Perchè Ordine e Progresso?

Il Blog prende il nome dal motto inscritto sulla bandiera del Brasile e mutuato da un'aforisma di Auguste Comte.
Questi, uno dei padri della Sociologia, era una convinto positivista, il che nel 1896 lo rendeva anche un progressista.
L'importante è , come infatti Comte mette al primo punto, che l'Amore sia sempre il principio cardine dell'Agire.


L'Amore per principio e l'Ordine per fondamento;il Progresso per fine

Auguste Comte ,1896

domenica 10 maggio 2020

L'età dell'oro



L'Ordine Internazionale sta cambiando, di giorno in giorno, inesorabilmente, davanti ai nostri occhi.
Nazioni prima considerate del secondo o terzo mondo, come Russia, Cina o India, competono con Europa e USA per l'egemonia mondiale. La prima delle due, è in preda alle convulsioni generate dalle rivolte interne francesi, dalla secessione inglese, dal “ribellismo” italiano e dal nazionalismo delle Nazioni dell'est. La seconda ha deciso di cambiare tutte le regole, e di stracciare quelle che non possono esserlo in maniera a lei favorevole. America First è il motto del Presidente Trump, e si staglia su ogni azione della sua amministrazione. Tutto questo, però, porta con sé una serie di ricadute che investono la natura delle società. I segni di un passaggio di stato nell'Ordine Internazionale ci sono tutti, come fa notare Richard Haas su Foreign Policy del gennaio 2019 1.

Il sistema internazionale non è così “inevitabile” come una certa narrativa lo dipingeva appena due anni fa. Anzi, è in continuo mutamento ed è per questo che sono necessari aggiustamenti al sistema di regole che governano il mondo dalla fine della II Guerra Mondiale prima, e della Guerra Fredda poi. Anche se alcune tensioni, come quella coreana, sembrano stemperarsi, altre si stagliano già all'orizzonte, come una crisi sino-americana o russo-europea. Senza contare il calderone sempre acceso del medioriente.

Il sistema in cui attualmente viviamo è solo in seconda battuta figlio della seconda guerra mondiale. Dopo quel tragico evento nacquero la CECA, primo embrione dell'attuale UE, la NATO, la Banca Mondiale, Il Fondo Mondiale Internazionale e il GATT, che diverrà in seguito WTO e la trasformazione della Società delle Nazioni in ONU.
Questi organismi sovranazionali hanno rappresentato il quadro giuridico, militare, politico ed economico al quale le Nazioni, e quindi le politiche nazionali, hanno dovuto conformarsi in questi 70 anni.

Il mondo, materiale e immaginario, in cui viviamo è però, in prima istanza, conseguenza di quanto avvenuto nei primi anni 70.
Il 15 Agosto del 1971, l'allora Presidente americano Nixon, annunciò che avrebbe “temporaneamente chiuso la finestra di convertibilità tra oro e dollaro” ponendo fine alla parità aurea di 35 $ per un oncia di oro, che era rimasta valida dagli accordi Bretton Woods in poi. Si dava il via alla fase inflazionaria del dollaro2 e alla sua diffusione planetaria. La cosiddetta “dollarizzazione dell'economia mondiale”

Il 21 Febbraio del 1972, lo stesso Nixon si recò in visita in Cina.
Detta così, oggi, sembra un'affermazione banale ma per il periodo fu un gesto epocale. Nel pieno della Guerra Fredda, il Presidente americano si recava in visita ufficiale nel più popoloso paese comunista, suo acerrimo nemico ideologico e militare. Gli accordi che ne scaturirono permisero alla Cina di uscire dall'abbraccio, troppo stretto, con l'URSS e agli Stati Uniti di dividere un blocco che, unito rappresentava i due terzi della massa terrestre.
I cinesi gradiscono perseguire accordi in cui ognuno degli attori raggiunga un proprio obiettivo, almeno subottimale. E' la strategia detta “win-win”.

Anche dal punto di vista economico, cinesi e americani si accordarono per ottenere un vantaggio reciproco. Il mercato statunitense. ed occidentale, si sarebbe aperto alle merci cinesi, se il Paese di Mezzo avesse poi reinvestito i capitali guadagnati, acquistando debito pubblico americano. A giugno del 2018 il debito acquistato da Pechino ammonta a 1200 miliardi di $3 ed è il maggiore tra i creditori degli USA.

Le ricadute per il mondo hanno iniziato a vedersi a partire dal 1978 e poi con maggior slancio dal 1992, con la nuova politica di Deng Xiao Ping, e il suo slogan: “arricchirsi è glorioso”. Il Socialismo con caratteristiche cinesi, immaginato da Deng, non disdegnava la crescita economica e quella industriale. Da allora, migliaia di aziende da tutto il mondo hanno realizzato propri impianti in Cina, realizzando quello che si chiama “off-shoring”, chiudendo contemporaneamente le fabbriche nei paesi d'origine.
Ciò è avvenuto soprattutto negli USA che, a partire dagli anni 90, hanno ridotto la produzione industriale ed aumentato le importazioni dall'estero, soprattutto dalla Cina. Contemporaneamente si è verificata la forte finanziarizzazione dell'economia americana e il progressivo aumento del deficit commerciale con Pechino.

E' soprattutto accaduto che milioni di aziende cinesi siano entrate nel mercato globale. Il mix tra basso costo del lavoro, trasferimento di tecnologia, popolazione con elevati tassi di educazione universitaria, politiche dirigiste e porti naturali noti da secoli, sia stato letale per molte aziende occidentali.
Per fare un esempio, la quasi totalità della produzione di articoli elettronici quali televisori, radio, videoregistratori, DVD è stata monopolizzata da aziende cinesi, dapprima con marchi europei o giapponesi, e quindi con quelli propriamente cinesi. Ad oggi non esistono più produzioni di rilievo in Europa ed anche molti marchi storici sono stati acquistati da fondi finanziari asiatici.

Molte altre produzioni, in special modo quelle con basso valore aggiunto o con lavorazioni largamente manuali, sono state spostate in Cina prima e nel resto dell'Asia, poi.
L'abbassamento generalizzato dei costi di produzione ha stimolato l'offerta, che si è riversata sui mercati mondiali grazie alla crescita esponenziale della logistica marittima. Le grandi navi portacontainer hanno iniziato a solcare i mari in maniera sempre più copiosa e le grandi catene di distribuzione, con i loro ipermercati, hanno portato il “modello di consumo” americano in tutto il mondo. E' stata quella che abbiamo chiamato per più di dieci anni, “globalizzazione”, ed ha cambiato molti dei paradigmi economici e politici del mondo uscito dalla fine della Guerra Fredda.

Se è vero che in Cina è nata una enorme classe media, e addirittura una vasta platea di miliardari, in quest'ultimo quarto di secolo, in tutto l'occidente, si è verificato un abbassamento dei salari ed un aumento della disoccupazione. Il vasto credito concesso nei primi anni 2000, ha finanziato molti acquisti altrimenti impossibili, come l'auto o la casa e l'impoverimento è stato solo in parte compensato dall'abbondanza di merci a basso costo provenienti da tutto il mondo, ed in particolare dalla Cina. E' veramente raro, ad oggi, trovare in casa un prodotto che non sia marchiato “made in china”, indipendentemente che sia un costoso televisore 50 pollici o un economico portachiavi.

Tutte le Nazioni occidentali, nessuna esclusa, hanno un disavanzo commerciale con il paese del Dragone, e non tutte hanno esportazioni o partecipazioni in aziende cinesi, sufficienti a contrastare il fenomeno della “cinesizzazione”.
L'apparizione dei BRICS sulla scena mondiale è coinciso con la prepotente crescita della finanza internazionale. Strumenti sempre più sofisticati sono stati il sostegno della globalizzazione in tutti gli anni 90 e lo sono tutt'ora. Sebbene le crisi si siano avvicendate, a cicli quasi regolari, in tutti decenni e con effetti sempre maggiori, la finanza resta il principale collante del sistema internazionale, che piaccia o meno.

Senza i flussi di capitali che quotidianamente si spostano da un continente all'altro, non potrebbero muoversi neanche le merci che con quei capitali vengono prodotte ed acquistate.
A seguito della crisi del 2008, e negli anni seguenti, di fronte al porto di Singapore si ammassarono centinaia di navi portacontainer vuote. Il Baltic Dry Index, l'indicatore che segnala il costo di affitto di tali navi, era sceso a livelli talmente bassi che diverse navi furono demolite, poichè il costo dello stallo in porto non sarebbe stato ripagato dall'eventuale nolo.

Come detto, nel '71 Nixon ha messo fine al “gold standard” americano e ciò ha permesso la creazione quasi infinita di massa monetaria che si è riversata in tutte le attività industriali, commerciali, di ricerca, di comunicazione. Da quel giorno in poi, il mondo ha iniziato a navigare in un mare di credito denominato in dollari.
Con il credito arriva, però, anche il debito.
L'enorme balzo in avanti delle telecomunicazioni mondiali, è avvenuto a scapito di centinaia di migliaia di investitori. Alcuni di loro hanno perso denaro durante la bolla delle aziende di telecomunicazioni, e la corsa alla posa dei cavi di interconnessione transoceanica e internazionale. Altri li hanno persi nella successiva bolla delle “dot com”, le aziende di internet che appena nate si quotavano in borsa, e raggiungevano quotazioni stellari.

Questo processo ha però permesso sovracapacità di connessione, con la conseguente riduzione dei costi, e un'ampia diffusione di internet tra la popolazione mondiale per la successiva, attuale fase, in cui la rete è parte integrante dell'economia reale di molte Nazioni. I magazzini di Amazon impiegano centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo, e l'indotto muove miliardi di dollari ogni anno.
L'alternarsi delle fasi di “boom and bust”, crescita e crollo, dell'economia mondiale è stato una costante degli ultimi decenni, a partire dal “lunedì nero” del 1987 sino al fallimento di Lehman Brothers nel 2008. Ognuna di esse ha portato ad un aumento del credito rilasciato dalle banche centrali mondiali, a nuove regole emesse dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (le famose regole di Basilea) , a nuove bolle e a nuove crisi.
Stiamo per raggiungere il punto di questa digressione, sebbene la premessa sia stata piuttosto elaborata.

Oggi tutte le materie prime vengono scambiate in dollari, così come la maggior parte delle transazioni economiche, monitorate attraverso il consorzio SWIFT, attraverso il quale devono obbligatoriamente passare4.
Il sistema finanziario internazionale è incardinato al dollaro e ne è suo ostaggio. Le sanzioni americane sono temute come le scomuniche della Chiesa del 1200, e si parla apertamente di “dollar weaponization”, un concetto che in italiano si potrebbe tradurre con “usare il dollaro come un'arma”. Le fluttuazioni della valuta americana sono decise dalla FED e dal Ministero del Tesoro, ma influenzano i destini di tutto il mondo. Il suo utilizzo negli scambi internazionali è condizionato alla volontà di un solo paese, gli USA, ed esserne esclusi porta all'isolamento internazionale. Inutile dire che ogni epoca ha avuto la sua moneta preminente, e che l'enorme diffusione del dollaro ha creato le condizioni per la nascita e la crescita del mercato internazionale, ma la fase attuale è ampiamente multipolare e necessita regole nuove.
Ed è un paradosso, se si pensa che questo momento storico è proprio un effetto dell'enorme crescita degli scambi internazionali, grazie a mercati regolamentati e finanziariamente resi stabili dalle transazioni in dollari.

Lo squilibrio attuale è l'effetto di quanto descritto nella premessa; dopo anni di off-shoring, il consumatore americano non ha più un lavoro per alimentare i propri consumi, o il proprio reddito non è sufficiente. L'impegno di Trump a riportare aziende sul suolo americano è legato alla perdita del tessuto industriale americano, che rende difficile riequilibrare le esportazioni e con esse la bilancia commerciale. Accordi in tal senso sono già stati imposti a Messico e Canada. Se poi si considera che nell'acquistare prodotti cinesi gli americani finanziano il proprio principale sfidante per l'egemonia mondiale, si comprende l'enfasi che il presidente americano mette nelle trattative sul commercio internazionale. Dall'altro lato dell'Atlantico, i consumatori europei lottano da anni con la disoccupazione, che è in media il doppio di quella americana, e vivono in Nazioni con tassi di crescita molto bassi, se comparati a quelli di molti grandi competitori esteri.

Le sollecitazioni all'Europa a “prendersi maggiori responsabilità” nel campo della difesa, che tradotto significa aumentare la propria contribuzione nella NATO, sono anch'esse una scelta legata alla riduzione del budget americano e a una ridefinizione delle priorità strategiche.
Le scelte politiche di Trump, tese a ridurre le spese americane ed aumentare le entrate, non sempre si conciliano con le decisioni della FED, che è propensa ad imboccare la strada del lento, ma costante, rialzo dei tassi di interesse. Ciò porta ad un apprezzamento del dollaro, che rende più difficili le esportazioni e convenienti le importazioni, un effetto che vanifica le scelte delle politiche presidenziali.

Come ben si comprende “l'esorbitante privilegio”, come lo definì De Gaulle, di poter essere al contempo utilizzatore ed emittente dell'unica valuta di riserva, porta con sé oneri e onori.
Anche gli USA si stanno rendendo conto che i primi stanno superando i secondi.
Molte Nazioni scambiano ogni giorno miliardi di dollari per acquistare prodotti energetici. Alcune di loro hanno creato programmi di “swap”, di scambio, di rispettive valute per acquistare i prodotti reciproci e aggirare l'egemonia del dollaro5. Per Nazioni come l'Iran, sotto sanzioni da più di 40 anni, vendere petrolio e gas in dollari è divenuto, nei fatti, impossibile. La Repubblica Islamica ha però in essere contratti miliardari con Russia e Cina in Rubli e Yuan e con altri paesi addirittura in oro.

La stessa Unione Europea, il più grande consumatore di energia del pianeta6, vuole mantenere i contratti nel settore energetico con l'Iran e sta predisponendo un veicolo finanziario in euro per aggirare le sanzioni americane. Il fondo sarebbe aperto ad altre Nazioni, e se si concretizzasse rappresenterebbe una modalità alternativa al pagamento in dollari.
L'Euro, per quanto contestato, è ormai la seconda valuta mondiale ed è pronto a sfidare il dollaro come moneta di riserva 7.

Anche i cinesi aspirano a rendere convertibile la loro valuta e così i russi. Questi ultimi hanno iniziato a vendere petrolio e gas in rubli attraverso contratti swap ed hanno ridotto a soli 15 miliardi di $ il loro portafoglio di titoli americani8. Ciò è in linea con le attese russe di potersi attendere di essere espulsi dal sistema di pagamenti internazionali SWIFT, che non solo impedirebbe di recuperare quei crediti, ma escluderebbe la Russia dal commercio internazionale9.
Russia, Cina, Europa, India e molti altri paesi stanno da tempo pensando ad un sistema di pagamenti internazionale fondato su un paniere di valute, con un sistema valutario regolato, indipendente dalle volontà politica di una singola Nazione.
Si avverte l'esigenza di uno strumento politicamente neutro per gestire le transazioni economiche.

Quello strumento esiste già ed è sempre stato presente negli ultimi 5000 anni circa.
Si chiama oro.
Nel 2021 saranno passati 50 anni dall'annuncio di Nixon, e l'idea che possa riaprirsi quella finestra che “temporaneamente” chiuse svelerebbe scenari totalmente nuovi.
E' da ritenersi impossibile l'ipotesi di un ritorno ad un Gold Standard, almeno negli scambi internazionali?

Negli ultimi 15 anni la crescita del prezzo dell'oro è stata esponenziale, arrivando a toccare i 1800 $ nel 2012. E' ancora considerato moneta sonante in tutto il medioriente, in cui la finanza islamica lo usa attivamente nelle proprie transazioni, in Asia ed anche la Russia lo valuta un ottimo investimento10.

Il più grande produttore mondiale è la Cina, che però non lo commercia. Le stime sui lingotti di Pechino ufficiali si attestano sulle 1850 tonnellate, ma molti analisti stimano possano essere più del doppio. In questa particolare classifica sono primi gli Stati Uniti con 8130 tonnellate, seconda la Germania con 3370, terza l'Italia con 2450 poi la Francia con 243011.

Tutte le banche centrali hanno aumentato i propri possedimenti di oro fisico e il metallo giallo fa parte di panieri di investimento di grandi fondi ed è il collaterale di ETF e derivati. Una parte dell'oro di alcune Nazioni europee, è custodito a New York, presso la FED, e a Londra. In parte è la conseguenza della Guerra Fredda, per custodire l'oro europeo il più lontano possibile da Mosca, ma in qualche caso è servito da “garanzia” per prestiti particolarmente corposi. Negli ultimi anni è cominciato un movimento inverso, che ha riportato parte di quell'oro nei forzieri dei legittimi proprietari, e questo ha scatenato diverse illazioni. Nel mese di ottobre del 2018, l'Ungheria ha quasi decuplicato i propri possedimenti (31,5 tonnellate) seguendo quanto fatto negli anni precedenti da Polonia, Russia e Cina. Solo l'Inghilterra ha venduto quasi tutto il suo oro e per giunta ai prezzi più bassi del periodo, nel 2004.

Il problema principale dell'oro è al contempo la sua forza: la scarsità.
L'oro già estratto e raffinato, puro al 99% e vidimato è pari a 190000 tonnellate , se ne stima ne rimangano 54000 tonnellate12. Il valore totale di tutto l'oro estratto è , ai prezzi di dicembre 2018, pari a 7.1 triliardi di $.
Il valore totale dell'economia mondiale è stimato in 80 triliardi13; il rapporto è quindi di 11 volte. Ipoteticamente, quindi, il prezzo dell'oro dovrebbe aumentare di almeno quella cifra per assorbire l'intero valore dell'economia globale . Senza contare il valore attuale dei beni già esistenti.

Inoltre, l'economia mondiale è in larga parte è formata da strumenti finanziari fondati sul debito. Senza contare gli investimenti detti “a leva”, fatti cioè moltiplicando per un certo multiplo l'investimento iniziale (ma anche le perdite, nel caso contrario). L'oro non è moltiplicabile e, vista l'esigua quantità con la quale aumentano le riserve mondiali, è altamente stabile. Non è certamente lo strumento ideale per un mondo in cerca di continua crescita, ma può esserlo se l'obiettivo è la stabilità del sistema internazionale degli scambi, ma con regole nuove.

Sarà forse necessaria una cancellazione, magari un dimezzamento, del debito di tutte le Nazioni mondiali, per permettere all'oro di essere effettivamente un asset nel valutare le finanze nazionali. E' anche probabile che parte della “finanza creativa” che ha dominato il settore economico degli anni 2000, e che ha già portato alla crisi del 2008, dovrà aver fine. Un mondo in cui torni un “nuovo Gold Standard” sarà fondato sulla produzione di valore reale e sul suo scambio per un certo controvalore di metallo (con adeguati strumenti economici). La finitezza dell'oro e la sua tangibilità, lo rendono poco utilizzabile per prodotti altamente speculativi con rendimenti a doppia cifra. Già ora, nell'ambito della finanza islamica, i prestiti in oro non pagano interesse, e prestatore e contraente si impegnano in una partecipazione paritetica nell'investimento.

Questa ovviamente non è che una suggestione, ma quell'annuncio di Nixon e quel suo riferimento alla temporaneità dell'intervento lasciano aperti diversi interrogativi. Gli accordi internazionali hanno spesso durate predefinite, e queste sono di solito multipli di 5 anni sino ad arrivare a 100.
50 anni è un anniversario evocativo, e se si presenta in un periodo di tempeste valutarie, borse in discesa, tassi di interesse in crescita, bilanci nazionali che scricchiolano, tensioni geopolitiche, pensare che abbia una parte in tutto ciò non è irrealistico.

Così come 50 anni fa, cinesi e americani si trovano nella condizione di poter raggiungere un accordo win-win giocando, come allora, una partita di ping pong tra dazi e tariffe, svalutazioni e tassi di interesse.
Gli USA vogliono partecipare al ricco mercato cinese delle importazioni ma non vogliono subire le importazioni spinte dalle svalutazioni artificiali dello yuan. I cinesi vogliono continuare a mantenere aperto il commercio internazionale e , possibilmente, riprendersi parte di quei 1,2 trilioni di dollari che hanno prestato a Washington. Il tutto sull'orlo di un confronto militare diretto nel Mar Cinese Meridionale, o per procura, in Korea.

Anche oggi, come allora, a Pechino siede un “Grande Timoniere”, eletto a vita, e a Washington un Repubblicano, sebbene atipico e forse “antipatico” almeno quanto Nixon.
Anche oggi la Russia ha un ruolo di primo piano su tutti gli scenari mondiali, ed è straordinariamente vicina a Pechino su molti fronti.
L'Europa è in tutt'altre faccende affaccendata.
Le condizioni per un accodo epocale ci sono tutte.


Uno starnuto ci seppellirà


La settimana scorsa l'OMS ha dichiarato ufficialmente lo stato di pandemia per il virus COVID-19 ed ormai tutte le nazioni hanno preso gli stessi provvedimenti attuati da Cina ed Italia, ovvero chiudere le frontiere e obbligare i propri cittadini a non uscire di casa.

L'economia sta soffrendo molto e la settimana scorsa le borse mondiali sono arrivate a perdere più del 20% del proprio valore, ma a Milano si è arrivati al 30%, con una caduta del 17% in una sola seduta. Tutte le classi di investimento, azioni, obbligazioni societarie, petrolio e addirittura l'oro, hanno perso notevolmente valore, portando l'economia mondiale verso la strada della recessione. Le azioni intraprese per limitare l'espansione del contagio stanno fermando sia la produzione quanto i consumi e tutte le nazioni vedranno il proprio PIL ridursi nell'anno in corso. La domanda che tutti si pongono ora è: quando potremo dire che l'epidemia è finita o perlomeno sotto controllo?

Arriverà il momento in cui, nell'impossibilità di poter dire che l'epidemia è finita, si dovrà permettere un ritorno alla normalità e accettare una certa percentuale di rischio. Nel frattempo, quante attività commerciali ed industriali avranno chiuso i battenti per assenza di ricavi, pur in presenza di costi (bollette, personale, ammortamenti, ecc)? Quante persone avranno perso il lavoro o i propri risparmi, nella caduta senza fine dei corsi economici? E' necessario, ora, decidere quale sarà il limite di questa situazione e quando potremo dire di essere tornati, più o meno, alla normalità. Immaginare di chiudere in casa l'intera popolazione mondiale per tutto l'anno non è una scelta razionale e, d'altronde, in un mondo orientato alla produzione e al consumo, vorrebbe dire distruggere le società così come le conosciamo. Sebbene per anni ci sia stato detto che l'economia si stava digitalizzando, ciò è vero solo in parte e beni fisici e alimentari devono essere prodotti e distribuiti; la loro assenza dai nostri scaffali è compatibile solo con una futura, permanente, fase di stagnazione con conseguente riduzione di salari e consumi. “Casa dolce casa” si, ma non per sempre.


E' arrivata la bufera

Il Corona virus è arrivato in Italia e si è diffuso rapidamente,
causando situazioni di “coprifuoco” già viste a Wuhan. Così come in
Cina, la socialità verrà ridotta e con essa anche alcune attività
lavorative, causando ulteriori problemi alla situazione economica. Il
resto d'Europa, Francia e Germania a parte, non è ancora stato toccato
dal virus, ma vista la sua alta contagiosità, potrebbe avvenire a breve;
intanto i francesi sono pronti a chiudere le frontiere con l'italia.
Una
cosa è certa: l'impatto del virus si sta rivelando più ampio del
previsto e tutti, dal governo cinese all'oms, hanno sbagliato
approccio.
In Asia, il covid-19, sta mietendo vittime in Korea e Iran, ma
potenzialmente sono a rischio tutti i paesi che hanno stretti rapporti
commerciali con la Cina. La via della seta è la prima vittima del virus
e la Cina ha già chiarito che gli obiettivi economici di quest'anno non
saranno centrati. La reazione Xi Jinping verso i vertici
dell’amministrazione sanitaria è stata durissima. Si diffondono le
teorie, più o meno complottiste, sull'origine del virus e su chi ne
stia
traendo giovamento; a prima vista sembrerebbero gli americani, ma i 200
mld di $ di merci che trump si aspettava che i cinesi acquistassero, non
arriveranno. Anche il commercio elettronico, di cui Amazon è re, né esce
colpito, senza parlare di Apple che ha dovuto spostare la produzione di
iPhone a Taiwan, riducendo i volumi. Chiaramente, in un mondo
interconnesso e in cui un paese sostiene il 30% del commercio mondiale,
una pandemia virale che colpisce l'intero globo, ne evidenzia le
fragilità. Si attende un vaccino, che non arriverà a breve, e si spera
che il caldo primaverile aiuti a debellare il virus ma nel frattempo le
borse scendono, le fabbriche sono ferme e i consumatori rinunciano agli
acquisti. Non che i morti a causa dell'epidemia non siano importanti,
ma
il loro numero è molto inferiore agli effetti causati al sistema
internazionale. Solo le vendite di termometri continuano impetuose


domenica 16 febbraio 2020

il canarino è morto.





Spesso ci si riferisce a un avvenimento come al classico canarino che si portava in miniera per capire se vi erano fughe di gas. La sua morte segnava il momento di risalire in fretta. Il caso è il virus “cinese”, il canarino è morto insieme a 1000 persone, e il commercio internazionale scappa in ordine sparso. Come prevedibile, le misure di profilassi messe in atto da tutti i governi, hanno provocato un rallentamento degli scambi e messo in luce almeno tre debolezze cinesi e non. La prima è di ordine igienico, in quanto per la terza volta la Cina è il focolare di un virus potenzialmente pandemico. Ciò a causa del suo vetusto sistema di conservazione e macellazione degli animali che nulla ha a che vedere con il sistema di profilassi europeo. E' ora che i cinesi rivedano i loro protocolli zoosanitari. La seconda debolezza è di ordine infrastrutturale; al netto dei ritardi nell'affrontare il caso, non scordiamoci che parliamo di una provincia che ha lo stesso numero di abitanti dell'Italia. In un'area di 56 milioni di abitanti, si è dovuti ricorrere alla costruzione di un ospedale nuovo per diecimila infetti. Forse la sanità è sottodimensionata per un paese che vuole crescere sano e dominare il mondo. Ed infine la terza debolezza, quella della globalizzazione nel suo insieme, che manda in crash le borse mondiali per “un raffreddore” in un paese di un miliardo e mezzo di persone. Se oggi si ferma la Cina, si ferma il 30% del commercio mondiale, quasi tutto con USA ed UE. Il caso “Corona-virus” è il canarino, l'allarme, che potrebbe portare le aziende europee e americane a ripensare la propria lista di fornitori, e non potendo più fidarsi di catene così “lunghe”, a ri-orientare le proprie scelte verso la periferia europea o Latino Americana. E' un faro acceso su un sistema, quello cinese, ancora molto vasto e non innervato dei mille controlli e disciplinari a cui è sottoposto un produttore alimentare italiano o europeo. E' una sponda a un rinnovamento del legame economico e degli scambi transatlantici e, non a caso, si torna a parlare di TTIP. E' una risposta all'annosa domanda: ma le mollette da bucato le dobbiamo proprio far fare a Shenzen?

Allacciare le cinture, forti turbolenze in vista.




L’epidemia scoppiata in Cina, a causa di un virus che ricorda la famigerata SARS, rischia di essere il detonatore di una nuova crisi economica globale. La preoccupazione per il diffondersi del virus, infatti, ha già provocato un rallentamento delle borse mondiali e le misure di prevenzione messe in atto da alcuni governi potrebbero incidere sull’esportazione di alcune categorie di prodotti cinesi e sulle attività economiche in generale. L’Europa potrebbe subire i maggiori contraccolpi da questa situazione, poiché la Cina rappresenta una grande quota del suo export ma anche a causa dell’impossibilità di commerciare con la Russia e perché sottoposta alla politica dei dazi intrapresa da Trump. Il mancato sviluppo di un forte mercato intraeuropeo rischia di aggravare il rallentamento di tutte le economie continentali, in una fase di deflazione conclamata e di tassi negativi. La pressione posta sull'Europa dalle sanzioni di Trump, impegnato a riequilibrare la bilancia commerciale americana dopo aver raggiunto un accordo con i cinesi, fa parte di una strategia di lungo periodo che mira a rafforzare l'industria americana a scapito di tutte le altre. L'unione europea si sta rivelando sempre più una mera alleanza a geometria variabile, in cui le nazioni cercano di massimizzare i propri benefici , siano essi geopolitici (come in Libia o nei confronti dell'iran) o economici. A parte l’euro, non sembra più esserci alcun collante, considerate anche le recenti spallate francesi alla NATO e la prossima Brexit. Anche i miliardi promessi dalla Von der Leyen per il “Green new Deal” non saranno ripartiti equamente ma si riverseranno maggiormente nel nord e nell'est Europa, delineando un nuovo trasferimento di risorse dai paesi debitori a quelli creditori. Nel frattempo l'oro è al suo massimo storico nei confronti dell'euro, testimoniando una forte fuga di capitali europei, e il petrolio non cresce dai minimi del decennio, segnalando la debolezza della domanda di aziende e consumatori. La situazione rischia di avvitarsi su sé stessa portando a nuove riduzioni di spesa e a disinvestimenti in vista di nuovi scossoni. Nulla pare poter ridurre le turbolenze, è ora di allacciare le cinture e prepararsi per un atterraggio accidentato.


domenica 8 dicembre 2019

Decrescita Made in China


Le esportazioni cinesi nel mondo sono ancora diminuite a novembre, aumentando le preoccupazioni per gli effetti della guerra commerciale tra le due nazioni. Quello di novembre è il quarto calo consecutivo e le esportazioni verso gli Stati Uniti sono diminuite del 23%, il peggior risultato del genere da febbraio e il dodicesimo calo mensile consecutivo.Un altro giro di tariffe statunitensi sulle merci cinesi è previsto domenica prossima, come parte della disputa commerciale in corso.Venerdì, il consigliere economico della Casa Bianca ha dichiarato che la scadenza del 15 dicembre - per imporre un nuovo giro di tariffe su circa $ 156 miliardi di esportazioni cinesi - è ancora in vigore. Cina e USA stanno negoziando un potenziale accordo volto a ridurre la controversia commerciale, ma finora non sono riusciti a concordare i dettagli. Anche l'Europa è vittima di questa situazione, subendo gli effetti dei dazi USA sui propri prodotti e il contemporaneo rallentamento dell'export della Germania. Gli economisti affermano che, anche se le trattative volte ad evitare i nuovi compiti americani avessero successo, molti acquirenti statunitensi avranno già trovato fornitori alternativi. Il presidente Trump ha detto che i colloqui commerciali "stanno andando avanti", ma la Cina afferma che le tariffe esistenti devono essere eliminate come parte di qualsiasi accordo. La guerra commerciale in atto da quasi 2 anni ha aumentato i rischi di una recessione globale. I responsabili politici cinesi potrebbero cercare ulteriori misure di stimolo dopo che la crescita dell'economia si è raffreddata a minimi di quasi 30 anni, con un tasso di crescita inferiore al 7%. Nel frattempo, le importazioni cinesi sono aumentate inaspettatamente dello 0,3% a novembre rispetto all'anno precedente, segnando la prima crescita annuale da aprile. Ciononostante, il surplus commerciale della Cina con il resto del mondo è diminuito, sebbene valga ancora $ 38 miliardi al mese. Saranno Pechino e Washington a decidere se la nostra decrescita sarà felice.

La NATO è Morta?


Durante un'intervista, Macron ha affermato che la NATO è "cerebralmente morta", scatenando la contrarietà della tedesca Merkel e del Segretario della NATO stessa, Stoltenberg, ma guadagnandosi il plauso dei russi. Il presidente francese ha fatto riferimento alla decisione americana di non coordinarsi con gli alleati circa il proprio ritiro dalla Siria, ma anche alla decisione turca di invadere quest'ultima. Il dibattito sull'utilità dell'alleanza atlantica è stato aperto dal presidente Trump sin dal suo insediamento e rispecchia l'assenza di una vera strategia dopo la fine della guerra fredda. L'alleanza è nata infatti per contrastare un eventuale invasione sovietica dell'Europa, ma con il crollo dell'URSS la sua ragion d'essere è venuta meno. Le guerre succedutesi dal 91 in poi hanno visto la partecipazione dei paesi europei in ordine sparso e fuori dalla cornice della NATO, fatto salvo l'intervento nell'ex Jugoslavia. Il dibattito sulla creazione di un esercito europeo, senza gli americani, è in corso ma il suo esito non è scontato; con l'uscita della Gran Bretagna, infatti, solo la Francia disporrebbe di un esercito abbastanza strutturato e dotato di armi nucleari e sarebbe attorno ad esso che dovrebbe fondarsi una forza militare pan-europea. Al momento esistono già divisioni miste franco-tedesche e paesi come Romania e Olanda forniscono personale all'esercito tedesco rcevendone in cambio addestramento e mezzi moderni, come i carri armati. Curiosamente, Macron, nell'elencare i rivali di un possibile esercito europeo ha citato Russia, Cina e USA, preoccupando non poco sia questi ultimi che i loro alleati storici come l'Italia. Quale dovrebbe essere il raggio di azione di un'alleanza militare solo europea? Il Nord Africa? L'intero continente africano? Il Medioriente? La Russia? E inoltre, quanto dovrebbe crescere il budget della difesa dei singoli stati per giungere ad avere una degna deterrenza nei confronti dei "nemici" citati da Macron? Possiamo pensare che un'unione economica possa trasformarsi in una militare senza prima essere anche un'unione politica? A quanto pare Macron e la Van Der Leyden pensano di si.

E' morta la Politica,Viva la Politica.


30 anni fa, il 9 Novembre 89, cadeva il muro di Berlino. Oltre 70 anni di rivalità tra due blocchi che erano diversi in tutto ed in tutto contrapposti, terminava e lasciava un solo sistema di valori vincitore: il modello occidentale. Capitalista, progressista, per lo più cristiano e democratico; abbiamo vissuto in questo sistema per molta parte della nostra vita, e le giovani generazioni non hanno conosciuto che questo. In questi trent'anni sono cambiati gli imperativi che guidano le nostre azioni, le nostre chiavi interpretative, le nostre aspettative.Siamo cambiati noi. L'ottica è sempre più di breve periodo, nuove necessità nascono da stimoli sempre più intensi. Le mode si succedono sempre più rapide e influenzano sempre più le abitudini. In questa situazione la Politica si è trovata a dover svolgere esclusivamente un opera di amministrazione e risoluzione delle istanze portate dal Mercato. La Società, in questo processo, si è dovuta adattare. La crisi economica nella misura in cui l'economia si è sostituita alla politica come mezzo per la realizzazione delle nostre aspirazioni è anche crisi esistenziale. Ma l'economia non ha altri fini che la continuazione di se stessa,non può proporre traguardi ideali che possano portare un individuo a crearsi un orizzonte d'azione che non sia meramente lavorativo. La politica invece ha uno spettro più ampio, coinvolge molteplici aspetti dell'intera nostra vita, deve avere un orizzonte stabile per fornire una cornice anch'essa stabile all'esistenza degli individui. Nascere, Crescere, avere dei figli, morire dignitosamente non sono fini ultimi dell'economia, sia essa industriale o finanziaria, ma devono esserlo per la Politica che è fatta dagli uomini per gli uomini e non dai numeri per il profitto. Se lasciamo che la politica sia indotta nelle sue scelte solamente da principi di natura economica senza che siano chiari i fini socialmente espressi ed i valori che supporterano l'azione,allora avremo vinto la battaglia contro i Piani Quinquennali per perdere la guerra contro le Relazioni Trimestrali.

Amici ma anche no.


La decisione di Trump di ritirare le proprie truppe dalla Siria, ha aperto la strada all'invasione del nord del paese da parte della Turchia. Questa è una palese violazione della carta dell'ONU, ma d'altronde anche la presenza americana non era stata ratificata da alcuna decisione delle Nazioni Unite. Il presidente americano ha motivato la decisione con la volontà di "finirla con tutte queste inutili guerre"e fa il paio con il tentativo di ridurre anche la presenza in Afghanistan, che però non ha avuto ancora seguito. A seguito dell'intervento russo, il tentativo di rovesciare il governo siriano è sfumato e la presenza americana è ormai ininfluente. L'appoggio dato ai curdi siriani in funzione anti Assad non è più strategico e rischiava di far entrare in collisione gli USA sia con la Turchia che con la Russia. Lo stesso scenario si sta dispiegando anche in Ucraina dove gli USA non appoggiano più il governo nelle sue istanze anti-russe. Se si considera quanto poi sta avvenendo sul fronte del "Russiagate", con le rivelazioni a carico del candidato democratico Biden, quel fronte è ormai utile solamente in vista delle elezioni dell'anno prossimo. Il presidente americano gestisce la politica estera in maniera apparentemente sincopata ma si intuisce il mutare delle priorità a favore di un maggiore contrasto alla Cina, percepita ormai come il maggior pericolo all'egemonia americana. Il non troppo velato appoggio alle sollevazioni in atto ad Hong Kong, coì come le sanzioni varate nell'ultimo anno su oltre 250 mld di $ di merci cinesi, vanno in questo senso. Lo stesso trattamento è stato riservato anche all'Europa, con il duplice scopo di riequilibrare la bilancia commerciale e di riportare Bruxelles su posizioni filo americane, dopo i recenti accordi commerciali con il gigante cinese. Secondo un celebre adagio, "gli USA non hanno amici ma solo alleati" e questi lo sono sino a che sono utili. Probabilmente dovremo abituarci al pragmatismo di Trump anche nel suo secondo mandato.

Greta e Aurelio


Nel 1972 un libro ha scatenato il più grande dibattito sul futuro dell’umanità. Si trattava de "I limiti dello sviluppo", un report sullo stato complessivo del pianeta Terra, che metteva in guardia verso ipotetici scenari futuri. Il libro, diventuto un best seller, era stato commissionato dal Club di Roma, un’associazione di scienziati, umanisti e imprenditori legati dalla comune preoccupazione per la situazione mondiale. Promotore di quella iniziativa fu Aurelio Peccei, dirigente FIAT nato a Torino nel 1908. Lo scenario descritto dal libro, fondato su un modello con cinque variabili: crescita demografica, produzione alimentare, industrializzazione, inquinamento e consumo di risorse non rinnovabili, illustrava la concreta possibilità che l’intero sistema mondo sarebbe collassato nel corso del XXI Secolo. Da allora, il Club di Roma pubblica con regolarità rapporti e studi metodologici sui limiti del pianeta, analisi sulle migliori pratiche di governance e riflessioni sui valori fondamentali per il futuro. Nel 2015, l’ONU ha approvato una "Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile", i cui elementi sono stati riassunti nei “17 punti per lo sviluppo sostenibile”,tra lotta a povertà, fame, disuguaglianze, conservazionismo ambientale e promozione di economie globali sostenibili. Lo stesso anno, quasi 200 nazioni hanno siglato l’Accordo di Parigi per la riduzione delle emissioni di gas serra con il fine di contenere il riscaldamento medio del pianeta entro la soglia di 1,5°C. Il nuovo report pubblicato dal Club di Roma, "La trasformazione è possibile", tratta il come raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile promossi dall’ONU. La vera sfida, oggi, è cambiare il modo con cui gran parte degli esseri umani pensa al pianeta Terra. Come ricordano gli autori del report, viviamo ancora in un mondo dove sembra che “tutti sappiano ma nessuno voglia capire” la magnitudine della trasformazione necessaria. Le conclusioni scritte in quel libro di 50 anni fa sono valide ancora oggi: vale la pena rileggerle.