
elezioni di settembre 2017 ha preso il 12,6%, ed ha eroso il voto ai
due maggiori partiti: Alternative fur Deutschland. Ormai ago della
bilancia, ha intercettato il voto dei delusi da CDU e SPD con
proposte fondate su nazionalismo e orgoglio tedesco. Il timore che
possa crescere è il motivo per cui il presidente tedesco spinge i
due partiti a trovare un accordo, ricordando che in Germania, un
“governo del Presidente” non c'è mai stato. Ma le tensioni
politiche tedesche sono lo specchio di quelle sociali.
L'immigrazione, i salari bassi, la proletarizzazione del ceto medio,
stanno facendo crescere un risentimento che non è intercettato dal
SPD, troppo istituzionale, e si sposta a destra. In questo la
Germania è simile all'Austria, ma anche a Ungheria,
Polonia,Slovacchia e R. Ceca (i 4 di Visegrad). Tutti questi paesi
sono attraversati dalle stesse tensioni e la soluzione sembra essere
la stessa, il nazionalismo. Si dice che l'Euro sia una creatura
francese nata per legare la Germania all'Europa ed impedire la
rinascita di una sfera di influenza tedesca da Tallinn ad Atene sino
a Kiev, più vicina Mosca che a Parigi e Washington. Macron saprà
ammaliare anche Afd?
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giovedì 25 gennaio 2018
Senta, dica, scusi....
Qual è il termine più corretto per
definire chi è altro da noi, chi è straniero per nazionalità,
etnia, religione e cultura, in tempi di “politicamente corretto”?
La definizione di straniero alla quale
mi riferisco, non include i popoli dell'Europa occidentale, poiché
da decenni non pongono sfide alla società italiana, ma solo quelli
dell'area extra-europea, che progressivamente hanno permeato la
società italiana.
Sul tema di come trattare l'alterità
rispetto alle persone appartenenti ad altre etnie, culture e
religioni, forse non tutti siamo consci di quanto le nostre coscienze
in questi decenni siano state influenzate dai “maestri del
discorso”, per dirla con un'espressione molto in voga.
I termini che utilizziamo per definire
oggetti e concetti astratti, influenzano essi stessi il nostro modo
di pensare, in una sorta di retroazione che può essere negativa o
positiva. Questa diviene positiva se permette , conoscendo più
termini, di articolare un pensiero complesso e definire in maniera
più precisa l'oggetto di una discussione o di una dimostrazione.
Diviene invece negativa quando la ripetizione continua di determinati
termini, modi di dire, stereotipi e slogan, impedisce la ricerca
della sfumatura e prende il posto di intere categorie di
pensiero,scalzando le altre e relegandole nell'oblio.
Parlando di immigrazione, e soprattutto
di immigrati, è sorto il problema di come definire lessicalmente,
univocamente, tutti i “tipi di straniero” presenti in Italia.
Ciò è avvenuto attraverso una
articolata, ma continua, riscrittura dei codici lessicali, semantici
e, di riflesso, sociali. I media sono stati il principale veicolo di
questo cambiamento, e la popolazione ha assunto a volte il ruolo di
precursore ed altre quello di assimilatore passivo.
Facciamo una brevissima cronistoria dei
termini utilizzati in questi ultimi 50 anni.
Negli anni 60 l'immigrazione era
l'ultima delle preoccupazioni dell'Italia del boom. Gli stranieri
erano pochi e concentrati in piccole comunità coese, come nel caso
di etiopi e somali a Roma o tunisini in Sicilia. Non esisteva un
termine comune per indicarli se non appunto “straniero”.
Diversamente, venivano indicati per nazionalità.
Negli anni 70, poi, l'epiteto con cui
venivano tacciati gli stranieri, non europei, divenne “marocchino”.
In quel periodo l'immigrazione straniera era un fenomeno molto
controllato. La comunità più ampia era quella nordafricana,
maghrebina in particolare, ma nelle città la sua visibilità era
limitata. La distribuzione era concentrata particolarmente nei grandi
centri del nord, nella capitale e al sud. L'immagine più
rappresentata al tempo era quella del venditore di tappeti e
carabattole, ai mercati o in strada, ai semafori.
Negli anni 80 l'immigrazione
nordafricana aumenta costantemente, e gradualmente vi si aggiunge
quella subsahariana, specialmente al sud, attirata e sfruttata dal
lavoro agricolo.
Il nome che viene dato agli stranieri
diviene “vuccumprà” , tormentone ripetuto all'eccesso e ispirato
ai venditori ambulanti, senegalesi o marocchini, sulle spiagge
italiane.
Negli anni 90 è l'ora
dell'immigrazione dall'est Europa, Albania ed ex Jugoslavia in
primis, ma anche Russia e Polonia. Abbiamo ancora negli occhi le navi
cariche dei profughi in arrivo dalla costa albanese, e i profughi
bosniaci in fuga, e la loro successiva redistribuzione nelle città
italiane. Il termine usato per indicare uno straniero diviene ora
“extra-comunitario”. L'ingresso dell'Italia nell'Europa ha
imposto una sorta di neutralità lessicale alla condizione di
straniero in Italia, includendo tutte le nazionalità nel frattempo
arrivate in Italia. L'Italia si popola delle etnie più varie e in
maniera pressoché omogenea. Queste si distribuiscono lungo lo
stivale in maniera piuttosto uniforme, concentrandosi nei centri
manifatturieri. Nasce una seconda, e in alcuni casi terza,
generazione di immigrati-italiani, ma iniziano a nascere anche
formazioni politiche, specialmente al nord, dichiaratamente xenofobe.
Il tema dell'immigrazione attraversa
tutti gli anni 90 e viene rappresentato dai media in tutte le sue
forme, tanto positive quanto negative; la raccolta dei pomodori al
sud, lo spaccio nelle grandi città, le rapine in villa nel nordest,
le moschee nei garage e via discorrendo. Gli stranieri diventano un
tema stabile del dibattito politico ed il punto sull'immigrazione
diventa dirimente nel programma di tutti i partiti. L'Italia scopre
di essere diventato un paese di immigrazione e si accorge di non
avere una legge adeguata in materia. Tra applausi e fischi nasce la
Bossi-Fini. Lo straniero diventa “clandestino” nella vulgata
comune, ma il termine “extra-comunitario” permane. Lo scontro
ideologico, residuo della guerra fredda mentale che tarda a svanire,
diventa lessicale. A destra si usa il primo termine, a sinistra il
secondo, ma anche “immigrato”o , ancora timidamente, “profugo”.
Gli anni 2000 sono quelli del
terrorismo spietato ed assassino, del jihadista armato di AK47 che
spara tra la folla o si fa esplodere. I media hanno fatto ampio
ricorso a questa immagine e così anche qualche governo,
radicalizzandola e fissandola Lo straniero di fede islamica viene ora
identificato spregiativamente come “terrorista”, o anche solo
come “talebano”. Bulgaria, Croazia, Slovenia e Romania entrano
nell'UE, i loro cittadini hanno libero accesso in Italia e il loro
numero aumenta. Per molti, e per i media in primis , diventano gli
“Slavi” o i “Rom”, andando a completare un vocabolario sempre
più ampio di termini con cui poter definire la propria relazione con
un altro di un etnia o cultura differente.
La morte di Gheddafi e la conseguente
dissoluzione della Libia prima e la guerra in Siria poi, hanno dato
il via alla stagione dei “migranti”. Questo periodo ha visto il
fiorire di nuovi termini, nuove immagini mentali da associare allo
straniero; “rifugiato”, “profugo”, “migrante economico”,
”richiedente asilo”.
Ognuno di questi termini è nato grazie
ai media, e da questi è stato fortemente veicolato. Ciò ha
disegnato negli anni gli scenari dell'immaginario collettivo sul tema
dell'immigrazione e degli immigrati in particolare. Oggi pare si
voglia porre un freno a questo proliferare di immagini mentali create
dalle parole, utilizzando tecniche di Programmazione Neuro
Linguistica che sfiorano la demonizzazione e la censura. Una sorta di
reset lessicale, che faccia svanire d'incanto ogni accezione
negativa, discriminatoria, allusiva, stigmatizzante da un termine
universale per definire un “altro non italiano/europeo”. La
distinzione bianco/nero è fumo negli occhi ed anche riduttiva.
Anche l'identificazione con l'etnia, molto utilizzata dai media nei
casi di cronaca, è tacciata di “razzismo”. Se volessimo poi
aprire una parentesi sullo stesso termine “razzismo”, non
potremmo non partire dal chiederci se lo stiamo utilizzando in
maniera corretta o non sia invece diventato, anch'esso, un termine
onnicomprensivo, una facile etichetta con cui identificare tutto ciò
che non si dovrebbe fare o dire nei confronti dell'altro. Ad un certo
punto della riflessione dovremmo, inderogabilmente, scontrarci con i
limiti da imporre a questo termine e qui sorgerebbero problemi di
ogni natura. Non dobbiamo dimenticare di possedere un “etnocentrismo”
innato che è radicato nel profondo di tutti noi e che ci rende
familiare e interpretabile l'ambiente in cui viviamo. Detto in parole
povere, un tedesco pensa primariamente come un tedesco, un italiano
come un italiano ed entrambi si vedono come europei nei confronti di
un americano. Per ognuno di essi gli altri sono stranieri, agiscono,
pensano, mangiano e vivono in un modo differente, ma sono tutti
occidentali di fronte ad un giapponese. In ognuna di queste nazioni,
vige una cultura prevalente che è frutto dei secoli e che ha
lasciato dietro di sé diverse “interpretazioni del mondo” e di
chi, storicamente, non era membro della propria comunità. La nostra,
ad esempio, si porta dietro una stratificazione storica, sociale,
culturale, etnica e linguistica di tre millenni. Anche nei paesi più
giovani come i liberali, ed etnicamente variegati, Stati Uniti, l'uso
di epiteti negativi per riferirsi agli stranieri è molto diffuso.
Gli stessi neri americani si offendono tra di loro chiamandosi
“Nigga”, negro, come il termine dato loro all'epoca delle
piantagioni e dello schiavismo.
E' quindi realmente possibile eliminare
del tutto una caratterizzazione di qualsiasi natura da un termine per
indicare l'altro? Lo stesso termine “straniero” non è
sufficiente? E' esso stesso un termine da cancellare? Ogni nazione è
dotata di leggi che definiscono chi ne è cittadino, sulla scorta
dell'esperienza storica, dei confini politici, della cultura. Queste
leggi , però, quasi mai definiscono come debbano essere chiamati
quelli che non sono cittadini di quella nazione. Dobbiamo venire a
patti con il fatto che la diversità esiste e va indicata in qualche
modo, e che questo modo è influenzato da una cultura sottostante che
non è possibile trascurare. L'elemento identitario si manifesta in
ogni organizzazione sociale e stabilisce, de facto, un dentro e un
fuori, un “noi” e un “loro”. Un termine per definire chi quel
noi non identifica, nasce spontaneo. Dobbiamo evitare gli eccessi
verbali, violenti e discriminatori per definire l'altro, ma non
possiamo svuotare le parole del loro significato. Non possiamo
identificare un mondo vario e sfumato come il nostro con alcune
semplici paroline neutre e con ambiti semantici sterminati. Deve
essere permesso un limite massimo ed uno minimo oltre il quale
ricadere nell'accusa di “imprecisione lessicale e semiologica nei
confronti di un individuo altro”. L'etichettatura sembra, come
detto, un po' la cifra del momento. Semplifica, velocizza, minimizza
il numero di parole ed amplifica l'ambito di riferimento. A livello
verbale rappresenta ciò che è un emoticon su un cellulare. Ce
l'abbiamo una faccina per indicare uno straniero “politicamente
corretto?
lunedì 1 gennaio 2018
Gerusalemme, Patrimonio di Tutti Noi.
Con la sua decisione del
6 dicembre del 2017, Donald Trump ha lanciato un enorme masso nello
stagno fin troppo calmo del dibattito internazionale sulla questione
israelo-palestinese.
Dopo gli annunci di
almeno tre presidenti, Clinton, Bush jr e Obama, Trump è infatti
passato all'azione dichiarando che gli USA sposteranno la loro
ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme.
Questa decisione ha
aperto il vaso di Pandora che contiene tutte le forze regionali, e
mondiali, interessate alle sorti della città delle "religioni
del Libro".
Il punto infatti è
focale negli equilibri geopolitici della regione, e di riflesso, del
mondo, poichè la città è contemporaneamente sacra per le tre
maggiori religioni monoteistiche, è contesa (e divisa) tra Israele e
l'Autorità Nazionale Palestinese (ANP), ognuna delle quali la vuole
come propria capitale, ed è oggetto di forte interesse da parte
delle maggiori potenze regionali: Arabia Saudita, Turchia ed Egitto
(sunnite) ed Iran (sciita). A livello mondiale, sono interessate alle
sorti della città anche l'Europa (nella sua accezione più ampia,
quella religioso-culturale), la Russia e ovviamente gli USA.
Ripercorrere l'intera
storia della contesa, a partire dal 1948, anno della fondazione
d'Israele non è qui possibile, ma possiamo almeno delineare alcune
delle conseguenze che una decisione come questa può generare.
Prima è però necessario
ricordare che il 21 dicembre, due settimane dopo la decisione di
Trump, l'assemblea delle Nazioni Unite ha votato massicciamente (128
voti a favore, 35 astenuti e 9 contrari ) una risoluzione dell'Egitto
che chiedeva di rifiutare la decisione presa dal Presidente
Americano1.
Sicuramente Trump e la sua amministrazione erano preparati ad un
esito simile, cionondimeno è stato uno schiaffo in pieno volto agli
USA da parte di quella "comunità internazionale" che molte
volte si è accodata a ratificare le decisioni già prese da
Washington.
L'ambasciatrice all'ONU,
Nicky Haley, ha tuonato contro i "traditori" minacciando
rappresaglie economiche, ma questa volta è diverso. Accettare e
condividere quella decisione, provvedendo a propria volta spostando
la propria ambasciata, è una decisione che nessuna Nazione può
prendere a cuor leggero e senza timore di riflessi negativi.
Lo status di Gerusalemme
è ad oggi ancora conteso e, sebbene Israele dal 1967 abbia il
controllo, di fatto, della città e in essa siano situati i palazzi
governativi, questa è ancora divisa in un settore Est, a maggioranza
palestinese e uno Ovest, quasi totalmente abitato da israeliani.
Nonostante Israele la ritenga la propria capitale, tutte le
ambasciate internazionali sono situate a Tel Aviv , o nei suoi
dintorni, poichè sulla proclamazione di Gerusalemme capitale
d'Israele pesano le risoluzioni emesse dall'ONU a seguito della
"guerra dei sei giorni" del 1967 e ancora prima, con la
risoluzione 181 del 1947 (Gerusalemme come entità separata e
amministrata dall'ONU). Questa situazione è ben identificata dal
fatto che, sulle mappe ufficiali dell'ONU, nè Tel Aviv nè
Gerusalemme siano indicate come città sede di governo, il che rende
Israele forse l'unico paese al mondo senza una capitale
riconosciuta2.
Aggiungiamo anche che
questo paese non si è ancora dato una costituzione scritta
(particolare condiviso con la sola Gran Bretagna), per una serie
piuttosto importante di motivi:
innanzitutto poichè i
confini dello Stato non sono definiti nè tanto meno riconosciuti
internazionalmente da tutte le Nazioni, in secondo luogo poichè
quasi metà del territorio che Israele reclama come suo, è in realtà
occupato militarmente, in terzo luogo poichè è lo status stesso di
"cittadino israeliano" ad essere di difficile definizione
poichè dovrebbe ricomprendere anche le centinaia di migliaia di
palestinesi (cristiani e musulmani) che abitano all'interno dei
confini da esso amministrati, ma questo confligge con l'intento di
ogni governo israeliano di proclamare Israele uno stato "ebraico",
ovvero culturalmente e religiosamente omogeneo.
Aggiungiamo, come detto,
che Gerusalemme è la città in cui il Cristo è morto, è stato
sepolto ed è resuscitato, la città dalla quale Maometto è salito
al cielo, è la città dove risedeva il Grande Tempio ebraico
(distrutto e ricostruito a più riprese durante i secoli), di cui il
"muro del pianto" è una parte.
A causa di questo suo
essere "Città Santa" per le principali religioni del
bacino del mediterraneo, è alto l'interesse delle potenze dell'area.
l'Arabia Saudita, già custode della Mecca e di Medina, città natale
di Maometto, la Turchia, protrettrice per quasi mezzo secolo della
città e dell'intera Palestina, l'Iran, il più grande paese sciita
del medioriente e l'Egitto, il più grande paese sunnita non possono
permettere che quella città cada completamente in mani ebraiche
senza suscitare malcontento all'interno della propria cittadinanza.
Basti pensare alle proteste di piazza avvenute a migliaia di
chilometri di distanza, a Jakarta, in Indonesia, il più popoloso
paese islamico dell'Asia, per farsi un'idea del livello di interesse
sul tema da parte delle popolazioni musulmane.
Ognuna di queste potenze
ha inoltre tessuto una serie di alleanze con gruppi e partiti
politici sia in Palestina, come Hamas e la stessa Al Fatah ( il
partito a cui fa capo Abu Mazen, presidente dell'ANP), che nel vicino
Libano, come Hezbollah, per reciproco interesse e per mantenere ed
accrescere il proprio peso in Palestina e attorno ad essa.
Posso comprendere che
sembri tutto molto confuso sinora, ma in realtà lo è molto di più.
Gerusalemme è la chiave
di volta di un'architettura molto complessa che ha alcuni risvolti
palesi ed altri molto sofisticati e difficili da riconoscere
nell'immediato.
Bisogna infatti
analizzare la situazione mediorientale sotto tutti i diversi aspetti
che la caratterizzano, religioso, culturale, militare, economico,
politico e non è detto che quello che , tra questi, sembri essere un
mezzo, non sia in realtà un fine e viceversa.
Se il punto focale della
guerra del 1967 era l'inaccettabile presenza dello stato di Israele
in Palestina da parte dei suoi vicini, Siria, Giordania ed Egitto in
primis, oggi è la presunta "minaccia iraniana" a far da
catalizzatore alle alleanze tra potenze nell'area mediorientale. La
questione di Gerusalemme e della Palestina in generale, è un tema
che i diversi governi iraniani, a partire dalla rivoluzione islamica
del 1979, hanno sempre mantenuto vivo ed è un punto indiscutibile
della politica estera persiana. Per l'Iran , infatti, dipingersi come
difensore dei luoghi santi dell'Islam che non siano già sotto
l'egida di altri paesi come l'Arabia, è un potente mezzo di
fascinazione per le masse islamiche mediorientali. In questi anni, i
contatti tra l'Iran ed Hamas (partito opposto ad Al Fatah e che
governa Gaza), sebbene divisi da una diversa interpretazione
dell'Islam (sciiti i primi, sunniti i secondi) sono stati più volte
messi in luce come veri o presunti, ma anche l'Egitto (sunnita
anch'esso) ha da diverso tempo iniziato a guardare con favore al
governo di Tehran. Gli scambi economici iraniani con la Turchia sono
al massimo storico ( 5 mld $ di interscambio nel 2016) e così le
relazioni diplomatiche, mentre sono al minimo storico quelle di
Ankara con Tel Aviv , a causa dell'abbordaggio della nave "Mavi
Marmara" del 2010, e di altri duri scontri tra Erdogan e il
governo israeliano, accusato di essere addirittura tra i mandanti del
mancato colpo di stato in Turchia del 2015.
L'Iran ha storicamente un
forte legame con la Siria (entrambe condividono la fede sciita), che
lo ha portato al coinvolgimento diretto, sebbene parzialmente
coperto, nelle operazioni militari in quel paese a fianco dei russi.
Assieme a questi due grandi attori, in Siria, è stato determinante
l'apporto militare e di intelligence fornito da Hezbollah, il
"partito di Dio" , di fede sciita, che in Libano è parte
integrante della compagine di governo e pilastro della difficile
stabilità interna di quel paese.
Come si vede, Israele,
ritiene di avere un pressante "problema iraniano" e questo
lo ha portato ad una serie di mosse internazionali tra le quali la
più eclatante è l'avvicinamento all'Arabia Saudita, ritenuto
storicamente improponibile sino a qualche anno fa. La casa di Saud
condivide con Tel Aviv il timore dell'espansionismo persiano nella
regione e ha denunciato più volte il pericolo di una "mezzaluna
sciita" che parte da Tehran, passa dal Qatar, attraversa l'Iraq
del sud e la Siria e termina in Libano.
Questo scenario è
propedeutico al controllo politico su quei territori che potrebbero
essere interessati al passaggio dei metanodotti in partenza dall'Iran
per sboccare sul mediterraneo ed infine in Europa, ponendo un grande
problema alle esportazioni petrolifere saudite e rendendo
economicamente fortissimo lo stato iraniano. L'idea che questa forza
si materializzi, terrorizza Israele, e il continuo susseguirsi di
governi di destra e ultradestra in quel paese ne sono un chiaro
segnale. Negli ultimi dieci anni sono state fatte importanti scoperte
di giacimenti off-shore di gas anche al largo delle coste di Gaza,
Libano e Cipro, con alcune propaggini anche in acque territoriali
israeliane3.
E' quindi ovvio che anche Israele voglia entrare nel ricco mercato
del gas dei prossimi decenni e che una forte presenza iraniana sia un
deciso impedimento a farlo.
L'Iran ha 70 milioni di
abitanti, possiede le seconde riserve al mondo di gas naturale,ha
probabilmente il terzo esercito dell'area (dopo appunto Israele e
Turchia) ed una forte influenza culturale e linguistica in tutta
l'asia centrale sino ai confini di Russia ed India. Il suo programma
nucleare, sebbene implementato secondo i dettami del Trattato di Non
Proliferazione Nucleare (NPT) , sotto l'occhio vigile delle Nazioni
Unite e approvato tanto dagli USA che dall'Europa, spaventa i governi
israeliani poichè, in potenza, può permettere a quella Nazione di
dotarsi di un deterrente nucleare militare e poter quindi resistere
alle pressioni internazionali.
Se vogliamo, la questione
nucleare della Nord Korea, con la quale l'Iran ha un fitto
interscambio militare e commerciale (potremmo riduttivamente
definirlo "Oil for Missiles"), ha evidenziato come il
possesso dell'arma nucleare permetta a stati ritenuti "canaglia"
dagli USA, di fornirsi di una "garanzia sulla vita". Gli
esempi di Iraq, Siria e Libia, che negli anni 70-80 hanno tentato di
costruire armi atomiche, senza riuscirvi anche a causa
dell'intervento americano e israeliano, rappresentano di contro un
triste promemoria di quanto può avvenire a voler contrastare gli
Stati Uniti, e il loro sistema, senza possedere almeno una minima
deterrenza nucleare (la Siria per anni ha ripiegato sulle armi
chimiche, salvo rendersi conto della loro inutilizzabilità senza
scatenare la riprovazione internazionale).
L'ANP, guidata da Abu
Mazen si trova forse nella posizione più difficile, messa in
difficoltà dalla fermezza di Hamas nel rifiutare lo scenario
proposto da Trump e dalla probabile mancanza di appoggio da parte
saudita (con i suoi ingenti capitali). Il fatto che le sollevazioni
di piazza in Palestina siano state limitate, anche se rese tragiche
dalla reazione israeliana, può segnalare la parziale tenuta del
governo di Al-Fatah in Cisgiordania, ma il lancio di razzi dalla
striscia di Gaza indica che c'è ancora spazio per un'escalation se e
quando la decisione di Trump diverrà effettiva.
Gli Stati Uniti, sino ad
oggi ritenuti mediatori nella questione israelo-palestinese, con la
decisione di Trump, perdono eticamente questo status, avendo propeso
per la parte israeliana e non sarebbe affatto strano se, a questo
punto, alcune parti in causa si rivolgessero alla Russia per aiutarle
a dirimere la situazione a loro favore. D'altronde in molti paesi
arabi l'intervento russo in Siria è stato visto come un elemento di
stabilità opposto al piano di spartizione della regione da parte
delle forze occidentali. Inoltre la Russia ha già un peso nella
politica interna israeliana, sebbene solo di natura etnico-culturale,
essendo uno dei partiti al governo (quello guidato da Avigdor
Lieberman) voce proprio di quel quasi 4% di cittadini ebrei ora in
Israele ed espatriati dalla Russia negli ultimi 70 anni.
Queste sono alcune delle
probabili conseguenze del gesto del Presidente americano, anche se
ciò non dovesse portare nei fatti all'effettivo spostamento
dell'ambasciata da Tel Aviv.
Siamo partiti da
Gerusalemme e siamo finiti a Tehran, a Damasco, a Istanbul, a Ryad,
Mosca e Washington. Possibile?
Non solo, è
imprescindibile. Anche se solo vagamente, abbiamo esplorato l'aspetto
economico e militare dei rapporti tra le potenze in campo ma nessuno
di essi è il vero obiettivo della disputa.
Il conflitto, al suo
livello più alto è culturale e in primis religioso.
I luoghi santi del
Cristianesimo e dell'Islam sono tutti situati nella città vecchia,
ovvero a Gerusalemme Est, ed infatti lo Stato del Vaticano ha
specifici accordi bilaterali con l'ANP per la conservazione di quei
luoghi ed è da sempre per una soluzione di condivisione della città
da parte dei due popoli. I rapporti con lo Stato di Israele, per
quanto concerne la tutela sull'eredità cristiana, sono invece più
problematici e potrebbero peggiorare a seguito di un controllo
giuridico riconosciuto sull'intera città da parte degli israeliani.
Per il mondo musulmano è
invece la Cupola della Roccia, la Moschea di Omar, ad essere al
centro delle proprie preoccupazioni poichè, essa sorge proprio al di
sopra della roccia, appunto, dalla quale Maometto è, secondo il
Corano, è salito al cielo chiamato da Allah. Quella stessa roccia è
però la stessa sulla quale si presume che Abramo abbia offerto
Isacco in sacrificio a Dio e l'intero complesso è stato costruito
nel settimo secolo sopre le rovine del grande tempio ebraico, nel
luogo in cui già sorgeva quello eretto dal Re Salomone.
Il timore dei musulmani è
che gli studiosi di religione ebraica possano scavare al disotto
della Moschea proprio per ritrovare le tracce del tempio con
possibili rischi di stabilità della struttura.
A dire il vero quest
ultimo è un aspetto secondario e forse strumentale, poichè il vero
punto è la millenaria attesa dei fedeli ebraici per riveder
costruito il tempio e con esso il dispiegarsi delle profezie bibliche
sul ritorno di Dio e la sua imposizione di Israele "a capo delle
Nazioni della Terra".
Potrebbe sembrare
complottismo o parte della trama di un film di fantapolitica ma non
lo è.
In quanto europei, siamo
stati portati a pensare la religione sia un fatto personale, la cui
manifestazione non debba influire sulla "laicità" della
società così da garantire a tutti di professare la propria fede ( o
ateismo, in caso contrario) liberamente. Questo modo di interpretare
il ruolo della religione nella società è però proprio frutto della
dottrina cristiana sul continente europeo, una dottrina che sin dal
suo fondatore, il Cristo, ha fatto della separazione tra Chiesa e
Stato, tra immanente e trascendente, un suo principio basilare, così
come l'altro principio politicamente molto importante, quello del
libero arbitrio.
"Date a Cesare quel
che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio" è scritto nel
Nuovo Testamento, e ciò, insieme alla possibilità di scegliere se
credere o meno a un essere superiore, ha permesso nei secoli alla
dottrina politica di percorrere un sentiero autonomo rispetto alla
speculazione religiosa. Per i motivi opposti, nel mondo musulmano
questa autonomia non è stata possibile e religione e politica hanno
attraversato questi dodici secoli di Storia a braccetto sino ad oggi,
con l'apparire sulla scena dell'ISIS, una sorta di nuovo califfato in
cui la religione è politica e tramite essa detta le sue dure norme
alla società.
Nell'Islam politico si
riflette la stessa sottomissione dovuta all'Islam religioso (Islam in
arabo significa appunto sottomissione) e la prova di questo legame
stringente è riscontrabile in Arabia Saudita, in Iran, in Marocco e
lo sta diventando progressivamente anche in Turchia.
In Israele la società è
nominalmente laica ma le minoranze ortodosse come Haredim,
Lubavitcher e Chassidim provenienti dall'est Europa hanno un peso
rilevante. Tanto per farsi un'idea, in questi giorni in Israele i
temi dominanti sono le polemiche per le immagini senza donne di
famiglie ultraortodosse Haredi , e la loro richiesta di chiudere i
supermercati nei quartieri in cui sono maggioranza durante il sabato,
lo Shabbat ebraico, che sta creando qualche problema al governo
Nethanyau4.
Il peso degli
ultraortodossi sta crescendo politicamente e ciò ha orientato le
azioni dei governi israeliani degli ultimi quindici anni. Se
consideriamo i forti legami che queste denominazioni religiose hanno
con le comunità in America (Negli Stati Uniti vivono circa 7 milioni
di persone professanti la religione ebraica), la centralità che la
religiosità americana (specialmente quella protestante evangelica)
assegna all'Antico Testamento e all'interesse al mantenimento di una
"testa di ponte" filo-occidentale e democratica in
medioriente, capiamo bene come la mossa di Trump rappresenti la
perdita di un ruolo di terzietà non solo nella questione
israelo-palestinese e mediorientale in generale, ma anche in quella,
più sfumata e sottile dell'appartenenza religiosa.
La scelta di Trump
dichiarare, per gli USA, Gerusalemme "Capitale Eterna degli
Ebrei" risponde quindi alla necessità di accontentare
contemporaneamente la base ultrareligiosa in USA, e le frange più
influenti e radicali dell'ebraismo ortodosso, che hanno pesato molto
nella sua elezione ma non è una scelta politica di breve respiro o
meramente elettoralistica. E' un cambio di paradigma rispetto alla
cautela Obamiana (che le èlite israeliane hanno interpretato come
ostilità) o la diplomazia Clintoniana (distrutta poi dalle mosse
spregiudicate di Sharon).
E' una decisa scelta di
campo che orienterà la politica americana nei confronti di Israele
per i decenni a venire e probabilmente impedirà un ritorno alle
trattative di pace per molto tempo, sebbene il Presidente a mericano
affermi che sia un ulteriore passo verso la fine definitiva delle
ostilità. Sulla ripartizione dei benefici di una pace raggiunta con
un negoziato a somma zero (ovvero: uno vince e l'altro perde)
permangono forti dubbi; un passo di questa portata può portare alla
rottura di una certa cautela (certo , molto vaga) dei governi
israeliani a spingersi ancora più in là e rivendicare con ancora
più forza i territori occupati come parte integrante e legittima del
proprio Stato, e le prime avvisaglie sono già sui nostri
quotidiani5.
Gerusalemme, da secoli
città al centro di scontri, di guerre, di speranze e di attese.
Contesa e divisa, bramata
e desiderata, libera e occupata.
Gerusalemme, città
celeste, Gerusalemme città di tutti noi.
Tutti.
NOTE:
1 http://www.abc.net.au/news/2017-12-22/un-votes-to-reject-trump-push-to-move-capital-to- jerusalem/9281268
2 http://www.un.org/Depts/Cartographic/map/profile/israel.pdf
3https://www.reuters.com/article/us-israel-natgas-leviathan/leviathan-gas-field-developers-approve-3-75-billion-investment-idUSKBN1620OS
4https://www.ynetnews.com/home/0,7340,L-3083,00.html
5http://www.lastampa.it/2018/01/01/esteri/il-partito-di-netanyahu-chiede-lannessione-degli-insediamenti-israeliani-in-cisgiordania-s2JgT3sWYgiaxibNnWQS3O/pagina.html
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martedì 18 aprile 2017
Mamma li Russi!
Siamo nel 2017 ma potrebbe essere il 1977. Su La Stampa del 31 Marzo un articolo di Paolo Mastrolilli ci informa che il governo americano ha prove certe di "legami tra la Russia e il M5S".
Se sulla Pravda comparisse mai un titolo del tipo "il PD, Forza Italia, l'UDC, il MPA e Scelta Civica hanno legami con gli USA" , il cittadino medio russo probabilmente si direbbe "e allora?".
La guerra fredda è terminata 28 anni fa e ad oggi l'unica nazione a non far parte pienamente del "sistema internazionale" è la Corea del Nord. Persino Cuba, acerrimo nemico per 60 anni degli USA è stato sdoganato e con l'Iran, che nel 1979 ha fatto fare una pessima figura agli USA per 444 giorni, gli americani hanno firmato un accordo in tema di energia nucleare. La Russia resta invece in cima alla lista dei nemici mortali degli Stati Uniti, sebbene non vi sia uno stato di guerra tra i due paesi, che anzi collaborano in molti campi, dalle missioni spaziali alla lotta all'ISIS in Siria.
Gli USA però, in quanto autoproclamatisi "gendarmi del mondo", hanno unilateralmente elevato un regime sanzionatorio nei confronti della Russia che, volente o piuttosto nolente, anche l'Europa ha dovuto applicare. Da molto tempo molte nazioni europee ne chiedono la fine ma gli americani si sono dimostrati intransigenti tanto da costringere i russi ad elevare controsanzioni verso tutte le nazioni europee. In Italia il M5S, e la Lega, non hannno mai nascosto la loro volontà di abolire queste sanzioni, che colpiscono l'economia italiana per un ammontare di quasi 10 miliardi ( secondo la Stampa del 19/12/2016). Si direbbe sia una battaglia giusta, patriottica e a favore deill'economia italiana in crisi, ma per gli Stati Uniti si tratta di "intelligenza con il nemico".
Sullo stesso giornale, nello stesso giorno, il titolo di apertura è "Il segretario commercio Usa: siamo in guerra commerciale", ma non con la Russia bensì con l'Europa ( e con molte altre nazioni mondiali, Cina in testa). Quindi, quelli che dovrebbero essere nostri "alleati", alle cui decisioni ci accodiamo da bravi lacchè, dichiarano guerra alle nostre esportazioni. In definitiva non possiamo esportare in Russia per volere degli USA, e non possiamo esportare negli USA.... per volere degli stessi USA!! Incredibile, invece accade.
Ma continuiamo. Da quasi un anno gli Stati Uniti vagheggiano una minaccia continua da parte degli "hacker russi" che avrebbero influenzato le elezioni americane e si starebbero preparando a farlo anche con quelle europee. Il condizionale è d'obbligo poiche nessuna prova fattiva è stata fornita per dimostrare questa nefasta influenza. Tutti noi ricordiamo però lo scandalo delle intercettazioni illegali della NSA, l'agenzia di sicurezza americana ai danni di aziende, associazioni e governi europei tra cui l'Italia, la Germania, la Francia e la fedelissima Inghilterra. Persino la Merkel dovette ammettere che il suo cellulare era stato infettato da un virus installato dai servizi americani per controllare le sue telefonate e il presidente Obama fu costretto alle pubbliche scuse. Ma un presunto virus russo è certamente più pericoloso di un assodato virus americano, va da sè.
A questo punto dovremmo realmente chiederci "CHI" è il vero nemico dell'Europa: la Russia, che da decenni cerca un rapporto costruttivo, stabile, duraturo con l'Europa o gli USA, che dalla fine della guerra fredda in poi hanno minacciato le nazioni del vecchio continente in ogni modo pur di scongiurare che questo legame si realizzasse? Qualcuno obietterà che il legame con gli USA è dato dal fatto che l'Europa e gli Stati Uniti condividono una cultura comune e, in fondo gli stessi valori religiosi. Non si può dire lo stesso della Russia? Gli europei sono bianchi, come la maggioranza dei russi e sono cristiani, come la maggioranza dei russi, ma rispetto agli USA risiedono sullo stesso continente (l'Eurasia). La relative culture condividono molti tratti, siano essi linguistici (molte parole russe sono di derivazione francese) o artistici, a meno che un europeo possa dirsi estraneo alle opere di Chagall, Kandinsky, Rimskji-Korsakov, Tolstoj, Pasternak, Bakunin,Rachmaninov, Stravinskji e persino Lenin.
I satelliti europei che orbitano attorno alla terra sono stati per la maggior parte lanciati dalla base russa di Bajkonur e senza i russi gli astronauti europei non potrebbero raggiungere la stazione spaziale internazionale. Il gas russo riscalda le case italiane, tedesche, italiane, ungheresi, polacche o serbe. Nel 1908, nelle prime ore seguenti il terribile terremoto di Messina, furono due corazzate russe a portare gli aiuti più immediati, come recita una lapide posta nel 2008 nel porto della città dello Stretto. I russi furono i primi ad arrivare a Berlino durante la seconda guerra mondiale, determinando così la definitiva sconfitta di Hitler. Anche i campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau furono raggiunti per primi dai russi (il cui arrivo è stato descritto anche da Primo Levi) e non dagli americani come erroneamente mostrato nel film "La vita è bella" di Roberto Benigni.
Si potrebbe continuare per pagine e pagine perchè il rapporto tra la Russia e l'Europa è almeno millenario. Quello tra gli USA e il vecchio continente è invece molto più giovane, meno di 250 anni, e per più della metà ha visto i secondi in posizione di colonia dei primi. La russia ha invece subito due falliti tentativi di invasione europea (Napoleone prima e Hitler poi) con centinaia di migliaia di morti e non vi è mai stato un rapporto di vassallaggio reciproco, anzi. Buona parte della storia europea del 1700 e del 1800 ha visto la Russia quale alleato di diverse nazioni europee in funzione anti-francese, anti-prussian o anti-austriaca. La storia della Russia e dell'Europa è lunga quanto il confine che condividono. Ciò che oggi chiamiamo "Europa dell'Est" è stata fino a quasi 30 anni fa, "Russia dell'Ovest". La Russia è come un amante follemente innamorato di una bella dama, l'Europa, che si concede e si ritrae continuamente ed è ora stretta dall'abbraccio di un rude ragazzone, dai modi un pò spicci ma ricco di danaro, gli Stati Uniti. Quel danaro però sta finendo e la dama rischia di tornare tra le braccia dell'innamorato russo. E' forte, quindi, il rischio che finisca in una grossa, tragica rissa per motivi passionali. Il movimento 5 Stelle non sta quindi facendo nulla di strano nè illegittimo. Sta solo nuovamente ammiccando ad un vecchio spasimante, con il quale la fiamma non si è mai spenta. Quarant'anni fa questa parte era recitata dai Comunisti di Berlinguer, ma quella che allora era percepita come una minaccia militare potrebbe oggi rivelarsi un'opportunità economica. Cercasi ardentemente un bravo avvocato divorzista.
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