L'Europa è sempre più divisa ma non è
l'Euro la causa; la linea di separazione è rappresentata
dall'atteggiamento delle Nazioni verso l'immigrazione extraeuropea.
Tralasciando l'aspetto etico verso il fenomeno, che coinvolge
ciascuno di noi, è l'effetto sulle dinamiche elettorali a
determinare gli assetti politici europei. Il tema è stato al centro
delle campagne elettorali di tutti i paesi negli ultimi anni: in
Francia tra Macron e Le Pen, in Inghilterra ha determinato la
“Brexit”, in Polonia, Ungheria e non ultimo in Italia ha portato
al governo partiti che si oppongono all'immigrazione di massa dal sud
del mediterraneo. A partire dalla caduta di Gheddafi nel 2011, si
aperta una via marittima verso l'Italia e, a seguito della guerra in
Siria, anche una di terra attraverso la cosiddetta “rotta
balcanica”. Questa si è interrotta bruscamente con la chiusura
delle frontiere da parte di Ungheria, Serbia, Croazia e infine
dell'Austria. A seguito di ciò, la Grecia si è ritrovata ad essere
il capolinea dei flussi provenienti da Siria e Asia centrale
aggravando un contesto sociale già difficile a causa della crisi
economica. L'Italia si è invece trovata stretta tra gli obblighi
dettati dalle norme sull'assistenza marittima e la chiusura delle
frontiere, in maniera anche tragica, da parte di Francia e Austria.
La Spagna ha innalzato una barriera difensiva per difendere le sue
exclave di Ceuta e Melilla, in territorio marocchino, e anche la
Germania, dopo le parole di accoglienza della 2015, ha dovuto
ridimensionare le proprie intenzioni. La crescita di AFD e le minacce
di rottura con la CDU, espresse dal ministro degli interni, Seehofer,
leader della CSU Bavarese hanno imposto uno stop alle aperture fatte
dalla Merkel. Il rischio concreto è la chiusura definitiva delle
frontiere, l'abbandono del trattato di Schengen e con esso la fine
dei libero commercio in Europa. La solidarietà intraeuropea che ha
generato l'UE post Guerra Fredda, vacilla. La realtà sta tornando
sovrana.
Un Blog per liberare pensieri e ragionamenti ispirati,e necessari, alla realtà quotidiana. Perchè spesso siamo portati a pensare in modi che non ci appartengono,ispirati da chi ha interesse a conformare il pensiero generale verso verità semplici, logiche e incontrovertibili ma che in realtà, scansano dal nostro cervello tutte le altre e le nascondono. La mancanza di Idee porta all'inazione ed alla morte di Se
Perchè Ordine e Progresso?
Il Blog prende il nome dal motto inscritto sulla bandiera del Brasile e mutuato da un'aforisma di Auguste Comte.
Questi, uno dei padri della Sociologia, era una convinto positivista, il che nel 1896 lo rendeva anche un progressista.
L'importante è , come infatti Comte mette al primo punto, che l'Amore sia sempre il principio cardine dell'Agire.
L'Amore per principio e l'Ordine per fondamento;il Progresso per fine
Auguste Comte ,1896
mercoledì 20 giugno 2018
L'Europa in cerca di identità
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Italia, perno d'Europa.
Durante gli ultimi giorni di formazione
del nuovo governo, il tema della partecipazione dell'Italia all'Euro
è stato determinante. Per giorni, quello che è sembrato essere un
veto posto da Bruxelles sul nome del Ministro dell'Economia, ha messo
in forse la nascita del nuovo esecutivo. Il famigerato "spread"
è tornato a far capolino, antichi rancori anti-tedeschi e nuovi
sentimenti anti-europei hanno agitato la politica italiana aprendo un
aspro scontro sulla permanenza della nostra Nazione all'Unione
Monetaria. Ma veramente l'Italia vuole, o rischia, l'uscita
dall'Euro? Il tema è molto serio e coinvolge sia la sfera economica
che quella geopolitica: l'enorme debito pubblico italiano, cresciuto
molto negli ultimi anni, è un ostacolo alla nostra crescita, poichè
ci costringe ad una continua emissione di titoli di Stato.
Comprensibilmente, gli investitori esteri temono la nostra possibile
insolvenza e i rischi per la stessa esistenza dell'Euro, ma è vero
che l'enorme quota di interessi pagati dagli italiani rende ogni
manovra finanziaria una caccia a nuove risorse, non reperibili
attraverso nuova tassazione, già troppo elevata. Ogni più piccolo
aumento dei tassi ci costringe a pagare di più, sottraendo denaro a
scelte economiche orientate alla crescita. E se uscissimo dall'Euro?
La nostra è un'economia di trasformazione e se la forza di questa
moneta ci permette di pagare meno le materie prime, è vero che il
prezzo delle nostre merci ci penalizza verso produttori più a buon
mercato. E poi c'è l'aspetto geopolitico:dal punto di vista
geografico, senza l'Italia, l'Europa sarebbe solo una piccola
propaggine della massa asiatica. Dal punto di vista politico, la
nostra presenza permette la proiezione europea verso il
Medioriente.Culturalmente, le nostre radici cristiane ci rendono
l'interlocutore privilegiato verso le comunità ortodosse dell'est
europeo. La Storia sta per giungere a un nuovo bivio e anche l'Italia
dovrà scegliere la sua via verso il futuro. E con essa l'intera
Europa.
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martedì 22 maggio 2018
La Geopolitica del Tutto.
In questi primi 6 mesi
del 2018 abbiamo assistito ad una successione di eventi e colpi di
scena sulla scena internazionale: prima la quasi-crisi tra USA e
Corea del Nord seguita dal repentino cambio di rotta di Kim Jong Un e
le trattative di pace con il Sud. Poi l'abbandono di Trump dal
trattato nucleare con l'Iran e le sanzioni USA a Russia e,
incredibilmente, all'UE. La Turchia che prima abbatte una caccia
russo e poi firma con Iran e Russia un patto sulla Siria. Ognuno di
essi sembra un evento a sé, ma è in realtà parte di un continuo
ridisegno dell'architettura delle relazioni internazionali. Viviamo
tempi confusi. Secondo le dottrine classiche, il primo dovere di ogni
Nazione è difendersi poiché ogni altra tende naturalmente a questo
principio. La difesa è attiva anche quando è passiva, poiché la
presenza di un esercito adeguato è sempre accompagnato da
un'adeguata diplomazia e servizi segreti efficaci. I rapporti si
fondano sull'effettiva capacità, militare o economica, del
contraente e non dal consenso sulla propria relativa forma di
governo. Questo punto è fondante per l'Unione Europea, in cui tutti
i membri sono democrazie, ma non è vincolante per creare
un'alleanza. Anche il rapporto fra USA ed EU poggia sul loro comune
fondamento democratico, ma le sanzioni poste da Trump rispondono
all'adagio per cui “gli USA non hanno amici ma solo alleati”.
Questi, sempre secondo la teoria classica, sono tali solo se ricevono
benefici reciproci, e Trump ha messo in luce che così non è. L'UE
spende troppo poco per la sua difesa e importa troppo poco dagli USA,
che sono in deficit cronico. Nel frattempo l'EU difende l'accordo con
l'Iran contraddicendo gli USA, i quali dimostrano di applicare due
pesi e due misure con Corea e Iran. Questo, per almeno 20 anni, ha
scambiato petrolio per progetti missilistici e nucleari con la Corea
del Nord, della quale è l'unico fornitore di energia insieme alla
Cina, sospettosamente silente. Il sistema multipolare lancia i primi
vagiti.
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La Guerra tiepida
Quello che tutti i giornali chiamano
ormai “il caso Scripal” è sfociato in un'espulsione di massa di
diplomatici russi dalle ambasciate occidentali: 30 sono stati
“allontanati” dall'Europa, 60 dagli USA. La Russia promette
un'eguale ritorsione e gli USA hanno già pronte nuove sanzioni.
Siamo ripiombati nella Guerra Fredda? In realtà è già più che
tiepida, visto che è nata nel 2007, dopo il celebre discorso di
Putin alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, in cui denunciava il
continuo avanzare della NATO verso i confini russi a dispetto degli
accordi. In effetti, ad oggi l'unico paese del patto di Varsavia non
ancora nella NATO è la Bielorussia. Da anni, poi, è in atto una
strenua attività di demonizzazione ed accuse che spaziano dal doping
olimpico agli Hacker, dal Russiagate, all'intervento in Siria, dagli
sconfinamenti dei jet russi, sino appunto all'avvelenamento di ex
agenti del KGB. Gli USA hanno già elevato sanzioni alla Russia per i
fatti d'Ucraina, senza peraltro vi fosse un chiaro mandato dell'ONU
in materia, e anche l'Europa ha elevato le proprie , anche se alcuni
paesi come l'Italia e la Germania hanno provato più volte a non
rinnovarle. Il rapporto tra USA e Russia e, obtorto collo, Europa, è
già caldo da tempo e pare continuare a scaldarsi. Le due potenze si
stanno già confrontando in Siria e Ucraina, sebbene sotto mentite
spoglie, e hanno già mostrato i loro rispettivi muscoli nucleari più
di una volta. In situazioni come questa, basta un incidente
diplomatico o un avvenimento mal interpretato, per far cadere il
mondo in una spirale di terrore totale. Quindi, al di là che si
parteggi per gli uni o per gli altri, è necessario che le prove
siano circostanziate, come pare non siano in questo caso, e come non
lo sono state in un altro celebre caso di sostanze chimiche: quello
dell'antrace che Powell agitò all'ONU come prova per trascinare gli
USA alla guerra in Iraq. La prova era falsa, ma oggi milioni di
iracheni non possono essere qui a rallegrarsene.
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Verso l'Armageddon?
Il 9 Maggio Trump ha deciso di
ritirarsi dall'accordo firmato nel 2013 con l'Iran sul suo programma
nucleare. Stipulato anche da Cina, Francia, Germania, Cina, Russia,
Inghilterra ed UE, esso prevede una drastica riduzione delle attività
iraniane in campo nucleare per una durata complessiva di 13 anni ed è
supervisionato dall'Ente Internazionale per l'Energia Atomica
dell'ONU. Francia, Inghilterra ed UE si sono dette contrarie, temendo
che ciò possa portare l'Iran a riprendere il programma e che ciò
possa addirittura sfociare in una guerra con Israele e USA. Il tema è
delicato, poiché formalmente l'Iran sta rispettando il Trattato di
Non Proliferazione Nucleare in vigore dal 1970, ma Israele continua a
dirsi dubbiosa delle reali intenzioni iraniane. I due paesi sono già
venuti in contatto, sebbene non ufficialmente, in Siria, nella quale
operano sia le truppe d'elite iraniane, spalleggiate dagli sciiti
libanesi di Hezbollah, sia i servizi segreti militari israeliani e
americani. La presenza iraniana in Siria, Libano e sud Iraq è un
incubo geopolitico per Tel Aviv, che vede in essa la possibilità che
tutta l'area che va dal Golfo Persico al Mediterraneo possa entrare
definitivamente nella sfera di influenza di Teheran e permettere un
giorno il transito del gas iraniano verso l'Europa. Ciò porterebbe a
una progressiva perdita d'influenza di Israele nella regione e
minaccerebbe, così si sostiene, la sua stessa esistenza. Nethanyau
si è detto pronto ad attaccare tanto le truppe iraniane in Siria
quanto lo stesso Iran, il quale è un avversario ostico. Esso ha 80
milioni di abitanti, in maggioranza giovani, e la sua cultura
millenaria si irradia dal mediterraneo all'Asia centrale. Il suo
esercito è il terzo, se non il secondo, nell'area dopo appunto
Israele e Turchia, con la quale l'Iran ha da anni ottimi rapporti. Un
conflitto chiamerebbe anche in causa l'Arabia Saudita, e forse Russia
e Turchia, con esiti catastrofici. La terza guerra mondiale non è
mai stata così vicina.
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riflessioni
lunedì 2 aprile 2018
Una proposta che non si può rifiutare...
A
distanza di poco più di un anno dal suo insediamento, Donald Trump
ha dato il via al programma protezionista in ambito economico che ha
caratterizzato la sua campagna elettorale.
Nei
primi giorni della sua presidenza era già ricorso ai poteri
presidenziali per ritirare gli USA dal TPP, il trattato
trans-pacifico, affermando che non era vantaggioso per gli Stati
Uniti. Lo stesso argomento è stato invocato in merito al commercio
estero, con l'Unione Europea e diverse nazioni asiatiche, per
prodotti quali pannelli solari, elettrodomestici, acciaio, alluminio
ed altre decine di categorie di prodotti.
Difficile
non chiamarla "guerra commerciale" poichè ne ha la forma e
la sua sostanza si manifesterà nei contraccolpi che causerà in
Europa, se realmente si verificherà. L'obiettivo principale, a detta
del presidente americano, è la Cina, accusata di pratiche
commerciali scorrette (dumping salariale, aiuti di stato, furto di
brevetti, ecc) ma le ricadute sul rapporto con l'Europa sono
evidenti. Le eventuali sanzioni decise da Trump non avranno lo stesso
impatto su ciascuna delle nazioni che compongono l'Unione Europea.
Alcune di esse come l'Italia, la Francia e la Germania, hanno un
apparato industriale che per dimensione aggregata e specializzazioni
si mette in diretta concorrenza con quello americano. In particolare
la Germania è il quinto esportatore a livello mondiale verso gli USA
con l'8,1 %, mentre importa a sua volta il 5,5 % dagli Stati Uniti.
L'Italia
esporta il 7,8% ed importa il 3,3 dagli USA1.
Trump
ha affermato che i dazi nei confronti dell'UE sono "sospesi"
sino al 1° maggio, ma la Commissione Europea ha, giustamente,
respinto un ultimatum così imperativo invocando il dialogo.
In
effetti quello di Trump sembra il bluff di un giocatore di poker
poichè, se è vero che i dazi danneggeranno i paesi che più
esportano in USA, è anche vero che i consumatori americani,
complessivamente, importano quasi 500 miliardi di $ di merci
dall'Europa e quasi 1000 miliardi dalla Cina , su un import
complessivo di 2,21 trilioni di $2.
Sostituire
quei prodotti con gli omologhi americani sarebbe, nel breve e medio
periodo, più costoso per i consumatori americani e comunque per
alcuni prodotti, potrebbero non esserci alternative praticabili
(basti pensare alle automobili).
Ma
i dazi non sono il punto principale del contenzioso con l'Europa. Lo
sono invece principi come quello di precauzione adottato nella
Comunità o le normative europee sulle importazioni di certe
categorie di prodotti americani come la carne di manzo e il pollame,
i cereali OGM, farmaci ed automobili. Queste norme, a detta degli
americani, impedendo l'esportazione dei loro prodotti verso il
Vecchio Continente, causano l'attuale squilibrio della bilancia
commerciale americana, e sono state oggetto di contenzioso anche in
seno al WTO.
All'inizio
di questo articolo abbiamo citato il TPP, il trattato commerciale tra
11 nazioni che si affacciano sul Pacifico, voluto da Obama e
osteggiato da Trump. Quel trattato ha un gemello, diciamo
"dormiente", tra gli USA e l'altra sponda atlantica,
l'Unione Europea, e cioè il TTIP.
Il
Trattato di Partnership Commerciale Transatlantica, che ha visto
Stati Uniti ed Unione Europea confrontarsi per 15 round prima di
interrompersi bruscamente, mira a realizzare un mercato privo di dazi
e barriere doganali tra le due sponde dell'Atlantico. Il trattato
inoltre definisce anche un'armonizzazione degli standard produttivi e
legislativi su diverse materie, le cosiddette Barriere Non Tariffarie
(BNT). Possiamo definirlo "dormiente" poichè non vi è
stato alcun pronunciamento ufficiale sull'interruzione dei negoziati
nè da parte dell'UE, nè dagli USA.
Attualment
tariffe e dazi doganali nel commercio transatlantico sono già
piuttosto ridotte (5,2% per l'UE e 3,5% per gli Stati Uniti, dati
2015). Notevoli sono invece le differenze regolamentari, legislative
e normative tra le due sponde dell'Oceano. Si pensi solamente alla
differenza tra le unità di misura (gli USA non adottano il sistema
metrico decimale), ai diversi formati e tensione delle prese di
corrente (220 volt in Europa, 120 volt in USA) o alle norme
sull'import-export dei prodotti agricoli. Il trattato punta quindi a
ridurre le BNT, ovvero all'eliminazione o armonizzazione di
tutte quelle norme che rendono costoso il commercio di una stessa
categoria di prodotti tra Europa e USA3.
Il
TTIP è stato combattuto aspramente da movimenti e partiti in tutta
Europa. Anche governi, come quello francese di Hollande e quello
tedesco della Merkel hanno sollevato dubbi su alcuni suoi punti.
Quello che Stati Uniti ed Europa stavano contrattando era un accordo
tra pari, ma Trump ha svelato l'inganno gettando sul tavolo i numeri
dell'export tedesco (116 mld $, dati 20164),
italiano (47 mld $) e francese (48 mld $) in America e di quello
americano in Europa (307 mld $ ).
Trump
ha dichiarato più di una volta di voler ricostruire la base
industriale degli Stati Uniti e per farlo ha già messo in atto,
oltre ai dazi su diversi prodotti, anche incentivi fiscali al rientro
di attività dall'estero e riduzione delle tasse per le imprese. Il
mercato americano è ampio e ricco, ma a guadagnare da esso non sono
i lavoratori americani ma le sole , grandi , corporations.
Paradossalmente, più le grandi corporations macinano profitti,
producendo in paesi in via di sviluppo e rivendendo in America, più
gli Stati Uniti si indebitano. I numeri dicono che i cittadini
americani non hanno però il lavoro sufficiente per pagare i prodotti
in vendita. Solo nel 2017 hanno chiuso più di 5000 centri
commerciali 5
e con i consumatori se ne sono andati via anche i lavoratori.
E
le fabbriche avevano già chiuso anni fa. Dopo aver subito
l'offensiva giapponese negli anni '80, specialmente in campo
automobilistico e nell'elettronica, oggi è il tempo delle aziende
cinesi. Marchi come Huawei, Lenovo, Cosco, Haier, Great Wall e stanno
rapidamente sostituendo tanto i giapponesi quanto gli americani sul
mercato nordamericano.
Gli
USA importano ulteriori 580 mld $ di merci da Canada e Mexico, gli
altri due aderenti del NAFTA, anch'esso molto osteggiato da Trump.
Anche con questi due paesi la bilancia commerciale è negativa,
poichè gli USA vi esportano solo 497 mld $ di beni, ed è
sicuramente per questo che il presidente americano vuole ridefinire i
termini dell'accordo nordamericano.
Non
possiamo dimenticare che Trump si è detto anche molto critico del
WTO e che la sua politica estera , in tema di commercio estero,
prevede esclusivamente accordi bilaterali 6.
In
definitiva i dazi di Trump hanno un duplice scopo: in primo luogo
ridurre le importazioni dalla Cina stimolando il ritorno di attività
produttive negli Stati Uniti, il cosiddetto "in-shoring"7.
In
secondo luogo, riportare l'Unione Europea al tavolo delle trattative
sul commercio atlantico in una posizione di forza e contrattare un
accordo bilaterale, un TTIP "light", che metta d'accordo la
forte vocazione esportatrice delle aziende europee, soprattutto
tedesche, e americane senza intaccare i rispettivi campi di
eccellenza. Come detto, il rapporto tra Cina e Germania sta crescendo
rapidamente in forza e intensità e questo può minacciare lo status
economico globale degli USA. La relazioni tra le due nazioni può
rafforzarsi attraverso i collegamenti ferroviari attraverso la
Russia, tagliando fuori gli Stati Uniti dalle rotte del commercio
globale.
Trump,
insomma, cerca di indebolire entrambe e contemporaneamente provare a
rafforzare il rapporto con quella che Brzezinski definì "la
testa di ponte democratica sulla massa continentale", ovvero
l'Europa.
Questo
è un imperativo geopolitico pressante per evitare di essere tagliati
fuori da un commercio globale che vede sempre più la logistica via
mare soccombere su quella via terra, rendendo vana la supervisione
militare delle vie marittime da parte degli USA, rendendoli così
meno "necessari".
Lo
scontro immaginato chiaramente da Sir Harford Mackinder, più di
cento anni fa, tra le potenze di mare e quelle di terra, non si è
ancora concluso. Si è solo spostato nel campo economico. E speriamo
ci resti.
1F.
Bertolami, TTIP La NATO Economica? Il Partenariato Transatlantico
per gli Scambi e gli Investimenti nella geopolitica del XXI secolo.
Experiences Edizioni, Messina, 2016 pag 140
2https://atlas.media.mit.edu/en/visualize/tree_map/hs92/import/usa/show/all/2016/
3F.
Bertolami, TTIP La NATO Economica? Il Partenariato Transatlantico
per gli Scambi e gli Investimenti nella geopolitica del XXI secolo.
Experiences Edizioni, Messina, 2016 pag 115
4https://atlas.media.mit.edu/en/visualize/tree_map/hs92/import/usa/show/all/2016/
5https://clark.com/shopping-retail/major-retailers-closing-2017/
6http://www.bbc.com/news/world-us-canada-41529550
7In-shoring
è il processo di rimpatrio delle aziende americane, un tempo
trasferitesi all'estero per godere di costi del lavoro e più bassi
e normative meno restrittive.
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venerdì 16 marzo 2018
Fratelli Coltelli
Il 1° Marzo il
presidente Trump ha deciso di introdurre nuovi dazi sull'importazione
di alluminio (10%) e acciaio (25%). Ciò fa seguito ad una decisione
simile su elettrodomestici e pannelli solari. Quella ha fatto reagire
cinesi e coreani, questa ha messo in allarme l'Europa, che è la
prima esportatrice di acciaio negli USA. Bruxelles ha risposto
minacciando dazi sulle importazione di alcuni prodotti americani
(jeans, moto, liquori) e a loro volta gli americani hanno
controminacciato alte tasse sulle auto europee. Non c'è niente da
dire, è una guerra commerciale in piena regola. Ma perchè far
guerra ad un alleato come l'Europa? Gli USA esportano molto poco
della produzione ed importano moltissimo, soprattutto da Cina e
Germania, temibili concorrenti economici e geopolitici. Il mondo sta
cambiando e gli USA non ne sono più l'unico perno: la Cina sta
costituendo un proprio enorme mercato interno e ciò sta creando le
condizioni per la nascita di una "sfera di influenza"
cinese in tutta l'Asia. La Germania l'ha già creata nell'est Europa,
grazie alla rete di subforniture per l'industria tedesca in tutti
quei paesi, dall'Estonia a nord sino alla Bulgaria a sud. Trump sa
che la ricchezza americana viene trasferita, tramite il commercio, a
nazioni che potrebbero minare un giorno lo status degli USA. Germania
e Cina stanno diventando rapidamente partner commerciali molto
stretti, ed in futuro questo legame potrebbe rafforzarsi grazie alla
nuova "via della Seta" di cui la ferrovia Duisburg-Qongqing
è il primo passo. L'accordo tra USA ed EU mostra segni di crepe
quando si parla di rapporti con la Russia, di nucleare iraniano,
dello status di Gerusalemme, di commercio internazionale, e ormai una
NATO senza gli USA non è più un'eresia per entrambi. Trump, in
fondo, sta solo mettendo in pratica un vecchio adagio della politica
americana: "Gli Stati Uniti non hanno amici ma solo alleati"
e questi lo sono sino a che sono utili o non diventano ingombranti.
Proprio come la Germania.
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Tregua olimpica in Corea
Le olimipiadi di
Pyongchang, saranno ricordate per la partecipazione delle due Coree
con un'unica squadra nazionale e per la storica visita al sud di una
delegazione di alto livello nord coreana, a partire dalla sorella del
leader Kim Jong Un. E' veramente un segnale di distensione foriero di
una pace futura, o solo un bel gesto dettato dallo spirito olimpico?
Il nodo coreano è intricato e vede agire USA, Cina e Russia, ognuna
con i propri obiettivi. La Corea del Nord ha un patto di mutuo
soccorso con la Cina ed ha con essa scambi commerciali vitali. Un
crollo del regime coreano riverserebbe milioni di profughi nella Cina
del sud, e porterebbe un caos pericoloso ai suoi confini. Pechino sta
cercando di gestire la situazione a suo favore con due obiettivi:
evitare la riunificazione nord-sud, che porterebbe le forze americane
troppo vicine a essa, ed ergersi a arbitro delle dispute geopolitiche
asiatiche, estromettendo gradualmente proprio gli USA. In Asia è in
corso una spietata corsa per far parte del mercato tramite l'arma del
basso costo del lavoro. Già oggi, per alcune lavorazioni meno
pregiate, le aziende cinesi si rivolgono a aziende vietnamite, o
birmane. Una Corea del Nord più aperta, rappresenterebbe, è vero,
il nuovo livello inferiore di questa corsa, in primis per le aziende
sud coreane e quelle cinesi, ma anche una possibilità di gestire
progressivamente un ricambio politico pacifico. Gli USA si giocano la
posizione di arbitro in Asia e nel Pacifico, poichè una pax cinese
in Corea farebbe tirare un sospiro di sollievo anche a Tokyo, e
potrebbe far diminuire la necessità di una così ampia presenza
militare americana in Giappone. La Russia procede nel suo disegno a
due dimensioni: la prima è affermarsi come garante del diritto
internazionale in tutte le dispute mondiali, la seconda è rafforzare
la cooperazione con la Cina e le altre nazioni euroasiatiche per
creare un'area alternativa agli USA, commercialmente e militarmente.
Per ora, godiamoci i giochi.
(22 febbraio 2018)
Trump si sta chiudendo fuori?
La
decisione di Trump di imporre dazi ad alcune categorie di prodotti
importati dall'asia ha riaperto il tema del protezionismo. La
decisione del presidente USA risponde in parte alla necessità di
mantenere le promesse fatte ai suoi elettori, in maggioranza operai e
colletti bianchi, sulla protezione dell'industria americana, ma può
essere anche interpretata come una mossa per ridurre il volume delle
importazioni da Cina e Corea, con le quali gli USA hanno un enorme
deficit commerciale. Il paradosso è infatti che ad ogni ripresa
dell'economia americana, aumenta il disavanzo verso i paesi esteri,
poichè gli Stati Uniti importano una larga parte di ciò che
consumano. In definitiva, i soldi in più, portati dalla ripresa,
passano dalle tasche dei cittadini americani a quelle delle aziende
cinesi, giapponesi e tedesche. Non è un caso, infatti, che a Davos
sia stata proprio la Merkel ad esser la più contraria ad ipotesi di
protezionismo americano. Molte aziende tedesche hanno fabbriche in
USA, per aggirare dazi e ridurre i rischi del cambio euro/dollaro. La
stessa cosa faranno i cinesi per i pannelli solari e i coreani per le
lavatrici, e ciò riporterà posti di lavoro in america e ridurrà il
deficit con l'estero. Questo sul lungo periodo. Dall'inizio dell'anno
il dollaro ha perso valore sulle principali valute mondiali e questo
ha già ridotto il volume delle importazioni americane, ma non ha
migliorato le esportazioni. Si diceva, tempo fa, che gli Stati Uniti
fossero la locomotiva del mondo, ma ora non più. Sono ancora il
mercato regolamentato più ampio, insieme all'Unione Europea, ma dai
dati del WTO, nel complesso, emerge che è proprio quest'ultima
l'area economica più ricca del pianeta e quella più interessata a
mantenere aperto il commercio globale.La Cina non sta a guardare e
sta creando la sua nuova "Via della Seta", con nuove
ferrovie, autostrade e vie marittime, tessendo molteplici accordi
bilaterali, ma gli USA non vi partecipano. Trump si sta chiudendo
fuori?
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Germania, anche i ricchi piangono.
La Germania nel 2017 ha
realizzato il più alto surplus di bilancio tra tutte le nazioni:
+287 mld €. La Cina, seconda, ha fatto +135. Al momento, però,
questo gigante economico non ha un governo da 4 mesi, un fatto unico
nella politica tedesca. Fallito un primo tentativo con Verdi e FDP,
la CDU della Merkel ha ripiegato sulla SPD di Schulz che, seppur con
difficoltà ha detto si. Anche questo tentativo è fallito, a causa
delle quote sugli immigrati chieste dalla CDU della Baviera (CSU) e
del no a nuove tasse rifiutato dalla Merkel a Schulz. Il prossimo
round di colloqui sarà l'ultimo e potrebbe portare a nuove elezioni
in caso di fallimento. Possiamo dire che il sistema elettorale
tedesco funziona egregiamente. Non è un'affermazione peregrina,
poiché in tutto questo fluire di sigle ne manca una che alle
elezioni di settembre 2017 ha preso il 12,6%, ed ha eroso il voto ai
due maggiori partiti: Alternative fur Deutschland. Ormai ago della
bilancia, ha intercettato il voto dei delusi da CDU e SPD con
proposte fondate su nazionalismo e orgoglio tedesco. Il timore che
possa crescere è il motivo per cui il presidente tedesco spinge i
due partiti a trovare un accordo, ricordando che in Germania, un
“governo del Presidente” non c'è mai stato. Ma le tensioni
politiche tedesche sono lo specchio di quelle sociali.
L'immigrazione, i salari bassi, la proletarizzazione del ceto medio,
stanno facendo crescere un risentimento che non è intercettato dal
SPD, troppo istituzionale, e si sposta a destra. In questo la
Germania è simile all'Austria, ma anche a Ungheria,
Polonia,Slovacchia e R. Ceca (i 4 di Visegrad). Tutti questi paesi
sono attraversati dalle stesse tensioni e la soluzione sembra essere
la stessa, il nazionalismo. Si dice che l'Euro sia una creatura
francese nata per legare la Germania all'Europa ed impedire la
rinascita di una sfera di influenza tedesca da Tallinn ad Atene sino
a Kiev, più vicina Mosca che a Parigi e Washington. Macron saprà
ammaliare anche Afd?
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