Perchè Ordine e Progresso?

Il Blog prende il nome dal motto inscritto sulla bandiera del Brasile e mutuato da un'aforisma di Auguste Comte.
Questi, uno dei padri della Sociologia, era una convinto positivista, il che nel 1896 lo rendeva anche un progressista.
L'importante è , come infatti Comte mette al primo punto, che l'Amore sia sempre il principio cardine dell'Agire.


L'Amore per principio e l'Ordine per fondamento;il Progresso per fine

Auguste Comte ,1896

domenica 8 dicembre 2019

Ultima fermata Teheran


Sabato 14 un attacco portato da droni ha danneggiato due grandi impianti petroliferi sauditi. Il Segretario di Stato USA, Pompeo, ha subito accusato l'Iran, sebbene sia giunta immediata la rivendicazione pa parte delle guerriglie Huthi dello Yemen.
La situazione è complessa e molti attori partecipano agli avvenimenti in corso in quell'area. L'attacco è giunto alla vigilia delle elezioni israeliane e a due giorni dal licenziamento del consigliere Bolton, fieramente anti Iran, da parte del presidente americano.
Aggiungiamo che a giugno erano state colpite due petroliere al largo di Hormuz e una rappresaglia americana è stata fermata da Trump in persona, che al recente vertice del G7 in Francia ha partecpato anche il ministro degli esteri iraniano Zarif e che nei giorni scorsi Trump si è detto pronto ad aprire il dialogo con l'Iran, offrendo una linea di credito di 15 miliardi. Tutti questi fatti sono strettamente connessi tra loro. Bolton era fautore della linea dura con l'Iran con lo scopo di arrivare ad un cambio di regime in quel paese, o addirittura ad una guerra, ma Trump è contrario. Egli sa che sarebbe un evento catastrofico, senza alcuna certezza di vittoria. Vi è una lotta strenua nell'amministrazione tra il Presidente e alcune figure di spicco della burocrazia nominata negli anni precedenti, che spinge per una guerra all'Iran. Bolton rappresentava quest'ultima ed era appoggiato sia dai sauditi che dal Premier israeliano Nethanyau. Senza voler essere complottisti, è da notare come ogni volta che Trump fa un passo verso l'Iran, qualcosa accade per riportare la tensione tra i due Stati. Bisogna aggiungere che l'Iran è il primo fornitore di petrolio alla Cina e che la Russia ha con esso stretti legami economici e militari. Una guerra chiamerebbe in causa direttamente entrambi i paesi e sarebbe una catastrofe. L'Europa cerca di far da paciere ma ogni giorno accade qualcosa che annulla gli sforzi verso un accordo. Oggi è il petrolio a scorrere, preghiamo perchè domani non sia il sangue.

Il tempo delle scelte


Il risveglio della questione libica, l'infinita Brexit, le prossime elezioni europee, l'accordo USA-Cina, la Russia in Venezuela; la politica estera continua a fornire spunti di riflessione sul costruendo assetto delle relazioni internazionali. In Libia, Haftar, sostenuto da francesi e russi, freme per prendersi l'intero paese. L'Italia non ha nulla da guadagnarci e sostiene Sarraj insieme ai freddi americani. E' già successo in passato e ancora accadrà, sino ad uno scontro definitivo o ad un nuovo accordo spartitorio. Chi invece un accordo non riesce a trovarlo, è l'Inghilterra, che continua a posticipare l'uscita dall'UE, ma si trova di fronte la data delle elezioni europee. Rischia di parteciparvi sapendo di starne fuori; un paradosso. Trump, rinvigorito dall'evaporazione delle accuse sul Russiagate, è tornato a dedicarsi al muro con il Messico e agli accordi con la Cina. Sa di partire sfavorito poiché Pechino,tessendo la sua rete commerciale, diplomatica e politica grazie alla Via della Seta e alla Banca Asiatica, sta creando un nuovo ambiente economico dal quale gli USA si sono auto esclusi. Questi, poi, non esportano abbastanza e sono troppo dipendenti dalle importazioni cinesi per permettersi di fare i duri. L'Europa arriva alle elezioni con lo spauracchio “sovranista”. Al momento il blocco europeo, guidato da Salvini, è dato al 10%, poco per scalfire l'oligopolio popolari-socialisti, ma mai come quest'anno, il voto, sarà un test interno per tutte le nazioni. Il tema europeo è ormai centrale in Francia quanto in Germania, e la dicotomia destra-sinistra è ormai in crisi ovunque. Sorprese sono in vista. In Venezuela si profila un nuovo scenario siriano, con i russi che inviano un centinaio di truppe in sostegno a Maduro. Tutto legittimo secondo la carta dell'ONU, ma gli USA temono l'accerchiamento. Un po' quello che la NATO ha fatto negli scorsi 20 anni con la Russia. Il mondo è ormai multipolare, le sfere di influenza tornano di moda,è il tempo delle scelte.

venerdì 29 marzo 2019

Marco Polo riparte per la Cina.

La visita del presidente cinese Xi Jinping si è appena conclusa e ha portato alla firma di accordi di collaborazione su molti temi, principalmente di natura economica. Il memorandum firmato a Roma non è vincolante per le due Nazioni ma rappresenta la cornice entro la quale scrivere i trattati bilaterali che verranno firmati nei prossimi 5 anni. I timori di una colonizzazione cinese dell'Italia sono esagerati ma gli accordi già stipulati da altre Nazioni, nell'ambito dell'iniziativa detta "nuova via della seta", devono essere studiati per non incorrere negli stessi errori. Sri Lanka, Pakistan, Gibuti e Montenegro hanno pagato cara la leggerezza con la quale hanno accettato i finanziamenti cinesi per le loro infrastrutture, e alcune di esse sono divenute legalmente di proprietà cinese. Durante il suo viaggio in Europa, il presidente Xi ha incontrato anche Macron e Merkel, e anche in questo caso gli accordi economici sono stati l'argomento del dialogo, con la differenza che Francia e Germania intrattengono da anni fruttuosi rapporti commerciali con la Cina. L'interscambio commerciale franco-cinese è di 167 Mld, quello tedesco è di 170, quello italiano tocca i 50 Mld. Il nuovo governo considera auspicabile un ampliamento di tale interscambio e la visita in Cina del settembre 2018 ha visto la partecipazione di diversi imprenditori italiani. Gli USA si sono detti preoccupati che gli accordi economici possano divenire di ordine geopolitico, ma è una prospettiva al momento remota. La resa incondizionata dell'Italia firmata a Cassibile nel '43, la lega agli USA in maniera molto stretta e l'ampia presenza militare americana nel Belpaese ne è la prova. Certo è che la perdita di centralità degli USA negli assetti internazionali è ormai un fatto e qualunque vuoto viene riempito dalle potenze mondiali e regionali. La stabilità globale deve essere continuamente costruita; oggi questo onere è in carico alla Cina, ma è ancora l'Europa a restare al centro del mondo. E Pechino lo sa.

domenica 17 marzo 2019

Indietro tutta.


In soli due giorni il mondo è cambiato di nuovo; il 22 gennaio Merkel e Macron hanno rinnovato il patto che 55 anni prima De Gaulle e Adenauer firmarono per legare i loro paesi e impedire guerre future. Il 23, in Venezuela, il principale oppositore di Maduro, Guaidò, si è autoproclamato Presidente della nazione, senza però esser stato eletto a questa carica. Entrambi gli avvenimenti sono il segno di un rapido ritorno ai fondamenti del Realismo Politico da parte delle Grandi Potenze. Gli USA tornano alla Dottrina Monroe, secondo la quale il continente americano è una loro area di influenza, mentre Francia e Germania mettono insieme le loro debolezze, economica per la prima e politica per la seconda, per creare il germe di un futuro super-stato imperiale. Se a ciò aggiungiamo che Macron si è detto pronto a cedere alla Germania il proprio seggio all'ONU, e di condividere oneri e onori del possesso dell'arma atomica, si comprende meglio l'accelerazione della Gran Bretagna nel volere uscire dall'UE. Quanto accaduto a Caracas ha scatenato il caos in patria e all'estero, visto che gli USA hanno avallato il gesto di Guaidò, mentre Russia e Cina lo hanno stigmatizzato. Detto chiaramente, l'autoproclamazione è un atto illegale e l'intromissione degli USA è vietata dalle norme dell'ONU: volere un politico amico è comprensibile, spingere un paese alla guerra civile per ottenerlo non lo è. In Europa, molti sono preoccupati della mossa franco-tedesca, in primis l'Italia, che 55 anni fa era parte del progetto e oggi ne è esclusa. Conte ha subito chiarito che il seggio francese all'ONU dovrebbe andare all'UE e non ad una sola nazione. In entrambi i casi, la realtà ha dettato le scelte: la Francia ha ormai un solo punto di forza, l'arma nucleare, il Venezuela le sue riserve petrolifere. Le cause della resa sono la forza economica tedesca e quella militare degli USA. Ad essere sconfitta è la democrazia rappresentativa, ma la Cina dimostra alle Elite che si può farne benissimo a meno.

La diplomazia del tubo.



Quello che all'apparenza potrebbe sembrare un titolo ironico, è invece il motivo per cui l'Italia, e non solo, si è spesa molto per la Conferenza di Palermo sulla Libia del 12 e 13 Novembre 2018. Alla sua chiusura, il Presidente Conte l'ha definita una "non vittoria" ma sapeva di dire una mezza bugia. E' stata infatti una mezza vittoria poichè vi hanno partecipato Al Sarraj, presidente del governo provvisorio libico, il suo potente avversario Haftar, l'inviato dell'ONU Salamì, l'egiziano Al Sisi, il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, il primo ministro russo Medvedev, il greco Tzipras e i rappresentanti di Qatar e Turchia. E' stata la prima volta in cui tutti i principali attori della vicenda libica si sono riuniti sotto lo stesso tetto, tutti tranne tre: Macron, la Merkel e la May. Per il primo è stata una sconfitta cocente. La Francia infatti sostiene Haftar e, dopo aver rovesciato Gheddafi, ha provato più volte a fare della Libia un proprio protettorato, non certo per motivi umanitari. Quel paese, si sa, è ricco di petrolio e gas ma è da sempre legato all'Italia, con la quale è appunto connesso da un metanodotto che, grazie ad ENI e SAIPEM, porta milioni di metri cubi di gas alle raffinerie siciliane. La Francia ha un doppio obiettivo: chiudere quel "tubo" per indebolire la posizione dell'Italia quale snodo energetico d'Europa e impadronirsi dei giacimenti libici per farli gestire alla sua partecipata, la Total. Anche i tedeschi sono interessati ad indebolire l'Italia per lo stesso motivo, i Russi cercano di ostacolare la posizione francese e gli USA quella sia tedesca che francese. Il gioco libico è molto complesso ed anche Turchia, Qatar ed Egitto vi partecipano per lo stesso motivo: l'accesso o meno al ricco mercato europeo dei flussi energetici africani e mediorientali. Il gas, a differenza del petrolio, necessita di accordi di lunga durata ed è oggetto di rapporti geopolitici non sempre cristallini e palesi. I tubi, quando si hanno, è meglio tenerseli.

La Cina è vicina (?)


Il dibattito sul TAV in Valsusa è più caldo che mai ma non è il solo che riguardi le vie del commercio internazionale che interessano l'Italia. Il 22 marzo il presidente Xi Jinping, visiterà per la prima volta la penisola per incontri ai massimi livelli, da Mattarella al premier Conte. Centro della visita sarà l'adesione del nostro paese alla nuova "Via della Seta" (BRI), che la Cina sta realizzando dal 2013, per connettere Asia, Europa e Africa e affiancare la globalizzazione a guida americana. Gli USA temono che questa venga in realtà sostituita dall'iniziativa cinese e chiedono al nostro paese di desistere. La Cina si propone di unire con nuove linee ferroviarie e marittime, 60 paesi aggregando il 35% del PIL e il 60% della popolazione mondiale. L'Italia è uno snodo importante e potrebbe divenire il punto di approdo per le merci europee verso la Cina e viceversa. I cinesi sono interessati al porto di Trieste, ma non solo, e alla possibilità di raggiungere i mercati europei, con tre giorni di anticipo rispetto a Rotterdam. Anni fa si interessarono a Gioia Tauro, ma lungaggini burocratiche, e l'ostracismo di parte della politica locale, vanificarono l'accordo. Si rivolsero quindi ai greci acquistando il 67% del porto del Pireo, facendone lo snodo principale per l'import-export con l'Europa. Ora ci riprovano e gli americani sono preoccupati che un'iniziativa commerciale possa trasformarsi in un cavallo di Troia che porti a futuri accordi politici. Il fallito tentativo di accordo transatlantico, il TTIP, era un tentativo di anticipare e scongiurare questa eventualità, in un momento storico in cui l'influenza USA nel mondo è declinante. La "NATO Economica" doveva affiancare quella militare per mantenere l'Europa nell'orbita americana. La BRI potrebbe invece portare un giorno l'Europa nella SCO, l'alleanza militare a guida russo-cinese. Se nel 1492 la scoperta dell'America generò l'eclissi dell'Italia; la riscoperta della Cina porterà invece a un nuovo Rinascimento?

Radio Londra dice Bye Bye


Il 29 marzo scadrà il termine che EU e Gran Bretagna si sono date per attuare la cosiddetta Brexit.
Al momento si profila un'uscita senza accordo sui futuri rapporti tra le parti, in particolare su dazi e tariffe, status dei rispettivi cittadini espatriati e sul nodo della frontiera tra Eire e Irlanda del nord. Le ultime notizie parlano di un possibile slittamento al 2021 per aver più tempo per un accordo ma i nodi da sciogliere sono intricati. Nissan e Honda hanno espresso la volontà di chiudere gli stabilimenti in GB in caso di No-Deal (nessun accordo), in quanto le barriere tariffarie per esportare in EU le loro auto le renderebbero troppo care; meglio spostare gli impianti sul suolo europeo. Anche alcune istituzioni finanziarie potrebbero lasciare Londra per Francoforte così come qualche azienda di alta tecnologia. Non è secondario, poi, che l'isola importi buona parte di quanto consuma proprio dall'Europa e che senza di essa non sarebbe autosufficiente in campo alimentare e farmaceutico. Il punto più difficile è quello relativo alla frontiera tra Irlanda del Nord ed Irlanda poichè implicherebbe la costruzione di una barriera che nessuna delle due parti vuole. Si prospetta quindi uno status speciale che porterebbe alla nascita di una zona franca in cui varrebbe la doppia circolazione di Euro e Sterlina. Un attentato nell'Ulster, qualche settimana fa, ha ricordato a tutti che il rischio di un ritorno alla guerriglia tra cattolici ed unionisti non è così remoto e che una soluzione di buon senso è interesse di tutti. Anche la Scozia è un problema poichè è nota la sua volontà di indipendenza da Londra e la Brexit potrebbe portare ad un secondo referendum per ottenerla. La premier Theresa May è assediata dal suo partito, dall'opposizione laburista e dai vertici dell'EU. Il suo è un compito improbo ma è risoluta nel far uscire comunque la GB dall'UE. Se gli inglesi non sono soliti fare salti nel buio, questa fretta indica che per loro è proprio una questione vitale.

domenica 16 dicembre 2018

L'età dell'oro.



L'Ordine Internazionale sta cambiando, di giorno in giorno, davanti ai nostri occhi.
Nazioni prima considerate del secondo o terzo mondo, come Russia, Cina o India, competono con Europa e USA per l'egemonia mondiale. La prima delle due, è in preda alle convulsioni generate dalle rivolte interne francesi, dalla secessione inglese, dal “ribellismo” italiano e dal nazionalismo delle Nazioni dell'est. La seconda ha deciso di cambiare tutte le regole, e di stracciare quelle che non possono esserlo in maniera a lei favorevole. America First è il motto del Presidente Trump, e si staglia su ogni azione della sua amministrazione. Tutto questo, però, porta con sé una serie di ricadute che investono la natura delle società. I segni di un passaggio di stato nell'Ordine Internazionale ci sono tutti, come fa notare Richard Haas su Foreign Policy del gennaio 2019 1.

Il sistema internazionale non è così “inevitabile” come una certa narrativa lo dipingeva appena due anni fa. Anzi, è in continuo mutamento ed è per questo che sono necessari aggiustamenti al sistema di regole che governano il mondo dalla fine della II Guerra Mondiale prima, e della Guerra Fredda poi. Anche se alcune tensioni, come quella coreana, sembrano stemperarsi, altre si stagliano già all'orizzonte, come una crisi sino-americana o russo-europea. Senza contare il calderone sempre acceso del medioriente.

Il sistema in cui attualmente viviamo è solo in seconda battuta figlio della seconda guerra mondiale. Dopo quel tragico evento nacquero la CECA, primo embrione dell'attuale UE, la NATO, la Banca Mondiale, Il Fondo Mondiale Internazionale e il GATT, che diverrà in seguito WTO e la trasformazione della Società delle Nazioni in ONU.
Questi organismi sovranazionali hanno rappresentato il quadro giuridico, militare, politico ed economico al quale le Nazioni, e quindi le politiche nazionali, hanno dovuto conformarsi in questi 70 anni.

Il mondo, materiale e immaginario, in cui viviamo è però, in prima istanza, conseguenza di quanto avvenuto nei primi anni 70.
Il 15 Agosto del 1971, l'allora Presidente americano Nixon, annunciò che avrebbe “temporaneamente chiuso la finestra di convertibilità tra oro e dollaro” ponendo fine alla parità aurea di 35 $ per un oncia di oro, che era rimasta valida dagli accordi Bretton Woods in poi. Si dava il via alla fase inflazionaria del dollaro2 e alla sua diffusione planetaria. La cosiddetta “dollarizzazione dell'economia mondiale”

Il 21 Febbraio del 1972, lo stesso Nixon si recò in visita in Cina.
Detta così, oggi, sembra un'affermazione banale ma per il periodo fu un gesto epocale. Nel pieno della Guerra Fredda, il Presidente americano si recava in visita ufficiale nel più popoloso paese comunista, suo acerrimo nemico ideologico e militare. Gli accordi che ne scaturirono permisero alla Cina di uscire dall'abbraccio, troppo stretto, con l'URSS e agli Stati Uniti di dividere un blocco che, unito rappresentava i due terzi della massa terrestre.
I cinesi gradiscono perseguire accordi in cui ognuno degli attori raggiunga un proprio obiettivo, almeno subottimale. E' la strategia detta “win-win”.

Anche dal punto di vista economico, cinesi e americani si accordarono per ottenere un vantaggio reciproco. Il mercato statunitense. ed occidentale, si sarebbe aperto alle merci cinesi, se il Paese di Mezzo avesse poi reinvestito i capitali guadagnati, acquistando debito pubblico americano. A giugno del 2018 il debito acquistato da Pechino ammonta a 1200 miliardi di $3 ed è il maggiore tra i creditori degli USA.

Le ricadute per il mondo hanno iniziato a vedersi a partire dal 1978 e poi con maggior slancio dal 1992, con la nuova politica di Deng Xiao Ping, e il suo slogan: “arricchirsi è glorioso”. Il Socialismo con caratteristiche cinesi, immaginato da Deng, non disdegnava la crescita economica e quella industriale. Da allora, migliaia di aziende da tutto il mondo hanno realizzato propri impianti in Cina, realizzando quello che si chiama “off-shoring”, chiudendo contemporaneamente le fabbriche nei paesi d'origine.
Ciò è avvenuto soprattutto negli USA che, a partire dagli anni 90, hanno ridotto la produzione industriale ed aumentato le importazioni dall'estero, soprattutto dalla Cina. Contemporaneamente si è verificata la forte finanziarizzazione dell'economia americana e il progressivo aumento del deficit commerciale con Pechino.

E' soprattutto accaduto che milioni di aziende cinesi siano entrate nel mercato globale. Il mix tra basso costo del lavoro, trasferimento di tecnologia, popolazione con elevati tassi di educazione universitaria, politiche dirigiste e porti naturali noti da secoli, sia stato letale per molte aziende occidentali.
Per fare un esempio, la quasi totalità della produzione di articoli elettronici quali televisori, radio, videoregistratori, DVD è stata monopolizzata da aziende cinesi, dapprima con marchi europei o giapponesi, e quindi con quelli propriamente cinesi. Ad oggi non esistono più produzioni di rilievo in Europa ed anche molti marchi storici sono stati acquistati da fondi finanziari asiatici.

Molte altre produzioni, in special modo quelle con basso valore aggiunto o con lavorazioni largamente manuali, sono state spostate in Cina prima e nel resto dell'Asia, poi.
L'abbassamento generalizzato dei costi di produzione ha stimolato l'offerta, che si è riversata sui mercati mondiali grazie alla crescita esponenziale della logistica marittima. Le grandi navi portacontainer hanno iniziato a solcare i mari in maniera sempre più copiosa e le grandi catene di distribuzione, con i loro ipermercati, hanno portato il “modello di consumo” americano in tutto il mondo. E' stata quella che abbiamo chiamato per più di dieci anni, “globalizzazione”, ed ha cambiato molti dei paradigmi economici e politici del mondo uscito dalla fine della Guerra Fredda.

Se è vero che in Cina è nata una enorme classe media, e addirittura una vasta platea di miliardari, in quest'ultimo quarto di secolo, in tutto l'occidente, si è verificato un abbassamento dei salari ed un aumento della disoccupazione. Il vasto credito concesso nei primi anni 2000, ha finanziato molti acquisti altrimenti impossibili, come l'auto o la casa e l'impoverimento è stato solo in parte compensato dall'abbondanza di merci a basso costo provenienti da tutto il mondo, ed in particolare dalla Cina. E' veramente raro, ad oggi, trovare in casa un prodotto che non sia marchiato “made in china”, indipendentemente che sia un costoso televisore 50 pollici o un economico portachiavi.

Tutte le Nazioni occidentali, nessuna esclusa, hanno un disavanzo commerciale con il paese del Dragone, e non tutte hanno esportazioni o partecipazioni in aziende cinesi, sufficienti a contrastare il fenomeno della “cinesizzazione”.
L'apparizione dei BRICS sulla scena mondiale è coinciso con la prepotente crescita della finanza internazionale. Strumenti sempre più sofisticati sono stati il sostegno della globalizzazione in tutti gli anni 90 e lo sono tutt'ora. Sebbene le crisi si siano avvicendate, a cicli quasi regolari, in tutti decenni e con effetti sempre maggiori, la finanza resta il principale collante del sistema internazionale, che piaccia o meno.

Senza i flussi di capitali che quotidianamente si spostano da un continente all'altro, non potrebbero muoversi neanche le merci che con quei capitali vengono prodotte ed acquistate.
A seguito della crisi del 2008, e negli anni seguenti, di fronte al porto di Singapore si ammassarono centinaia di navi portacontainer vuote. Il Baltic Dry Index, l'indicatore che segnala il costo di affitto di tali navi, era sceso a livelli talmente bassi che diverse navi furono demolite, poichè il costo dello stallo in porto non sarebbe stato ripagato dall'eventuale nolo.

Come detto, nel '71 Nixon ha messo fine al “gold standard” americano e ciò ha permesso la creazione quasi infinita di massa monetaria che si è riversata in tutte le attività industriali, commerciali, di ricerca, di comunicazione. Da quel giorno in poi, il mondo ha iniziato a navigare in un mare di credito denominato in dollari.
Con il credito arriva, però, anche il debito.
L'enorme balzo in avanti delle telecomunicazioni mondiali, è avvenuto a scapito di centinaia di migliaia di investitori. Alcuni di loro hanno perso denaro durante la bolla delle aziende di telecomunicazioni, e la corsa alla posa dei cavi di interconnessione transoceanica e internazionale. Altri li hanno persi nella successiva bolla delle “dot com”, le aziende di internet che appena nate si quotavano in borsa, e raggiungevano quotazioni stellari.

Questo processo ha però permesso sovracapacità di connessione, con la conseguente riduzione dei costi, e un'ampia diffusione di internet tra la popolazione mondiale per la successiva, attuale fase, in cui la rete è parte integrante dell'economia reale di molte Nazioni. I magazzini di Amazon impiegano centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo, e l'indotto muove miliardi di dollari ogni anno.
L'alternarsi delle fasi di “boom and bust”, crescita e crollo, dell'economia mondiale è stato una costante degli ultimi decenni, a partire dal “lunedì nero” del 1987 sino al fallimento di Lehman Brothers nel 2008. Ognuna di esse ha portato ad un aumento del credito rilasciato dalle banche centrali mondiali, a nuove regole emesse dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (le famose regole di Basilea) , a nuove bolle e a nuove crisi.
Stiamo per raggiungere il punto di questa digressione, sebbene la premessa sia stata piuttosto elaborata.

Oggi tutte le materie prime vengono scambiate in dollari, così come la maggior parte delle transazioni economiche, monitorate attraverso il consorzio SWIFT, attraverso il quale devono obbligatoriamente passare4.
Il sistema finanziario internazionale è incardinato al dollaro e ne è suo ostaggio. Si parla apertamente di “dollar weaponization”, un concetto che in italiano si potrebbe tradurre con “usare il dollaro come un'arma”. Le fluttuazioni della valuta americana sono decise dalla FED e dal Ministero del Tesoro, ma influenzano i destini di tutto il mondo. Il suo utilizzo negli scambi internazionali è condizionato alla volontà di un solo paese, gli USA, ed esserne esclusi porta all'isolamento internazionale. Inutile dire che ogni epoca ha avuto la sua moneta preminente, e che l'enorme diffusione del dollaro ha creato le condizioni per la nascita e la crescita del mercato internazionale, ma la fase attuale è ampiamente multipolare e necessita regole nuove.
Ed è un paradosso, se si pensa che questo momento storico è proprio un effetto dell'enorme crescita degli scambi internazionali, grazie a mercati regolamentati e finanziariamente resi stabili dalle transazioni in dollari.

Lo squilibrio attuale è l'effetto di quanto descritto nella premessa; dopo anni di off-shoring, il consumatore americano non ha più un lavoro per alimentare i propri consumi, o il proprio reddito non è sufficiente. L'impegno di Trump a riportare aziende sul suolo americano è legato alla perdita del tessuto industriale americano, che rende difficile riequilibrare le esportazioni e con esse la bilancia commerciale. Accordi in tal senso sono già stati imposti a Messico e Canada. Se poi si considera che nell'acquistare prodotti cinesi gli americani finanziano il proprio principale sfidante per l'egemonia mondiale, si comprende l'enfasi che il presidente americano mette nelle trattative sul commercio internazionale. Dall'altro lato dell'Atlantico, i consumatori europei lottano da anni con la disoccupazione, che è in media il doppio di quella americana, e vivono in Nazioni con tassi di crescita molto bassi, se comparati a quelli di molti grandi competitori esteri.

Le sollecitazioni all'Europa a “prendersi maggiori responsabilità” nel campo della difesa, che tradotto significa aumentare la propria contribuzione nella NATO, sono anch'esse una scelta legata alla riduzione del budget americano e a una ridefinizione delle priorità strategiche.
Le scelte politiche di Trump, tese a ridurre le spese americane ed aumentare le entrate, non sempre si conciliano con le decisioni della FED, che è propensa ad imboccare la strada del lento, ma costante, rialzo dei tassi di interesse. Ciò porta ad un apprezzamento del dollaro, che rende più difficili le esportazioni e convenienti le importazioni, un effetto che vanifica le scelte delle politiche presidenziali.

Come ben si comprende “l'esorbitante privilegio”, come lo definì De Gaulle, di poter essere al contempo utilizzatore ed emittente dell'unica valuta di riserva, porta con sé oneri e onori.
Anche gli USA si stanno rendendo conto che i primi stanno superando i secondi.
Molte Nazioni scambiano ogni giorno miliardi di dollari per acquistare prodotti energetici. Alcune di loro hanno creato programmi di “swap”, di scambio, di rispettive valute per acquistare i prodotti reciproci e aggirare l'egemonia del dollaro5. Per Nazioni come l'Iran, sotto sanzioni da più di 40 anni, vendere petrolio e gas in dollari è divenuto, nei fatti, impossibile. La Repubblica Islamica ha però in essere contratti miliardari con Russia e Cina in Rubli e Yuan e con altri paesi addirittura in oro.

La stessa Unione Europea, il più grande consumatore di energia del pianeta6, vuole mantenere i contratti nel settore energetico con l'Iran e sta predisponendo un veicolo finanziario in euro per aggirare le sanzioni americane. Il fondo sarebbe aperto ad altre Nazioni, e se si concretizzasse rappresenterebbe una modalità alternativa al pagamento in dollari.
L'Euro, per quanto contestato, è ormai la seconda valuta mondiale ed è pronto a sfidare il dollaro come moneta di riserva 7.

Anche i cinesi aspirano a rendere convertibile la loro valuta e così i russi. Questi ultimi hanno iniziato a vendere petrolio e gas in rubli attraverso contratti swap ed hanno ridotto a soli 15 miliardi di $ il loro portafoglio di titoli americani8. Ciò è in linea con le attese russe di potersi attendere di essere espulsi dal sistema di pagamenti internazionali SWIFT, che non solo impedirebbe di recuperare quei crediti, ma escluderebbe la Russia dal commercio internazionale9.
Russia, Cina, Europa, India e molti altri paesi stanno da tempo pensando ad un sistema di pagamenti internazionale fondato su un paniere di valute, con un sistema valutario regolato, indipendente dalle volontà politica di una singola Nazione.
Si avverte l'esigenza di uno strumento politicamente neutro per gestire le transazioni economiche.

Quello strumento esiste già ed è sempre stato presente negli ultimi 5000 anni circa.
Si chiama oro.
Nel 2021 saranno passati 50 anni dall'annuncio di Nixon, e l'idea che possa riaprirsi quella finestra che “temporaneamente” chiuse svelerebbe scenari totalmente nuovi.
E' da ritenersi impossibile l'ipotesi di un ritorno ad un Gold Standard, almeno negli scambi internazionali?


Negli ultimi 15 anni la crescita del prezzo dell'oro è stata esponenziale, arrivando a toccare i 1800 $ nel 2012. E' ancora considerato moneta sonante in tutto il medioriente, in cui la finanza islamica lo usa attivamente nelle proprie transazioni, in Asia ed anche la Russia lo valuta un ottimo investimento10.

Il più grande produttore mondiale è la Cina, che però non lo commercia. Le stime sui lingotti di Pechino ufficiali si attestano sulle 1850 tonnellate, ma molti analisti stimano possano essere più del doppio. In questa particolare classifica sono primi gli Stati Uniti con 8130 tonnellate, seconda la Germania con 3370, terza l'Italia con 2450 poi la Francia con 243011.

Tutte le banche centrali hanno aumentato i propri possedimenti di oro fisico e il metallo giallo fa parte di panieri di investimento di grandi fondi ed è il collaterale di ETF e derivati. Una parte dell'oro di alcune Nazioni europee, è custodito a New York, presso la FED, e a Londra. In parte è la conseguenza della Guerra Fredda, per custodire l'oro europeo il più lontano possibile da Mosca, ma in qualche caso è servito da “garanzia” per prestiti particolarmente corposi. Negli ultimi anni è cominciato un movimento inverso, che ha riportato parte di quell'oro nei forzieri dei legittimi proprietari, e questo ha scatenato diverse illazioni. Nel mese di ottobre del 2018, l'Ungheria ha quasi decuplicato i propri possedimenti (31,5 tonnellate) seguendo quanto fatto negli anni precedenti da Polonia, Russia e Cina. Solo l'Inghilterra ha venduto quasi tutto il suo oro e per giunta ai prezzi più bassi del periodo, nel 2004.

Il problema principale dell'oro è al contempo la sua forza: la scarsità.
L'oro già estratto e raffinato, puro al 99% e vidimato è pari a 190000 tonnellate , se ne stima ne rimangano 54000 tonnellate12. Il valore totale di tutto l'oro estratto è , ai prezzi di dicembre 2018, pari a 7.1 triliardi di $.
Il valore totale dell'economia mondiale è stimato in 80 triliardi13; il rapporto è quindi di 11 volte. Ipoteticamente, quindi, il prezzo dell'oro dovrebbe aumentare di almeno quella cifra per assorbire l'intero valore dell'economia globale . Senza contare il valore attuale dei beni già esistenti.

Inoltre, l'economia mondiale è in larga parte è formata da strumenti finanziari fondati sul debito. Senza contare gli investimenti detti “a leva”, fatti cioè moltiplicando per un certo multiplo l'investimento iniziale (ma anche le perdite, nel caso contrario). L'oro non è moltiplicabile e, vista l'esigua quantità con la quale aumentano le riserve mondiali, è altamente stabile. Non è certamente lo strumento ideale per un mondo in cerca di continua crescita, ma può esserlo se l'obiettivo è la stabilità del sistema internazionale degli scambi, ma con regole nuove.

Sarà forse necessaria una cancellazione, magari un dimezzamento, del debito di tutte le Nazioni mondiali, per permettere all'oro di essere effettivamente un asset nel valutare le finanze nazionali. E' anche probabile che parte della “finanza creativa” che ha dominato il settore economico degli anni 2000, e che ha già portato alla crisi del 2008, dovrà aver fine. Un mondo in cui torni un “nuovo Gold Standard” sarà fondato sulla produzione di valore reale e sul suo scambio per un certo controvalore di metallo (con adeguati strumenti economici). La finitezza dell'oro e la sua tangibilità, lo rendono poco utilizzabile per prodotti altamente speculativi con rendimenti a doppia cifra. Già ora, nell'ambito della finanza islamica, i prestiti in oro non pagano interesse, e prestatore e contraente si impegnano in una partecipazione paritetica nell'investimento.



Questa ovviamente non è che una suggestione, ma quell'annuncio di Nixon e quel suo riferimento alla temporaneità dell'intervento lasciano aperti diversi interrogativi. Gli accordi internazionali hanno spesso durate predefinite, e queste sono di solito multipli di 5 anni sino ad arrivare a 100.
50 anni è un anniversario evocativo, e se si presenta in un periodo di tempeste valutarie, borse in discesa, tassi di interesse in crescita, bilanci nazionali che scricchiolano, tensioni geopolitiche, pensare che abbia una parte in tutto ciò non è irrealistico.

Così come 50 anni fa, cinesi e americani si trovano nella condizione di poter raggiungere un accordo win-win giocando, come allora, una partita di ping pong tra dazi e tariffe, svalutazioni e tassi di interesse.
Gli USA vogliono partecipare al ricco mercato cinese delle importazioni ma non vogliono subire le importazioni spinte dalle svalutazioni artificiali dello yuan. I cinesi vogliono continuare a mantenere aperto il commercio internazionale e , possibilmente, riprendersi parte di quei 1,2 trilioni di dollari che hanno prestato a Washington. Il tutto sull'orlo di un confronto militare diretto nel Mar Cinese Meridionale, o per procura, in Korea.

Anche oggi, come allora, a Pechino siede un “Grande Timoniere”, eletto a vita, e a Washington un Repubblicano, sebbene atipico e forse “antipatico” almeno quanto Nixon.
Anche oggi la Russia ha un ruolo di primo piano su tutti gli scenari mondiali, ed è straordinariamente vicina a Pechino su molti fronti.
L'Europa è in tutt'altre faccende affaccendata.
Le condizioni per un accodo epocale ci sono tutte.







1https://www.foreignaffairs.com/articles/2018-12-11/how-world-order-ends
2https://www.businessinsider.com/what-didnt-change-when-nixon-cut-the-gold-link-2011-7?IR=T
3https://www.bloomberg.com/news/articles/2018-06-15/china-s-holdings-of-u-s-treasuries-fell-5-8-billion-in-april
4https://www.swift.com/
5https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-01-15/la-bundesbank-acquista-yuan-che-sale-massimi-due-anni-115017.shtml?uuid=AEFj4niD
6https://temi.camera.it/leg17/temi/l_unione_dell_energia_e_la_lotta_ai_cambiamenti_climatici_
7https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-12-05/commissione-ue-denominare-euro-contratti-petrolio-e-gas-125721.shtml?uuid=AExMzWtG&fromSearch
8https://www.businessinsider.com/russia-sells-us-treasuries-debt-2018-7?IR=T
9https://www.cnbc.com/2018/05/23/russias-central-bank-governor-touts-moscow-alternative-to-swift-transfer-system-as-protection-from-us-sanctions.html
10https://www.gold.org/goldhub/research/relevance-gold-strategic-asset
11https://www.gold.org/goldhub/data/monthly-central-bank-statistics
12https://www.gold.org/goldhub/data/above-ground-stocks
13https://www.visualcapitalist.com/80-trillion-world-economy-one-chart/

giovedì 25 ottobre 2018

La Storia non è ancora finita, Francis!



30 anni fa , anno più anno meno ,in una calda giornata d'estate si dissolveva l'Unione Sovietica.

Oltre Settant'anni di rivalità tra due blocchi che erano diversi in tutto ed in tutto contrapposti terminava e lasciava un solo sistema di valori vincitore sul campo:il modello occidentale.

Capitalista,progressista,per lo più cristiano e democratico; abbiamo vissuto in questo sistema per molta parte della nostra vita ormai, e le generazioni che definiamo "giovani" non hanno conosciuto che questo.

In questi trent'anni quasi ogni indicatore è cresciuto,perché indipendentemente dai crolli di borsa o dalle crisi economiche , oggi stiamo meglio in tutti gli ambiti della nostra vita.L'aspettativa di vita si sta alzando a livello globale, mangiamo di più, anzi troppo, vi sono più automobili e le nostre case sono piene di apparecchi elettronici che trent'anni fa ,ma anche solo dieci, non esistevano o erano agli albori.

Va tutto bene allora? No di certo.

Quella che stiamo vivendo e che definiamo "crisi" nei discorsi quotidiani è in realtà l'ultima fase di un processo cominciato quasi trent'anni fa, con la firma del trattato di Maastricht (1992).In quel momento non nasceva solo l'Euro ed attraverso esso l'Europa ,ma prendeva forma un assetto del potere globale diverso da tutti quelli precedenti.Ora tre dei componenti del G7, il club dei grandi paesi, organo non ufficiale ma diventato nel tempo sempre più abituale quale consesso internazionale, hanno la stessa moneta e la stessa bandiera, quella europea.

E' quasi un G6.

Quella moneta è oggi la moneta più forte, e compete ogni giorno con il dollaro per divenire moneta di riserva.Quello che abbiamo di fronte, in televisione, ogni giorno, è il resoconto dettagliato, quasi una telecronaca sportiva, di un'altra svolta della Storia come quella avvenuta trent'anni fa.

L'era del Dollaro,la moneta più moneta delle altre,sta giungendo a conclusione e gli americani dovranno saper fare di necessità virtù per poter mantenere in piedi un sistema per nulla attento alle differenze sociali,alle ineguaglianze,alla compassione.

Se l'Europa invece riuscirà a salvarsi dagli attacchi internazionali e dalle spinte centrifughe, che sembrano ogni giorno di più effetti delle forze di reazione a questo cambiamento, guadagnerà probabilmente il suo diritto al monetarismo espansivo, se lo vorrà usare.

Oppure potrà essere l'azionista di maggioranza di un paniere di valute mondiali affidabili finanziariamente e contagiare con il suo sistema di regole anche gli altri sistemi economici.

Perché questa digressione economica? Perché ridurre più di quattro lustri di Storia ad una mera operazione finanziaria?

La fine dell'URSS ha messo fine ad una alternativa che era Sociale,Politica ed Economica insieme.

Gli ideali che si stavano spegnendo,quelli del Socialismo e del Comunismo, avevano orientato l'azione degli Uomini per centocinquant'anni. Valori,abitudini, comportamenti e logiche che avevano dettato gli orientamenti di tante persone, ad un tratto non servivano più, anzi divenivano disfunzionali.

Quelle dottrine avevano impedito al capitalismo ultra liberale degli anni venti di divenire un Moloch planetario imponendo però al mondo un freno alle possibilità espressive dell'umanità;in un piano quinquennale c'è davvero pochissimo spazio per i colpi di genio e le virate gestionali a cui ci hanno abituato persone come Elon Musk o lo scomparso Steve Jobs.

In Europa, Italia a parte,i principali partiti comunisti sono svaniti entro pochi anni dalla fine dell'URSS e ciò ha lasciato spazio ad un'unica ottica, un'unica, possibile, ottica per tutti i sistemi politici. La presa dei concetti propri della sinistra in tutti i paesi si è affievolita ed il mercatismo è divenuto padrone della scena politica.

Tutto per il mercato, tutto attraverso il mercato.

Il liberismo di stampo anglosassone fatto di Stato ridotto al minimo e mercati liberalizzati è diventato presto l'unico fine di tutti i sistemi politici occidentali ormai liberi dalle dicotomie Mercato/Comunità, Capitalismo/Economia Pianificata imposte dall'ingombrante presenza ideologica di Mosca.

In questa situazione la Politica si è trovata a dover svolgere esclusivamente un opera di amministrazione e risoluzione delle istanze portate dal Mercato.

La Società, in questo processo, si è dovuta adattare.

Le privatizzazioni, le liberalizzazioni di interi comparti economici,la spinta decisa sulla competizione e sull'export,determinano infatti un clima nuovo e nuovi rapporti sociali.

L'ottica cliente-fornitore diviene abituale ,una forma mentis necessaria ad interpretare i nuovi fenomeni sociali.

Facciamo un esempio:

Se una grande azienda ,prima di proprietà dello Stato viene venduta in una fase di privatizzazioni,a grandi fondi transnazionali che mirano al massimo profitto ,potremo immaginare che questi spezzetteranno la società,chiuderanno i reparti improduttivi,estrometteranno personale delocalizzando alcune linee e terziarizzando lavorazioni interne tramite lo spin-off di rami d'azienda che andranno a formare nuove, piccole e medie imprese.

Nel giro di pochissimi anni,la realtà sociale dei cittadini lavoratori di quell'azienda cambia radicalmente;ora sono parte di un processo economico, prima tutto interno all'azienda , che è anche in parte esterno e coinvolge altri operatori economici.Il rapporto con il lavoro si modifica e con esso lo stile di vita.

E' l'intera società che ormai vive in un'ottica di interdipendenza funzionale sempre più stretta e complessa.

In questi trent'anni sono cambiati gli imperativi che guidano le nostre azioni,le nostre chiavi interpretative,le nostre aspettative.Siamo cambiati noi.

L'ottica è sempre più di breve periodo ,nuove necessità nascono da stimoli sempre più intensi.

Le mode si succedono sempre più rapide e influenzano sempre più le abitudini.L'esistenza è divenuta quotidianità.

Manca un fine.

La crisi economica nella misura in cui l'economia si è sostituita alla politica come mezzo per la realizzazione delle nostre aspirazioni è anche crisi esistenziale.

Ma l'economia non ha altri fini che la continuazione di se stessa,non può proporre traguardi ideali che possano portare un individuo a crearsi un orizzonte d'azione che non sia meramente lavorativo.

Più lavori più guadagni.

Più lavori,meno tempo hai per tutto il resto.

La politica invece ha uno spettro più ampio,coinvolge molteplici aspetti dell'intera nostra vita,deve avere un orizzonte stabile per fornire una cornice anch'essa stabile all'esistenza degli individui.

Nascere,Crescere,avere dei figli,morire dignitosamente non sono fini ultimi dell'economia, sia essa industriale o finanziaria, ma devono esserlo per la Politica che è fatta dagli uomini per gli uomini e non dai numeri per il profitto.

Se lasciamo che la politica sia indotta nelle sue scelte solamente da principi di natura economica senza che siano chiari i fini socialmente espressi ed i valori che supporteranno l'azione,allora avremo vinto la battaglia contro i Piani Quinquennali per perdere la guerra contro le Relazioni Trimestrali.

giovedì 9 agosto 2018

Dazi miei, problemi tuoi


A furia di dazi e sanzioni, l'aggressiva politica economica di Trump sta scuotendo le fondamenta del mondo geo-economico. Juncker è volato a Washington per scongiurare tariffe più elevate sulle auto e sui prodotti europei mentre i cinesi hanno mostrato il loro disappunto ai 200 mld $ di dazi sui loro prodotti da parte degli USA. Quindi, a loro volta, hanno fatto altrettanto. Per avere una carota da offrire mentre agita il bastone dei dazi, Trump ha rinnovato all'Europa la proposta del TTIP (meno tariffe e barriere non tariffarie), senza però darle un nome. La strategia di Trump è di tagliare il deficit con tutte le nazioni estere e, di riflesso, stimolare l'industria nazionale a sopperire con nuovi impianti produttivi in USA. In tutto ciò, l'Italia ha molto da perdere in quanto secondo esportatore europeo verso gli USA, in surplus di 1 mld $, ma anche per i mancati introiti dovuti alle sanzioni alla Russia. Questa, nel frattempo, ha ormai metabolizzato le sanzioni, sfruttando questo periodo per diversificare le proprie importazioni e sganciarsi dal sistema del dollaro. Allo stesso modo, l'Iran, sotto sanzioni dal 2004, ha rivolto la propria economia verso la Cina e la Russia, esterne all'area del dollaro, utilizzando l'oro o le rispettive valute. Oggi gli USA, in quanto "iperpotenza", possono imporre sanzioni extraterritoriali, giuridicamente invalide, e applicare dazi all'import di determinate classi di prodotti, in maniera del tutto legale. L'impatto, in entrambi i casi, è globale e causa reazioni a catena. Meno importazioni americane si riflettono sull'export dei paesi asiatici, europei o sudamericani che entrano in crisi. Rispetto al dollaro, molte valute sono scese negli ultimi mesi ed in Cina si stanno verificando scioperi come mai prima d'ora. Il consumatore americano, primo anello della catena del consumo globale, ha deciso di produrre da sè e gli esportatori mondiali devono riorganizzarsi. Di norma l'export di un paese è sempre l'import di qualcun altro.