Le olimipiadi di
Pyongchang, saranno ricordate per la partecipazione delle due Coree
con un'unica squadra nazionale e per la storica visita al sud di una
delegazione di alto livello nord coreana, a partire dalla sorella del
leader Kim Jong Un. E' veramente un segnale di distensione foriero di
una pace futura, o solo un bel gesto dettato dallo spirito olimpico?
Il nodo coreano è intricato e vede agire USA, Cina e Russia, ognuna
con i propri obiettivi. La Corea del Nord ha un patto di mutuo
soccorso con la Cina ed ha con essa scambi commerciali vitali. Un
crollo del regime coreano riverserebbe milioni di profughi nella Cina
del sud, e porterebbe un caos pericoloso ai suoi confini. Pechino sta
cercando di gestire la situazione a suo favore con due obiettivi:
evitare la riunificazione nord-sud, che porterebbe le forze americane
troppo vicine a essa, ed ergersi a arbitro delle dispute geopolitiche
asiatiche, estromettendo gradualmente proprio gli USA. In Asia è in
corso una spietata corsa per far parte del mercato tramite l'arma del
basso costo del lavoro. Già oggi, per alcune lavorazioni meno
pregiate, le aziende cinesi si rivolgono a aziende vietnamite, o
birmane. Una Corea del Nord più aperta, rappresenterebbe, è vero,
il nuovo livello inferiore di questa corsa, in primis per le aziende
sud coreane e quelle cinesi, ma anche una possibilità di gestire
progressivamente un ricambio politico pacifico. Gli USA si giocano la
posizione di arbitro in Asia e nel Pacifico, poichè una pax cinese
in Corea farebbe tirare un sospiro di sollievo anche a Tokyo, e
potrebbe far diminuire la necessità di una così ampia presenza
militare americana in Giappone. La Russia procede nel suo disegno a
due dimensioni: la prima è affermarsi come garante del diritto
internazionale in tutte le dispute mondiali, la seconda è rafforzare
la cooperazione con la Cina e le altre nazioni euroasiatiche per
creare un'area alternativa agli USA, commercialmente e militarmente.
Per ora, godiamoci i giochi.
(22 febbraio 2018)
Un Blog per liberare pensieri e ragionamenti ispirati,e necessari, alla realtà quotidiana. Perchè spesso siamo portati a pensare in modi che non ci appartengono,ispirati da chi ha interesse a conformare il pensiero generale verso verità semplici, logiche e incontrovertibili ma che in realtà, scansano dal nostro cervello tutte le altre e le nascondono. La mancanza di Idee porta all'inazione ed alla morte di Se
Perchè Ordine e Progresso?
Il Blog prende il nome dal motto inscritto sulla bandiera del Brasile e mutuato da un'aforisma di Auguste Comte.
Questi, uno dei padri della Sociologia, era una convinto positivista, il che nel 1896 lo rendeva anche un progressista.
L'importante è , come infatti Comte mette al primo punto, che l'Amore sia sempre il principio cardine dell'Agire.
L'Amore per principio e l'Ordine per fondamento;il Progresso per fine
Auguste Comte ,1896
venerdì 16 marzo 2018
Trump si sta chiudendo fuori?
La
decisione di Trump di imporre dazi ad alcune categorie di prodotti
importati dall'asia ha riaperto il tema del protezionismo. La
decisione del presidente USA risponde in parte alla necessità di
mantenere le promesse fatte ai suoi elettori, in maggioranza operai e
colletti bianchi, sulla protezione dell'industria americana, ma può
essere anche interpretata come una mossa per ridurre il volume delle
importazioni da Cina e Corea, con le quali gli USA hanno un enorme
deficit commerciale. Il paradosso è infatti che ad ogni ripresa
dell'economia americana, aumenta il disavanzo verso i paesi esteri,
poichè gli Stati Uniti importano una larga parte di ciò che
consumano. In definitiva, i soldi in più, portati dalla ripresa,
passano dalle tasche dei cittadini americani a quelle delle aziende
cinesi, giapponesi e tedesche. Non è un caso, infatti, che a Davos
sia stata proprio la Merkel ad esser la più contraria ad ipotesi di
protezionismo americano. Molte aziende tedesche hanno fabbriche in
USA, per aggirare dazi e ridurre i rischi del cambio euro/dollaro. La
stessa cosa faranno i cinesi per i pannelli solari e i coreani per le
lavatrici, e ciò riporterà posti di lavoro in america e ridurrà il
deficit con l'estero. Questo sul lungo periodo. Dall'inizio dell'anno
il dollaro ha perso valore sulle principali valute mondiali e questo
ha già ridotto il volume delle importazioni americane, ma non ha
migliorato le esportazioni. Si diceva, tempo fa, che gli Stati Uniti
fossero la locomotiva del mondo, ma ora non più. Sono ancora il
mercato regolamentato più ampio, insieme all'Unione Europea, ma dai
dati del WTO, nel complesso, emerge che è proprio quest'ultima
l'area economica più ricca del pianeta e quella più interessata a
mantenere aperto il commercio globale.La Cina non sta a guardare e
sta creando la sua nuova "Via della Seta", con nuove
ferrovie, autostrade e vie marittime, tessendo molteplici accordi
bilaterali, ma gli USA non vi partecipano. Trump si sta chiudendo
fuori?
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politica internazionale
Germania, anche i ricchi piangono.
La Germania nel 2017 ha
realizzato il più alto surplus di bilancio tra tutte le nazioni:
+287 mld €. La Cina, seconda, ha fatto +135. Al momento, però,
questo gigante economico non ha un governo da 4 mesi, un fatto unico
nella politica tedesca. Fallito un primo tentativo con Verdi e FDP,
la CDU della Merkel ha ripiegato sulla SPD di Schulz che, seppur con
difficoltà ha detto si. Anche questo tentativo è fallito, a causa
delle quote sugli immigrati chieste dalla CDU della Baviera (CSU) e
del no a nuove tasse rifiutato dalla Merkel a Schulz. Il prossimo
round di colloqui sarà l'ultimo e potrebbe portare a nuove elezioni
in caso di fallimento. Possiamo dire che il sistema elettorale
tedesco funziona egregiamente. Non è un'affermazione peregrina,
poiché in tutto questo fluire di sigle ne manca una che alle
elezioni di settembre 2017 ha preso il 12,6%, ed ha eroso il voto ai
due maggiori partiti: Alternative fur Deutschland. Ormai ago della
bilancia, ha intercettato il voto dei delusi da CDU e SPD con
proposte fondate su nazionalismo e orgoglio tedesco. Il timore che
possa crescere è il motivo per cui il presidente tedesco spinge i
due partiti a trovare un accordo, ricordando che in Germania, un
“governo del Presidente” non c'è mai stato. Ma le tensioni
politiche tedesche sono lo specchio di quelle sociali.
L'immigrazione, i salari bassi, la proletarizzazione del ceto medio,
stanno facendo crescere un risentimento che non è intercettato dal
SPD, troppo istituzionale, e si sposta a destra. In questo la
Germania è simile all'Austria, ma anche a Ungheria,
Polonia,Slovacchia e R. Ceca (i 4 di Visegrad). Tutti questi paesi
sono attraversati dalle stesse tensioni e la soluzione sembra essere
la stessa, il nazionalismo. Si dice che l'Euro sia una creatura
francese nata per legare la Germania all'Europa ed impedire la
rinascita di una sfera di influenza tedesca da Tallinn ad Atene sino
a Kiev, più vicina Mosca che a Parigi e Washington. Macron saprà
ammaliare anche Afd?
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giovedì 25 gennaio 2018
Senta, dica, scusi....
Qual è il termine più corretto per
definire chi è altro da noi, chi è straniero per nazionalità,
etnia, religione e cultura, in tempi di “politicamente corretto”?
La definizione di straniero alla quale
mi riferisco, non include i popoli dell'Europa occidentale, poiché
da decenni non pongono sfide alla società italiana, ma solo quelli
dell'area extra-europea, che progressivamente hanno permeato la
società italiana.
Sul tema di come trattare l'alterità
rispetto alle persone appartenenti ad altre etnie, culture e
religioni, forse non tutti siamo consci di quanto le nostre coscienze
in questi decenni siano state influenzate dai “maestri del
discorso”, per dirla con un'espressione molto in voga.
I termini che utilizziamo per definire
oggetti e concetti astratti, influenzano essi stessi il nostro modo
di pensare, in una sorta di retroazione che può essere negativa o
positiva. Questa diviene positiva se permette , conoscendo più
termini, di articolare un pensiero complesso e definire in maniera
più precisa l'oggetto di una discussione o di una dimostrazione.
Diviene invece negativa quando la ripetizione continua di determinati
termini, modi di dire, stereotipi e slogan, impedisce la ricerca
della sfumatura e prende il posto di intere categorie di
pensiero,scalzando le altre e relegandole nell'oblio.
Parlando di immigrazione, e soprattutto
di immigrati, è sorto il problema di come definire lessicalmente,
univocamente, tutti i “tipi di straniero” presenti in Italia.
Ciò è avvenuto attraverso una
articolata, ma continua, riscrittura dei codici lessicali, semantici
e, di riflesso, sociali. I media sono stati il principale veicolo di
questo cambiamento, e la popolazione ha assunto a volte il ruolo di
precursore ed altre quello di assimilatore passivo.
Facciamo una brevissima cronistoria dei
termini utilizzati in questi ultimi 50 anni.
Negli anni 60 l'immigrazione era
l'ultima delle preoccupazioni dell'Italia del boom. Gli stranieri
erano pochi e concentrati in piccole comunità coese, come nel caso
di etiopi e somali a Roma o tunisini in Sicilia. Non esisteva un
termine comune per indicarli se non appunto “straniero”.
Diversamente, venivano indicati per nazionalità.
Negli anni 70, poi, l'epiteto con cui
venivano tacciati gli stranieri, non europei, divenne “marocchino”.
In quel periodo l'immigrazione straniera era un fenomeno molto
controllato. La comunità più ampia era quella nordafricana,
maghrebina in particolare, ma nelle città la sua visibilità era
limitata. La distribuzione era concentrata particolarmente nei grandi
centri del nord, nella capitale e al sud. L'immagine più
rappresentata al tempo era quella del venditore di tappeti e
carabattole, ai mercati o in strada, ai semafori.
Negli anni 80 l'immigrazione
nordafricana aumenta costantemente, e gradualmente vi si aggiunge
quella subsahariana, specialmente al sud, attirata e sfruttata dal
lavoro agricolo.
Il nome che viene dato agli stranieri
diviene “vuccumprà” , tormentone ripetuto all'eccesso e ispirato
ai venditori ambulanti, senegalesi o marocchini, sulle spiagge
italiane.
Negli anni 90 è l'ora
dell'immigrazione dall'est Europa, Albania ed ex Jugoslavia in
primis, ma anche Russia e Polonia. Abbiamo ancora negli occhi le navi
cariche dei profughi in arrivo dalla costa albanese, e i profughi
bosniaci in fuga, e la loro successiva redistribuzione nelle città
italiane. Il termine usato per indicare uno straniero diviene ora
“extra-comunitario”. L'ingresso dell'Italia nell'Europa ha
imposto una sorta di neutralità lessicale alla condizione di
straniero in Italia, includendo tutte le nazionalità nel frattempo
arrivate in Italia. L'Italia si popola delle etnie più varie e in
maniera pressoché omogenea. Queste si distribuiscono lungo lo
stivale in maniera piuttosto uniforme, concentrandosi nei centri
manifatturieri. Nasce una seconda, e in alcuni casi terza,
generazione di immigrati-italiani, ma iniziano a nascere anche
formazioni politiche, specialmente al nord, dichiaratamente xenofobe.
Il tema dell'immigrazione attraversa
tutti gli anni 90 e viene rappresentato dai media in tutte le sue
forme, tanto positive quanto negative; la raccolta dei pomodori al
sud, lo spaccio nelle grandi città, le rapine in villa nel nordest,
le moschee nei garage e via discorrendo. Gli stranieri diventano un
tema stabile del dibattito politico ed il punto sull'immigrazione
diventa dirimente nel programma di tutti i partiti. L'Italia scopre
di essere diventato un paese di immigrazione e si accorge di non
avere una legge adeguata in materia. Tra applausi e fischi nasce la
Bossi-Fini. Lo straniero diventa “clandestino” nella vulgata
comune, ma il termine “extra-comunitario” permane. Lo scontro
ideologico, residuo della guerra fredda mentale che tarda a svanire,
diventa lessicale. A destra si usa il primo termine, a sinistra il
secondo, ma anche “immigrato”o , ancora timidamente, “profugo”.
Gli anni 2000 sono quelli del
terrorismo spietato ed assassino, del jihadista armato di AK47 che
spara tra la folla o si fa esplodere. I media hanno fatto ampio
ricorso a questa immagine e così anche qualche governo,
radicalizzandola e fissandola Lo straniero di fede islamica viene ora
identificato spregiativamente come “terrorista”, o anche solo
come “talebano”. Bulgaria, Croazia, Slovenia e Romania entrano
nell'UE, i loro cittadini hanno libero accesso in Italia e il loro
numero aumenta. Per molti, e per i media in primis , diventano gli
“Slavi” o i “Rom”, andando a completare un vocabolario sempre
più ampio di termini con cui poter definire la propria relazione con
un altro di un etnia o cultura differente.
La morte di Gheddafi e la conseguente
dissoluzione della Libia prima e la guerra in Siria poi, hanno dato
il via alla stagione dei “migranti”. Questo periodo ha visto il
fiorire di nuovi termini, nuove immagini mentali da associare allo
straniero; “rifugiato”, “profugo”, “migrante economico”,
”richiedente asilo”.
Ognuno di questi termini è nato grazie
ai media, e da questi è stato fortemente veicolato. Ciò ha
disegnato negli anni gli scenari dell'immaginario collettivo sul tema
dell'immigrazione e degli immigrati in particolare. Oggi pare si
voglia porre un freno a questo proliferare di immagini mentali create
dalle parole, utilizzando tecniche di Programmazione Neuro
Linguistica che sfiorano la demonizzazione e la censura. Una sorta di
reset lessicale, che faccia svanire d'incanto ogni accezione
negativa, discriminatoria, allusiva, stigmatizzante da un termine
universale per definire un “altro non italiano/europeo”. La
distinzione bianco/nero è fumo negli occhi ed anche riduttiva.
Anche l'identificazione con l'etnia, molto utilizzata dai media nei
casi di cronaca, è tacciata di “razzismo”. Se volessimo poi
aprire una parentesi sullo stesso termine “razzismo”, non
potremmo non partire dal chiederci se lo stiamo utilizzando in
maniera corretta o non sia invece diventato, anch'esso, un termine
onnicomprensivo, una facile etichetta con cui identificare tutto ciò
che non si dovrebbe fare o dire nei confronti dell'altro. Ad un certo
punto della riflessione dovremmo, inderogabilmente, scontrarci con i
limiti da imporre a questo termine e qui sorgerebbero problemi di
ogni natura. Non dobbiamo dimenticare di possedere un “etnocentrismo”
innato che è radicato nel profondo di tutti noi e che ci rende
familiare e interpretabile l'ambiente in cui viviamo. Detto in parole
povere, un tedesco pensa primariamente come un tedesco, un italiano
come un italiano ed entrambi si vedono come europei nei confronti di
un americano. Per ognuno di essi gli altri sono stranieri, agiscono,
pensano, mangiano e vivono in un modo differente, ma sono tutti
occidentali di fronte ad un giapponese. In ognuna di queste nazioni,
vige una cultura prevalente che è frutto dei secoli e che ha
lasciato dietro di sé diverse “interpretazioni del mondo” e di
chi, storicamente, non era membro della propria comunità. La nostra,
ad esempio, si porta dietro una stratificazione storica, sociale,
culturale, etnica e linguistica di tre millenni. Anche nei paesi più
giovani come i liberali, ed etnicamente variegati, Stati Uniti, l'uso
di epiteti negativi per riferirsi agli stranieri è molto diffuso.
Gli stessi neri americani si offendono tra di loro chiamandosi
“Nigga”, negro, come il termine dato loro all'epoca delle
piantagioni e dello schiavismo.
E' quindi realmente possibile eliminare
del tutto una caratterizzazione di qualsiasi natura da un termine per
indicare l'altro? Lo stesso termine “straniero” non è
sufficiente? E' esso stesso un termine da cancellare? Ogni nazione è
dotata di leggi che definiscono chi ne è cittadino, sulla scorta
dell'esperienza storica, dei confini politici, della cultura. Queste
leggi , però, quasi mai definiscono come debbano essere chiamati
quelli che non sono cittadini di quella nazione. Dobbiamo venire a
patti con il fatto che la diversità esiste e va indicata in qualche
modo, e che questo modo è influenzato da una cultura sottostante che
non è possibile trascurare. L'elemento identitario si manifesta in
ogni organizzazione sociale e stabilisce, de facto, un dentro e un
fuori, un “noi” e un “loro”. Un termine per definire chi quel
noi non identifica, nasce spontaneo. Dobbiamo evitare gli eccessi
verbali, violenti e discriminatori per definire l'altro, ma non
possiamo svuotare le parole del loro significato. Non possiamo
identificare un mondo vario e sfumato come il nostro con alcune
semplici paroline neutre e con ambiti semantici sterminati. Deve
essere permesso un limite massimo ed uno minimo oltre il quale
ricadere nell'accusa di “imprecisione lessicale e semiologica nei
confronti di un individuo altro”. L'etichettatura sembra, come
detto, un po' la cifra del momento. Semplifica, velocizza, minimizza
il numero di parole ed amplifica l'ambito di riferimento. A livello
verbale rappresenta ciò che è un emoticon su un cellulare. Ce
l'abbiamo una faccina per indicare uno straniero “politicamente
corretto?
lunedì 1 gennaio 2018
Gerusalemme, Patrimonio di Tutti Noi.
Con la sua decisione del
6 dicembre del 2017, Donald Trump ha lanciato un enorme masso nello
stagno fin troppo calmo del dibattito internazionale sulla questione
israelo-palestinese.
Dopo gli annunci di
almeno tre presidenti, Clinton, Bush jr e Obama, Trump è infatti
passato all'azione dichiarando che gli USA sposteranno la loro
ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme.
Questa decisione ha
aperto il vaso di Pandora che contiene tutte le forze regionali, e
mondiali, interessate alle sorti della città delle "religioni
del Libro".
Il punto infatti è
focale negli equilibri geopolitici della regione, e di riflesso, del
mondo, poichè la città è contemporaneamente sacra per le tre
maggiori religioni monoteistiche, è contesa (e divisa) tra Israele e
l'Autorità Nazionale Palestinese (ANP), ognuna delle quali la vuole
come propria capitale, ed è oggetto di forte interesse da parte
delle maggiori potenze regionali: Arabia Saudita, Turchia ed Egitto
(sunnite) ed Iran (sciita). A livello mondiale, sono interessate alle
sorti della città anche l'Europa (nella sua accezione più ampia,
quella religioso-culturale), la Russia e ovviamente gli USA.
Ripercorrere l'intera
storia della contesa, a partire dal 1948, anno della fondazione
d'Israele non è qui possibile, ma possiamo almeno delineare alcune
delle conseguenze che una decisione come questa può generare.
Prima è però necessario
ricordare che il 21 dicembre, due settimane dopo la decisione di
Trump, l'assemblea delle Nazioni Unite ha votato massicciamente (128
voti a favore, 35 astenuti e 9 contrari ) una risoluzione dell'Egitto
che chiedeva di rifiutare la decisione presa dal Presidente
Americano1.
Sicuramente Trump e la sua amministrazione erano preparati ad un
esito simile, cionondimeno è stato uno schiaffo in pieno volto agli
USA da parte di quella "comunità internazionale" che molte
volte si è accodata a ratificare le decisioni già prese da
Washington.
L'ambasciatrice all'ONU,
Nicky Haley, ha tuonato contro i "traditori" minacciando
rappresaglie economiche, ma questa volta è diverso. Accettare e
condividere quella decisione, provvedendo a propria volta spostando
la propria ambasciata, è una decisione che nessuna Nazione può
prendere a cuor leggero e senza timore di riflessi negativi.
Lo status di Gerusalemme
è ad oggi ancora conteso e, sebbene Israele dal 1967 abbia il
controllo, di fatto, della città e in essa siano situati i palazzi
governativi, questa è ancora divisa in un settore Est, a maggioranza
palestinese e uno Ovest, quasi totalmente abitato da israeliani.
Nonostante Israele la ritenga la propria capitale, tutte le
ambasciate internazionali sono situate a Tel Aviv , o nei suoi
dintorni, poichè sulla proclamazione di Gerusalemme capitale
d'Israele pesano le risoluzioni emesse dall'ONU a seguito della
"guerra dei sei giorni" del 1967 e ancora prima, con la
risoluzione 181 del 1947 (Gerusalemme come entità separata e
amministrata dall'ONU). Questa situazione è ben identificata dal
fatto che, sulle mappe ufficiali dell'ONU, nè Tel Aviv nè
Gerusalemme siano indicate come città sede di governo, il che rende
Israele forse l'unico paese al mondo senza una capitale
riconosciuta2.
Aggiungiamo anche che
questo paese non si è ancora dato una costituzione scritta
(particolare condiviso con la sola Gran Bretagna), per una serie
piuttosto importante di motivi:
innanzitutto poichè i
confini dello Stato non sono definiti nè tanto meno riconosciuti
internazionalmente da tutte le Nazioni, in secondo luogo poichè
quasi metà del territorio che Israele reclama come suo, è in realtà
occupato militarmente, in terzo luogo poichè è lo status stesso di
"cittadino israeliano" ad essere di difficile definizione
poichè dovrebbe ricomprendere anche le centinaia di migliaia di
palestinesi (cristiani e musulmani) che abitano all'interno dei
confini da esso amministrati, ma questo confligge con l'intento di
ogni governo israeliano di proclamare Israele uno stato "ebraico",
ovvero culturalmente e religiosamente omogeneo.
Aggiungiamo, come detto,
che Gerusalemme è la città in cui il Cristo è morto, è stato
sepolto ed è resuscitato, la città dalla quale Maometto è salito
al cielo, è la città dove risedeva il Grande Tempio ebraico
(distrutto e ricostruito a più riprese durante i secoli), di cui il
"muro del pianto" è una parte.
A causa di questo suo
essere "Città Santa" per le principali religioni del
bacino del mediterraneo, è alto l'interesse delle potenze dell'area.
l'Arabia Saudita, già custode della Mecca e di Medina, città natale
di Maometto, la Turchia, protrettrice per quasi mezzo secolo della
città e dell'intera Palestina, l'Iran, il più grande paese sciita
del medioriente e l'Egitto, il più grande paese sunnita non possono
permettere che quella città cada completamente in mani ebraiche
senza suscitare malcontento all'interno della propria cittadinanza.
Basti pensare alle proteste di piazza avvenute a migliaia di
chilometri di distanza, a Jakarta, in Indonesia, il più popoloso
paese islamico dell'Asia, per farsi un'idea del livello di interesse
sul tema da parte delle popolazioni musulmane.
Ognuna di queste potenze
ha inoltre tessuto una serie di alleanze con gruppi e partiti
politici sia in Palestina, come Hamas e la stessa Al Fatah ( il
partito a cui fa capo Abu Mazen, presidente dell'ANP), che nel vicino
Libano, come Hezbollah, per reciproco interesse e per mantenere ed
accrescere il proprio peso in Palestina e attorno ad essa.
Posso comprendere che
sembri tutto molto confuso sinora, ma in realtà lo è molto di più.
Gerusalemme è la chiave
di volta di un'architettura molto complessa che ha alcuni risvolti
palesi ed altri molto sofisticati e difficili da riconoscere
nell'immediato.
Bisogna infatti
analizzare la situazione mediorientale sotto tutti i diversi aspetti
che la caratterizzano, religioso, culturale, militare, economico,
politico e non è detto che quello che , tra questi, sembri essere un
mezzo, non sia in realtà un fine e viceversa.
Se il punto focale della
guerra del 1967 era l'inaccettabile presenza dello stato di Israele
in Palestina da parte dei suoi vicini, Siria, Giordania ed Egitto in
primis, oggi è la presunta "minaccia iraniana" a far da
catalizzatore alle alleanze tra potenze nell'area mediorientale. La
questione di Gerusalemme e della Palestina in generale, è un tema
che i diversi governi iraniani, a partire dalla rivoluzione islamica
del 1979, hanno sempre mantenuto vivo ed è un punto indiscutibile
della politica estera persiana. Per l'Iran , infatti, dipingersi come
difensore dei luoghi santi dell'Islam che non siano già sotto
l'egida di altri paesi come l'Arabia, è un potente mezzo di
fascinazione per le masse islamiche mediorientali. In questi anni, i
contatti tra l'Iran ed Hamas (partito opposto ad Al Fatah e che
governa Gaza), sebbene divisi da una diversa interpretazione
dell'Islam (sciiti i primi, sunniti i secondi) sono stati più volte
messi in luce come veri o presunti, ma anche l'Egitto (sunnita
anch'esso) ha da diverso tempo iniziato a guardare con favore al
governo di Tehran. Gli scambi economici iraniani con la Turchia sono
al massimo storico ( 5 mld $ di interscambio nel 2016) e così le
relazioni diplomatiche, mentre sono al minimo storico quelle di
Ankara con Tel Aviv , a causa dell'abbordaggio della nave "Mavi
Marmara" del 2010, e di altri duri scontri tra Erdogan e il
governo israeliano, accusato di essere addirittura tra i mandanti del
mancato colpo di stato in Turchia del 2015.
L'Iran ha storicamente un
forte legame con la Siria (entrambe condividono la fede sciita), che
lo ha portato al coinvolgimento diretto, sebbene parzialmente
coperto, nelle operazioni militari in quel paese a fianco dei russi.
Assieme a questi due grandi attori, in Siria, è stato determinante
l'apporto militare e di intelligence fornito da Hezbollah, il
"partito di Dio" , di fede sciita, che in Libano è parte
integrante della compagine di governo e pilastro della difficile
stabilità interna di quel paese.
Come si vede, Israele,
ritiene di avere un pressante "problema iraniano" e questo
lo ha portato ad una serie di mosse internazionali tra le quali la
più eclatante è l'avvicinamento all'Arabia Saudita, ritenuto
storicamente improponibile sino a qualche anno fa. La casa di Saud
condivide con Tel Aviv il timore dell'espansionismo persiano nella
regione e ha denunciato più volte il pericolo di una "mezzaluna
sciita" che parte da Tehran, passa dal Qatar, attraversa l'Iraq
del sud e la Siria e termina in Libano.
Questo scenario è
propedeutico al controllo politico su quei territori che potrebbero
essere interessati al passaggio dei metanodotti in partenza dall'Iran
per sboccare sul mediterraneo ed infine in Europa, ponendo un grande
problema alle esportazioni petrolifere saudite e rendendo
economicamente fortissimo lo stato iraniano. L'idea che questa forza
si materializzi, terrorizza Israele, e il continuo susseguirsi di
governi di destra e ultradestra in quel paese ne sono un chiaro
segnale. Negli ultimi dieci anni sono state fatte importanti scoperte
di giacimenti off-shore di gas anche al largo delle coste di Gaza,
Libano e Cipro, con alcune propaggini anche in acque territoriali
israeliane3.
E' quindi ovvio che anche Israele voglia entrare nel ricco mercato
del gas dei prossimi decenni e che una forte presenza iraniana sia un
deciso impedimento a farlo.
L'Iran ha 70 milioni di
abitanti, possiede le seconde riserve al mondo di gas naturale,ha
probabilmente il terzo esercito dell'area (dopo appunto Israele e
Turchia) ed una forte influenza culturale e linguistica in tutta
l'asia centrale sino ai confini di Russia ed India. Il suo programma
nucleare, sebbene implementato secondo i dettami del Trattato di Non
Proliferazione Nucleare (NPT) , sotto l'occhio vigile delle Nazioni
Unite e approvato tanto dagli USA che dall'Europa, spaventa i governi
israeliani poichè, in potenza, può permettere a quella Nazione di
dotarsi di un deterrente nucleare militare e poter quindi resistere
alle pressioni internazionali.
Se vogliamo, la questione
nucleare della Nord Korea, con la quale l'Iran ha un fitto
interscambio militare e commerciale (potremmo riduttivamente
definirlo "Oil for Missiles"), ha evidenziato come il
possesso dell'arma nucleare permetta a stati ritenuti "canaglia"
dagli USA, di fornirsi di una "garanzia sulla vita". Gli
esempi di Iraq, Siria e Libia, che negli anni 70-80 hanno tentato di
costruire armi atomiche, senza riuscirvi anche a causa
dell'intervento americano e israeliano, rappresentano di contro un
triste promemoria di quanto può avvenire a voler contrastare gli
Stati Uniti, e il loro sistema, senza possedere almeno una minima
deterrenza nucleare (la Siria per anni ha ripiegato sulle armi
chimiche, salvo rendersi conto della loro inutilizzabilità senza
scatenare la riprovazione internazionale).
L'ANP, guidata da Abu
Mazen si trova forse nella posizione più difficile, messa in
difficoltà dalla fermezza di Hamas nel rifiutare lo scenario
proposto da Trump e dalla probabile mancanza di appoggio da parte
saudita (con i suoi ingenti capitali). Il fatto che le sollevazioni
di piazza in Palestina siano state limitate, anche se rese tragiche
dalla reazione israeliana, può segnalare la parziale tenuta del
governo di Al-Fatah in Cisgiordania, ma il lancio di razzi dalla
striscia di Gaza indica che c'è ancora spazio per un'escalation se e
quando la decisione di Trump diverrà effettiva.
Gli Stati Uniti, sino ad
oggi ritenuti mediatori nella questione israelo-palestinese, con la
decisione di Trump, perdono eticamente questo status, avendo propeso
per la parte israeliana e non sarebbe affatto strano se, a questo
punto, alcune parti in causa si rivolgessero alla Russia per aiutarle
a dirimere la situazione a loro favore. D'altronde in molti paesi
arabi l'intervento russo in Siria è stato visto come un elemento di
stabilità opposto al piano di spartizione della regione da parte
delle forze occidentali. Inoltre la Russia ha già un peso nella
politica interna israeliana, sebbene solo di natura etnico-culturale,
essendo uno dei partiti al governo (quello guidato da Avigdor
Lieberman) voce proprio di quel quasi 4% di cittadini ebrei ora in
Israele ed espatriati dalla Russia negli ultimi 70 anni.
Queste sono alcune delle
probabili conseguenze del gesto del Presidente americano, anche se
ciò non dovesse portare nei fatti all'effettivo spostamento
dell'ambasciata da Tel Aviv.
Siamo partiti da
Gerusalemme e siamo finiti a Tehran, a Damasco, a Istanbul, a Ryad,
Mosca e Washington. Possibile?
Non solo, è
imprescindibile. Anche se solo vagamente, abbiamo esplorato l'aspetto
economico e militare dei rapporti tra le potenze in campo ma nessuno
di essi è il vero obiettivo della disputa.
Il conflitto, al suo
livello più alto è culturale e in primis religioso.
I luoghi santi del
Cristianesimo e dell'Islam sono tutti situati nella città vecchia,
ovvero a Gerusalemme Est, ed infatti lo Stato del Vaticano ha
specifici accordi bilaterali con l'ANP per la conservazione di quei
luoghi ed è da sempre per una soluzione di condivisione della città
da parte dei due popoli. I rapporti con lo Stato di Israele, per
quanto concerne la tutela sull'eredità cristiana, sono invece più
problematici e potrebbero peggiorare a seguito di un controllo
giuridico riconosciuto sull'intera città da parte degli israeliani.
Per il mondo musulmano è
invece la Cupola della Roccia, la Moschea di Omar, ad essere al
centro delle proprie preoccupazioni poichè, essa sorge proprio al di
sopra della roccia, appunto, dalla quale Maometto è, secondo il
Corano, è salito al cielo chiamato da Allah. Quella stessa roccia è
però la stessa sulla quale si presume che Abramo abbia offerto
Isacco in sacrificio a Dio e l'intero complesso è stato costruito
nel settimo secolo sopre le rovine del grande tempio ebraico, nel
luogo in cui già sorgeva quello eretto dal Re Salomone.
Il timore dei musulmani è
che gli studiosi di religione ebraica possano scavare al disotto
della Moschea proprio per ritrovare le tracce del tempio con
possibili rischi di stabilità della struttura.
A dire il vero quest
ultimo è un aspetto secondario e forse strumentale, poichè il vero
punto è la millenaria attesa dei fedeli ebraici per riveder
costruito il tempio e con esso il dispiegarsi delle profezie bibliche
sul ritorno di Dio e la sua imposizione di Israele "a capo delle
Nazioni della Terra".
Potrebbe sembrare
complottismo o parte della trama di un film di fantapolitica ma non
lo è.
In quanto europei, siamo
stati portati a pensare la religione sia un fatto personale, la cui
manifestazione non debba influire sulla "laicità" della
società così da garantire a tutti di professare la propria fede ( o
ateismo, in caso contrario) liberamente. Questo modo di interpretare
il ruolo della religione nella società è però proprio frutto della
dottrina cristiana sul continente europeo, una dottrina che sin dal
suo fondatore, il Cristo, ha fatto della separazione tra Chiesa e
Stato, tra immanente e trascendente, un suo principio basilare, così
come l'altro principio politicamente molto importante, quello del
libero arbitrio.
"Date a Cesare quel
che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio" è scritto nel
Nuovo Testamento, e ciò, insieme alla possibilità di scegliere se
credere o meno a un essere superiore, ha permesso nei secoli alla
dottrina politica di percorrere un sentiero autonomo rispetto alla
speculazione religiosa. Per i motivi opposti, nel mondo musulmano
questa autonomia non è stata possibile e religione e politica hanno
attraversato questi dodici secoli di Storia a braccetto sino ad oggi,
con l'apparire sulla scena dell'ISIS, una sorta di nuovo califfato in
cui la religione è politica e tramite essa detta le sue dure norme
alla società.
Nell'Islam politico si
riflette la stessa sottomissione dovuta all'Islam religioso (Islam in
arabo significa appunto sottomissione) e la prova di questo legame
stringente è riscontrabile in Arabia Saudita, in Iran, in Marocco e
lo sta diventando progressivamente anche in Turchia.
In Israele la società è
nominalmente laica ma le minoranze ortodosse come Haredim,
Lubavitcher e Chassidim provenienti dall'est Europa hanno un peso
rilevante. Tanto per farsi un'idea, in questi giorni in Israele i
temi dominanti sono le polemiche per le immagini senza donne di
famiglie ultraortodosse Haredi , e la loro richiesta di chiudere i
supermercati nei quartieri in cui sono maggioranza durante il sabato,
lo Shabbat ebraico, che sta creando qualche problema al governo
Nethanyau4.
Il peso degli
ultraortodossi sta crescendo politicamente e ciò ha orientato le
azioni dei governi israeliani degli ultimi quindici anni. Se
consideriamo i forti legami che queste denominazioni religiose hanno
con le comunità in America (Negli Stati Uniti vivono circa 7 milioni
di persone professanti la religione ebraica), la centralità che la
religiosità americana (specialmente quella protestante evangelica)
assegna all'Antico Testamento e all'interesse al mantenimento di una
"testa di ponte" filo-occidentale e democratica in
medioriente, capiamo bene come la mossa di Trump rappresenti la
perdita di un ruolo di terzietà non solo nella questione
israelo-palestinese e mediorientale in generale, ma anche in quella,
più sfumata e sottile dell'appartenenza religiosa.
La scelta di Trump
dichiarare, per gli USA, Gerusalemme "Capitale Eterna degli
Ebrei" risponde quindi alla necessità di accontentare
contemporaneamente la base ultrareligiosa in USA, e le frange più
influenti e radicali dell'ebraismo ortodosso, che hanno pesato molto
nella sua elezione ma non è una scelta politica di breve respiro o
meramente elettoralistica. E' un cambio di paradigma rispetto alla
cautela Obamiana (che le èlite israeliane hanno interpretato come
ostilità) o la diplomazia Clintoniana (distrutta poi dalle mosse
spregiudicate di Sharon).
E' una decisa scelta di
campo che orienterà la politica americana nei confronti di Israele
per i decenni a venire e probabilmente impedirà un ritorno alle
trattative di pace per molto tempo, sebbene il Presidente a mericano
affermi che sia un ulteriore passo verso la fine definitiva delle
ostilità. Sulla ripartizione dei benefici di una pace raggiunta con
un negoziato a somma zero (ovvero: uno vince e l'altro perde)
permangono forti dubbi; un passo di questa portata può portare alla
rottura di una certa cautela (certo , molto vaga) dei governi
israeliani a spingersi ancora più in là e rivendicare con ancora
più forza i territori occupati come parte integrante e legittima del
proprio Stato, e le prime avvisaglie sono già sui nostri
quotidiani5.
Gerusalemme, da secoli
città al centro di scontri, di guerre, di speranze e di attese.
Contesa e divisa, bramata
e desiderata, libera e occupata.
Gerusalemme, città
celeste, Gerusalemme città di tutti noi.
Tutti.
NOTE:
1 http://www.abc.net.au/news/2017-12-22/un-votes-to-reject-trump-push-to-move-capital-to- jerusalem/9281268
2 http://www.un.org/Depts/Cartographic/map/profile/israel.pdf
3https://www.reuters.com/article/us-israel-natgas-leviathan/leviathan-gas-field-developers-approve-3-75-billion-investment-idUSKBN1620OS
4https://www.ynetnews.com/home/0,7340,L-3083,00.html
5http://www.lastampa.it/2018/01/01/esteri/il-partito-di-netanyahu-chiede-lannessione-degli-insediamenti-israeliani-in-cisgiordania-s2JgT3sWYgiaxibNnWQS3O/pagina.html
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martedì 18 aprile 2017
Mamma li Russi!
Siamo nel 2017 ma potrebbe essere il 1977. Su La Stampa del 31 Marzo un articolo di Paolo Mastrolilli ci informa che il governo americano ha prove certe di "legami tra la Russia e il M5S".
Se sulla Pravda comparisse mai un titolo del tipo "il PD, Forza Italia, l'UDC, il MPA e Scelta Civica hanno legami con gli USA" , il cittadino medio russo probabilmente si direbbe "e allora?".
La guerra fredda è terminata 28 anni fa e ad oggi l'unica nazione a non far parte pienamente del "sistema internazionale" è la Corea del Nord. Persino Cuba, acerrimo nemico per 60 anni degli USA è stato sdoganato e con l'Iran, che nel 1979 ha fatto fare una pessima figura agli USA per 444 giorni, gli americani hanno firmato un accordo in tema di energia nucleare. La Russia resta invece in cima alla lista dei nemici mortali degli Stati Uniti, sebbene non vi sia uno stato di guerra tra i due paesi, che anzi collaborano in molti campi, dalle missioni spaziali alla lotta all'ISIS in Siria.
Gli USA però, in quanto autoproclamatisi "gendarmi del mondo", hanno unilateralmente elevato un regime sanzionatorio nei confronti della Russia che, volente o piuttosto nolente, anche l'Europa ha dovuto applicare. Da molto tempo molte nazioni europee ne chiedono la fine ma gli americani si sono dimostrati intransigenti tanto da costringere i russi ad elevare controsanzioni verso tutte le nazioni europee. In Italia il M5S, e la Lega, non hannno mai nascosto la loro volontà di abolire queste sanzioni, che colpiscono l'economia italiana per un ammontare di quasi 10 miliardi ( secondo la Stampa del 19/12/2016). Si direbbe sia una battaglia giusta, patriottica e a favore deill'economia italiana in crisi, ma per gli Stati Uniti si tratta di "intelligenza con il nemico".
Sullo stesso giornale, nello stesso giorno, il titolo di apertura è "Il segretario commercio Usa: siamo in guerra commerciale", ma non con la Russia bensì con l'Europa ( e con molte altre nazioni mondiali, Cina in testa). Quindi, quelli che dovrebbero essere nostri "alleati", alle cui decisioni ci accodiamo da bravi lacchè, dichiarano guerra alle nostre esportazioni. In definitiva non possiamo esportare in Russia per volere degli USA, e non possiamo esportare negli USA.... per volere degli stessi USA!! Incredibile, invece accade.
Ma continuiamo. Da quasi un anno gli Stati Uniti vagheggiano una minaccia continua da parte degli "hacker russi" che avrebbero influenzato le elezioni americane e si starebbero preparando a farlo anche con quelle europee. Il condizionale è d'obbligo poiche nessuna prova fattiva è stata fornita per dimostrare questa nefasta influenza. Tutti noi ricordiamo però lo scandalo delle intercettazioni illegali della NSA, l'agenzia di sicurezza americana ai danni di aziende, associazioni e governi europei tra cui l'Italia, la Germania, la Francia e la fedelissima Inghilterra. Persino la Merkel dovette ammettere che il suo cellulare era stato infettato da un virus installato dai servizi americani per controllare le sue telefonate e il presidente Obama fu costretto alle pubbliche scuse. Ma un presunto virus russo è certamente più pericoloso di un assodato virus americano, va da sè.
A questo punto dovremmo realmente chiederci "CHI" è il vero nemico dell'Europa: la Russia, che da decenni cerca un rapporto costruttivo, stabile, duraturo con l'Europa o gli USA, che dalla fine della guerra fredda in poi hanno minacciato le nazioni del vecchio continente in ogni modo pur di scongiurare che questo legame si realizzasse? Qualcuno obietterà che il legame con gli USA è dato dal fatto che l'Europa e gli Stati Uniti condividono una cultura comune e, in fondo gli stessi valori religiosi. Non si può dire lo stesso della Russia? Gli europei sono bianchi, come la maggioranza dei russi e sono cristiani, come la maggioranza dei russi, ma rispetto agli USA risiedono sullo stesso continente (l'Eurasia). La relative culture condividono molti tratti, siano essi linguistici (molte parole russe sono di derivazione francese) o artistici, a meno che un europeo possa dirsi estraneo alle opere di Chagall, Kandinsky, Rimskji-Korsakov, Tolstoj, Pasternak, Bakunin,Rachmaninov, Stravinskji e persino Lenin.
I satelliti europei che orbitano attorno alla terra sono stati per la maggior parte lanciati dalla base russa di Bajkonur e senza i russi gli astronauti europei non potrebbero raggiungere la stazione spaziale internazionale. Il gas russo riscalda le case italiane, tedesche, italiane, ungheresi, polacche o serbe. Nel 1908, nelle prime ore seguenti il terribile terremoto di Messina, furono due corazzate russe a portare gli aiuti più immediati, come recita una lapide posta nel 2008 nel porto della città dello Stretto. I russi furono i primi ad arrivare a Berlino durante la seconda guerra mondiale, determinando così la definitiva sconfitta di Hitler. Anche i campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau furono raggiunti per primi dai russi (il cui arrivo è stato descritto anche da Primo Levi) e non dagli americani come erroneamente mostrato nel film "La vita è bella" di Roberto Benigni.
Si potrebbe continuare per pagine e pagine perchè il rapporto tra la Russia e l'Europa è almeno millenario. Quello tra gli USA e il vecchio continente è invece molto più giovane, meno di 250 anni, e per più della metà ha visto i secondi in posizione di colonia dei primi. La russia ha invece subito due falliti tentativi di invasione europea (Napoleone prima e Hitler poi) con centinaia di migliaia di morti e non vi è mai stato un rapporto di vassallaggio reciproco, anzi. Buona parte della storia europea del 1700 e del 1800 ha visto la Russia quale alleato di diverse nazioni europee in funzione anti-francese, anti-prussian o anti-austriaca. La storia della Russia e dell'Europa è lunga quanto il confine che condividono. Ciò che oggi chiamiamo "Europa dell'Est" è stata fino a quasi 30 anni fa, "Russia dell'Ovest". La Russia è come un amante follemente innamorato di una bella dama, l'Europa, che si concede e si ritrae continuamente ed è ora stretta dall'abbraccio di un rude ragazzone, dai modi un pò spicci ma ricco di danaro, gli Stati Uniti. Quel danaro però sta finendo e la dama rischia di tornare tra le braccia dell'innamorato russo. E' forte, quindi, il rischio che finisca in una grossa, tragica rissa per motivi passionali. Il movimento 5 Stelle non sta quindi facendo nulla di strano nè illegittimo. Sta solo nuovamente ammiccando ad un vecchio spasimante, con il quale la fiamma non si è mai spenta. Quarant'anni fa questa parte era recitata dai Comunisti di Berlinguer, ma quella che allora era percepita come una minaccia militare potrebbe oggi rivelarsi un'opportunità economica. Cercasi ardentemente un bravo avvocato divorzista.
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domenica 5 marzo 2017
Il TTIP non è morto, ma forse l'Euro si.
Il 15 febbraio scorso, il
trattato di libero scambio tra Unione Europea e Canada, il CETA, ha
ottenuto l'approvazione da parte del Parlamento Europeo. Ora dovrà
essere ratificato dai singoli parlamenti nazionali prima di divenire
effettivo ed entrare nelle legislazioni di tutti i paesi europei. Le
norme in esso contenute sono del tutto simili a quelle definite nel
famigerato TTIP che, al contrario del suo "gemello", il
TPP, non è ancora stato stracciato dall'amministrazione Trump. Il
TPP, il trattato con l'area del pacifico, era già in una fase del
processo legislativo americano detta "fast track", ovvero
una prerogativa presidenziale di approvazione rapida al riparo da
modifiche e ostacoli parlamentari. Trump si è avvalso di una facoltà
presidenziale e non ha firmato il trattato. Il TTIP, ovvero il
trattato di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti, è
invece in una fase di sospensione. L'ultimo documento ufficiale è
una dichiarazione congiunta della commissaria europea al commercio,
Cecilia Malmstroem, ed il suo omologo americano, Michael Froman, sui
risultati del 15° round di negoziati appena conclusi. Il comunicato
contiene affermazioni circa la volontà di portare avanti i negoziati
ed è del 17 Gennaio 2017, tre giorni prima dell'insediamento di
Trump. Nonostante le affermazioni neo protezioniste fatte dal
Presidente americano, è pur vero che gli Stati Uniti non possono
tutto d'un tratto divenire autarchici nè possono rinunciare alle
esportazioni per continuare a sostenere l'occupazione. L'Europa è il
maggior partner commerciale degli USA sebbene l'interscambio tra
questi e le singole nazioni europee abbia quote molto differenti.
L'italia, ad esempio, esporta 70 miliardi di euro di beni negli USA
ma ne importa solo per 16. la Francia è in perfetto pareggio mentre
la Germania fa la parte del leone con 121 miliardi di Euro in
esportazioni contro i 60 di importazioni dagli USA. Ecco perchè i
diversi governi europei hanno opinioni tanto discordanti in merito al
trattato. Politicamente, il TTIP è stato osteggiato dalla presidenza
francese sino a tutto il 2016, è stato appoggiato da tutti i governi
italiani, e lo è tutt'oggi, mentre in Germania la Merkel deve
fronteggiare diversi oppositori sul tema. Inoltre questo è un anno
elettorale in tutta Europa: a maggio si vota in Francia, a settembre
in Germania e, forse, entro l'anno anche in Italia. Nei tre paesi più
forti industrialmente e membri fondatori d'Europa, il sentimento nei
confronti dell'Euro, della NATO e dell'Europa stessa non potrebbe
essere più contrastato. In Francia il confronto è tra la Le Pen,
fautrice dell'abbandono dell'Euro e della NATO e Macron, ricco
banchiere cosmopolita e pro-Europa. In Germania per l'ennesima volta
la Merkel si presenterà alle elezioni quasi certa di vincere, ma
questa volta di fronte avrà un fortissimo partito euroscettico come
"Alternativa per la Germania", che ha già vinto in diverse
città e Lander tedeschi alle ultime elezioni amministrative. In
Italia, il M5S ha più volte espresso la sua volontà di far
esprimere i cittadini sull'appartenenza o meno all'Euro ed ha
notoriamente una posizione scettica verso le politiche di Bruxelles e
della NATO. Il PD, o quel che ne resta, dovrà necessariamente
sperare di arrivare primo alle prossime elezioni o non avrà la
possibilità di ottenere da Mattarella il mandato esplorativo per
formare un governo di coalizione pro Europa e pro Euro. In attesa di
capire quale sarà il destino dell'Euro e dell'Europa il TTIP resta
sullo sfondo. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che esso nasce dalla
volontà dell'amministrazione Obama, che in otto anni si è
dimostrata molto favorevole alla globalizzazione e che ha dovuto
accettare a malincuore la mancata firma dell'accordo entro il termine
elettorale. D'altro canto i repubblicani sono storicamente meno
propensi alla stipula di accordi multilaterali. Quindi il trattato,
oggi, ha ancora qualche chances di essere approvato? Se l'Europa si
spaccherà, e con essa l'Euro, il TTIP avrà ancora un senso? Quali
saranno i nuovi rapporti commerciali con gli USA? Queste sono le
nuove domande poste dalla nuova amministrazione Trump e dalla sua
postura isolazionista, sovranista e assertiva. Gli USA hanno un forte
deficit commerciale per cui importano molto dai paesi emergenti ed
esportano soprattutto verso paesi ricchi. In questi ultimi decenni
questa posizione ha di fatto rafforzato paesi come Cina, India e
Brasile (i BRICS) che hanno iniziato ad affacciarsi sulla scena
mondiale togliendo quote di mercato agli USA anche i quelle nazioni
in cui questi ultimi si sentivano più forti, soprattutto in Europa.
Rafforzare il legame con il vecchio continente non è solo questione
di natura economica ma anche geopolitica, vista la crescente
influenza russa non solo nell'Europa dell'est ma anche in diverse
nazioni "core" dell'Unione. In definitiva, l'affermazione
di Trump, "America First", è solo l'ultima enunciazione di
una dottrina politica e di una visione in politica estera, che non è
mai cambiata dal 1776, anno della nascita dei primi Stati Uniti
America. Quello con l'Europa è un rapporto che gli USA non possono
permettersi di perdere, perciò gli Stati Uniti cercheranno di
mantenere la loro presa sull'Europa cercando di massimizzare le
conseguenze di una eventuale spaccatura dell'Euro, negoziando accordi
bilaterali con le singole nazioni europee, ma potrebbero altresì
scegliere di approvare un TTIP "light" pur di non perdere
il contatto con un'area ricca come quella europea nel caso l'Euro
resti qual è. Intanto il CETA continua il suo iter e potrebbe essere
approvato entro l'anno. Se non avverrà, forse avremo un indizio sul
come andrà a finire il TTIP e, forse, con esso anche l'Euro.
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mercoledì 9 novembre 2016
Elezioni USA: The show must go on.
E infine ha vinto Donald
Trump.
Dopo un anno di campagna
pro Clinton su tutti i media americani ed internazionali, molti si
sono fatti convincere dalla loro stessa propaganda ed ora si dicono
stupiti. In Italia, ad esempio, nella lunga notte elettorale, tutti i
canali erano in collegamento satellitare solamente con il comitato
elettorale di Hillary Clinton snobbando quello di Trump. Ovvio il
"buco" mediatico derivante dall'inattesa vittoria del
candidato Repubblicano.
Ma è stata realmente tale o si poteva prevedere con un buon grado di approssimazione?
Credo sia sufficiente
osservare la distribuzione del voto popolare e dei delegati
conquistati da Trump in questa elezione per comprendere la distanza
tra l'elettorato americano reale e la campagna mediatica imbastita
dalla candidata democratica.
Ha votato per Trump tutta
la "rust belt", la cintura arrugginita , fatta di fabbriche
chiuse e attività dismesse. Un tempo patria del "Made in USA"
è oggi il cuore degradato di un'America industriale depredata
dall'outsourcing verso il sudest asiatico. E' da questa parte
d'America che viene il malcontento verso i trattati internazionali
TPP e TTIP, visti come una cessione alla grande finanza
internazionale ma senza ricadute per le classi medie e proletarie.
Inoltre è un'area a maggioranza bianca e tradizionalista, zoccolo
duro dell'elettorato repubblicano. Non ultimo, rappresenta il blocco
agricolo della nazione, storicamente conservatore ed isolazionista.
Per la Clinton hanno invece votato gli stati che si affacciano sulle
coste est ed ovest, sede dei più importanti comparti economici
americano, finanza e tecnologia, in cui si concentrano la maggior
parte dell ricchezza e del potere degli USA.
Clinton ha fatto appello
alla popolazione cosmopolita e progressista, lottando con Sanders per
raggiungere le fasce più basse della popolazione ma senza riuscirvi.
Una volta pubblicati, saranno analizzabili i dati dei flussi
elettorali che ci diranno dove sono andati i voti ispanici,
afroamericani e quelli religiosi o dei giovani. Ma una vittoria così
netta contiene i germi di un cambio di paradigma E' lo stesso
fenomeno già osservato nelle elezioni nazionali francesi, nel
referendum sulla Brexit, nell'ascesa impetuosa del Movimento 5 Stelle
in Italia o nelle affermazioni elettorali di AFD in Germania.
I cittadini stanno
interpretando la realtà alla luce della loro esperienza quotidiana,
mediandola con la rappresentazione che di questa danno i media ormai
onnipresenti. La crescente consapevolezza nei cittadini delle ampie
contraddizioni del sistema, di una propaganda spinta al parossismo
che, ingenerando la reazione opposta, si tramuta in rifiuto, nella
sensazione di manipolazione ed il forte contrasto tra il mondo
idealizzato e le necessità reali, hanno portato ovunque nel mondo a
risultati elettorali "inattesi". Il realismo delle classi
lavoratrici ha vinto sull'idealismo paternalista delle classi
dirigenti al governo. Ora quel realismo si sposa a quello di un
presidente che ha fatto più di una dichiarazione clamorosa su tutti
i temi di politica estera in un mondo che non vede più gli USA come
il dominus incontrastabile delle relazioni internazionali.
Queste
sono ormai dominate dal ritorno di un'ottica realista in cui ognuno
cerca di garantire i propri interessi.
Questa svolta sta
avvenendo sotto i nostri occhi e ne sono un ulteriore indizio
l'assertività di Erdogan in Turchia, l'interventismo russo in Siria
ed Ucraina, le rivendicazioni cinesi sul Mar Cinese Meridionale e le
dichiarazioni antiamericane del Presidente filippino Dutarte. In
Europa diversi governi non stanno ratificando le disposizioni in
arrivo dalla UE in merito alle direttive in tema di migranti e fiscal
compact. L'Inghilterra esce dall'Unione Europea e altri paesi
rallentano il loro ingresso. Gli Stati Uniti arrivano buoni ultimi su
questa scena ma, visto il peso, determineranno senz'altro nuovi
equilibri.
Durante la campagna
elettorale una delle accuse ricorrenti a Trump è stata la sua
intenzione di riavvicinare Russia e USA verso una cooperazione di
sicurezza ed è stato perciò tacciato di "intelligenza con il
nemico" e di essere amico di Putin. Dal punto di vista della
scuola Realista delle relazioni internazionali è invece un
comportamento assolutamente razionale. Trump, d'altronde, è tutto
fuorché un idealista kantiano. La scuola di pensiero realista
afferma infatti che è molto più probabile che attori internazionali
egualmente forti come Russia ed USA scelgano di accordarsi tra loro
tanto in virtù del costo che entrambi pagherebbero in caso di
guerra sia in quella della stabilità più ampia del sistema che
implica meno costi per mantenere l'ordine tra le potenze emergenti.
Un accordo tra Russia ed
USA sulla Siria e sullo status della Repubblica del Donbass, in
Ucraina, sono risultati che si possono raggiungere per via
diplomatica. Gli USA non hanno, al momento, la forza di contrastare
la crescita di Cina e Russia se non intaccandone la sfera economica.
Una guerra convenzionale con uno di questi due opponenti sarebbe
improponibile. Se uno dei pilastri della scuola realista è che i
rapporti internazionali devono fondarsi sulle effettive capacità
(industriali, militari, economiche) degli Stati e non sulle loro
intenzioni (ovvero quelle del governo pro-tempore), il secondo è che
non è importante qual'è la forma dei governi che raggiungono un
accordo tra loro ma il contenuto di esso e gli interessi dei
contraenti. E' stata questa l'ottica con la quale USA e Cina si sono
riavvicinate negli anni '70, e dello straordinario successo di
entrambi negli ultimi 20 anni. E' questo il motivo della solida
alleanza tra la democrazia americana e la teocrazia saudita o il
ristabilimento delle relazioni con Cuba. Cosa ci dobbiamo quindi
attendere dal nuovo Presidente americano? Trump è un realista e le
sue scelte saranno prese, se possibile ancor più, nell'esclusiva
ottica di perseguire gli interessi americani. Questi attraversano il
versante politico, economico e militare ed hanno impatto su tutte le
nazioni, sebbene in maniera differente.
Nel suo programma
elettorale ci sono elementi di forte protezionismo e di
unilateralismo che avranno un forte impatto sull'economia mondiale,
se messi in atto. Il rimpatrio di attività industriali sul suolo
americano è già in atto (si chiama in-shoring) ma Trump potrebbe
accellerarlo con una politica di sgravi fiscali che favoriscano
l'impiego di una vasta manodopera locale la cui paga oraria media è
comunque inferiore a quella europea. Anche senza l'approvazione del
TTIP i mercati europei potrebbero veder arrivare nuovi concorrenti
americani, meno competitivi dei cinesi in termini di prezzo ma più
concorrenziali in termini di qualità, tecnologia e certezza del
sistema di regole. Un eventuale rialzo, già a dicembre, dei tassi
d'interesse da parte della Federal Reserve, potrebbe far partire poi
la corsa al titoli di stato americani ed al conseguente calo del
Dollaro nei confronti dell'Euro, ma anche dello Yuan. Ciò porterebbe
le merci americane in una posizione di vantaggio in termini di export
verso l'Europa e di minori importazioni dalla Cina. Quest'ultima
vedrebbe crescere il suo vantaggio di cambio nei confronti dell'Euro
e se, malauguratamente per l'Europa, lo status della Cina divenisse
quello di "Economia di Mercato", il vecchio continente
verrebbe invaso da fiumi di export cinese, capace di distruggere
qualsiasi sistema industriale europeo. Più lavoro negli Stati Uniti
e rendimenti crescenti nelle obbligazioni significano riduzione dei
capitali all'estero, con conseguente arretramento dei valori azionari
e minori investimenti industriali.
Oltre a questo, il rialzo dei
tassi americani porterebbe con sé anche quelli europei con l'incubo
di poter rivivere il quadriennio 2008/2012 che ha sterminato il 25%
della produzione industriale italiana e ha intaccato seriamente
quella europea. D'altra parte un'apertura di Trump verso la Russia
potrebbe portare con sé l'abolizione del regime di sanzioni verso
quest'ultima permettendo alle aziende europee di poter tornare a fare
affari con Mosca. Trump si è già detto contrario al TTIP, in quanto
verrebbe limitato nelle sue scelte politiche da un accordo
sovranazionale e potrebbe rimettere in discussione il TPP per quanto
detto prima in merito alle importazioni dall'Asia. In termini
politici la sua ascesa avrà influenza in seno alla commissione
europea sul panorama delle alleanze in Europa in quanto i
repubblicani (che hanno vinto anche Senato e Camera dei
Rappresentanti), tradizionalmente associati ai partiti di
centrodestra , avranno come controparte governi europei ad essi
inclini, a parte la Francia di Hollande e l'Italia di Renzi. Con i
socialisti francesi che quasi certamente perderanno le presidenziali
del 2017 e l'Italia del PD a rischio se al prossimo referendum
dovesse vincere il NO, Trump troverà entro l'anno prossimo un Europa
a maggioranza di centro-destra e con partiti anti sistema in
crescita. Non è un segreto che in entrambi questi schieramenti vi
siano simpatizzanti delle politiche messe in atto dal Presidente
Putin.
Questo scenario potrebbe semplificare un riavvicinamento tra
Russia ed USA anche sulla questione della ragione d'essere della NATO
che è stato un altro tema molto controverso della campagna di Trump,
e che ha generato molti timori negli atlantisti dell'establishment
americano. La NATO ha continuato ad espandersi dal 1989 ad oggi sino
a lambire direttamente i confini della Russia. Il confronto di nervi
tra le due entità militari non ha tardato a manifestarsi, con la
disposizione di truppe nelle repubbliche baltiche in ottica anti
russa o il presidio dei cieli del baltico e delle coste del Mar Nero
da parte della marina russa per ribadire la propria presenza alle
sempre più frequenti navi americane in quelle aree. In Siria russi
ed americani si combattono silenziosamente sebbene i secondi si
celino dietro a milizie islamiche finanziate con fondi forniti dai
sauditi e dalle petro-monarchie del golfo. Anche queste ultime sono
parte del riassetto dell'ordine internazionale. Se Trump rispetterà
gli accordi con l'Iran, l'influenza dell'islam sunnita intransigente
di matrice wahabita si ridurrà, e con essa la forza di ISIS e al
Qaeda in tutto il medioriente. E' pur vero che i sauditi sono
comunque intenzionati ad armarsi per contrastare proprio l'Iran
sciita ed i loro acquisti sono storicamente rivolti agli Stati Uniti.
La Siria è una partita delicatissima che vede al tavolo USA, Russia,
Iran, Assad e la Turchia ma di riflesso anche Cina ed EU. Le mosse di
Trump in questa vicenda nei prossimi sei mesi saranno molto
indicative.
Il nuovo Presidente ha
davanti a sé, a partire da gennaio 2017, quattro anni intensi. E'
presto per fare ipotesi ma dovrà soddisfare prima di tutto le
richieste degli americani perché è da questi che è stato eletto. I
primi mesi di governo lo vedranno impegnato su questo fronte e sugli
incontri con gli altri capi di Stato e di Governo. Il riflesso di ciò
che deciderà per gli USA si riverbererà su tutto il globo dando
forse vita ad una nuova era geopolitica. Lo sapremo all'inizio del
suo secondo mandato.
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riflessioni
lunedì 12 settembre 2016
E' Uscito il libro : "TTIP La NATO Economica?"
Il libro intende mettere in luce gli scenari geopolitici che l'eventuale stipula del TTIP genererebbe. Storicamente la frontiera della Russia è stata la frontiera dell'Europa, concepita come un'area a maggioranza latina e cristiana opposta ad una slava ed ortodossa . Durante i secoli lo spazio che va dall'Adriatico all'Ucraina, da Tallinn ad Atene passando per la Polonia è stato conteso tra Russia e Germania, ma ora quest'ultima è "ingabbiata" nell'Unione Europea.
Sin dalla nascita della disciplina geopolitica tutti gli autori hanno rilevato come proprio quello spazio Mitteleuropeo o dell'Est Europa, sia stato al contempo l'obiettivo tanto delle due potenze continentali quanto di quelle atlantiche, capitanate dagli Stati Uniti. Il TTIP si propone di creare un'area economica, politica e nel lungo periodo, sociale, dagli esiti imprevedibili. Proprio in Germania l'opposizione è più forte poichè è la Nazione che si pone in diretta competizione con gli Stati Uniti per livello di tecnologia. Il livellamento del terreno che il TTIP propone, avvantaggia le aziende USA contro quelle tedesche e riduce il vantaggio tecnologico di queste ultime. Questo è solo uno dei punti che restano aperti nei negoziati che si susseguono incessanti, disturbati da qualche stop & go sottogovernativo. Anche la Francia ha molto da perdere dai termini del trattato, in special modo per quanto riguarda le sue aziende pubbliche. L'Italia deve temere la distruzione dei marchi protetti e la futura sparizione di sussidi europei all'agricoltura, oltre all'introduzione di sementi e chimica ora vietati. L'Inghilterra, allo stato attuale, si è sfilata dall'accordo. In quanto membro dimissionario dall'UE, gli accordi non si applicheranno alla sua legislazione, che continuerà a venire regolata bilateralmente.
Se il TTIP si concretizzerà si aprirà il dibattito sull'adesione alla NATO ed all'UE di tutte le Nazioni che ora fanno parte dell'una o dell'altra istituzione ma non di tutte contemporaneamente. Alcune di esse hanno ancora forti legami economici e culturali con Mosca. Dobbiamo forse aspettarci nuovamente una guerra nei Balcani o sul Baltico?
Ed inoltre, conviene realmente alle Nazioni europee legarsi agli USA ora che il Grande Oriente Cinese si è risvegliato e accentra su di sè attenzioni e investimenti?
La Cina esclusa dal TPP e la Russia esclusa dal TTIP potrebbero legarsi tra loro in chiave anti-americana e sfidare lo status quo?
Alcune delle risposte sono possono giungere dalle riflessioni di Huntington, Fukuyama, Dugin, Luttwak o Lacoste e servire come paradigma per comprendere un momento focale della continua trasformazione delle relazioni internazionali e per ipotizzarne i futuri sviluppi.
Un estratto dal libro.
Il Trattato di Partnership Commerciale Transatlantica (TTIP), attualmente in discussione ai più alti livelli tra Stati Uniti ed Unione Europea, ha come obiettivo quello di realizzare un mercato privo di dazi e barriere doganali tra le due sponde dell'Atlantico. Il trattato definisce anche un'armonizzazione degli standard produttivi e legislativi su diverse materie. Ciò potenzialmente può creare uno spazio chiuso o con alte barriere all'ingresso di nuovi paesi ma contemporaneamente un forte disincentivo nel non farne parte.
Il TTIP ha tutte le caratteristiche per “staccare” l'Europa occidentale dalla massa euroasiatica in termini commerciali ponendosi come nuovo aggregato geoeconomico quasi autosufficiente e potenzialmente autarchico ma alcuni autorevoli commentatori internazionali suggeriscono che la dimensione della sicurezza non debba essere trascurata ed è perciò necessario sostenere l'allargamento ed il rafforzamento della NATO parallelamente all'applicazione del Trattato. Infatti i confini della NATO e dell'UE (quale firmataria del TTIP) non coincidono.
Quali implicazioni potrebbe avere questo fattore sull'applicazione del trattato sulle nazioni che entreranno a posteriori nell'EU ma sono già oggi membri della NATO? E quali per quelle nazioni che hanno fatto richiesta di ingresso nell'UE ma non sono membri della NATO avendo forti legami economici e culturali con Mosca?
Il TTIP ha perciò un contenuto geopolitico intrinseco che va oltre l'aspetto economico, tanto che questo potrebbe sembrare più un mezzo che un fine. L'obiettivo recondito sarebbe quello di creare un'unica comunità politica occidentale euro-americana fondata sui valori liberali e sulla propria
specifica civiltà come messo in luce da Samuel Huntington ne Lo Scontro di Civiltà. È quindi importante comprendere che l'approvazione del TTIP potrebbe creare un nuovo attore sovranazionale il cui impatto geopolitico sarebbe certamente foriero di nuovi scenari
La stipula di un trattato che coinvolge le due aree economiche più ricche del pianeta, le cui valute sono il fondamento del sistema internazionale, legate da reti economiche e telematiche fitte e concatenate, in cui si concentrano tanto i capitali più vasti quanto la forza militare più ampia e potente della Storia, la NATO, è di per sé un fatto geopolitico secondo qualsiasi dottrina geopolitica.
Il TTIP è infatti un evento tanto importante quanto le sorti della guerra in Siria, la sfida dell'ISIS o l'evoluzione della crisi in Ucraina. Esso è foriero di un possibile nuovo ordine stabile o forse solo l'ennesimo elemento di un assetto in continuo mutamento nei rapporti internazionali.
A partire dal 1989 ad oggi, l'obiettivo politico degli Stati è di partecipare alla competizione nel commercio globale. La geopolitica diviene geo-economia. Il concetto di frontiera fisica, fondamento dell'autorità dello Stato, è stato rimpiazzato da quello di interconnessione e di integrazione. Le merci e i capitali devono poter fluire dentro e fuori gli stati per permettere al sistema di funzionare.
Il soft power affianca, e in certi casi sostituisce, l'hard power nella gestione della politica estera. In questa fase infatti, il mercato internazionale è più integrato che mai e tutte le nazioni che vi partecipano hanno abbandonato un'ottica ideologica in materia economica. La sopravvivenza delle nazioni è sempre più influenzata dalle variazioni dei mercati finanziari e l'economia è il “driver” principale che decide la sorte anche politica dei cittadini del mondo.
Le economie asiatiche, la Russia, il Brasile e l'India insidiano il primato occidentale in molti mercati e la loro quota di potere economico influenza politicamente diversi paesi in ogni continente. Le nazioni occidentali mantengono ancora il controllo dei regolamenti internazionali (World Bank, FMI, ONU, Dollar Standard, ecc..) ma devono necessariamente cedere quote di potere al crescente peso dei “nuovi arrivati”. Gli ultimi 5 lustri hanno visto la realizzazione di un sistema finanziario-industriale altamente integrato che permette ai grandi capitali finanziari di fluttuare da un circuito economico ad un altro, dalle obbligazioni statali alle borse valori, dai futures sulle merci a quelli sul petrolio e le materie prime in maniera pressoché immediata.
Tutto ciò crea un ambiente nuovo su cui agire e permette a quei capitali di divenire una leva per influenzare nelle loro decisioni le nazioni in cui quei capitali si riversano. Quei capitali finanziano, ad esempio, la costruzione di condutture per il petrolio o per il gas che corrono attraverso diverse nazioni dal luogo di estrazione al mercato di utilizzo finale. Inutile dire che queste infrastrutture creano legami geopolitici e sono oggetto di geopolitica dalla fase della loro ideazione fino alla loro realizzazione e messa in opera.
Consideriamo poi i traffici commerciali su terra e via mare, che sono sviluppati come mai lo erano stati in precedenza. Le rotte commerciali che si dispiegano su tutti i mari hanno bisogno di una rete di sicurezza che impedisca loro di essere interrotte da guerre o pirateria. Questo viene garantito da un controllo internazionale sui punti nodali dei traffici come Suez, Malacca, Aden e il Mar Rosso o le coste a sud dello Sri Lanka che è ovviamente oggetto di analisi geopolitica . Che dire poi del sistema di produzione globalizzato che permette ad un prodotto ideato negli Stati Uniti di essere realizzato in Cina o in Vietnam per essere poi recapitato via mare ad un acquirente europeo? Quanto la geopolitica entra nelle considerazioni degli investitori internazionali per determinare la locazione di uno stabilimento o l'apertura di un nuovo mercato per loro prodotti?
Sebbene la conflittualità internazionale sia stata fino a 25 anni fa governata da considerazioni politiche e ideologiche, le guerre del futuro saranno prevalentemente combattute per il possesso e il controllo di beni economici vitali, di risorse necessarie per il funzionamento delle moderne società industriali e per la conquista di mercati di sbocco stabili e regolamentati.
Non necessariamente il conflitto si espliciterà in forma armata ma sarà implicito nella stipula di trattati commerciali internazionali, come il TTIP o il TPP , che vincoleranno le nazioni all'appartenenza a sistemi economici esclusivi, anche se potrebbero altresì essere oggetto di scontro
i territori soggetti al transito delle linee energetiche e logistiche con conseguenti ripercussioni in termini politici, sociali ed economici. (Continua a leggere...)
martedì 6 settembre 2016
Le Nazioni esistono ancora.
Si sono concluse da poco
le Olimpiadi di Rio de Janeiro ed abbiamo ancora negli occhi le
immagini delle cerimonie di premiazione e delle gare. Abbiamo tutti
gioito e sofferto con con gli atleti italiani e alcuni di noi hanno
seguito le sorti di atleti stranieri anche per un senso di simpatia
verso altre Nazioni. Perché, sebbene le gare si svolgano tra atleti
in prima persona, le Olimpiadi sono ancora una competizione tra
squadre nazionali. Il Comitato Olimpico Internazionale non riconosce
ufficialmente il medagliere per Nazioni ma è quello che per tutti
conta per capire chi ha “vinto” le Olimpiadi. Durante la Guerra
Fredda la competizione serrata tra USA e URSS ha più volte visto i
campi di gara olimpici, e il medagliere, quali terreno di scontro e
di rivincite. Oggi sembra essere il turno della Cina ma l'obiettivo è
lo stesso: guadagnare prestigio e visibilità internazionale.
Ad oltre cinquecento anni
dalla nascita dell'era moderna e del concetto di Stato, le Nazioni
continuano ad essere il centro delle Relazioni Internazionali, ad
ogni livello. Potrebbe sembrare una difesa appassionata del concetto
di Nazionalismo ma è in realtà una fredda presa d'atto. Nazioni in
competizione alle Olimpiadi, Nazioni che combattono in Siria e Libia,
Nazioni che decidono di lasciare un'unione di Nazioni come è l'UE.
Sono i confini nazionali ad essere interessati dai fenomeni di
pressione migratoria, sono i bilanci nazionali a soffrire delle crisi
economiche, sono nazionali le risposte al terrorismo internazionali.
Anche l'Unione Europea è infatti un'associazione volontaria, il caso
inglese lo dimostra, ed è fondata sul concetto di interesse
nazionale. Dopotutto esiste ancora un Campionato Europeo di calcio in
cui le squadre nazionali si affrontano senza neppure che la bandiera
europea appaia sulle loro magliette. Gli Stati sono dovuti
intervenire per arginare gli effetti della crisi americana scoppiata
nel 2008 e del tutto attribuibili al settore bancario privato. In
Siria si sta combattendo per mantenere unita una Nazione, in Libia
una Nazione si sta dividendo in due. In Europa, l'afflusso di un
numero enorme di immigrati mette sotto pressione i sistemi di welfare
nazionali, e quindi i bilanci, come anche la munifica Germania ha
dovuto ammettere. Sebbene molti concetti mondialisti e transnazionali
vengano veicolati quotidianamente attraverso tutti i media, è la
rappresentazione attraverso riferimenti locali quella a dare maggior
senso alle vite di ognuno. Molte ricerche sociologiche in questi anni
hanno dimostrato come con l'avanzare della globalizzazione si sia
contemporaneamente verificato un ritorno di interesse verso le
comunità locali, per i loro prodotti e le loro specificità.
Espressioni come “Made in Italy” o “Made in Germany” sono il
portato di una storia che è nazionale e non è replicabile, anche se
può essere sfidata dal “Made in Korea” o dal “Made in China”
senza averne lo stesso fascino. Le Nazioni si sono formate
storicamente, per sedimentazione delle tradizioni, per il permanere
di una lingua e di una coscienza comune, dando luogo ad una cultura
peculiare, e sebbene questi elementi siano stati sfruttati in senso
radicale ciò è potuto avvenire perché sono sentimenti radicati e
fondano i valori e molto del senso che diamo alla nostra realtà
quotidiana. Le pressioni della Commissione Europea su Nazioni est
europee, come Ungheria e Polonia in tema di finanze, di immigrazione
e di intromissione politica hanno portato al governo partiti di
stampo tradizionalista. In quelle Nazioni il senso di appartenenza
nazionale è stato soffocato nell'epoca degli Imperi e nel successivo
periodo sovietico e la necessità di affermazione della propria
esistenza è quindi più forte. Parimenti nell'Europa comunitaria, la
crescita dei partiti detti “antisistema” si accompagna ad una
rinascita del sentimento nazionale. E' così in Olanda, in Germania,
in Inghilterra ed in Francia.
In Italia lo stesso
termine “Nazione” è bandito e inutilizzabile, pena la
stigmatizzazione e l'attribuzione di una qualche etichetta come
“destrorso”, “nazionalista” o addirittura “fascista”.
Al suo posto viene
utilizzato il termine “paese”, forse a causa di una superficiale
traduzione di “Country” utilizzato in ambito anglosassone ma con
un'accezione decisamente diversa.
Ciò però non vuol dire
che media e politici non facciano riferimento all'orgoglio nazionale
presente ancora, giustamente, a livello popolare ma ciò avviene
solamente quando dall'estero qualcuno fa notare qualche nostra
mancanza o per giustificare qualche battaglia del governo contro i
mulini a vento europei. In tutti gli altri casi l'Italia non è una
Nazione, non deve avere coscienza di sé in quanto entità storica e
culturale, è solo un “paese”, un “territorio”,
“un'espressione geografica” come ebbe a dire secoli fa il
cancelliere austriaco Metternich. Ma i suoi confini esistono e sono
fisici, come le Alpi e il mare che circonda la penisola, sono
psicologici, come quelli che i cittadini si danno per definirsi
rispetto agli stranieri (interni ed esterni), sono culturali, come
quelli che tutto il mondo ci riconosce quando ci premia per il nostro
cinema, la nostra tecnologia e la nostra arte.
I confini della Nazione
sono stati conquistati a spese di enormi fatiche e milioni di morti
durante questi 150 anni. E' però vero che è stato difficile imporre
un concetto di nazionalità ad una popolazione, come quella italiana,
che per secoli ha vissuto rinchiusa in piccoli regni, minuscoli
principati, ducati e granducati, regni più o meno controllati da
potenze straniere. Così come sta accadendo per le Nazioni est
europee citate in precedenza, anche in Italia la politica ha fatto
leva sul sentimento nazionale nel periodo 1870-1945. Poi, avendo
perso malamente la Seconda Guerra Mondiale conclusasi con una resa
incondizionata, ha dovuto rinunciare alla propria autonomia politica,
militare e a partire dal 1992 anche economica.
Resta il fatto che ogni
Stato ha il potere di imporre le proprie norme solo all'interno dei
propri confini, che quindi devono essere certi, garantisce i diritti
ai propri cittadini-elettori e può farlo solo all'interno dei propri
confini (ricordiamo su tutti il caso dei marò), impone le tasse ai
singoli e alle aziende sul proprio territorio, tanto che questi
possono decidere di espatriare per cercare condizioni economiche più
favorevoli in Nazioni straniere. Salvo poi sentirsi indicare come
“gli italiani” una volta trasferitisi.
La presenza dell'Unione
Europea, unico esempio nel mondo di cessione quasi totale di
sovranità statale, a volte può confondere alcuni circa la
permanenza di questi concetti. Se però pensiamo al fatto che non
esiste alcuna tassa comune europea, che la Commissione Europea è
composta da commissari designati dai singoli governi, che le
decisioni importanti a livello continentale vengono prese in consessi
multilaterali partecipati sempre e solo dalle stesse Nazioni,
Francia, Inghilterra e Germania (e a volte Italia), che le astruse
leggi italiane cessano di valere non appena lasciata Ventimiglia o
attraversato il Brennero e che l'Inghilterra può decidere di
lasciare l'Unione Europea generando il panico a Berlino, Parigi e
Roma allora ci rendiamo conto chiaramente che le Nazioni esistono
ancora.
E' possibile mantenere un
sano sentimento di appartenenza nazionale senza che si trasformi in
sciovinismo o ottuso nazionalismo? Si, è possibile a patto di saper
ammettere i propri difetti, cercando però di porvi rimedio e di
essere consci dei propri pregi senza scadere nell'autocelebrazione.
In definitiva, se stai leggendo questo post in italiano, su un blog
italiano e i pensieri che ti genera in testa ti parlano in italiano,
allora devi prendere atto che ciò che è scritto sulla carta
d'identità è vero: “Nazionalità : Italiana”. Per quanto tempo
ancora questo sarà vero lo deciderai tu, vivendo, creando, parlando
e votando su questa inimitabile porzione di mondo e sotto questo
splendido cielo. Italiano.
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